Categoria: Integrazione o ReImmigrazione

“L’integrazione come nuovo paradigma per l’immigrazione: lavoro, lingua e rispetto delle regole come pilastri fondamentali. Approfondimenti su strategie di integrazione, politiche migratorie e il principio della ReImmigrazione per chi non si integra

  • Il laboratorio italiano: come la protezione complementare dimostra la validità del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

    Titolo dell’episodio:
    Il laboratorio italiano: come la protezione complementare dimostra la validità del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”


    Benvenuto a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”. Oggi voglio condividere una riflessione che nasce direttamente dall’osservazione della giurisprudenza italiana più recente, e in particolare da una decisione del Tribunale di Bologna che, senza alcuna enfasi ideologica, conferma in modo quasi chirurgico quanto il nostro paradigma sia ormai il punto di riferimento necessario per governare l’immigrazione con serietà, responsabilità e rispetto delle regole.

    Il cuore della questione è semplice: l’Italia ha già un meccanismo che permette di distinguere in modo equilibrato tra chi dimostra un percorso reale di integrazione e chi, invece, non manifesta alcuna volontà di inserirsi nel tessuto sociale, culturale e lavorativo del Paese. Questo meccanismo si chiama protezione complementare. Ed è proprio questa forma di tutela, spesso sottovalutata nel dibattito pubblico, a mostrare come un ordinamento possa garantire diritti fondamentali senza rinunciare alla necessità di selezionare, con criteri oggettivi, chi merita di restare.

    La decisione del Tribunale di Bologna lo evidenzia in modo cristallino: il giudice non si limita a verificare se nel Paese d’origine esista un rischio generalizzato, ma valuta la vita costruita in Italia, la rete di relazioni, la stabilità lavorativa, l’affidabilità sociale, la presenza di figli integrati nelle scuole, la capacità di contribuire al territorio. Non esiste un automatismo. Non esiste un diritto presunto a restare. Esiste un principio molto più serio: la permanenza in Italia si giustifica se la vita privata e familiare radicata sul territorio è autentica, solida, verificabile.

    Questo modo di ragionare è esattamente ciò che propone “Integrazione o ReImmigrazione”: chi partecipa alla comunità, resta; chi non si integra, torna nel proprio Paese. Nessuna discriminazione. Nessuna indulgenza ingiustificata. Solo responsabilità.

    Nell’episodio giudiziario esaminato, lo straniero presenta lavoro stabile, figli iscritti a scuola, un contratto di affitto, assenza di precedenti penali, una moglie occupata e un percorso di vita costruito passo dopo passo. È evidente che un ritorno forzato nel Paese d’origine romperebbe una rete di relazioni ormai consolidata. E infatti il Tribunale riconosce la protezione complementare proprio sulla base di questo radicamento. Ma lo fa con un dettaglio importante: la decisione non premia l’immobilismo. Premia lo sforzo.

    Ecco perché questa forma di protezione è un laboratorio perfetto: non costringe l’Italia a tollerare chi non rispetta le regole, e allo stesso tempo tutela chi ha costruito qui la propria identità sociale. Si tratta di un equilibrio che molti Paesi europei non sono ancora riusciti a raggiungere. E invece la giurisprudenza italiana sta già tracciando la strada, senza slogan, senza estremismi, applicando la legge e la Costituzione.

    Oggi, più che mai, questo approccio dovrebbe essere guardato come un punto di riferimento anche a livello europeo. Perché se l’immigrazione continuerà a crescere, e continuerà, l’unica risposta seria è un sistema capace di selezionare in base all’integrazione, non in base all’emergenza. La protezione complementare dimostra che questo è possibile, che esiste già uno strumento che funziona e che permette di distinguere con chiarezza tra chi contribuisce alla società e chi non lo fa.

    Ed è per questo che, ancora una volta, emerge la centralità del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: una visione semplice, concreta, che valorizza lo sforzo, premia la responsabilità e restituisce dignità tanto allo Stato quanto alle persone che scelgono di costruire la propria vita in Italia.

    Grazie per aver ascoltato questo episodio. Ci sentiamo nel prossimo appuntamento del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.

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  • Le laboratoire italien : comment la protection complémentaire démontre la validité du paradigme “Intégration ou RéImmigration”

    Titre :
    Le laboratoire italien : comment la protection complémentaire démontre la validité du paradigme “Intégration ou RéImmigration”


    Bienvenue dans un nouvel épisode du podcast « Intégration ou RéImmigration ». Aujourd’hui, je souhaite partager une réflexion qui naît directement de la jurisprudence italienne la plus récente. Une décision du Tribunal de Bologne montre, avec une précision quasi chirurgicale et sans aucune charge idéologique, pourquoi notre paradigme devient progressivement le point de référence indispensable pour gérer l’immigration avec sérieux, responsabilité et respect des règles.

    L’essentiel est très simple : l’Italie dispose déjà d’un mécanisme juridique capable de distinguer, de manière équilibrée et objective, entre ceux qui s’intègrent réellement dans la société et ceux qui n’en montrent aucune volonté. Ce mécanisme s’appelle protection complémentaire. Et c’est précisément cette forme de protection — souvent sous-estimée dans le débat public — qui démontre comment un système juridique peut garantir les droits fondamentaux tout en conservant la capacité d’évaluer, selon des critères concrets, qui mérite de rester dans le pays.

    La décision du Tribunal de Bologne l’illustre parfaitement. Le juge ne se limite pas à examiner s’il existe un risque généralisé dans le pays d’origine. Il évalue la vie construite en Italie : le travail, les relations sociales, la stabilité familiale, l’intégration scolaire des enfants, le logement et la conduite personnelle. Il n’existe aucun droit automatique à rester. Aucune présomption. Il existe un principe beaucoup plus sérieux : la personne peut demeurer en Italie lorsque sa vie privée et familiale sur le territoire est authentique, stable et objectivement vérifiable.

    Cette approche correspond exactement à ce que propose « Intégration ou RéImmigration » :
    ceux qui participent à la communauté restent ; ceux qui ne s’intègrent pas retournent dans leur pays d’origine.
    Sans discrimination. Sans indulgence injustifiée. Simplement avec responsabilité.

