Il decreto emesso dal Tribunale di Trieste il 16 giugno 2026 nel procedimento R.G. 3304/2026 rischia di essere letto esclusivamente come una decisione relativa alla mancata convalida di un trattenimento presso un Centro di Permanenza per il Rimpatrio. In realtà il suo significato va ben oltre il singolo caso e offre uno spunto di riflessione molto più ampio sul futuro delle politiche migratorie italiane.
La vicenda dimostra infatti che il vero problema non è il CPR.
Il vero problema è ciò che accade prima del CPR.
Da anni il dibattito politico italiano si concentra quasi esclusivamente sulla fase finale della gestione dell’immigrazione. Si discute di rimpatri, di espulsioni, di trattenimenti e di centri di permanenza. Si parla di sicurezza, di controlli e di procedure di allontanamento. Molto meno spazio viene invece dedicato alla questione centrale: come si valuta l’integrazione di uno straniero presente sul territorio nazionale?
Il caso esaminato dal Tribunale di Trieste dimostra tutta la fragilità dell’attuale sistema.
Per decidere sulla legittimità del trattenimento, il giudice ha dovuto ricostruire una storia personale lunga oltre vent’anni. Ha preso in considerazione la permanenza in Italia dal 2001, l’esistenza di un precedente permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, un’attività lavorativa svolta per quasi dieci anni, la presenza di figli regolarmente soggiornanti e inseriti nel tessuto sociale italiano, la disponibilità di un’abitazione e il mantenimento di relazioni familiari positive. Ha inoltre valutato il percorso svolto durante la detenzione e l’assenza di elementi sufficienti a dimostrare una pericolosità attuale.
Si tratta di elementi che riguardano direttamente il concetto di integrazione.
L’aspetto più significativo è che questa valutazione non è stata svolta da una struttura amministrativa specializzata, ma da un giudice chiamato a pronunciarsi in tempi rapidissimi sulla libertà personale di un individuo.
In altre parole, il sistema si è interrogato sul grado di integrazione dello straniero soltanto quando quest’ultimo era già arrivato all’ultima fase del percorso amministrativo.
È una situazione che evidenzia un evidente vuoto istituzionale.
Oggi le informazioni rilevanti per comprendere il livello di integrazione di una persona sono disperse tra una molteplicità di soggetti. Le Questure raccolgono dati sui titoli di soggiorno. I Comuni conoscono la situazione anagrafica. Le scuole registrano i percorsi formativi. L’INPS conserva le informazioni lavorative e contributive. I servizi sociali seguono le situazioni di fragilità. Le Commissioni territoriali esaminano le domande di protezione internazionale.
Nessuno però mette insieme questi elementi.
Nessuna istituzione è incaricata di elaborare una valutazione complessiva dell’integrazione.
Questo significa che lo Stato possiede una quantità enorme di informazioni ma non dispone di uno strumento capace di trasformarle in una vera politica pubblica.
Da tempo sostengo che il futuro delle politiche migratorie debba essere costruito attorno al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Tale paradigma si fonda su un principio molto semplice. Chi lavora, conosce la lingua italiana, rispetta le regole e partecipa alla vita della comunità deve poter trovare in Italia una prospettiva stabile. Chi invece rifiuta sistematicamente ogni percorso di integrazione non può pretendere di permanere indefinitamente nel territorio nazionale.
Ma per applicare questo principio è necessario che qualcuno misuri l’integrazione.
Non è sufficiente costruire nuovi CPR. Non è sufficiente rendere più rapide le procedure di rimpatrio. Non è sufficiente aumentare i controlli.
Occorre una struttura istituzionale capace di coordinare, monitorare e valutare l’intero percorso migratorio.
È qui che emerge la necessità di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione.
Un ministero dedicato avrebbe il compito di definire indicatori nazionali di integrazione, coordinare le attività delle amministrazioni coinvolte, elaborare sistemi di monitoraggio, promuovere percorsi linguistici e formativi e verificare periodicamente il raggiungimento degli obiettivi.
Allo stesso tempo dovrebbe assumere la responsabilità delle politiche di ReImmigrazione, organizzando percorsi di ritorno per coloro che non raggiungono gli standard minimi richiesti dall’ordinamento.
In questa prospettiva il CPR non rappresenterebbe più il centro della politica migratoria, ma soltanto il suo ultimo strumento operativo.
La vera politica migratoria inizierebbe molto prima.
Inizierebbe con la misurazione dell’integrazione.
Il decreto di Trieste mostra che questa funzione oggi non appartiene a nessuno. Ed è proprio questa la lezione più importante che emerge dal caso: se l’Italia vuole governare l’immigrazione anziché limitarsi a gestirne le emergenze, dovrà dotarsi di nuove istituzioni.
Dal CPR al Ministero dell’Integrazione, il passo può sembrare lungo. In realtà rappresenta la naturale evoluzione di una politica migratoria che voglia fondarsi non sull’improvvisazione, ma sulla programmazione, sulla responsabilità e sulla capacità dello Stato di distinguere chi si integra da chi non si integra.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

Una Carta locale dei diritti e dei doveri: l’integrazione come patto con la comunità
L’integrazione non può essere ridotta alla conoscenza della lingua, alla disponibilità di un lavoro o alla semplice permanenza nel territorio. È anche adesione a un insieme di regole comuni, riconoscimento reciproco e partecipazione alla vita della comunità. Per questa ragione, il progetto locale ispirato al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” potrebbe prevedere l’adozione di una Carta…
L’Europa litiga sull’immigrazione perché manca una regia. Anche l’Italia ha bisogno di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione
Nell’articolo “La lite sull’immigrazione che l’Europa non può permettersi”, pubblicato su Formiche.net l’11 agosto 2026, Stefano Stefanini parte dalle tensioni tra Italia e Spagna seguite alla crisi di Ceuta per porre una questione più ampia: l’immigrazione è una sfida europea e non può essere governata attraverso risposte nazionali disordinate, sovrapposte o apertamente conflittuali. Il punto…
Il Portogallo sceglie l’integrazione, non le porte aperte. Ma l’integrazione deve essere verificata
Il Portogallo si sta avvicinando al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. La posizione espressa dal primo ministro Luís Montenegro non coincide ancora integralmente con il modello che proponiamo, ma ne condivide ormai il punto di partenza essenziale: una politica migratoria non può essere fondata sull’apertura indiscriminata delle frontiere, né può limitarsi a consentire l’ingresso senza interrogarsi…
- Una Carta locale dei diritti e dei doveri: l’integrazione come patto con la comunità
- L’Europa litiga sull’immigrazione perché manca una regia. Anche l’Italia ha bisogno di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione
- Il Portogallo sceglie l’integrazione, non le porte aperte. Ma l’integrazione deve essere verificata
- Frontières ouvertes, éloignements inefficaces : la contradiction de la politique migratoire européenne
- La destra e l’immigrazione: venticinque anni di ricette, un problema ancora irrisolto



Lascia un commento