Mezzo milione di irregolari e sessant’anni di rimpatri: la necessità della permanenza condizionata

I dati ufficiali pubblicati dal Ministero dell’Interno dovrebbero indurre ad una riflessione che va ben oltre il tradizionale dibattito tra favorevoli e contrari all’immigrazione. Troppo spesso il confronto pubblico si concentra esclusivamente sul numero degli sbarchi, sulle operazioni di soccorso in mare o sui rimpatri eseguiti. Tuttavia, quando si analizzano i numeri nel loro complesso, emerge una realtà che non può essere ignorata.

Secondo le stime più accreditate, in Italia sarebbero presenti circa cinquecentomila stranieri in posizione irregolare. Nello stesso tempo, i dati ufficiali mostrano che il numero dei rimpatri annuali, pur in crescita, rimane quantitativamente limitato rispetto alle dimensioni complessive del fenomeno. Mantenendo gli attuali ritmi di esecuzione, sarebbero necessari circa sessant’anni per rimpatriare tutti gli irregolari presenti sul territorio nazionale, senza considerare i nuovi ingressi e le nuove situazioni di irregolarità che inevitabilmente si producono nel corso del tempo.

Questa semplice constatazione matematica è sufficiente per comprendere perché il dibattito sull’immigrazione debba essere completamente ripensato.

Per anni la discussione pubblica si è sviluppata attorno ad una contrapposizione apparentemente insuperabile. Da una parte vi è chi ritiene che la soluzione consista nell’accoglienza permanente e generalizzata. Dall’altra parte vi è chi individua nel rimpatrio la risposta principale al fenomeno migratorio. I numeri dimostrano però che entrambe le impostazioni, considerate isolatamente, risultano insufficienti.

Uno Stato democratico ha certamente il dovere di controllare le proprie frontiere e di eseguire i provvedimenti di allontanamento adottati secondo la legge. Al tempo stesso, però, deve confrontarsi con la presenza di centinaia di migliaia di persone che vivono stabilmente sul territorio nazionale e che, in molti casi, sviluppano percorsi lavorativi, familiari e sociali destinati a protrarsi nel tempo.

La vera questione diventa allora individuare il criterio attraverso il quale distinguere chi può legittimamente aspirare a rimanere da chi, invece, deve essere destinatario di un provvedimento di allontanamento.

È proprio in questo contesto che si colloca il primo pilastro del paradigma Integrazione o ReImmigrazione: la permanenza condizionata come fondamento giuridico del soggiorno.

La permanenza sul territorio nazionale non può essere considerata un diritto acquisito una volta per tutte. Essa deve essere subordinata alla verifica di condizioni oggettive e misurabili. Il lavoro, la conoscenza della lingua italiana, il rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento e la partecipazione alla vita della comunità rappresentano gli elementi attraverso i quali valutare il livello di integrazione dello straniero.

Chi dimostra concretamente di essersi integrato deve poter beneficiare di un percorso di stabilizzazione della propria posizione giuridica. Chi invece rifiuta ogni forma di integrazione o manifesta comportamenti incompatibili con la convivenza civile non può pretendere che la permanenza sul territorio nazionale sia garantita indipendentemente dalle proprie condotte.

Il problema principale dell’attuale sistema è che lo Stato misura gli sbarchi, registra le domande di protezione internazionale, monitora i rimpatri e contabilizza le presenze nei centri di accoglienza, ma non dispone ancora di un sistema organico capace di misurare il grado di integrazione delle persone presenti sul territorio.

In altre parole, l’Italia è oggi in grado di contare chi arriva e chi parte, ma non è ancora in grado di valutare in modo sistematico chi si è realmente integrato.

La permanenza condizionata nasce proprio per colmare questa lacuna. Non si tratta di una politica di accoglienza indiscriminata né di una politica di espulsione generalizzata. Si tratta piuttosto di introdurre un criterio giuridico chiaro, verificabile e trasparente che permetta di collegare il diritto a rimanere all’effettivo percorso di integrazione compiuto dalla persona.

Se il dato dei sessant’anni necessari per rimpatriare tutti gli irregolari appare oggi così rilevante, è perché dimostra il limite strutturale delle soluzioni tradizionali. Il futuro delle politiche migratorie non dipenderà esclusivamente dal numero degli sbarchi o dal numero dei rimpatri, ma dalla capacità dello Stato di valutare concretamente il grado di integrazione di chi vive sul proprio territorio.

È per questo motivo che la permanenza condizionata non rappresenta soltanto il primo pilastro del paradigma Integrazione o ReImmigrazione. Essa rappresenta anche il tentativo di offrire una risposta realistica ad una delle questioni più complesse che l’Italia dovrà affrontare nei prossimi decenni.

Avv. Fabio Loscerbo

Lobbista presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

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