    Dans le cas examiné par le tribunal, la personne étrangère avait un emploi stable, des enfants scolarisés, un contrat de location, aucun antécédent pénal, une épouse employée et une vie construite pas à pas en Italie. La renvoyer dans son pays d’origine aurait brisé un réseau de relations profondément enraciné. Et en effet, le Tribunal a accordé la protection complémentaire précisément en raison de ce radicement démontré. Mais — et c’est essentiel — la décision ne récompense pas l’inertie. Elle récompense l’effort.

    C’est pour cette raison que la protection complémentaire constitue un laboratoire parfait : elle n’oblige pas l’Italie à tolérer ceux qui ne respectent pas les règles et protège en même temps ceux qui ont construit ici leur identité sociale. C’est une solution équilibrée que de nombreux pays européens n’ont pas encore atteinte. La jurisprudence italienne, elle, montre déjà la voie — sans slogans, sans extrémisme, en appliquant la loi et la Constitution.

    Aujourd’hui plus que jamais, cette approche devrait être considérée comme un modèle au niveau européen. Car si les flux migratoires continueront d’augmenter — et ils augmenteront — la seule réponse crédible est un système capable de sélectionner sur la base de l’intégration, et non de l’urgence. La protection complémentaire démontre que cela est possible. C’est un mécanisme qui fonctionne déjà et qui permet de distinguer clairement entre ceux qui contribuent à la société et ceux qui ne le font pas.

    Et c’est pourquoi, une fois de plus, la centralité du paradigme « Intégration ou RéImmigration » apparaît avec évidence : une vision simple et concrète qui valorise l’effort individuel, promeut la responsabilité et redonne de la dignité tant à l’État qu’aux personnes qui choisissent de construire leur vie en Italie.

    Merci d’avoir écouté cet épisode.
    On se retrouve dans le prochain épisode du podcast « Intégration ou RéImmigration ».

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  • El laboratorio italiano: cómo la protección complementaria demuestra la validez del paradigma “Integración o ReInmigración”

    Título:
    El laboratorio italiano: cómo la protección complementaria demuestra la validez del paradigma “Integración o ReInmigración”


    Bienvenido a un nuevo episodio del pódcast “Integración o ReInmigración”. Hoy quiero compartir una reflexión que nace directamente de la jurisprudencia italiana más reciente. En particular, una decisión del Tribunal de Bolonia muestra, con precisión quirúrgica y sin ninguna carga ideológica, por qué nuestro paradigma se está convirtiendo en el punto de referencia necesario para gestionar la inmigración con seriedad, responsabilidad y respeto por las normas.

    El núcleo del asunto es muy sencillo: Italia ya dispone de un mecanismo jurídico capaz de distinguir, de manera equilibrada y objetiva, entre quienes realmente están integrándose en la sociedad y quienes no muestran ninguna intención de hacerlo. Este mecanismo se llama protección complementaria. Y es precisamente esta forma de protección —a menudo ignorada en el debate público— la que demuestra cómo un ordenamiento puede garantizar derechos fundamentales sin renunciar a evaluar, con criterios concretos, quién merece permanecer en el país.

    La decisión de Bolonia lo deja muy claro. El juez no se limita a analizar si existe un riesgo generalizado en el país de origen. Evalúa la vida construida en Italia: el trabajo, las relaciones sociales, la estabilidad familiar, la integración escolar de los hijos, la vivienda y la conducta personal. No existe un derecho automático a quedarse. No existe ninguna presunción. Existe un principio mucho más serio: el derecho a permanecer en Italia cuando la vida privada y familiar en el territorio es auténtica, estable y objetivamente verificable.

    Este enfoque coincide exactamente con lo que propone “Integración o ReInmigración”:
    quien participa en la comunidad se queda; quien no se integra regresa a su país de origen.
    Sin discriminación. Sin indulgencias injustificadas. Solo responsabilidad.

    En el caso examinado por el tribunal, la persona extranjera tenía un empleo estable, hijos escolarizados, un contrato de alquiler, ningún antecedente penal, una esposa empleada y una vida construida paso a paso en Italia. Obligarle a regresar habría roto una red de relaciones profundamente arraigada. Y, de hecho, el Tribunal reconoció la protección complementaria precisamente por este radicamiento demostrado. Pero —y esto es esencial— la decisión no premia la pasividad. Premia el esfuerzo.

    Por eso la protección complementaria es el laboratorio perfecto: no obliga a Italia a tolerar a quienes no respetan las reglas y, al mismo tiempo, protege a quienes han construido aquí su identidad social. Es una solución equilibrada que muchos países europeos aún no han conseguido. La jurisprudencia italiana, en cambio, ya está marcando el camino: sin eslóganes, sin extremismos, aplicando la ley y la Constitución.

    Hoy, más que nunca, este enfoque debería considerarse un modelo a nivel europeo. Porque si la inmigración seguirá aumentando —y seguirá—, la única respuesta seria es un sistema capaz de seleccionar en función de la integración, no de la emergencia. La protección complementaria demuestra que esto es posible. Es un mecanismo que ya funciona y que permite distinguir con claridad entre quienes aportan a la sociedad y quienes no.

    Y por eso, una vez más, emerge con fuerza la centralidad del paradigma “Integración o ReInmigración”: una visión simple y concreta que recompensa el esfuerzo personal, promueve la responsabilidad y devuelve dignidad tanto al Estado como a las personas que eligen construir su vida en Italia.

    Gracias por escuchar este episodio.
    Nos encontramos en el próximo capítulo del pódcast “Integración o ReInmigración”.

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  • The Italian Laboratory: How Complementary Protection Proves the Validity of the “Integration or ReImmigration” Paradigm

    Title:
    The Italian Laboratory: How Complementary Protection Proves the Validity of the “Integration or ReImmigration” Paradigm


    Welcome to a new episode of the “Integration or ReImmigration” podcast. Today I want to share a reflection that comes directly from the most recent Italian jurisprudence. In particular, a decision issued by the Tribunal of Bologna shows, with surgical precision and without ideological overtones, why our paradigm is increasingly becoming the necessary reference point for managing immigration with seriousness, responsibility, and respect for the rules.

    At the heart of the matter is something very simple: Italy already has a legal mechanism that distinguishes, in a balanced and objective way, between those who are genuinely integrating into society and those who show no intention of doing so. This mechanism is called complementary protection. And it is precisely this form of protection—often ignored in public debate—that demonstrates how a legal system can safeguard fundamental rights while maintaining the ability to assess, using concrete criteria, who has earned the right to remain.

