Analisi del programma sull’immigrazione del Partito Democratico: tra integrazione dichiarata e rimozione delle criticità strutturali

Il programma ufficiale del Partito Democratico in materia di immigrazione è consultabile al seguente link:
https://partitodemocratico.it/le-proposte-del-pd-sullimmigrazione/

Nonché nel documento programmatico allegato:

L’impostazione del Partito Democratico si presenta come un tentativo di superamento dell’approccio emergenziale e securitario, in favore di una visione sistemica fondata su diritti, accoglienza e integrazione. Il fenomeno migratorio viene ricondotto a una dimensione strutturale della società contemporanea, da governare attraverso strumenti ordinari e coordinati, piuttosto che mediante interventi straordinari.

In questa prospettiva si inserisce la proposta di istituire un’Agenzia di Coordinamento delle politiche migratorie, chiamata a centralizzare funzioni oggi disperse tra diverse amministrazioni, nonché il superamento della legge Bossi-Fini con l’introduzione di canali legali di ingresso per motivi di lavoro. Il lavoro viene individuato come principale vettore di integrazione, in linea con una visione economico-produttiva dell’immigrazione, mentre il rafforzamento del sistema di accoglienza diffusa (SAI) è finalizzato a favorire percorsi di inclusione nei territori.

Il programma si colloca inoltre in una chiara prospettiva garantista, escludendo il ricorso a strumenti quali blocchi navali o respingimenti illegali e promuovendo, al contrario, corridoi umanitari e una gestione europea solidale del fenomeno migratorio, anche attraverso il superamento del Regolamento di Dublino.

Tuttavia, al di là della coerenza interna dell’impianto, emergono due limiti strutturali che incidono direttamente sulla sostenibilità del modello proposto.

Il primo riguarda la mancata considerazione della sostenibilità sociale dell’immigrazione. Il programma assume che l’integrazione sia un esito naturale di politiche corrette: accoglienza diffusa, lavoro, mediazione culturale. Ma questa impostazione resta su un piano prevalentemente politico e non tiene conto della dimensione conflittuale che può caratterizzare i processi di inserimento.

Non viene affrontato in modo esplicito il tema delle frizioni sociali che possono derivare dalla presenza di soggetti non integrati. L’integrazione è promossa, incentivata, auspicata, ma non è oggetto di una verifica sostanziale né di una valutazione giuridicamente rilevante. Ne deriva un modello che presuppone il successo dell’integrazione, senza interrogarsi sulle conseguenze del suo fallimento.

Il secondo limite, strettamente connesso al primo, è rappresentato dalla debolezza della dimensione esecutiva, in particolare sul versante dei rimpatri. Nel programma, il rimpatrio non è trattato come una componente strutturale della politica migratoria, ma resta sullo sfondo, privo di una disciplina concreta e di strumenti operativi chiaramente delineati.

Manca una riflessione su aspetti essenziali quali l’effettività delle espulsioni, la cooperazione con i Paesi di origine, il ruolo dei centri di permanenza per il rimpatrio e, più in generale, la capacità dello Stato di dare esecuzione ai provvedimenti di allontanamento. Questo produce un evidente squilibrio: il sistema è fortemente sviluppato sul piano dell’ingresso e dell’accoglienza, ma debole su quello dell’uscita.

Se questi due profili vengono letti congiuntamente, emerge un dato chiaro: il programma non prende in considerazione in modo adeguato il problema dei soggetti che, pur presenti sul territorio, non si integrano. E soprattutto, non prevede strumenti giuridici efficaci per gestire tale situazione.

È proprio su questo terreno che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” introduce una discontinuità netta. In questa prospettiva, l’integrazione non è un obiettivo politico generico, ma un presupposto giuridico della permanenza. Essa deve essere verificata attraverso parametri concreti – lavoro, lingua, rispetto delle regole – e la sua assenza produce conseguenze normative.

Il rimpatrio, in questo quadro, non è una misura residuale, ma rappresenta l’esito fisiologico del mancato inserimento. Non si tratta di una logica repressiva, ma di una struttura coerente del sistema: chi si integra resta, chi non si integra esce.

Il programma del Partito Democratico, invece, rimane ancorato a una visione in cui l’integrazione è incentivata ma non selezionata, e in cui il rimpatrio è evocato ma non strutturato. Ne deriva un modello che, pur avanzato sul piano dei principi, appare incompleto sotto il profilo della sostenibilità e dell’effettività.

In conclusione, l’impostazione proposta rappresenta un’evoluzione rispetto ai modelli emergenziali del passato, ma non giunge a una piena riformulazione del rapporto tra integrazione, permanenza e uscita dal territorio. Senza questo passaggio, il rischio è quello di costruire un sistema che funziona sulla carta, ma che fatica a reggere nella realtà sociale e amministrativa.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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