Gianni Alemanno, intervenendo a L’Aria che tira (https://www.la7.it/laria-che-tira/video/immigrazione-gianni-alemanno-sembrava-un-grande-successo-del-governo-italiano-ma-in-realta-lue-ogni-05-08-2026-653907?amp) , ha sostenuto che quello che inizialmente era stato presentato come un grande successo del Governo italiano si sarebbe progressivamente trasformato nella conferma della solitudine dell’Italia, costretta ad affrontare il fenomeno migratorio senza una vera solidarietà europea.
È una critica che intercetta un problema reale. L’Unione europea continua a modificare strumenti, priorità e indirizzi, mentre gli Stati collocati lungo le frontiere esterne sopportano il peso politico, amministrativo ed economico della gestione concreta degli ingressi. L’Italia, in particolare, ha investito molto sul modello Albania, presentandolo come anticipazione di una futura politica europea di esternalizzazione delle procedure, ma rischia ora di trovarsi nuovamente sola di fronte ai costi, al contenzioso e alle difficoltà operative di quel sistema.
Limitarsi a denunciare la solitudine italiana, tuttavia, non è sufficiente. Il problema più profondo non riguarda soltanto il luogo nel quale trattenere gli stranieri, il Paese terzo con cui concludere un accordo o il soggetto chiamato a sostenere i costi delle strutture. Il vero vuoto della politica migratoria italiana ed europea è rappresentato dall’assenza di una decisione tempestiva, individuale, verificabile ed effettivamente eseguibile sulla permanenza.
Da anni il dibattito pubblico oscilla tra due impostazioni opposte, ma ugualmente incapaci di governare il fenomeno. Da una parte vi è chi considera ogni ingresso come l’inizio di una permanenza destinata, prima o poi, a consolidarsi; dall’altra chi riduce la politica migratoria alla costruzione di centri, all’esternalizzazione delle procedure e alla promessa di rimpatri generalizzati che, nella maggior parte dei casi, non vengono eseguiti.
In entrambi i casi viene elusa la questione centrale: stabilire, per ciascuna persona, se esistano le condizioni giuridiche e sostanziali per continuare a vivere nel territorio dello Stato.
Anche il modello Albania rischia di rimanere prigioniero di questa contraddizione. Il trasferimento di una persona in una struttura collocata fuori dal territorio italiano non decide automaticamente il suo destino giuridico. Non rende più semplice l’accertamento del diritto alla protezione, non elimina la necessità di una valutazione individuale e non garantisce l’effettività del successivo rimpatrio.
Il centro rappresenta un luogo fisico. La decisione sulla permanenza, invece, è un atto giuridico complesso, che deve tenere conto del titolo di soggiorno, delle condizioni personali, dell’eventuale diritto alla protezione, dei legami familiari, del percorso lavorativo, della conoscenza della lingua, del rispetto delle regole e della concreta possibilità di eseguire l’allontanamento.
Continuare a discutere soltanto di centri significa, pertanto, confondere lo strumento con la decisione. Un centro può servire a organizzare una procedura, ma non può sostituire l’amministrazione nel compito di stabilire chi abbia diritto di restare e chi debba lasciare il territorio nazionale.
È proprio su questo punto che emerge uno dei limiti strutturali dell’attuale sistema italiano: la frammentazione delle competenze.
La gestione dell’immigrazione è oggi distribuita tra Questure, Prefetture, Commissioni territoriali, articolazioni ministeriali, forze di polizia, autorità consolari e giudici. Ognuno interviene su una parte della procedura, ma manca un soggetto istituzionale specializzato che segua unitariamente la posizione dello straniero dall’ingresso fino alla stabilizzazione o, in alternativa, fino al rimpatrio.
La conseguenza è un sistema nel quale nessuno possiede realmente la responsabilità complessiva della decisione. Le Questure sono sovraccaricate da funzioni amministrative, documentali, investigative e di ordine pubblico. Le Prefetture operano su procedimenti diversi e spesso non coordinati. Le Commissioni territoriali valutano le domande di protezione internazionale, ma non governano la fase successiva. Gli uffici immigrazione trattano migliaia di pratiche senza disporre sempre degli strumenti e delle risorse necessarie per seguire il percorso individuale nel tempo.
In questa dispersione amministrativa la permanenza finisce frequentemente per dipendere non da una decisione consapevole dello Stato, ma dalla durata dei procedimenti, dalla difficoltà di reperire documenti, dalla mancata esecuzione dei provvedimenti e dal trascorrere degli anni.
Per questa ragione, uno dei pilastri del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” è l’istituzione di un Corpo di polizia dell’immigrazione, specializzato e autonomamente organizzato, al quale attribuire il compito di seguire in maniera unitaria il percorso amministrativo dello straniero.
Non si tratterebbe di creare l’ennesimo apparato repressivo né di sostituire le ordinarie forze dell’ordine nelle attività di pubblica sicurezza. Il Corpo dovrebbe essere concepito come una struttura altamente specializzata, dotata di competenze giuridiche, amministrative e operative, capace di collegare il controllo della regolarità del soggiorno, la verifica dell’integrazione e l’esecuzione delle decisioni di rimpatrio.