    The Bologna decision makes this point very clearly. The judge does not merely examine whether there is a generalized risk in the country of origin. Instead, the court evaluates the life the individual has built in Italy: work, social relations, family stability, school integration of the children, housing, and personal conduct. There is no automatic right to stay. There is no presumption. There is a much more serious principle: the right to remain exists when a person’s private and family life in Italy is real, stable, and objectively verifiable.

    This approach is exactly what “Integration or ReImmigration” proposes:
    those who participate in the community stay; those who do not integrate return to their home country.
    No discrimination. No unjustified leniency. Only responsibility.

    In the case examined by the court, the foreign national had stable employment, children enrolled in school, a rental contract, no criminal record, a spouse with a job, and a life built step by step in Italy. Forcing him to return to his home country would have destroyed a network of relations deeply rooted in Italy. And indeed, the Tribunal granted complementary protection precisely because of this demonstrated integration. But—and this is essential—the decision does not reward passivity. It rewards effort.

    This is why complementary protection is the perfect laboratory: it doesn’t force Italy to tolerate those who ignore the rules, and at the same time it protects those who have built their social identity here. It is a balanced solution that many European countries have not yet achieved. Italian jurisprudence, instead, is already showing the way—without slogans, without extremism, applying the law and the Constitution.

    Today, more than ever, this approach should be seen as a model at the European level. Because if immigration flows continue to rise—and they will—the only serious response is a system capable of selecting based on integration, not based on emergency. Complementary protection proves that this is possible. It is a framework that already works and that allows us to distinguish clearly between those who contribute to society and those who do not.

    And this is why, once again, the centrality of the “Integration or ReImmigration” paradigm emerges: a simple, concrete vision that rewards personal effort, promotes responsibility, and restores dignity both to the State and to the people who choose to build their future in Italy.

    Thank you for listening to this episode.
    We’ll meet again in the next installment of the “Integration or ReImmigration” podcast.

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  • Das italienische Labor: Wie der ergänzende Schutz die Gültigkeit des Paradigmas „Integration oder ReImmigration“ bestätigt

    Titel:
    Das italienische Labor: Wie der ergänzende Schutz die Gültigkeit des Paradigmas „Integration oder ReImmigration“ bestätigt


    Willkommen zu einer neuen Folge des Podcasts „Integration oder ReImmigration“. Heute möchte ich einen Gedanken mit dir teilen, der direkt aus der jüngsten italienischen Rechtsprechung entsteht. Eine Entscheidung des Gerichts von Bologna zeigt mit nahezu chirurgischer Präzision – und ohne jede ideologische Aufladung –, warum unser Paradigma zunehmend zum notwendigen Bezugspunkt wird, um Migration ernsthaft, verantwortungsvoll und im Einklang mit den Regeln zu steuern.

    Der Kern der Sache ist sehr einfach: Italien verfügt bereits über einen rechtlichen Mechanismus, der klar und ausgewogen zwischen Personen unterscheidet, die sich tatsächlich in die Gesellschaft integrieren, und solchen, die keinerlei Bereitschaft dazu zeigen. Dieser Mechanismus heißt ergänzender Schutz. Und gerade diese Schutzform – in der öffentlichen Debatte oft unterschätzt – zeigt, wie ein Rechtssystem Grundrechte sichern kann, ohne auf die Fähigkeit zu verzichten, anhand konkreter Kriterien zu entscheiden, wer das Recht hat, im Land zu bleiben.

    Die Entscheidung des Gerichts von Bologna macht das sehr deutlich. Das Gericht prüft nicht nur, ob im Herkunftsland ein allgemeines Risiko besteht. Es bewertet das Leben, das die Person in Italien aufgebaut hat: die Arbeit, die sozialen Beziehungen, die familiäre Stabilität, die schulische Integration der Kinder, die Wohnsituation und das persönliche Verhalten. Es gibt kein automatisches Bleiberecht. Keine Vorannahmen. Es gibt ein viel ernsteres Prinzip: Eine Person darf in Italien bleiben, wenn ihr Privat- und Familienleben im Land authentisch, stabil und objektiv nachweisbar ist.

    Dieser Ansatz entspricht genau dem, was „Integration oder ReImmigration“ fordert:
    Wer an der Gemeinschaft teilnimmt, bleibt; wer sich nicht integriert, kehrt in sein Herkunftsland zurück.
    Keine Diskriminierung. Keine ungerechtfertigte Nachsicht. Nur Verantwortung.

    Im Fall, den das Gericht geprüft hat, verfügte die betroffene Person über eine stabile Beschäftigung, über Kinder, die die Schule besuchen, über einen Mietvertrag, über ein einwandfreies Führungszeugnis, über eine berufstätige Ehefrau und über ein Leben, das Schritt für Schritt in Italien aufgebaut wurde. Eine Rückführung hätte ein enges soziales Gefüge zerstört, das inzwischen tief verwurzelt war. Und genau aus diesem Grund hat das Gericht den ergänzenden Schutz gewährt. Doch – und das ist entscheidend – die Entscheidung belohnt keine Passivität. Sie belohnt die Anstrengung.

    Deshalb ist der ergänzende Schutz das perfekte Labor: Er zwingt Italien nicht dazu, Personen zu dulden, die die Regeln nicht respektieren, und er schützt gleichzeitig diejenigen, die hier ihre soziale Identität aufgebaut haben. Es ist eine ausgewogene Lösung, die viele europäische Staaten noch nicht erreicht haben. Die italienische Rechtsprechung hingegen weist bereits den Weg – ohne Schlagworte, ohne Extreme, basierend auf Gesetz und Verfassung.

    Mehr denn je sollte dieser Ansatz heute als Modell auf europäischer Ebene betrachtet werden. Denn wenn die Migrationsbewegungen weiter zunehmen – und das werden sie –, dann ist die einzige ernsthafte Antwort ein System, das anhand der Integration entscheidet und nicht anhand von Notlagen. Der ergänzende Schutz beweist, dass das möglich ist. Es ist ein Instrument, das bereits funktioniert und klar zwischen jenen unterscheidet, die zur Gesellschaft beitragen, und jenen, die es nicht tun.

