Nel dibattito europeo sull’immigrazione si tende a concentrare l’attenzione su strumenti visibili e immediati: controlli alle frontiere, rimpatri, accordi con Paesi terzi. Tuttavia, una parte rilevante della strategia dell’Unione si sviluppa su un piano meno evidente, ma decisivo: quello economico-industriale. Gli emendamenti di compromesso adottati in sede di Commissione per lo sviluppo (DEVE) sulla proposta di modifica del regolamento (UE) 2024/1252 offrono una chiave di lettura particolarmente significativa di questa dinamica.
Il tema apparentemente centrale è quello delle materie prime critiche. L’Unione riconosce che l’accesso a tali risorse è essenziale per la transizione digitale ed energetica, nonché per la sicurezza industriale e strategica. Il documento evidenzia come i mercati globali di queste materie siano fortemente concentrati e spesso dominati da pochi attori, con conseguenti rischi geopolitici. In tale contesto, l’UE si propone di diversificare le fonti di approvvigionamento e rafforzare la cooperazione con partner ritenuti affidabili .
Fin qui, nulla di sorprendente. Ciò che invece merita attenzione è il modo in cui questa strategia viene costruita. L’Unione non si limita a cercare nuove fonti di approvvigionamento, ma intende intervenire direttamente nei Paesi di origine delle materie prime, promuovendo lo sviluppo locale delle capacità di estrazione, trasformazione e produzione. In altri termini, si passa da una logica di semplice importazione a una logica di integrazione industriale globale.
Il documento afferma espressamente la necessità di evitare che le materie prime siano soltanto esportate, promuovendo invece la creazione di valore nei Paesi partner, anche attraverso lo sviluppo di capacità industriali locali e la creazione di occupazione . Questa impostazione non è neutra: implica una trasformazione strutturale dei rapporti tra l’Unione e i Paesi, in particolare africani, ricchi di risorse.
È proprio in questo passaggio che emerge il collegamento, spesso sottovalutato, con il fenomeno migratorio. Gli emendamenti introducono un riferimento esplicito al nesso tra crisi, instabilità ambientale e spostamenti di popolazione, evidenziando come i rischi connessi alle catene di approvvigionamento siano strettamente legati a fenomeni di displacement umano . Si tratta di un riconoscimento importante: la migrazione non è trattata come un fenomeno autonomo, ma come effetto di dinamiche economiche, ambientali e geopolitiche.
Di conseguenza, la strategia europea assume una dimensione preventiva. Intervenire sulle filiere produttive e sullo sviluppo economico dei Paesi di origine significa, nelle intenzioni dell’Unione, ridurre le cause profonde della migrazione. È una logica coerente sul piano teorico, ma che solleva interrogativi rilevanti sul piano giuridico e politico.
Parallelamente, il documento introduce obblighi stringenti per le grandi imprese europee. Queste sono chiamate a garantire la tracciabilità delle catene di approvvigionamento, a effettuare valutazioni di rischio e ad adottare misure di mitigazione, inclusa la diversificazione dei fornitori . Tali obblighi non si limitano agli aspetti economici, ma includono la considerazione dell’impatto sociale e ambientale, nonché il rispetto dei diritti umani nelle comunità locali.
Si delinea così un modello di governance globale delle filiere produttive, in cui l’Unione europea esercita un ruolo di regolatore, estendendo di fatto la propria influenza ben oltre i confini territoriali. Questo modello è coerente con l’obiettivo di garantire sicurezza degli approvvigionamenti, ma rappresenta anche uno strumento di politica estera e, indirettamente, di politica migratoria.
Il punto critico, tuttavia, emerge quando si osserva ciò che manca. L’Unione interviene sulle cause economiche e strutturali della migrazione, investe nei Paesi di origine, condiziona le relazioni internazionali, ma non definisce in modo chiaro un criterio giuridico interno di permanenza. In altri termini, si agisce sul “prima” della migrazione, ma si lascia irrisolta la questione del “dopo”.
Questo squilibrio rischia di compromettere l’efficacia complessiva del sistema. Senza un criterio interno chiaro – fondato su parametri oggettivi e verificabili – la gestione dei flussi migratori rimane affidata a strumenti frammentari, oscillando tra protezione e espulsione, senza una vera capacità di governo.
Gli emendamenti analizzati mostrano dunque una strategia europea articolata su due livelli: da un lato, l’intervento esterno attraverso sviluppo economico e controllo delle filiere; dall’altro, la crescente attenzione alla sicurezza delle forniture e alla stabilità geopolitica. Tuttavia, manca un terzo livello, fondamentale: la definizione di un modello interno coerente di integrazione e permanenza.
In assenza di tale modello, il rischio è quello di costruire un sistema sofisticato sul piano economico e geopolitico, ma fragile sul piano giuridico e sociale. La migrazione, infatti, non può essere gestita esclusivamente attraverso strumenti esterni. Richiede una definizione chiara delle condizioni di appartenenza e permanenza all’interno dello spazio europeo.
Il documento in esame, pur non affrontando direttamente la disciplina dell’immigrazione, conferma una tendenza ormai evidente: l’Unione europea sta progressivamente spostando il baricentro della propria politica migratoria fuori dai propri confini, senza però completare la costruzione di un sistema interno coerente. È in questa tensione che si colloca oggi il futuro della governance migratoria europea.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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