Il voto delle seconde generazioni e la trasformazione del corpo elettorale: profili giuridici e sistemici alla luce del referendum sulla Giustizia 2026

L’esito del referendum sulla giustizia del 2026, al di là di ogni valutazione sul merito della riforma, consente di isolare un dato strutturale che merita una riflessione autonoma: il ruolo del voto giovanile e, al suo interno, il peso crescente delle seconde generazioni nel corpo elettorale.

I numeri sono già sufficienti a delineare il fenomeno. La fascia 18–34 anni in Italia è composta da circa 10,2 milioni di persone. All’interno di questa platea, i giovani con background migratorio rappresentano una quota stimata tra il 10% e il 15%, mentre la seconda generazione in senso stretto si colloca tra il 7% e il 10%. In termini assoluti, ciò significa che tra 700.000 e 1.000.000 di giovani rientrano in questa categoria. Di questi, circa il 70–75% ha già acquisito la cittadinanza italiana, entrando a pieno titolo nel corpo elettorale.

Questo dato è decisivo: la seconda generazione non è più un fenomeno esterno al sistema politico, ma una sua componente interna e strutturale.

Se si passa al dato elettorale, il referendum del 2026 ha registrato un’affluenza elevata, pari a circa il 58–59%, segno di una mobilitazione diffusa. All’interno di questo contesto, il comportamento elettorale dei giovani presenta una caratteristica specifica: nella fascia 18–34 anni, circa il 61% degli elettori si è espresso per il NO, a fronte di un dato complessivo nazionale attestato intorno al 54%.

Ne deriva che il voto giovanile ha inciso in modo significativo sull’esito finale, orientandolo in misura più marcata rispetto alla media generale.

Il punto, tuttavia, non è semplicemente registrare questa divergenza, ma comprenderne le implicazioni sistemiche. Se si considera che le seconde generazioni rappresentano circa 1 giovane su 10 nella fascia elettorale considerata, e che la maggior parte di esse è ormai titolare del diritto di voto, risulta inevitabile concludere che esse abbiano contribuito – in misura non marginale – alla formazione di quel blocco giovanile che ha espresso un orientamento elettorale definito e rilevante.

È opportuno precisare che si tratta di una inferenza fondata su dati strutturali e non di una rilevazione diretta: allo stato, non esistono statistiche ufficiali che incrocino il voto con la condizione di seconda generazione. Tuttavia, la concentrazione demografica di questa categoria nella fascia giovanile e la loro crescente partecipazione elettorale rendono il loro contributo non solo plausibile, ma necessario.

Questo passaggio segna una trasformazione di fondo.

Il diritto positivo ha già operato una scelta chiara: attraverso i meccanismi di acquisizione della cittadinanza, ha incluso una quota crescente di seconde generazioni nel corpo elettorale, riconoscendo loro la pienezza dei diritti politici ai sensi dell’articolo 48 della Costituzione. Ma tale inclusione giuridica non coincide automaticamente con una integrazione sostanziale.

Ed è proprio questa possibile divaricazione a porre le questioni più rilevanti per la tenuta del sistema democratico.

Il primo profilo riguarda la qualità della partecipazione politica. Quando una componente significativa dell’elettorato è composta da soggetti con percorsi di integrazione differenziati, il voto tende a riflettere non solo appartenenze formali, ma anche traiettorie sociali, culturali ed economiche eterogenee. Il risultato è una maggiore complessità nella formazione della volontà politica collettiva.

Il secondo profilo attiene alla funzione della cittadinanza. Tradizionalmente, essa opera come fattore di unificazione del corpo politico. Tuttavia, quando l’acquisizione della cittadinanza non è accompagnata da un processo integrativo pienamente compiuto, essa rischia di perdere parte della sua funzione coesiva, trasformandosi in un mero status giuridico formale.

Il terzo profilo riguarda la capacità dell’ordinamento di governare tali dinamiche nel passaggio tra immigrazione e cittadinanza. In Italia esistono strumenti normativi volti a favorire l’integrazione dello straniero nella fase antecedente all’acquisizione dello status civitatis, ma essi operano esclusivamente prima del riconoscimento della cittadinanza e non incidono sul momento successivo.