    Aus diesem Grund tritt die zentrale Bedeutung des Paradigmas „Integration oder ReImmigration“ erneut deutlich hervor: eine einfache, konkrete Vision, die individuelle Anstrengung belohnt, Verantwortung fördert und sowohl dem Staat als auch den Menschen, die ihr Leben in Italien aufbauen wollen, Würde zurückgibt.

    Vielen Dank fürs Zuhören.
    Wir hören uns in der nächsten Folge des Podcasts „Integration oder ReImmigration“.

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  • Le tabou de la sécurité : comment l’antiracisme empêche l’Italie de gouverner l’immigration

    Podcast – Intégration ou RéImmigration

    Titre : Le tabou de la sécurité : comment l’antiracisme empêche l’Italie de gouverner l’immigration

    Bienvenue dans un nouvel épisode du podcast Intégration ou RéImmigration.
    Aujourd’hui, je veux expliquer une dynamique très particulière du débat italien sur l’immigration, une dynamique importante aussi pour ceux qui nous écoutent depuis l’étranger.
    Il ne s’agit pas seulement de statistiques ou de politique.
    Il s’agit de la manière dont, en Italie, la question de la sécurité disparaît souvent du débat public, parce qu’elle est immédiatement déplacée sur un terrain moral.

    En Italie, il arrive très souvent que lorsqu’on tente de parler du lien entre immigration et sécurité, la discussion ne reste pas centrée sur les faits ou sur les données réelles.
    Elle se transforme rapidement en un jugement sur les intentions de celui qui parle.
    La question n’est plus : « quels sont les problèmes ? », mais plutôt : « pourquoi en parles-tu ? ».
    Ainsi, la sécurité cesse d’être un sujet normal de politique publique et devient un sujet suspect, presque interdit.

    Ces derniers mois, cette dynamique est redevenue très visible.
    Plusieurs interventions dans les médias ont insisté sur l’idée que les inquiétudes concernant la sécurité seraient exagérées, déformées ou fondées sur des préjugés culturels.
    Mais cette approche produit un effet prévisible : elle empêche de traiter ce qui se passe réellement sur le terrain.
    Les difficultés des communes, les tensions sociales, les problèmes quotidiens de certains quartiers… tout cela est relégué au second plan.
    Le problème cesse d’être la réalité elle-même.
    Le problème devient la personne qui ose la décrire.

    Pour un public international, cela peut sembler surprenant.
    Mais c’est exactement ce qui se passe.
    L’Italie ne rejette pas l’immigration.
    Elle est coincée dans une forme de paralysie.
    Une partie du débat public craint que parler de sécurité signifie automatiquement criminaliser les immigrés.
    Et cette confusion crée un dommage profond : l’analyse est prise pour de l’hostilité, et la responsabilité est confondue avec du préjugé.

    Les conséquences sont très concrètes.
    Si l’État ne peut pas parler ouvertement des problèmes, il ne peut pas les résoudre.
    Il ne peut pas distinguer entre ceux qui s’intègrent et ceux qui ne s’intègrent pas.
    Il ne peut pas intervenir dans les zones où l’intégration échoue.
    Et surtout, il ne peut pas maintenir un équilibre clair entre droits et devoirs.

    C’est ici qu’intervient le paradigme « Intégration ou RéImmigration ».
    Ce n’est pas un slogan politique.
    Ce n’est pas une position idéologique.
    C’est une méthode de gouvernance.
    Cela signifie que toute personne qui arrive en Italie doit suivre un parcours clair, mesurable et vérifiable.
    Un parcours fondé sur le travail, l’apprentissage de la langue et le respect des règles.
    Quand ce parcours fonctionne, la présence en Italie devient naturelle.
    Lorsqu’il échoue, cette présence ne peut pas devenir un droit automatique.

    La RéImmigration n’est pas une punition.
    C’est la conséquence logique d’un système qui veut être cohérent et crédible.
    Un système qui évalue, distingue et décide.
    Un système qui n’a pas peur d’aborder la sécurité simplement parce que certains risquent d’accuser les autres de racisme.

    Aujourd’hui, l’Italie ne dit pas « non » à l’immigration.
    Elle dit « non » à l’idée qu’on ne puisse pas en parler.
    Elle dit « non » au fait que les catégories morales remplacent l’analyse des faits.
    Et elle cherche à construire un modèle qui replace la réalité au centre du débat.

    Le paradigme « Intégration ou RéImmigration » est né précisément pour cela.
    Il sert à redonner à la sécurité sa place dans la politique publique.
    Il permet à l’État de gouverner réellement les flux migratoires.
    Et il propose un équilibre durable, fondé sur les droits et les responsabilités — et non sur la peur ou le silence.

    Je suis l’avocat Fabio Loscerbo, et je vous invite à lire davantage d’analyses et de contenus sur www.reimmigrazione.com.

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  • Il tabù della sicurezza: come l’antirazzismo impedisce all’Italia di governare l’immigrazione

    Podcast – Integrazione o ReImmigrazione

    Titolo: Il tabù della sicurezza: come l’antirazzismo impedisce all’Italia di governare l’immigrazione

    Benvenuto a un nuovo episodio del podcast Integrazione o ReImmigrazione.
    In questa puntata voglio spiegare, anche a chi ci ascolta dall’estero, una dinamica molto particolare del dibattito italiano sull’immigrazione.
    Una dinamica che influisce profondamente sulla capacità del Paese di governare i flussi e di proteggere la sicurezza dei cittadini.

    In Italia succede spesso questo: quando si prova a parlare del rapporto tra immigrazione e sicurezza, la discussione non rimane sui dati o sui fatti concreti.
    Si sposta subito sul piano morale.
    La domanda non diventa “quali sono i problemi?” ma “perché ne stai parlando?”.
    E, troppo spesso, il tema sicurezza viene interpretato come un segnale di ostilità verso gli stranieri, invece che come una normale questione di gestione pubblica.

    Negli ultimi mesi questa dinamica è tornata evidente. Alcuni interventi molto diffusi sui media hanno insistito sull’idea che la sicurezza sia un tema “distorto”, legato a percezioni sbagliate o addirittura a retaggi culturali.
    È una lettura che, però, ha un effetto preciso: impedisce di affrontare ciò che accade davvero nei territori.
    Le difficoltà dei comuni, le tensioni sociali, i quartieri che vivono criticità quotidiane, finiscono sullo sfondo.
    Il problema non è più la realtà.
    Il problema diventa chi prova a descriverla.

