Bosnia, 2.874 permessi agli stranieri e 48.013 disoccupati: la quota colma i vuoti, non ricuce il mercato

Nella Republika Srpska, una delle due entità della Bosnia-Erzegovina, nei primi sette mesi del 2026 sono stati rilasciati 2.874 permessi di lavoro a cittadini stranieri: 2.007 per nuove assunzioni e 867 per rinnovi. Nello stesso periodo, attraverso l’Ufficio per l’impiego, hanno trovato lavoro 9.589 residenti iscritti. Il dato, diffuso il 26 agosto dall’agenzia locale FENA, fotografa un mercato che assume, ma non riesce a incontrarsi.

Al 31 luglio, infatti, nei registri pubblici risultavano ancora 48.013 disoccupati. Non significa che ogni posto affidato a uno straniero potesse essere coperto automaticamente da una persona iscritta: qualifiche, territorio, salari e disponibilità reale non coincidono per decreto. Significa però che l’aumento delle quote convive con una massa consistente di lavoro potenziale inutilizzato. È questa la contraddizione da misurare, non da nascondere dietro la sola parola “carenza”.

La risposta istituzionale è stata rapida. Il Governo dell’entità ha aumentato di mille unità il contingente 2026, aggiungendo 700 nuovi permessi e 300 rinnovi. Tra gennaio e luglio, 2.402 autorizzazioni sono state rilasciate entro quota e 472 fuori quota. Intanto, secondo i dati dell’Ufficio per l’impiego della Republika Srpska, nel solo mese di luglio gli annunci pubblicati cercavano 489 lavoratori, mentre 1.315 persone sono uscite dai registri perché assunte. Il sistema si muove, ma non abbastanza da spiegare perché decine di migliaia di iscritti restino ai margini.

Il quadro giuridico chiarisce anche chi fa cosa. La Bosnia-Erzegovina disciplina ingresso e soggiorno degli stranieri; l’autorizzazione al lavoro è invece rilasciata dal servizio competente dell’entità, su richiesta del datore di lavoro. Nella Republika Srpska il permesso può durare al massimo un anno ed è collegato allo specifico impiego. Soltanto dopo il suo rilascio il lavoratore può chiedere il soggiorno temporaneo per lavoro, come riepilogano il Ministero degli Affari civili della Bosnia-Erzegovina e la Republička uprava za inspekcijske poslove.

È un punto decisivo: il permesso di lavoro non è una residenza permanente e non è un’integrazione già compiuta. È un ingresso economico regolato, fondato su un datore identificato, una mansione e una durata. Durante il rapporto, il lavoratore straniero ha gli stessi diritti e obblighi previsti per i lavoratori locali; proprio per questo il controllo non può limitarsi alla frontiera, ma deve raggiungere contratto, retribuzione, sicurezza, alloggio e correttezza dell’intermediazione.

Le imprese indicano carenze soprattutto nell’edilizia e nella manifattura, mentre il bacino dei disoccupati comprende profili che non sempre corrispondono ai posti disponibili: 9.269 persone senza qualifica e 6.021 laureati, oltre a una larga fascia con formazione professionale secondaria. A ciò si somma il ricambio demografico: le associazioni datoriali stimano circa 15.000 uscite annue per pensionamento contro circa 9.000 diplomati in ingresso. La manodopera straniera può dunque coprire un bisogno immediato, ma non può sostituire orientamento, formazione e riqualificazione dei residenti.

Il risultato va giudicato su entrambi i fronti. Le 9.589 assunzioni locali mostrano che l’amministrazione non è immobile; i 48.013 iscritti e l’ulteriore ampliamento delle quote mostrano però che il collegamento tra persone e imprese rimane debole. Se lo Stato importa competenze senza rendere trasparenti i fabbisogni, i salari offerti e le ragioni del mancato incontro, la quota rischia di diventare una scorciatoia amministrativa invece di uno strumento selettivo di politica del lavoro.

La Republika Srpska non dimostra che l’immigrazione economica sia inutile. Dimostra qualcosa di più scomodo: contare i permessi non basta a governare il lavoro. Un sistema serio deve selezionare gli ingressi dove il bisogno è provato, responsabilizzare i datori, integrare chi arriva attraverso lingua, sicurezza e autonomia, e nello stesso tempo recuperare chi è già presente ma resta fuori dal mercato. La quota può colmare un vuoto oggi; senza questa regia, domani quel vuoto avrà soltanto cambiato nome.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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