Dubai porta alla frontiera ciò che www.reimmigrazione.com aveva previsto: l’immigrazione sarà governata dagli algoritmi

Dubai sta trasformando il controllo dell’immigrazione in un procedimento sempre più rapido, automatizzato e apparentemente invisibile. Nei primi sei mesi del 2026, i sistemi digitali gestiti dalla General Directorate of Identity and Foreigners Affairs avrebbero trattato oltre 9,4 milioni di viaggiatori. La maggior parte ha utilizzato gli Smart Gates, mentre più di 439 mila persone sono transitate attraverso il sistema denominato “Travel Without Borders” o “Red Carpet”, nel quale il controllo avviene attraverso il riconoscimento biometrico, senza la necessità di mostrare materialmente il passaporto o la carta d’imbarco.

Il dato merita attenzione non soltanto per la sua rilevanza tecnologica. Dubai sta portando concretamente alla frontiera ciò che www.reimmigrazione.com aveva già previsto nel maggio 2026: la gestione dei movimenti migratori sarà sempre meno affidata al controllo materiale dei documenti e sempre più demandata ad algoritmi, banche dati biometriche, sistemi di riconoscimento facciale e procedure automatiche di valutazione del rischio.

Nell’articolo pubblicato il 21 maggio 2026 sulla Border Security Expo avevamo osservato che il futuro delle frontiere sarebbe stato caratterizzato da un progressivo arretramento dell’intervento umano. Il funzionario di frontiera non sarebbe necessariamente scomparso, ma sarebbe intervenuto soltanto nei casi segnalati dall’algoritmo come anomali, sospetti o bisognosi di approfondimento. La tecnologia avrebbe gestito la normalità, mentre l’uomo sarebbe rimasto a presidiare l’eccezione.

È precisamente ciò che oggi sta avvenendo a Dubai.

Il sistema consente a più viaggiatori di attraversare contemporaneamente il corridoio biometrico. Le telecamere identificano il volto, lo confrontano con i dati precedentemente associati al passaporto e collegano automaticamente il soggetto al relativo viaggio. Soltanto le situazioni che il sistema considera sospette vengono indirizzate a un controllo manuale da parte di un funzionario.

La frontiera, dunque, non viene eliminata. Diventa meno visibile, più veloce e molto più penetrante.

Il passaporto non scompare realmente. Viene incorporato nell’identità biometrica della persona. Il controllo non viene abolito, ma anticipato e automatizzato. L’individuo non presenta più un documento: diventa egli stesso il documento attraverso il proprio volto, le proprie caratteristiche fisiche e i dati registrati negli archivi dello Stato.

Questo passaggio presenta indubbi vantaggi. Riduce i tempi di attesa, consente di gestire un numero elevatissimo di viaggiatori e permette alle autorità di concentrare le risorse umane sui casi più complessi. Secondo i dati diffusi dall’autorità di Dubai, il tempo medio di trattamento sarebbe stato ridotto a pochi secondi, anche se le percentuali comunicate e i criteri di misurazione non risultano del tutto coerenti.

Ma proprio perché la tecnologia funziona, diventa ancora più urgente stabilire i suoi limiti.

Il problema non è scegliere tra frontiere tecnologiche e frontiere tradizionali. Il problema è comprendere chi governerà la frontiera algoritmica, secondo quali regole e con quali garanzie per la persona sottoposta al controllo.

Un algoritmo può verificare la corrispondenza tra un volto e una fotografia. Può segnalare un’anomalia. Può incrociare informazioni provenienti da diverse banche dati. Può individuare comportamenti statisticamente considerati atipici. Non può, tuttavia, sostituirsi integralmente alla decisione giuridica.

La decisione sull’ingresso, sul soggiorno, sul respingimento o sul rimpatrio non è una semplice operazione tecnica. Essa incide sulla libertà personale, sulla vita familiare, sul diritto di asilo, sulla protezione contro trattamenti inumani e degradanti e sul diritto a un ricorso effettivo. Deve pertanto restare riconducibile a un’autorità pubblica identificabile, essere adeguatamente motivata e poter essere sottoposta al controllo di un giudice.

Il rischio maggiore non è rappresentato soltanto dall’errore informatico. È rappresentato dall’errore che non può essere compreso, contestato o attribuito a un responsabile.

Se il sistema segnala una persona come sospetta, questa deve poter conoscere almeno gli elementi essenziali sui quali si fonda la segnalazione. Se il riconoscimento biometrico produce un falso positivo, deve esistere una procedura immediata di verifica umana. Se i dati vengono conservati, il cittadino e lo straniero devono sapere per quanto tempo, per quali finalità, da quale autorità e con quali possibilità di accesso, rettifica o cancellazione.

