Il 26 agosto 2026, intervenendo al Meeting di Rimini, la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha affrontato il tema dell’immigrazione attraverso una formula destinata inevitabilmente a essere ripresa nel dibattito pubblico: «Le persone prima dei confini». Nello stesso intervento ha sostenuto che l’Europa può proteggere le proprie frontiere senza rinunciare ai propri valori, tentando così di sottrarre la politica migratoria alla contrapposizione, ormai logora, tra chi invoca il controllo e chi richiama la dignità della persona.
È un’affermazione che condivido nel suo principio, ma che proprio per questo credo debba essere portata molto più avanti. Se davvero le persone vengono prima dei confini, allora la politica europea dell’immigrazione non può continuare a concentrare una parte così rilevante delle proprie energie sulla frontiera, sull’ingresso, sul soccorso, sull’asilo, sui ricollocamenti e sui rimpatri, lasciando invece in secondo piano la domanda decisiva: che cosa accade alla persona dopo che il confine è stato attraversato?
È questo, a mio avviso, uno dei grandi vuoti della politica migratoria europea.
Per anni abbiamo discusso dell’immigrazione quasi esclusivamente attraverso il momento dell’ingresso. Il Mediterraneo, le frontiere terrestri, Frontex, gli sbarchi, le procedure di frontiera, i Paesi sicuri, gli accordi con gli Stati terzi sono diventati il vocabolario attraverso il quale l’Europa racconta il fenomeno migratorio. Eppure il confine, per quanto politicamente e giuridicamente importante, rappresenta soltanto l’inizio di un percorso che può durare dieci, venti o trent’anni e che può coinvolgere intere generazioni.
Una persona può entrare legalmente in uno Stato europeo, ottenere un titolo di soggiorno, lavorare e vivere per molti anni sul territorio senza che nessuna istituzione si interroghi seriamente sulla qualità del suo inserimento. Può conoscere poco la lingua del Paese nel quale vive, avere rapporti quasi esclusivamente all’interno della propria comunità di origine, non conoscere sufficientemente le istituzioni, rimanere in condizioni di precarietà economica e abitativa e trasmettere queste fragilità ai propri figli. Formalmente quella persona sarà presente regolarmente sul territorio. Sostanzialmente, tuttavia, il processo di integrazione potrebbe non essere mai realmente avvenuto.
Ed è precisamente qui che dobbiamo superare una concezione meramente amministrativa dell’immigrazione.
Il possesso di un permesso di soggiorno certifica l’esistenza di determinate condizioni giuridiche; non certifica l’integrazione. Allo stesso modo, il trascorrere degli anni non trasforma automaticamente la presenza in appartenenza. L’integrazione è un processo complesso, che richiede diritti e opportunità da parte dello Stato, ma anche partecipazione, responsabilità e adesione alle regole fondamentali della comunità da parte di chi sceglie di costruire qui il proprio futuro.
Se prendiamo sul serio l’affermazione di Metsola, allora mettere la persona prima del confine significa proprio rifiutare l’idea che la responsabilità pubblica finisca una volta consentito l’ingresso.
L’Europa dovrebbe cominciare a interrogarsi sulla qualità della permanenza. Dovrebbe costruire strumenti capaci di osservare l’apprendimento linguistico, l’autonomia economica, la partecipazione sociale, il rispetto delle regole, la scolarizzazione dei figli, l’inserimento lavorativo e, più complessivamente, il rapporto che progressivamente si crea tra la persona e la comunità nella quale ha scelto di vivere.
Questo non significa trasformare l’integrazione in un esame
ideologico, né pretendere l’assimilazione culturale. Significa riconoscere qualcosa che per troppo tempo abbiamo preferito non vedere: l’integrazione non è un evento automatico prodotto dal trascorrere del tempo.
Può riuscire, può incontrare difficoltà e può anche fallire.
Una politica migratoria adulta deve essere capace di contemplare tutte e tre queste possibilità.
Quando l’integrazione procede positivamente, lo Stato dovrebbe riconoscerla e favorirla, rendendo progressivamente più stabile la posizione della persona e costruendo percorsi coerenti verso la piena partecipazione alla comunità nazionale. Quando emergono difficoltà, le istituzioni dovrebbero intervenire prima che quelle difficoltà diventino marginalità strutturale. E quando invece vengono
definitivamente meno le condizioni giuridiche per la permanenza e non esiste un percorso credibile di inserimento, deve poter essere affrontata anche la questione del ritorno, nel rispetto della legge, dei diritti fondamentali e della dignità della persona.
