Giorno: 18 aprile 2026

  • Materie prime, sviluppo e migrazione: la strategia nascosta dell’Unione europea (Analisi degli emendamenti DEVE 2026)

    Nel dibattito europeo sull’immigrazione si tende a concentrare l’attenzione su strumenti visibili e immediati: controlli alle frontiere, rimpatri, accordi con Paesi terzi. Tuttavia, una parte rilevante della strategia dell’Unione si sviluppa su un piano meno evidente, ma decisivo: quello economico-industriale. Gli emendamenti di compromesso adottati in sede di Commissione per lo sviluppo (DEVE) sulla proposta di modifica del regolamento (UE) 2024/1252 offrono una chiave di lettura particolarmente significativa di questa dinamica.

    Il tema apparentemente centrale è quello delle materie prime critiche. L’Unione riconosce che l’accesso a tali risorse è essenziale per la transizione digitale ed energetica, nonché per la sicurezza industriale e strategica. Il documento evidenzia come i mercati globali di queste materie siano fortemente concentrati e spesso dominati da pochi attori, con conseguenti rischi geopolitici. In tale contesto, l’UE si propone di diversificare le fonti di approvvigionamento e rafforzare la cooperazione con partner ritenuti affidabili .

    Fin qui, nulla di sorprendente. Ciò che invece merita attenzione è il modo in cui questa strategia viene costruita. L’Unione non si limita a cercare nuove fonti di approvvigionamento, ma intende intervenire direttamente nei Paesi di origine delle materie prime, promuovendo lo sviluppo locale delle capacità di estrazione, trasformazione e produzione. In altri termini, si passa da una logica di semplice importazione a una logica di integrazione industriale globale.

    Il documento afferma espressamente la necessità di evitare che le materie prime siano soltanto esportate, promuovendo invece la creazione di valore nei Paesi partner, anche attraverso lo sviluppo di capacità industriali locali e la creazione di occupazione . Questa impostazione non è neutra: implica una trasformazione strutturale dei rapporti tra l’Unione e i Paesi, in particolare africani, ricchi di risorse.

    È proprio in questo passaggio che emerge il collegamento, spesso sottovalutato, con il fenomeno migratorio. Gli emendamenti introducono un riferimento esplicito al nesso tra crisi, instabilità ambientale e spostamenti di popolazione, evidenziando come i rischi connessi alle catene di approvvigionamento siano strettamente legati a fenomeni di displacement umano . Si tratta di un riconoscimento importante: la migrazione non è trattata come un fenomeno autonomo, ma come effetto di dinamiche economiche, ambientali e geopolitiche.

    Di conseguenza, la strategia europea assume una dimensione preventiva. Intervenire sulle filiere produttive e sullo sviluppo economico dei Paesi di origine significa, nelle intenzioni dell’Unione, ridurre le cause profonde della migrazione. È una logica coerente sul piano teorico, ma che solleva interrogativi rilevanti sul piano giuridico e politico.

    Parallelamente, il documento introduce obblighi stringenti per le grandi imprese europee. Queste sono chiamate a garantire la tracciabilità delle catene di approvvigionamento, a effettuare valutazioni di rischio e ad adottare misure di mitigazione, inclusa la diversificazione dei fornitori . Tali obblighi non si limitano agli aspetti economici, ma includono la considerazione dell’impatto sociale e ambientale, nonché il rispetto dei diritti umani nelle comunità locali.

    Si delinea così un modello di governance globale delle filiere produttive, in cui l’Unione europea esercita un ruolo di regolatore, estendendo di fatto la propria influenza ben oltre i confini territoriali. Questo modello è coerente con l’obiettivo di garantire sicurezza degli approvvigionamenti, ma rappresenta anche uno strumento di politica estera e, indirettamente, di politica migratoria.

    Il punto critico, tuttavia, emerge quando si osserva ciò che manca. L’Unione interviene sulle cause economiche e strutturali della migrazione, investe nei Paesi di origine, condiziona le relazioni internazionali, ma non definisce in modo chiaro un criterio giuridico interno di permanenza. In altri termini, si agisce sul “prima” della migrazione, ma si lascia irrisolta la questione del “dopo”.

    Questo squilibrio rischia di compromettere l’efficacia complessiva del sistema. Senza un criterio interno chiaro – fondato su parametri oggettivi e verificabili – la gestione dei flussi migratori rimane affidata a strumenti frammentari, oscillando tra protezione e espulsione, senza una vera capacità di governo.