Le informazioni disponibili sul sistema di Dubai mostrano che non risultano pubblicati i tassi di errore dello specifico algoritmo utilizzato. Restano inoltre aperte questioni relative alla conservazione dei dati e al quadro regolatorio applicabile. La stessa esperienza internazionale ha mostrato che i sistemi di riconoscimento facciale possono produrre tassi di errore differenti a seconda del sesso, dell’origine geografica e della qualità delle immagini utilizzate.

La biometria, inoltre, presenta un problema ulteriore. Una password può essere modificata. Un volto, un’iride o un’impronta digitale non possono essere sostituiti con la stessa facilità. Quando un dato biometrico viene compromesso, la vulnerabilità accompagna potenzialmente la persona per tutta la vita.

Il controllo tecnologico delle frontiere deve quindi essere accompagnato da un quadro giuridico almeno altrettanto avanzato. Non è accettabile che l’innovazione proceda a una velocità maggiore rispetto alla costruzione delle garanzie. Prima di generalizzare questi sistemi, occorre stabilire regole chiare sulla qualità dei dati, sulla sicurezza degli archivi, sull’interoperabilità delle banche dati, sulla durata della conservazione, sull’accesso delle autorità, sulla responsabilità per gli errori e sul divieto di discriminazione algoritmica.

Il caso di Dubai conferma anche un’altra riflessione sviluppata da www.reimmigrazione.com. Nell’articolo del 26 maggio 2026 avevamo evidenziato che l’intelligenza artificiale non cambierà soltanto il modo in cui gli Stati controllano chi entra. Cambierà anche le ragioni economiche con cui gli Stati decidono quanti lavoratori stranieri ammettere.

Per decenni l’immigrazione di massa è stata giustificata attraverso la necessità di nuova manodopera, la crisi demografica e la sostenibilità del sistema previdenziale. Ma se l’intelligenza artificiale e l’automazione ridurranno progressivamente la domanda di lavoro umano, tale impostazione dovrà essere radicalmente riconsiderata. Una società nella quale diminuiscono le possibilità di occupazione non può continuare a programmare i flussi sulla base di modelli economici costruiti nel secolo scorso.

L’intelligenza artificiale interverrà quindi su entrambi i lati del fenomeno migratorio.

Da una parte, controllerà gli ingressi attraverso identità digitali, biometria, analisi predittiva e sistemi automatizzati. Dall’altra, modificherà il mercato del lavoro che dovrebbe consentire agli stranieri di integrarsi nella società di destinazione.

Per questa ragione il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” assume una rilevanza ancora maggiore. In un futuro nel quale il lavoro disponibile potrebbe ridursi e il controllo delle frontiere potrebbe diventare quasi integralmente digitale, la permanenza non potrà dipendere soltanto dal trascorrere del tempo o dall’esistenza formale di un titolo di soggiorno.

Dovrà fondarsi sulla verifica individuale del percorso compiuto dalla persona: lavoro effettivo, conoscenza della lingua, rispetto delle regole, partecipazione alla vita sociale e assenza di condotte incompatibili con la permanenza.

La tecnologia può aiutare lo Stato a conoscere chi entra e chi esce. Può rendere più efficiente l’esecuzione delle decisioni. Può impedire che persone già identificate utilizzino documenti differenti o identità fittizie. Può ridurre l’area di irregolarità prodotta da archivi frammentati e amministrazioni incapaci di comunicare tra loro.

Non può però stabilire da sola chi si è realmente integrato.

L’integrazione non è un dato biometrico. Non può essere ricavata dal volto, dall’origine nazionale o da un profilo statistico. Deve essere valutata attraverso comportamenti individuali, dati verificabili e una decisione amministrativa motivata.

Allo stesso modo, la ReImmigrazione non può essere il risultato automatico di un punteggio algoritmico. Il rientro nel Paese di origine deve derivare da una decisione giuridica individuale, adottata nel rispetto delle garanzie previste dalla legge, dopo aver verificato l’assenza dei presupposti per la permanenza e la concreta eseguibilità del rimpatrio.

Il modello di Dubai dimostra che gli Stati possiedono ormai strumenti tecnici capaci di controllare milioni di persone in tempi estremamente ridotti. L’Europa non può ignorare questa trasformazione e continuare a governare l’immigrazione attraverso procedure lente, archivi non comunicanti, decisioni ineseguite e responsabilità amministrative frammentate.

Deve però evitare l’errore opposto: consegnare alla macchina la decisione sull’essere umano.

La frontiera del futuro sarà certamente digitale e biometrica. La gestione dei flussi sarà sempre più assistita dagli algoritmi. Ma la legittimità di questo nuovo sistema dipenderà da un principio che non può essere negoziato: la tecnologia deve servire il diritto, non sostituirlo.

Dubai porta oggi alla frontiera ciò che www.reimmigrazione.com aveva previsto. L’immigrazione sarà governata dagli algoritmi. Spetta alla politica e al diritto stabilire se quegli algoritmi saranno semplici strumenti dell’autorità pubblica oppure diventeranno, senza un’autentica decisione democratica, la nuova autorità invisibile delle frontiere.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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