Il Portogallo si sta avvicinando al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
La posizione espressa dal primo ministro Luís Montenegro non coincide ancora integralmente con il modello che proponiamo, ma ne condivide ormai il punto di partenza essenziale: una politica migratoria non può essere fondata sull’apertura indiscriminata delle frontiere, né può limitarsi a consentire l’ingresso senza interrogarsi sulle condizioni concrete della successiva permanenza.
Montenegro ha difeso una politica portoghese di accoglienza regolata e di integrazione, contrapponendola ai modelli che producono un effetto di attrazione senza garantire alle persone arrivate condizioni adeguate di vita. Il Portogallo, secondo il primo ministro, deve poter accogliere assicurando lavoro, abitazione, assistenza sanitaria, istruzione e mobilità, ma non può adottare una politica migratoria priva di regole o lasciare le porte indiscriminatamente aperte.
È una dichiarazione importante, perché supera una delle principali ambiguità del dibattito europeo: l’idea che l’accoglienza coincida semplicemente con l’ingresso.
Consentire a una persona di attraversare una frontiera non significa averla integrata. Ammetterla sul territorio senza garantirle un lavoro regolare, un’abitazione dignitosa, l’accesso ai servizi e la possibilità di apprendere la lingua può produrre marginalità, sfruttamento e separazione sociale. Le porte aperte, quando non sono accompagnate dalla capacità dello Stato di governare ciò che avviene dopo l’ingresso, non costituiscono necessariamente una politica umanitaria. Possono rappresentare, al contrario, una rinuncia alla responsabilità pubblica.
Su questo punto la linea del Governo portoghese è corretta.
Lo Stato deve stabilire quanti ingressi è effettivamente in grado di gestire, sulla base delle possibilità del mercato del lavoro, della disponibilità abitativa, dell’efficienza dei servizi sanitari e scolastici e della capacità amministrativa di accompagnare le persone nei primi anni di permanenza.
Non è ragionevole ammettere un numero di persone superiore alla capacità concreta del Paese di offrire loro un percorso ordinato. Una politica migratoria che ignori questi limiti finisce inevitabilmente per trasferire il costo dell’assenza di programmazione sui migranti, sui lavoratori, sui quartieri più fragili e sugli enti locali.
Il Portogallo sembra dunque comprendere che l’immigrazione non può essere governata soltanto attraverso il momento dell’ingresso. Essa deve essere collegata all’integrazione.
È precisamente questa la direzione indicata dal paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Il paradigma muove dalla considerazione che non esiste una vera politica migratoria quando lo Stato stabilisce soltanto chi può entrare, senza verificare successivamente che cosa sia accaduto durante la permanenza. L’ingresso rappresenta l’inizio di un percorso, non il suo esito definitivo.
La posizione portoghese, tuttavia, si arresta ancora prevalentemente alla capacità generale del Paese di accogliere. Montenegro afferma, in sostanza, che il Portogallo deve ricevere soltanto le persone alle quali può offrire condizioni dignitose e possibilità di integrazione.
È un principio condivisibile, ma non ancora sufficiente.
La capacità dello Stato di offrire integrazione costituisce soltanto una parte del rapporto. L’altra parte riguarda la disponibilità concreta della persona a integrarsi.
Uno Stato può offrire corsi di lingua, percorsi formativi, possibilità lavorative e servizi di orientamento. Può garantire procedure amministrative efficienti e strumenti per superare le condizioni iniziali di vulnerabilità. Ma l’integrazione non si realizza automaticamente per il solo fatto che queste opportunità esistano.
Occorre anche verificare che il migrante partecipi effettivamente al percorso, impari la lingua, cerchi di raggiungere l’autonomia attraverso il lavoro e rispetti le regole fondamentali della società nella quale ha scelto di vivere.
L’integrazione, pertanto, non può essere semplicemente offerta. Deve essere anche richiesta.
Non può essere considerata un processo unilaterale, nel quale soltanto lo Stato è chiamato ad assumere obblighi. Deve fondarsi su una responsabilità reciproca: la comunità nazionale offre strumenti, possibilità e tutela; la persona accolta dimostra, attraverso comportamenti concreti, di voler costruire il proprio futuro all’interno di quella comunità.
È qui che la posizione portoghese si avvicina al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, ma deve ancora compiere il passaggio decisivo.
Non basta sostenere che l’immigrazione debba essere compatibile con la capacità di integrazione del Paese. Occorre trasformare l’integrazione in un criterio individuale, oggettivo e periodicamente verificabile.
Il paradigma individua tre indicatori fondamentali: lavoro, lingua e rispetto delle regole.
Il lavoro non rappresenta soltanto una fonte di reddito. È il principale strumento attraverso il quale la persona raggiunge l’autonomia, contribuisce alla società e costruisce relazioni stabili. Non ogni temporanea difficoltà occupazionale può naturalmente essere interpretata come mancata integrazione, ma la disponibilità a lavorare e il percorso effettivamente compiuto devono costituire elementi centrali della valutazione.