    Gli emendamenti analizzati mostrano dunque una strategia europea articolata su due livelli: da un lato, l’intervento esterno attraverso sviluppo economico e controllo delle filiere; dall’altro, la crescente attenzione alla sicurezza delle forniture e alla stabilità geopolitica. Tuttavia, manca un terzo livello, fondamentale: la definizione di un modello interno coerente di integrazione e permanenza.

    In assenza di tale modello, il rischio è quello di costruire un sistema sofisticato sul piano economico e geopolitico, ma fragile sul piano giuridico e sociale. La migrazione, infatti, non può essere gestita esclusivamente attraverso strumenti esterni. Richiede una definizione chiara delle condizioni di appartenenza e permanenza all’interno dello spazio europeo.

    Il documento in esame, pur non affrontando direttamente la disciplina dell’immigrazione, conferma una tendenza ormai evidente: l’Unione europea sta progressivamente spostando il baricentro della propria politica migratoria fuori dai propri confini, senza però completare la costruzione di un sistema interno coerente. È in questa tensione che si colloca oggi il futuro della governance migratoria europea.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista – Registro per la Trasparenza UE n. 280782895721-36
    ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

    Materie prime, sviluppo e migrazione: la strategia nascosta dell’Unione europea (Analisi degli emendamenti DEVE 2026)

    Nel dibattito europeo sull’immigrazione si tende a concentrare l’attenzione su strumenti visibili e immediati: controlli alle frontiere, rimpatri, accordi con Paesi terzi. Tuttavia, una parte rilevante della strategia dell’Unione si sviluppa su un piano meno evidente, ma decisivo: quello economico-industriale. Gli emendamenti di compromesso adottati in sede di Commissione per lo sviluppo (DEVE) sulla proposta…

    EU Return Hubs 2026: why the German-Dutch model needs an integration contract

    In recent months, a clear policy direction has taken shape across parts of Europe: the externalisation of migration management through the creation of return hubs in third countries. A coalition including Germany, the Netherlands, Austria, Denmark and Greece is actively pursuing this strategy, exploring agreements with countries such as Rwanda, Uganda and Tunisia. Italy’s arrangement…

  • EU Return Hubs 2026: why the German-Dutch model needs an integration contract

    In recent months, a clear policy direction has taken shape across parts of Europe: the externalisation of migration management through the creation of return hubs in third countries. A coalition including Germany, the Netherlands, Austria, Denmark and Greece is actively pursuing this strategy, exploring agreements with countries such as Rwanda, Uganda and Tunisia. Italy’s arrangement with Albania has already shown that what was once politically controversial is now becoming operational.

    For a UK audience, this debate resonates immediately. It sits alongside ongoing discussions about offshore processing, third-country arrangements and the balance between migration control and legal accountability. The UK’s own experience—particularly with proposals involving Rwanda—has highlighted how difficult it is to reconcile enforcement with the rule of law.

    The European approach risks falling into the same structural trap.

    Return hubs are inherently reactive. They intervene only at the final stage, when an individual has already fallen into irregular status or is subject to removal. In effect, they manage the outcome of a system that has already failed. What they do not provide is a mechanism to prevent that failure.

    This exposes three fundamental weaknesses.

    First, a systemic inefficiency. Without a prior framework to assess integration, the system lacks any meaningful differentiation. Individuals with very different trajectories—those who are integrated and those who are not—are treated within the same enforcement logic.

    Second, high political and financial costs. Offshore arrangements require complex bilateral agreements, ongoing funding and a degree of geopolitical stability that cannot be taken for granted. As the UK experience has shown, such models are both expensive and politically contentious.

    Third, and most critically, a legal vulnerability. Concerns have already been raised about the risk of creating “legal black holes”—spaces where access to justice is limited and procedural safeguards are weakened. In a European context bound by the European Convention on Human Rights, this is not a marginal issue but a central one.

    The core problem is therefore not the existence of return hubs as such, but the absence of a coherent legal framework in which they operate.

    They answer the question of how to remove, but not how to govern presence.

    This is where the Italian model offers a different perspective.

    Italy already has a legal instrument that introduces a preventive logic: the integration contract, established by Presidential Decree No. 179 of 2011. This mechanism shifts the focus from a one-off decision on residence to an ongoing evaluation of integration.