La sua funzione principale dovrebbe essere quella di restituire allo Stato la capacità di assumere e attuare una decisione sulla permanenza.
Il Corpo di polizia dell’immigrazione dovrebbe seguire la posizione individuale fin dall’ingresso, verificare il rispetto delle condizioni previste dal titolo di soggiorno, collaborare con gli uffici competenti nell’accertamento del percorso di integrazione, aggiornare la situazione lavorativa e familiare e intervenire quando vengano meno i presupposti della permanenza.
La specializzazione consentirebbe inoltre di distinguere situazioni profondamente diverse, che oggi vengono spesso trattate all’interno del medesimo circuito amministrativo. Lo straniero che lavora, conosce la lingua, rispetta le regole e ha costruito legami familiari e sociali non può essere trattato allo stesso modo di chi rimane irregolarmente sul territorio, si sottrae alle procedure o viola gravemente le condizioni della permanenza.
L’integrazione, nel paradigma, non è una dichiarazione ideologica né una generica adesione culturale. È un processo giuridicamente verificabile attraverso tre indicatori fondamentali: lavoro, lingua e rispetto delle regole. Proprio un organismo specializzato potrebbe trasformare questi indicatori in una valutazione amministrativa seria, uniforme e periodica, evitando che la stabilizzazione dipenda soltanto dal decorso del tempo.
Quando il percorso di integrazione risulta effettivo, lo Stato deve riconoscerlo e favorirne il consolidamento. Quando, invece, mancano un titolo di soggiorno, una concreta integrazione e ragioni di protezione, deve essere avviato un percorso di ReImmigrazione, preferibilmente volontario e assistito, ma realmente eseguibile quando la collaborazione non sia possibile.
Anche sotto questo profilo il Corpo di polizia dell’immigrazione avrebbe una funzione decisiva. Oggi il rimpatrio è spesso considerato soltanto nella fase finale, quando la persona vive in Italia da anni, ha accumulato relazioni, ha eventualmente lavorato e ha attraversato molteplici procedimenti amministrativi e giudiziari. La ReImmigrazione, invece, deve iniziare molto prima dell’accompagnamento alla frontiera.
Deve cominciare nel momento in cui lo Stato accerta che non esistono più le condizioni per una permanenza regolare. Da quel momento occorre predisporre l’identificazione, acquisire i documenti, mantenere i rapporti con il Paese di origine, prospettare programmi di rimpatrio volontario, organizzare il reinserimento e impedire che la decisione rimanga priva di esecuzione.
Il rimpatrio non può essere il risultato occasionale di un controllo di polizia effettuato anni dopo. Deve costituire l’esito conclusivo di un procedimento amministrativo ordinato, individuale e seguito da un’autorità chiaramente responsabile.
Il Corpo di polizia dell’immigrazione dovrebbe pertanto operare in collegamento con il Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione, altra componente essenziale del paradigma. Al Ministero spetterebbe l’indirizzo politico e amministrativo; al Corpo la funzione operativa, la verifica dei percorsi individuali e l’esecuzione delle decisioni.
In questo modello la politica migratoria non sarebbe più divisa tra un’accoglienza priva di condizioni e un’espulsione proclamata ma raramente realizzata. Lo Stato assumerebbe la responsabilità di osservare, valutare e decidere.
È questo il punto che manca anche nella critica formulata da Alemanno. La solitudine italiana rispetto all’Europa è certamente un problema, ma non può diventare l’alibi per nascondere l’inefficienza interna. Prima ancora di chiedere all’Unione europea di condividere i centri, i costi o i rimpatri, l’Italia deve costruire un’amministrazione capace di sapere chi si trova sul proprio territorio, per quale ragione vi si trova e se esistano ancora le condizioni per rimanervi.
Senza questa capacità, anche gli eventuali hub europei rischiano di diventare nuove strutture nelle quali collocare persone sulle quali non è stata assunta una decisione definitiva o la cui espulsione non può essere concretamente eseguita.
L’Italia non ha bisogno soltanto di più solidarietà europea. Ha bisogno di recuperare sovranità amministrativa, specializzazione e responsabilità.
La permanenza non può essere il prodotto della disorganizzazione dello Stato. Deve essere il risultato di una valutazione individuale fondata sulla legge e sull’integrazione verificabile. Allo stesso modo, la ReImmigrazione non può ridursi a uno slogan o a una promessa elettorale: deve essere preparata, amministrata ed eseguita da istituzioni specializzate.
Alemanno ha dunque ragione nel denunciare l’isolamento dell’Italia. Ma il vero vuoto rimane la decisione sulla permanenza. Finché non esisterà un’autorità capace di accompagnare ogni posizione dall’ingresso fino all’integrazione o alla ReImmigrazione, continueremo a costruire centri senza governare le persone e ad approvare provvedimenti che nessuno è realmente in grado di eseguire.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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