Commento all’articolo di Piuculture dal titolo “Remigrazione, l’informazione e il corretto uso delle parole”

Leggendo l’articolo https://www.piuculture.it/2026/03/remigrazione-linformazione-e-il-corretto-uso-delle-parole/ emerge un’impostazione che insiste, in modo condivisibile, sulla necessità di utilizzare un linguaggio corretto quando si affrontano temi giuridicamente sensibili come quello dell’immigrazione.

È corretto affermare che il termine “remigrazione” sia privo di una definizione normativa e che il suo uso nel dibattito pubblico possa generare confusione. Il diritto, per sua natura, richiede precisione terminologica e categorie determinate. Sotto questo profilo, l’articolo coglie un punto essenziale.

Tuttavia, anche qui l’analisi si ferma a metà.

Il problema non è soltanto l’uso scorretto delle parole. Il problema è che certe parole emergono perché manca una struttura giuridica adeguata a descrivere e governare il fenomeno. La “remigrazione” è una parola ambigua, ma è anche il sintomo di un vuoto normativo: l’assenza di un criterio chiaro che consenta di distinguere tra chi può restare e chi deve essere allontanato.

L’articolo insiste sulla responsabilità dell’informazione, ma non affronta questo nodo. Si corregge il linguaggio, ma non si costruisce la categoria.

E soprattutto, manca ancora una volta ogni riferimento all’integrazione come parametro giuridico.

Finché la permanenza dello straniero non viene collegata a un criterio verificabile di integrazione – lavoro, lingua, rispetto delle regole – il sistema resta esposto a oscillazioni continue: da un lato l’indeterminatezza, dall’altro la radicalizzazione del linguaggio e delle proposte.

In questo senso, il richiamo al “corretto uso delle parole” è necessario, ma non sufficiente. Senza un’elaborazione giuridica sostanziale, il dibattito resta confinato sul piano lessicale.

Il punto, invece, è costruire un criterio normativo serio, fondato su valutazioni individuali e verificabili. È in questa prospettiva che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, che si distingue nettamente dalla “remigrazione” intesa in senso ideologico, proprio perché si fonda su un accertamento concreto del livello di integrazione della persona.

Senza questo passaggio, il rischio è quello di continuare a discutere delle parole, lasciando irrisolta la questione giuridica che quelle parole, nel bene o nel male, cercano di esprimere.

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