    Per un pubblico internazionale questo può sembrare sorprendente, ma è esattamente ciò che succede.
    Non siamo davanti a una guerra culturale.
    Siamo davanti a una forma di paralisi.
    Una parte del discorso pubblico teme che parlare di sicurezza significhi automaticamente discriminare gli immigrati.
    E così si crea una confusione dannosa: l’analisi viene scambiata per ostilità, la responsabilità viene scambiata per pregiudizio.

    Questa confusione ha conseguenze concrete.
    Se lo Stato non può parlare apertamente dei problemi, non può nemmeno risolverli.
    Non può distinguere tra chi si integra e chi non lo fa.
    Non può intervenire nei territori dove l’accoglienza non funziona.
    E, soprattutto, non può garantire un equilibrio tra diritti e doveri.

    È proprio qui che entra in gioco il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
    Non è uno slogan politico.
    Non è un discorso ideologico.
    È un metodo di governo.
    Significa che chi arriva in Italia deve seguire un percorso chiaro, misurabile e verificabile.
    Un percorso fatto di lavoro, impegno nella lingua e rispetto delle regole.
    Quando questo percorso funziona, la permanenza è naturale.
    Quando non funziona, la permanenza non può trasformarsi in un diritto automatico.

    La ReImmigrazione non è una punizione.
    È la conseguenza logica di un sistema che vuole essere serio.
    Un sistema che distingue, valuta e decide.
    E che non si lascia paralizzare dalla paura di essere accusato di razzismo ogni volta che affronta il tema della sicurezza.

    L’Italia oggi non rifiuta l’immigrazione.
    Rifiuta l’idea che non si possa parlarne.
    Rifiuta l’idea che le categorie morali sostituiscano l’analisi dei fatti.
    E sta cercando un modello che rimetta al centro la realtà, non le narrazioni.

    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce da questa esigenza.
    Serve per riportare la sicurezza nel campo della politica pubblica.
    Serve per restituire allo Stato la capacità di governare davvero i flussi migratori.
    E serve per costruire un equilibrio sostenibile, basato su diritti e doveri, non su paure e silenzi.

    Io sono l’avvocato Fabio Loscerbo, e ti invito a leggere analisi, approfondimenti e dati aggiornati su www.reimmigrazione.com.

    Articoli

  • The Security Taboo: How Anti-Racism Prevents Italy from Governing Immigration

    Podcast – Integration or ReImmigration

    Title: The Security Taboo: How Anti-Racism Prevents Italy from Governing Immigration

    Welcome to a new episode of Integration or ReImmigration.
    In this episode, I want to explain a dynamic that plays a major role in the Italian debate on immigration — a dynamic that international listeners need to understand in order to see what is really happening inside the country.
    It’s not just about statistics or political arguments.
    It’s about the way the issue of security is often removed from the public conversation by shifting everything onto a moral level.

    In Italy, whenever someone tries to talk about the relationship between immigration and security, the discussion rarely stays focused on facts or data.
    It immediately moves toward judging the intentions of the speaker.
    The question becomes: “Why are you bringing this up? Are you suggesting something discriminatory?”
    As a result, security is no longer treated as a normal area of public policy.
    It becomes a suspicious topic — something you’re not supposed to touch.

    Over the past months, this pattern has become very clear.
    Several public statements and media interventions have insisted on the idea that security concerns are exaggerated, distorted, or the product of cultural bias.
    This approach has one predictable effect: it makes it impossible to address what is actually happening on the ground.
    The challenges faced by local authorities, the tensions in certain neighborhoods, and the daily problems experienced by residents are pushed into the background.
    The issue is no longer the reality itself.
    The issue becomes the person who dares to describe it.

    For an international audience, this may sound unusual.
    But this is exactly the point: Italy is not rejecting immigration.
    It is stuck in a form of paralysis.
    A part of the public debate is afraid that talking about security automatically means criminalizing immigrants.
    And this confusion creates a damaging overlap: analysis is mistaken for hostility, and responsibility is mistaken for prejudice.

    This confusion has very real consequences.
    If the State cannot speak openly about problems, it cannot solve them.
    It cannot distinguish between people who integrate and people who do not.
    It cannot intervene in areas where integration is failing.
    And, above all, it cannot maintain a clear balance between rights and duties.

    This is where the “Integration or ReImmigration” paradigm comes into play.
    It is not a political slogan.
    It is not an ideological stance.
    It is a method of governance.
    It means that anyone who comes to Italy must follow a clear, measurable, verifiable path.
    A path built on work, language learning, and respect for the rules.
    When this path succeeds, staying in Italy becomes natural.
    When it does not, staying cannot become an automatic right.

    ReImmigration is not a punishment.
    It is the logical consequence of a system that wants to be coherent and credible.
    A system that evaluates, distinguishes, and decides.
    A system that is not afraid to address security just because someone might misuse the word “racism”.

    Italy today is not rejecting immigration.
    It is rejecting the idea that immigration cannot be discussed.
    It is rejecting the idea that moral categories should replace factual analysis.
    And it is trying to build a model that puts reality back at the center of the conversation.

    “Integration or ReImmigration” was created for this purpose.
    It helps return security to the field of public policy.
    It restores the State’s ability to actually govern migration flows.
    And it offers a sustainable balance based on rights and responsibilities — not silence and fear.

    I’m attorney Fabio Loscerbo, and I invite you to read more analyses and insights at www.reimmigrazione.com.

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  • Das Sicherheits-Tabu: Wie Antirassismus Italien daran hindert, die Migration zu steuern

    Podcast – Integration oder ReImmigration

    Titel: Das Sicherheits-Tabu: Wie Antirassismus Italien daran hindert, die Migration zu steuern

    Willkommen zu einer neuen Folge des Podcasts Integration oder ReImmigration.
    In dieser Episode möchte ich eine Dynamik erklären, die den italienischen Migrationsdiskurs stark beeinflusst – und die auch für internationale Zuhörer wichtig ist, um zu verstehen, was in Italien wirklich passiert.
    Es geht nicht nur um Statistiken oder Politik.
    Es geht darum, wie das Thema Sicherheit im öffentlichen Gespräch oft ausgeblendet wird, weil es sofort auf eine moralische Ebene verschoben wird.