La conoscenza della lingua è altrettanto essenziale. Senza la capacità di comprendere e comunicare nella lingua del Paese di accoglienza, la partecipazione alla vita sociale rimane inevitabilmente limitata. La lingua consente di conoscere i propri diritti, adempiere ai propri doveri, interagire con le istituzioni, seguire il percorso scolastico dei figli e sottrarsi alla dipendenza esclusiva dalla comunità di origine.
Il rispetto delle regole, infine, costituisce il presupposto minimo della convivenza. Chi sceglie di vivere stabilmente in un Paese deve rispettarne le leggi e i principi fondamentali. Non può esistere integrazione quando la permanenza è accompagnata da condotte gravemente incompatibili con l’ordinamento o da un persistente rifiuto delle regole comuni.
Questi criteri devono essere valutati con equilibrio, tenendo conto della situazione personale, familiare e sociale. Non si tratta di costruire un meccanismo automatico o punitivo, ma di superare l’attuale sistema, nel quale l’integrazione viene spesso presunta sulla sola base del tempo trascorso nel territorio.
Il decorso del tempo, da solo, non dimostra nulla.
Una persona può vivere per molti anni in uno Stato senza sviluppare alcuna autonomia, senza apprenderne la lingua e senza costruire un rapporto effettivo con la società. Un’altra, in un periodo più breve, può lavorare, studiare, rispettare le regole e partecipare pienamente alla vita della comunità.
È per questa ragione che la permanenza non dovrebbe essere valutata esclusivamente in termini cronologici. Dovrebbe essere collegata al percorso effettivamente realizzato.
Anche il Portogallo, se vuole dare coerenza alla linea indicata da Montenegro, dovrà interrogarsi su questo punto: come viene misurata l’integrazione? Quando può dirsi che il percorso ha avuto successo? Quali conseguenze devono derivare dalla partecipazione effettiva o, al contrario, dal rifiuto sistematico delle opportunità offerte?
Senza una risposta a queste domande, l’integrazione rischia di rimanere una formula politica condivisibile ma priva di contenuto operativo.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di attribuire alla verifica dell’integrazione una funzione giuridica ordinaria.
Chi dimostra di avere lavorato, appreso la lingua, rispettato le regole e costruito legami sociali effettivi deve vedere riconosciuto il proprio percorso. L’integrazione deve favorire il rinnovo del titolo di soggiorno, la stabilizzazione della permanenza e, quando ne ricorrano i requisiti, l’accesso al soggiorno di lungo periodo o alla cittadinanza.
La verifica non deve essere concepita soltanto in senso negativo. Essa deve servire anche a riconoscere il merito di chi ha costruito con serietà la propria vita nel Paese di accoglienza.
Nello stesso tempo, quando una persona rifiuta stabilmente il percorso di integrazione, nonostante la disponibilità di strumenti effettivi, lo Stato non può considerare la permanenza come un risultato automaticamente acquisito.
La ReImmigrazione interviene precisamente in questo spazio.
Non è un’espulsione collettiva, non è una selezione etnica e non è una misura fondata sulla religione o sull’origine nazionale. È la conseguenza individuale dell’assenza dei presupposti giuridici per proseguire la permanenza, accertata attraverso una procedura rispettosa delle garanzie fondamentali.
Devono naturalmente essere tutelati il diritto di asilo, la protezione internazionale, il principio di non respingimento, la vita privata e familiare e le condizioni di vulnerabilità. Ma queste garanzie non possono essere utilizzate per eliminare ogni distinzione tra chi costruisce un percorso di integrazione e chi lo rifiuta.
Lo Stato deve proteggere chi non può essere rimpatriato e deve riconoscere la stabilità di chi si è realmente integrato. Deve però anche essere in grado di eseguire le proprie decisioni nei confronti di chi non possiede più un titolo per rimanere.
La posizione portoghese rappresenta dunque un’evoluzione significativa.
Montenegro non propone la chiusura delle frontiere. Non sostiene che l’immigrazione debba essere eliminata. Afferma che essa deve essere regolata e collegata alla capacità del Paese di offrire integrazione.
È una linea che si colloca oltre la politica delle porte aperte, ma anche oltre l’idea di una chiusura indiscriminata.
Per questa ragione il Portogallo si avvicina al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Ne condivide il rifiuto dell’immigrazione priva di governo, riconosce che l’accoglienza deve essere sostenibile e considera l’integrazione come elemento centrale della politica migratoria.
Resta però da compiere il passaggio più importante: dalla capacità collettiva di integrare alla verifica individuale dell’integrazione.
Non basta domandarsi se il Portogallo disponga di case, posti di lavoro, scuole e servizi sanitari sufficienti. Occorre domandarsi anche se la singola persona utilizzi concretamente le opportunità offerte, partecipi alla società, raggiunga l’autonomia e rispetti le regole.
Il Portogallo ha indicato una direzione corretta: integrazione, non porte aperte.
Adesso deve completare quella scelta.
Perché una politica migratoria diventa realmente responsabile soltanto quando l’integrazione non viene semplicemente proclamata, ma viene verificata.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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