    It is based on clear, verifiable criteria: employment, language proficiency and compliance with the law. These are objective indicators that can be assessed over time, allowing the right to remain to be linked to a continuous and demonstrable integration pathway.

    For a UK audience, this may be understood as a form of conditional residence grounded not only in entry criteria, but in sustained compliance over time.

    If applied at a European level, such a mechanism would fundamentally reshape the role of return hubs. They would no longer function as emergency tools deployed after systemic breakdown, but as the final step in a structured and transparent process.

    This would also address a key criticism: the lack of clear standards. A system based on periodic verification reduces arbitrariness and strengthens legal certainty, ensuring that decisions are grounded in measurable factors.

    The UK debate has long been framed around control versus compassion. What is often missing is a third dimension: verification.

    Without a mechanism to assess integration over time, enforcement tools alone cannot produce a stable system.

    With it, they can.

    The real issue is not where individuals should be relocated outside Europe.

    The real issue is how the right to remain is defined, measured and maintained within it.

    In this context, the Italian integration contract is not simply a national tool. It represents a model that could inform a more coherent and legally sustainable migration policy—both in Europe and beyond.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbyist – EU Transparency Register No. 280782895721-36
    ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

    Remigración: por qué esta idea surge del fracaso de las políticas migratorias europeas

    En los últimos años el término remigración ha entrado con fuerza en el debate político europeo. El concepto se ha difundido especialmente en el ámbito germánico y ha sido popularizado por el activista austriaco Martin Sellner, autor del libro Remigration: Ein Vorschlag. Según esta teoría, la solución a la crisis migratoria europea consistiría en organizar…

    “CPR in Toscana sarà ad Aulla, è scontro politico” – il problema non è dove farlo, ma se farlo funzionare

    L’articolo de Il Manifesto (consultabile qui: https://ilmanifesto.it/cpr-in-toscana-sara-ad-aulla-e-scontro-politico) si inserisce in un copione ormai noto: ogni ipotesi di apertura di un Centro di permanenza per i rimpatri genera uno scontro politico e territoriale che finisce per oscurare la questione centrale. Si discute del luogo, si polarizza il dibattito tra favorevoli e contrari, ma si evita sistematicamente…

    Protezione complementare e giurisprudenza di merito: a Bologna il corso dell’Avv. Fabio Loscerbo e la presentazione del volume

    Nella giornata odierna si è svolto a Bologna, presso la Sala Consiliare “Rosario Angelo Livatino” del Quartiere Borgo Panigale – Reno, il corso di formazione giuridica dedicato al tema della protezione complementare nella giurisprudenza di merito. L’evento, accreditato ai fini della formazione continua forense, ha rappresentato un momento di approfondimento tecnico su una materia oggi…

  • Remigration vs Reimmigration: Two Models Tested by Law After Europe’s Elections

    In the wake of the latest European Parliament elections, immigration has returned to the centre of political debate across the continent. Yet what is emerging is not merely a clash of policy preferences, but a deeper structural divide between two competing models: remigration and what can be defined as Reimmigration.

    For a UK audience, this distinction is particularly relevant. The United Kingdom, especially in the current political climate marked by the rise of parties such as Reform UK, is grappling with similar tensions between political demands for stricter migration control and the legal constraints that inevitably shape what can actually be implemented.

    The concept of remigration, as it has developed in continental Europe, is rooted in a specific theoretical framework: the idea of “ethnic replacement”, widely discussed in France as the Grand Remplacement. According to this theory, migration leads to a gradual transformation of the demographic and cultural composition of European societies, which in turn justifies policies aimed at encouraging or enforcing the return of migrants to their countries of origin.

    What defines remigration is its collective nature. It does not primarily focus on the individual legal position of a person, but on broader societal considerations. It approaches migration as a structural issue requiring equally structural responses.

    This is precisely where the legal difficulty arises.

    Even outside the European Union, the United Kingdom remains deeply embedded in a legal framework shaped by the European Convention on Human Rights, incorporated domestically through the Human Rights Act 1998. Article 8 ECHR, which protects the right to private and family life, requires that any removal decision be assessed individually, taking into account the specific circumstances of the person concerned.

    Moreover, UK courts have consistently emphasised proportionality and case-by-case assessment in immigration matters. This means that broad, generalised policies targeting categories of people—rather than individuals—would face significant legal challenges.