    In Italien passiert häufig Folgendes:
    Sobald jemand über das Verhältnis zwischen Migration und Sicherheit sprechen möchte, bleibt die Diskussion selten bei Fakten oder realen Daten.
    Sie verwandelt sich schnell in eine Bewertung der Absichten der Person, die spricht.
    Die Frage lautet nicht mehr: „Welche Probleme gibt es?“, sondern: „Warum redest du darüber?“.
    Damit wird Sicherheit nicht mehr als normales Thema der öffentlichen Politik angesehen, sondern als etwas Verdächtiges oder sogar Unangemessenes.

    In den letzten Monaten ist diese Dynamik sehr deutlich geworden.
    Mehrere mediale Beiträge betonen, dass Sicherheitsbedenken übertrieben, verzerrt oder kulturell bedingt seien.
    Doch dieser Ansatz hat eine klare Folge:
    Er verhindert, dass man sich mit der tatsächlichen Situation vor Ort auseinandersetzt.
    Die Schwierigkeiten der Kommunen, soziale Spannungen und die Probleme bestimmter Stadtteile geraten in den Hintergrund.
    Das Problem ist nicht mehr die Realität selbst.
    Das Problem wird die Person, die es wagt, sie zu beschreiben.

    Für ein internationales Publikum mag das überraschend klingen.
    Aber genau das geschieht in Italien.
    Das Land lehnt Migration nicht ab.
    Es steckt in einer Art Blockade fest.
    Ein Teil der öffentlichen Debatte fürchtet, dass jede Diskussion über Sicherheit automatisch bedeutet, Migranten zu kriminalisieren.
    Und diese Verwechslung richtet großen Schaden an:
    Analyse wird mit Feindseligkeit verwechselt, Verantwortung mit Vorurteil.

    Die Folgen sind sehr konkret.
    Wenn der Staat nicht offen über Probleme sprechen kann, kann er sie auch nicht lösen.
    Er kann nicht unterscheiden, wer sich integriert und wer nicht.
    Er kann nicht in Regionen eingreifen, in denen Integration scheitert.
    Und vor allem kann er kein klares Gleichgewicht zwischen Rechten und Pflichten aufrechterhalten.

    Hier kommt das Paradigma „Integration oder ReImmigration“ ins Spiel.
    Es ist kein politischer Slogan.
    Es ist keine ideologische Position.
    Es ist eine Methode des Regierens.
    Es bedeutet, dass jeder, der nach Italien kommt, einen klaren, messbaren und überprüfbaren Weg gehen muss.
    Einen Weg, der auf Arbeit, Spracherwerb und Respekt vor den Regeln basiert.
    Wenn dieser Weg funktioniert, wird der Aufenthalt selbstverständlich.
    Wenn er nicht funktioniert, kann der Aufenthalt kein automatisches Recht werden.

    ReImmigration ist keine Strafe.
    Sie ist die logische Folge eines Systems, das glaubwürdig und konsequent sein möchte.
    Ein System, das bewertet, unterscheidet und entscheidet.
    Ein System, das keine Angst davor hat, über Sicherheit zu sprechen, nur weil manche das Wort „Rassismus“ missbrauchen könnten.

    Italien sagt heute nicht „Nein“ zur Migration.
    Es sagt „Nein“ zu der Vorstellung, dass man darüber nicht sprechen darf.
    Es sagt „Nein“ dazu, moralische Kategorien an die Stelle der Analyse von Fakten zu setzen.
    Und es versucht, ein Modell zu schaffen, das die Realität wieder in den Mittelpunkt rückt.

    Das Paradigma „Integration oder ReImmigration“ ist genau dafür entstanden.
    Es soll der Sicherheit wieder ihren Platz in der öffentlichen Politik geben.
    Es ermöglicht dem Staat, die Migrationsströme tatsächlich zu steuern.
    Und es schafft ein tragfähiges Gleichgewicht, das auf Rechten und Pflichten basiert – nicht auf Angst oder Schweigen.

    Ich bin Rechtsanwalt Fabio Loscerbo und lade Sie ein, weitere Analysen und Beiträge auf www.reimmigrazione.com zu lesen.

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  • El tabú de la seguridad: cómo el antirracismo impide que Italia gobierne la inmigración

    Podcast – Integración o ReInmigración

    Título: El tabú de la seguridad: cómo el antirracismo impide que Italia gobierne la inmigración

    Bienvenido a un nuevo episodio del podcast Integración o ReInmigración.
    En esta ocasión quiero explicar una dinámica que está marcando profundamente el debate italiano sobre inmigración, y que también es importante para quienes nos escuchan desde otros países.
    No se trata solo de estadísticas o de política.
    Se trata de cómo, en Italia, el tema de la seguridad suele desaparecer del debate público porque se traslada inmediatamente al terreno moral.

    En Italia ocurre algo muy claro: cuando alguien intenta hablar de la relación entre inmigración y seguridad, la conversación rara vez se mantiene en los hechos o en los datos reales.
    Se convierte enseguida en un juicio sobre las intenciones del que habla.
    La pregunta deja de ser “¿cuáles son los problemas?” y pasa a ser “¿por qué estás hablando de esto?”.
    Así, la seguridad deja de ser una cuestión normal de política pública y se convierte en un tema sospechoso, casi prohibido.

    En los últimos meses esta dinámica ha vuelto a ser muy visible.
    Diversas intervenciones en los medios han insistido en la idea de que las preocupaciones sobre la seguridad están exageradas, distorsionadas o basadas en prejuicios culturales.
    Pero este enfoque tiene un efecto claro: hace imposible abordar lo que realmente está ocurriendo en el territorio.
    Los problemas de los municipios, las tensiones sociales, las dificultades de algunos barrios… todo queda relegado a un segundo plano.
    El problema deja de ser la realidad.
    El problema pasa a ser quién se atreve a describirla.

    Para el público internacional esto puede parecer extraño, pero es exactamente lo que está ocurriendo.
    Italia no está rechazando la inmigración.
    Está atrapada en una especie de parálisis.
    Una parte del debate público teme que hablar de seguridad signifique automáticamente criminalizar a los inmigrantes.
    Y esta confusión genera un daño enorme: el análisis se interpreta como hostilidad, y la responsabilidad se interpreta como prejuicio.