È precisamente questo il senso del paradigma Integrazione o
ReImmigrazione che propongo da tempo: spostare il centro della politica migratoria dall’ingresso al percorso.
Non basta sapere quante persone arrivano. Dobbiamo sapere che cosa accade loro cinque, dieci o quindici anni dopo. Non basta
contabilizzare permessi di soggiorno rilasciati e rimpatri effettuati. Occorre comprendere quanti percorsi di integrazione abbiano avuto successo, quanti presentino situazioni di fragilità e quanti abbiano prodotto forme di marginalità destinate a consolidarsi nel tempo.
Per questo ritengo che il passo successivo debba essere ancora più ambizioso: il dovere di integrazione dovrebbe trovare un
riconoscimento espresso nella Costituzione. Non come formula punitiva o discriminatoria, ma come principio ordinatore capace di chiarire che la permanenza stabile sul territorio nazionale non può essere concepita come una condizione puramente passiva, fondata
esclusivamente sulla titolarità di diritti, bensì come un rapporto giuridico e sociale nel quale diritti e doveri devono procedere insieme.
La nostra Costituzione già conosce questa logica. L’articolo 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, ma nello stesso tempo richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. L’articolo 3 affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona e la partecipazione alla vita del Paese. È precisamente dentro questa architettura costituzionale che dovrebbe essere collocato il principio secondo cui chi sceglie di stabilire in Italia il centro della propria vita ha anche il dovere di concorrere, secondo le proprie possibilità e nel rispetto della propria identità personale, al processo di integrazione nella comunità nazionale.
Una previsione costituzionale di questo tipo avrebbe soprattutto una funzione di indirizzo. Imporrebbe al legislatore di definire in maniera più chiara che cosa lo Stato deve offrire per rendere possibile l’integrazione e, contemporaneamente, quali comportamenti possono ragionevolmente essere richiesti a chi intende costruire in Italia una presenza stabile: conoscenza della lingua, rispetto dell’ordinamento, partecipazione alla vita economica e sociale, scolarizzazione dei figli, adesione ai principi fondamentali della convivenza costituzionale.
Non si tratterebbe di chiedere a chi arriva di rinunciare alle proprie origini, alla propria cultura o alla propria fede. Il punto è esattamente diverso: distinguere tra pluralismo e separatezza. Una società costituzionale può essere pluralista senza diventare una somma di comunità parallele che condividono lo stesso territorio ma non un comune spazio civico.
Da questo principio potrebbe discendere anche la costruzione di strumenti di valutazione dell’integrazione, attraverso indicatori trasparenti, individualizzati e costituzionalmente orientati, capaci di permettere alle amministrazioni di conoscere realmente i percorsi migratori presenti sul territorio. Non per classificare le persone secondo la loro provenienza, ma per valutare situazioni concrete; non per comprimere diritti, ma per impedire che l’immigrazione venga amministrata attraverso automatismi burocratici incapaci di
distinguere percorsi profondamente differenti.
La stessa logica dovrebbe accompagnare una più ampia riorganizzazione istituzionale. L’immigrazione non può continuare a essere distribuita tra sicurezza, lavoro, welfare, scuola e politiche sociali senza un luogo istituzionale nel quale queste dimensioni vengano ricomposte. Occorre progressivamente pensare a una vera amministrazione
dell’integrazione, capace di seguire la persona durante la permanenza e non soltanto di autorizzarne l’ingresso o verificarne il titolo.
È qui che la frase pronunciata da Metsola assume, forse, un
significato persino più importante di quello immediatamente
percepibile.
Le persone vengono prima dei confini. Ma proprio per questo non possiamo interessarci delle persone soltanto quando attraversano i confini.
La sfida europea dei prossimi decenni non sarà semplicemente stabilire quanti migranti accogliere o quanti rimpatriare. Sarà decidere quale rapporto costruire con milioni di persone che già vivono nelle nostre città, lavorano nelle nostre imprese, frequentano le nostre scuole e crescono i propri figli nelle nostre società.
Continuare a discutere soltanto del confine significa arrivare sempre troppo tardi.
Il confine decide chi entra. L’integrazione decide quale società avremo domani. E proprio per questo il dovere di integrazione merita di diventare un principio costituzionale.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

Lascia un commento