    In this context, remigration appears as a politically powerful concept, but one that lacks a clear and viable legal pathway.

    This is where the model of Reimmigration becomes relevant.

    Reimmigration operates on an entirely different basis. It is not concerned with identity or origin, but with conduct and integration. It does not seek to redefine who belongs to the national community, but to establish clear, legally grounded criteria under which a person may remain.

    Under this model, the right to stay is not unconditional. It is contingent upon a demonstrable process of integration, assessed through objective elements such as employment, language proficiency, compliance with the law, and social participation.

    At the same time, where these conditions are absent or lost, the legal basis for remaining may also fall away—subject, always, to due process and proportionality.

    The distinction is fundamental. While remigration is built on collective assumptions, Reimmigration is grounded in individual legal relationships. It is therefore capable of operating within the framework of existing law, rather than in tension with it.

    Recent political developments in France, Germany and the United Kingdom itself illustrate a broader trend: immigration is no longer treated as a temporary or emergency issue, but as a structural question requiring long-term solutions.

    The risk, however, is that political narratives move faster than legal systems can accommodate. Remigration offers a clear and immediate political answer, but one that struggles to translate into enforceable law. Reimmigration, by contrast, may appear less radical, but provides a legally sustainable model capable of balancing control with rights.

    The key issue is not whether migrants should stay or be removed. The real question is under what legal conditions such decisions are made, and whether those conditions can withstand judicial scrutiny.

    In this respect, the European—and increasingly British—debate stands at a crossroads. Remigration remains a political idea in search of legal grounding. Reimmigration represents an attempt to build that grounding within the rule of law.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbyist – EU Transparency Register n. 280782895721-36
    ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

    The European Parliament Limits Its Own Reach: A New Legal Space for National Immigration Policies

    A recent draft opinion adopted by the European Parliament’s Committee on Civil Liberties, Justice and Home Affairs (LIBE), in the context of the upcoming 2028–2034 EU budget framework, marks a significant shift in the balance of power between the European Union and its Member States. While formally addressing financial governance, the document carries broader constitutional…

    Global Europe e immigrazione: tra condizionalità, diritti e nuove forme di “remigration” (Analisi degli emendamenti LIBE 2026)

    L’insieme di emendamenti presentati in sede di Commissione LIBE del Parlamento europeo sulla proposta di regolamento “Global Europe” rappresenta, al di là della sua natura formalmente interlocutoria, uno dei passaggi più significativi nella ridefinizione della politica migratoria dell’Unione. Non si tratta di un testo normativo definitivo, ma di un campo di battaglia politico e giuridico…

    Kriminalität infolge gescheiterter Integration: Was könnte das Italien bis 2030 kosten?

    In den letzten Jahren konzentrierte sich die europäische Debatte über Migration vor allem auf zwei Fragen: die Kontrolle der Migrationsströme und den Zugang von Migranten zum Arbeitsmarkt. Ein weiterer Aspekt, der jedoch zunehmend an Bedeutung gewinnt, betrifft die Folgen einer fehlgeschlagenen Integration, insbesondere im Hinblick auf öffentliche Sicherheit und langfristige Kosten für den Staat. Italien…

  • Remigración: por qué esta idea surge del fracaso de las políticas migratorias europeas

    En los últimos años el término remigración ha entrado con fuerza en el debate político europeo. El concepto se ha difundido especialmente en el ámbito germánico y ha sido popularizado por el activista austriaco Martin Sellner, autor del libro Remigration: Ein Vorschlag. Según esta teoría, la solución a la crisis migratoria europea consistiría en organizar el retorno a gran escala de inmigrantes a sus países de origen. Esta propuesta no se refiere únicamente a inmigrantes en situación irregular o a personas condenadas por delitos, sino que en algunos planteamientos se extiende también a quienes son considerados insuficientemente integrados en las sociedades europeas.

    Para muchos observadores, esta discusión puede parecer una propuesta política radical que ha surgido recientemente. Sin embargo, para comprenderla correctamente es necesario situarla dentro del contexto más amplio de la evolución de las políticas migratorias europeas. La creciente presencia del concepto de remigración en el debate público no es el origen del problema, sino más bien una consecuencia del fracaso de determinadas políticas de integración desarrolladas en Europa durante las últimas décadas.

