Nel luglio 2026 l’U.S. Immigration and Customs Enforcement ha effettuato 49.571 arresti, il dato mensile più alto del secondo mandato Trump. Secondo i dati analizzati negli Stati Uniti,
l’incremento è del 15 per cento rispetto a giugno e molto più consistente rispetto ai primi mesi dell’anno. L’elemento che merita maggiore attenzione, tuttavia, non è soltanto il numero degli arresti: è l’esistenza di un apparato specializzato che ha come compito istituzionale permanente l’applicazione della legislazione
sull’immigrazione.
Il modello americano non è trasferibile automaticamente in Europa e tantomeno in Italia. Le competenze dell’ICE, il sistema federale, la disciplina delle espulsioni, il rapporto con le autorità statali e locali e il livello di coercizione utilizzato appartengono a un ordinamento differente. Inoltre, più della metà delle persone arrestate a luglio non risultava avere condanne o imputazioni penali. Questo dato impone di distinguere con nettezza controllo
dell’immigrazione e contrasto alla criminalità: l’irregolarità amministrativa non può essere trasformata retoricamente in
criminalità.
Fatti questi distinguo, rimane però una questione che l’esperienza americana rende evidente. Uno Stato che considera l’immigrazione una materia strutturale non può affidarne il controllo a una pluralità di uffici per i quali essa rappresenta soltanto una delle numerose competenze. Occorrono professionalità dedicate, banche dati
interoperabili, conoscenza specialistica della normativa, capacità di identificazione, collegamento con le autorità consolari e continuità nel seguire le procedure dalla verifica della posizione fino all’eventuale esecuzione dell’allontanamento.
È precisamente il tema della polizia dell’immigrazione che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione propone di discutere in Italia. Non una copia dell’ICE e non una struttura orientata indiscriminatamente alla repressione, ma un corpo o una articolazione altamente specializzata capace di seguire la regolarità del soggiorno come funzione pubblica autonoma.
Oggi il sistema italiano distribuisce competenze tra Questure, Prefetture, forze di polizia, Sportelli unici, amministrazioni centrali e altre strutture. Questa pluralità risponde a ragioni storiche e istituzionali, ma produce spesso frammentazione. La stessa amministrazione che deve occuparsi di ordine pubblico, criminalità, manifestazioni e sicurezza generale è chiamata contemporaneamente a gestire rinnovi, conversioni, espulsioni, identificazioni e una quantità crescente di procedimenti amministrativi migratori.
Una struttura specializzata consentirebbe invece di separare meglio le funzioni. Il controllo della regolarità non dovrebbe cominciare soltanto quando lo straniero viene casualmente intercettato. Dovrebbe essere una funzione amministrativa continuativa, fondata su dati aggiornati e sulla capacità di distinguere rapidamente chi è regolarmente presente, chi ha una procedura pendente, chi possiede i requisiti per stabilizzarsi e chi, dopo una decisione definitiva, deve lasciare il territorio.
Qui emerge anche il legame con l’integrazione. Una polizia
dell’immigrazione moderna non dovrebbe essere concepita soltanto come apparato di espulsione. Se lo Stato vuole verificare seriamente i percorsi di permanenza, deve possedere una struttura capace di conoscere la posizione dello straniero nel tempo. Controllo e integrazione non sono necessariamente concetti opposti: il primo rende credibile la seconda, perché consente di differenziare chi costruisce un percorso regolare da chi rimane fuori dalle condizioni stabilite dall’ordinamento.
L’esperienza statunitense mostra anche i rischi da evitare. Numeri elevati di arresti possono diventare un obiettivo politico autonomo e produrre una logica quantitativa nella quale l’efficienza viene misurata soltanto dal numero delle persone fermate. Sarebbe un errore. L’efficienza di una struttura specializzata dovrebbe essere misurata dalla correttezza delle decisioni, dalla rapidità dei procedimenti, dalla capacità di eseguire i provvedimenti definitivi e,
contemporaneamente, dalla riduzione degli errori e delle situazioni nelle quali persone regolarmente presenti vengono coinvolte
inutilmente nei controlli.
Il punto, dunque, non è scegliere tra il modello americano e l’attuale modello europeo. È riconoscere il problema istituzionale che l’ICE rende visibile: se l’immigrazione è ormai una delle grandi funzioni permanenti dello Stato contemporaneo, deve esistere una capacità amministrativa e operativa altrettanto permanente. Continuare a trattarla come un compito aggiuntivo distribuito tra strutture nate per fare altro significa accettare inefficienza, ritardi e
discontinuità.
Una polizia dell’immigrazione italiana dovrebbe essere diversa dall’ICE per cultura giuridica, limiti, garanzie e funzioni. Ma proprio questi distinguo non eliminano l’esigenza: la rendono più seria. Specializzare non significa reprimere di più. Significa governare meglio.
Fonte: Associated Press, 25 agosto 2026; dati U.S. Immigration and Customs Enforcement analizzati dal Deportation Data Project.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

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