    Las consecuencias son muy concretas.
    Si el Estado no puede hablar abiertamente de los problemas, no puede resolverlos.
    No puede distinguir entre quienes se integran y quienes no.
    No puede intervenir en las zonas donde la integración está fallando.
    Y, sobre todo, no puede mantener un equilibrio claro entre derechos y deberes.

    Aquí es donde entra en juego el paradigma “Integración o ReInmigración”.
    No es un eslogan político.
    No es una postura ideológica.
    Es un método de gobierno.
    Significa que quien llega a Italia debe seguir un camino claro, medible y verificable.
    Un camino basado en el trabajo, el aprendizaje del idioma y el respeto de las normas.
    Cuando este camino funciona, la permanencia es natural.
    Cuando no funciona, la permanencia no puede convertirse en un derecho automático.

    La ReInmigración no es un castigo.
    Es la consecuencia lógica de un sistema que quiere ser coherente y creíble.
    Un sistema que evalúa, distingue y decide.
    Un sistema que no tiene miedo de hablar de seguridad solo porque alguien pueda acusar a otros de racismo.

    Hoy Italia no dice “no” a la inmigración.
    Dice “no” a la idea de que no se pueda hablar de ella.
    Dice “no” a que las categorías morales sustituyan el análisis de los hechos.
    Y busca construir un modelo que coloque nuevamente la realidad en el centro del debate.

    El paradigma “Integración o ReInmigración” nació para esto.
    Sirve para devolver la seguridad al terreno de la política pública.
    Sirve para que el Estado pueda gobernar de verdad los flujos migratorios.
    Y sirve para crear un equilibrio sostenible, basado en derechos y responsabilidades, no en silencios y temores.

    Soy el abogado Fabio Loscerbo, y te invito a leer más análisis y contenidos en www.reimmigrazione.com.

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  • Le clash entre Musk et Open Society et la fin de l’ancien modèle migratoire : pourquoi un nouveau paradigme est nécessaire

    Le clash entre Musk et Open Society et la fin de l’ancien modèle migratoire : pourquoi un nouveau paradigme est nécessaire

    Ces derniers jours, nous avons assisté à une nouvelle confrontation médiatique autour de la question migratoire. Cette fois, les protagonistes sont Elon Musk et les Open Society Foundations, avec des déclarations incisives, des réactions immédiates et une avalanche de commentaires sur les réseaux sociaux. Mais l’élément le plus significatif n’est pas la polémique elle-même. Ce qui importe réellement, c’est ce que cet affrontement révèle, presque malgré lui, sur l’état du débat public et sur la nécessité d’abandonner définitivement les modèles qui ont structuré notre approche au cours des trente dernières années.

    Je veux être clair dès le départ : il est inutile de transformer un désaccord entre un entrepreneur mondial et une fondation internationale en bataille entre camps opposés. Il est tout aussi inutile d’attaquer les fondations qui ont soutenu une certaine vision de la migration. Et il ne sert à rien de présenter Musk comme s’il incarnait à lui seul la solution aux problèmes que connaissent aujourd’hui l’Europe et le reste de l’Occident. La véritable question est que le paradigme ayant guidé les politiques migratoires ces dernières décennies est arrivé à sa limite structurelle. C’est un modèle fondé sur l’idée que la mobilité serait toujours bénéfique, que l’intégration se produirait d’elle-même et que la société pourrait absorber un changement culturel rapide sans plan, sans méthode et surtout sans vérifier si ce processus fonctionne réellement.

    Or, la réalité actuelle est tout autre. Nous voyons des quartiers où la distance culturelle est devenue une barrière visible, des systèmes scolaires en difficulté pour garantir un parcours éducatif homogène, des prisons surpeuplées dans de nombreuses villes européennes où la population étrangère dépasse largement la moitié des détenus, des procédures de retour presque totalement inefficaces, et un tissu social qui ne supporte plus les modèles d’intégration spontanée. Rien de tout cela n’est la responsabilité exclusive d’un acteur, d’une fondation ou d’un gouvernement. C’est le résultat collectif d’un paradigme qui a misé davantage sur l’espoir que sur la responsabilité, davantage sur l’idéologie de l’accueil inconditionnel que sur la construction d’un véritable parcours d’insertion.

    C’est précisément dans ce contexte qu’émerge le paradigme présenté dans ce podcast : intégration ou RéImmigration. Une vision qui refuse les extrêmes et qui rétablit le principe fondamental de la responsabilité personnelle et institutionnelle. L’intégration n’est ni un processus spontané, ni un droit automatique : c’est un engagement réciproque. Celui qui arrive dans un pays a le devoir d’en respecter les règles, d’en apprendre la langue, de contribuer à la vie civique et de reconnaître les valeurs sur lesquelles repose cette communauté politique. L’État, de son côté, a le devoir de vérifier que ce processus se réalise effectivement et d’intervenir lorsqu’il échoue. Non par des mesures punitives, mais par des parcours de retour sérieux, ordonnés et respectueux de la dignité humaine.

    Ce nouveau paradigme n’est dirigé contre personne. Il naît du constat de l’échec des idées qui nous ont guidés jusqu’à présent. Il naît en réaction à la superficialité avec laquelle nous avons abordé un phénomène trop vaste pour être géré par des réflexes émotionnels ou des slogans rassurants. Il naît face à la retraite institutionnelle qui a laissé le système migratoire dériver vers l’inefficacité et les tensions sociales. Et surtout, il naît pour construire un nouvel équilibre fondé sur une intégration réelle, mesurable, et non sur une intégration proclamée.

    L’affrontement entre Musk et Open Society nous offre finalement une leçon simple. La question n’est pas de choisir un camp entre deux acteurs privés. La véritable question est de savoir si nous voulons continuer à répéter les erreurs du passé ou construire un nouveau paradigme fondé sur la responsabilité, la capacité de l’État à gouverner les flux et la nécessité de préserver la cohésion sociale et la sécurité publique. Ce message ne concerne pas un seul pays : il concerne tout l’Occident. Il concerne l’Europe, les États-Unis et toute nation confrontée à la même interrogation fondamentale : comment maintenir une société ouverte sans sacrifier la stabilité, la légalité et l’identité démocratique ?

