Commento all’articolo/video de Il Tempo dal titolo “Immigrazione irregolare e reati: quel legame dimostrato dal caso Termini”

Leggendo l’articolo https://www.iltempo.it/iltempotv/2025/12/09/video/immigrazione-irregolare-e-reati-quel-legame-dimostrato-dal-caso-termini-45345682/ emerge un’impostazione che tende a costruire un nesso diretto tra immigrazione irregolare e criminalità, utilizzando un caso concreto come elemento dimostrativo.

Sul piano giuridico, questa impostazione va maneggiata con estrema cautela.

Il diritto non può fondarsi su generalizzazioni. Anche quando emergono situazioni problematiche, la risposta non può essere la costruzione di un collegamento automatico tra una condizione giuridica (l’irregolarità) e un comportamento penalmente rilevante. Le valutazioni devono restare individuali.

Detto questo, il tema non può essere semplicemente negato.

L’irregolarità amministrativa, infatti, produce una condizione di marginalità che può incidere sulla capacità di integrazione e, indirettamente, sul rischio di coinvolgimento in contesti problematici. Ma questo non è un automatismo, è un effetto sistemico.

Ed è proprio qui che emerge il limite dell’impostazione.

Si descrive un fenomeno, lo si interpreta in chiave securitaria, ma non si affronta la questione centrale: quale sia il criterio giuridico che consente di governare la permanenza dello straniero prima che si arrivi a situazioni di criticità.

E, ancora una volta, manca completamente ogni riferimento all’integrazione.

Il sistema interviene quando il problema è già emerso – attraverso il diritto penale o le misure di allontanamento – ma non costruisce un parametro che consenta di prevenire.

Senza un criterio fondato sull’integrazione – lavoro, lingua, rispetto delle regole – il diritto resta inevitabilmente reattivo. Interviene dopo, non prima.

Il punto, invece, è proprio questo: introdurre un criterio giuridico che consenta una valutazione progressiva della posizione dello straniero, prima che la marginalità si trasformi in irregolarità strutturale o, nei casi peggiori, in devianza.

In questa prospettiva, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” consente di superare la logica emergenziale. Non si fonda su categorie collettive o su generalizzazioni, ma su una valutazione individuale del livello di integrazione.

Senza questo passaggio, il rischio è quello di continuare a leggere singoli casi come conferma di tesi generali, senza costruire un sistema giuridico capace di governare il fenomeno in modo strutturale.

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