    Durante más de treinta años, los Estados europeos han construido sistemas jurídicos complejos para regular la inmigración. Se han desarrollado mecanismos administrativos relacionados con el asilo, los permisos de residencia, la reagrupación familiar y distintas formas de regularización. Sin embargo, el debate político y legislativo se ha concentrado principalmente en las condiciones de entrada y en el estatuto jurídico de los inmigrantes, mientras que otra cuestión fundamental ha quedado mucho menos definida: el proceso real de integración dentro de la sociedad de acogida.

    Como consecuencia de esta situación, en varios países europeos se han desarrollado contextos en los que una parte de la población inmigrante permanece durante años en el territorio sin lograr una integración plena en términos lingüísticos, laborales y sociales. Cuando las políticas de integración no están claramente definidas o resultan insuficientes, la inmigración comienza a percibirse cada vez más como un fenómeno que escapa al control político.

    Es precisamente en este contexto donde aparecen propuestas más radicales. La teoría de la remigración parte de la premisa de que la integración habría fracasado y que, por tanto, sería necesario revertir las consecuencias sociales y demográficas de la inmigración mediante retornos masivos a los países de origen.

    Sin embargo, una perspectiva de este tipo plantea importantes problemas jurídicos, sociales y políticos. Muchos inmigrantes llevan décadas viviendo en países europeos, trabajan, pagan impuestos y han formado familias. En numerosos casos, sus hijos han nacido o se han criado en Europa. Pensar que los efectos acumulados de décadas de inmigración pueden resolverse mediante retornos generalizados implica ignorar la complejidad de las sociedades europeas contemporáneas.

    Por esta razón, el debate sobre la remigración revela en realidad un problema más profundo: Europa nunca ha definido con claridad qué significa exactamente la integración dentro de su modelo de política migratoria. La integración ha sido presentada muchas veces como un objetivo político general, pero rara vez como una condición concreta y verificable vinculada al derecho de residencia.

    Es precisamente en este punto donde se sitúa el paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

    El término ReImmigrazione no es una traducción al español ni un concepto ya existente en el debate político internacional. Se trata de un concepto italiano que propone un enfoque diferente para gobernar la inmigración. La idea central es que el derecho a permanecer de forma estable en un país debe estar vinculado desde el principio a un proceso real de integración en la sociedad de acogida.

    La integración no puede limitarse a un principio abstracto o a un ideal político. Debe reflejarse en elementos concretos, como la participación en la vida económica, el conocimiento de la lengua del país y el respeto de las normas fundamentales de la comunidad. Cuando estos elementos se consolidan, la inmigración puede convertirse en una parte estable del desarrollo social y económico del país receptor.

    Cuando ese proceso no se produce con el tiempo, una política migratoria no puede aceptar indefinidamente situaciones permanentes de marginación social.

    En este contexto, ReImmigrazione no significa deportación masiva ni un proyecto ideológico de ingeniería demográfica. Se trata más bien de un instrumento de gobernanza dentro de un sistema de gestión de la inmigración que puede aplicarse cuando el proceso de integración no se materializa.

    La diferencia fundamental con la teoría de la remigración reside en la lógica del enfoque. La remigración aparece como una reacción política a una crisis que ya se ha producido. El paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, por el contrario, pretende prevenir estas crisis estableciendo desde el inicio una relación clara entre integración y derecho a permanecer.

    Para el público español y latinoamericano, este debate resulta especialmente relevante porque refleja un dilema que también aparece en muchas democracias contemporáneas: cómo equilibrar la apertura migratoria con la cohesión social. La experiencia europea demuestra que la política migratoria no puede limitarse únicamente al control de fronteras o a la protección humanitaria. También debe definir con claridad las condiciones de integración dentro de la sociedad.

    El debate actual sobre la remigración indica que Europa se encuentra en un momento de redefinición de su modelo migratorio. La cuestión central no es elegir entre inmigración ilimitada o expulsiones masivas, sino construir un sistema capaz de gestionar la inmigración de forma realista y sostenible.

    El paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone precisamente esa perspectiva: transformar la integración en una condición real de la permanencia y convertirla en el elemento central de una política migratoria capaz de garantizar la estabilidad y la cohesión de las sociedades europeas.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Abogado – Lobista inscrito en el Registro de Transparencia de la Unión Europea
    ID: 280782895721-36

    ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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