Nel caso delle seconde generazioni già divenute cittadine italiane, infatti, viene meno qualsiasi meccanismo giuridico strutturato di accompagnamento o verifica del percorso integrativo. L’ordinamento, una volta attribuito lo status, presuppone implicitamente l’avvenuta integrazione, senza prevedere strumenti ulteriori di consolidamento o monitoraggio.

Questo determina una possibile discontinuità: mentre la fase precedente alla cittadinanza è oggetto di regolazione, quella successiva – pur incidendo direttamente sulla partecipazione democratica – è sostanzialmente priva di strumenti normativi specifici.

Il dato del referendum 2026 consente quindi di cogliere un passaggio cruciale: le seconde generazioni non sono più un tema del diritto dell’immigrazione in senso stretto, ma un elemento interno alla dinamica costituzionale della democrazia rappresentativa. Esse partecipano al voto, contribuiscono agli esiti elettorali e incidono, insieme alle altre componenti generazionali, sulla direzione delle scelte collettive.

Ne deriva che la questione non può essere affrontata in termini quantitativi, limitandosi a registrare la loro presenza. È necessario interrogarsi sulla qualità del processo che conduce dall’ingresso nel territorio nazionale all’acquisizione della cittadinanza e, quindi, alla partecipazione politica.

Il rischio, altrimenti, è quello di una progressiva dissociazione tra integrazione giuridica e integrazione sostanziale, con effetti potenzialmente destabilizzanti sulla coesione del corpo elettorale.

È proprio in questa prospettiva che assume un rilievo sistemico il paradigma Integrazione o ReImmigrazione.

Il dato elettorale del 2026, letto insieme ai dati demografici, evidenzia una trasformazione già in atto: le seconde generazioni sono parte integrante della democrazia italiana e contribuiscono alla formazione degli equilibri politici. Tuttavia, tale presenza, se non governata a monte, rischia di inserirsi in un contesto di crescente polarizzazione.

Come già evidenziato in precedenti analisi, l’assenza di una gestione strutturata del fenomeno migratorio tende a produrre una dinamica di contrapposizione tra due estremi: da un lato, un modello inclusivo fondato su criteri prevalentemente formali; dall’altro, una reazione restrittiva che mira a ridurre o bloccare il fenomeno stesso.

Questa polarizzazione non nasce dalla presenza delle seconde generazioni, ma dal mancato governo del processo che conduce alla loro formazione.

Il punto decisivo, dunque, si colloca temporalmente prima.

Le seconde generazioni di oggi sono il prodotto delle politiche migratorie e dei modelli di integrazione adottati negli anni precedenti. Allo stesso modo, le seconde generazioni di domani saranno il risultato delle scelte compiute oggi nei confronti dei cittadini stranieri attualmente presenti sul territorio.

Adottare il paradigma Integrazione o ReImmigrazione in questa fase significa intervenire su questo snodo fondamentale. Non si tratta soltanto di regolare i flussi o di definire lo status giuridico degli stranieri, ma di incidere sulla qualità del processo integrativo che darà origine alla futura cittadinanza.

In altri termini, la qualità dell’integrazione degli stranieri oggi determina la qualità del corpo elettorale domani.

Se questo passaggio viene ignorato, il sistema democratico è destinato a evolvere verso forme di polarizzazione sempre più marcate, con il rischio di una contrapposizione strutturale tra visioni incompatibili. Se invece viene governato attraverso criteri sostanziali di integrazione – lavoro, lingua, rispetto delle regole – esso può tradursi in un fattore di stabilizzazione e rafforzamento della coesione sociale.

Il referendum del 2026, pertanto, non rappresenta soltanto un episodio contingente, ma segnala una traiettoria: quella di una democrazia sempre più influenzata da dinamiche generazionali e da processi migratori già consolidati.

Governare questa traiettoria significa agire oggi sulle condizioni dell’integrazione, per garantire domani la tenuta della comunità politica.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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