    C’est à partir de là qu’il faut repartir. Avec lucidité, avec rigueur et sans craindre de dire qu’une époque s’achève et qu’une autre commence.
    Je suis l’avocat Fabio Loscerbo et je vous invite à approfondir ces thèmes sur www.reimmigrazione.com.
    On se retrouve dans le prochain épisode de « Intégration ou RéImmigration ».

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  • The Musk–Open Society Clash and the End of the Old Migration Model: Why We Need a New Paradigm

    The Musk–Open Society Clash and the End of the Old Migration Model: Why We Need a New Paradigm

    In recent days, we’ve witnessed yet another media confrontation revolving around the issue of migration. This time the protagonists are Elon Musk and the Open Society Foundations, with sharp statements, immediate reactions, and a flood of comments across social media. But what truly matters is not the clash itself. What interests me is what this clash inadvertently exposes about the state of public debate and the need to finally abandon the models we inherited over the past thirty years.

    Let me be clear from the start: it is pointless to turn a disagreement between a global entrepreneur and an international foundation into a battle between fan bases. It is equally pointless to attack the foundations that supported a certain approach to migration. And it is no more useful to elevate Musk as if he alone represented the solution to the problems we see today in Europe and across the West. The real issue is that the paradigm guiding migration policies in recent decades has reached its structural limit. It is a model based on the idea that mobility is always beneficial, that integration happens automatically, and that society can absorb rapid cultural change without a plan, without a method, and especially without verifying whether the process actually works.

    The reality today is entirely different. We see neighborhoods where cultural distance has become a tangible barrier, school systems struggling to guarantee a uniform educational path, overcrowded prisons in many European cities where foreign inmates make up more than half the population, repatriation procedures that remain largely ineffective, and a social fabric that can no longer sustain models of spontaneous integration. None of this is the fault of a single actor, a single foundation, or a single government. It is the collective result of a paradigm built more on hope than responsibility, more on the ideology of unconditional hospitality than on the need to build a genuine path toward inclusion.

    This is precisely where the paradigm we discuss in this podcast emerges: integration or reimmigration. A vision that rejects extremes and restores the fundamental principle of personal and institutional responsibility. Integration is not a spontaneous process, nor is it an automatic right. It is a mutual commitment. Anyone who arrives in a host country has the duty to respect its rules, learn its language, contribute to its civic life, and acknowledge the values on which that political community is built. The State, in turn, has the duty to verify that this process is actually happening and to intervene when it is not. Not with punitive measures, but with serious, orderly, and dignified return pathways to the country of origin.

    This new paradigm is not born against anyone. It is born against the failure of the ideas that have guided us so far. It is born against the superficiality with which we have faced a phenomenon too large to be handled with emotional reactions or comforting slogans. It is born against the institutional retreat that allowed the migration system to drift into inefficiency and social tension. And above all, it is born to build a new balance based on real, measurable integration rather than proclamations.

    The Musk–Open Society clash ultimately delivers a simple lesson. The issue is not choosing sides in a quarrel between private actors. The real choice is whether we want to continue repeating the mistakes of the past or build a new paradigm rooted in responsibility, effective migration governance, and the need to safeguard social cohesion and public safety. This message is not meant for one country alone; it concerns the entire West. It concerns Europe, the United States, and every nation facing the same fundamental question: how do we maintain an open society without sacrificing stability, legality, and democratic identity?

    This is where we must begin. With clarity, with rigor, and without fear of acknowledging that an era has ended and a new one is beginning.
    I am attorney Fabio Loscerbo, and I invite you to explore these topics further at www.reimmigrazione.com.
    We’ll meet again in the next episode of “Integration or ReImmigration.”

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  • El enfrentamiento entre Musk y Open Society y el final del antiguo modelo migratorio: por qué necesitamos un nuevo paradigma

    El enfrentamiento entre Musk y Open Society y el final del antiguo modelo migratorio: por qué necesitamos un nuevo paradigma

    En estos días hemos asistido a otro enfrentamiento mediático en torno al tema de la migración. Esta vez los protagonistas son Elon Musk y las Open Society Foundations, con declaraciones duras, reacciones inmediatas y una avalancha de comentarios en las redes sociales. Pero lo verdaderamente importante no es la polémica en sí. Lo que realmente importa es lo que este choque revela, casi sin quererlo, sobre el estado del debate público y sobre la necesidad de abandonar definitivamente los modelos que hemos heredado en las últimas tres décadas.

    Quiero dejarlo claro desde el principio: no tiene sentido transformar un desacuerdo entre un empresario global y una fundación internacional en una pelea entre bandos. Tampoco tiene sentido atacar a las fundaciones que han apoyado cierto enfoque migratorio. Y no es más útil presentar a Musk como si él, por sí solo, representara la solución a los problemas que hoy vemos en Europa y en el resto de Occidente. La cuestión real es que el paradigma que ha guiado las políticas migratorias en las últimas décadas ha llegado a su límite estructural. Es un modelo basado en la idea de que la movilidad es siempre positiva, de que la integración ocurre automáticamente y de que la sociedad puede absorber un cambio cultural rápido sin un plan, sin un método y, sobre todo, sin comprobar si el proceso realmente funciona.

    La realidad actual es muy distinta. Tenemos barrios donde la distancia cultural se ha convertido en una barrera visible, sistemas escolares que luchan por garantizar un camino educativo uniforme, cárceles saturadas en muchas ciudades europeas donde la población extranjera supera la mitad de los internos, procedimientos de repatriación que siguen siendo prácticamente ineficaces y un tejido social que ya no soporta modelos de integración espontánea. Nada de esto es culpa de un solo actor, una sola fundación o un solo gobierno. Es el resultado colectivo de un paradigma construido más sobre la esperanza que sobre la responsabilidad, más sobre la ideología de la acogida ilimitada que sobre la construcción de un verdadero camino de inserción.

    Aquí es donde surge el paradigma que presentamos en este podcast: integración o ReInmigración. Una visión que rechaza los extremos y recupera el principio fundamental de la responsabilidad personal e institucional. La integración no es un proceso espontáneo ni un derecho automático; es un compromiso recíproco. Quien llega a un país tiene el deber de respetar sus normas, aprender su idioma, contribuir a la vida cívica y reconocer los valores sobre los que se construye esa comunidad política. El Estado, a su vez, tiene el deber de verificar que este proceso ocurra realmente y de intervenir cuando no sucede. No con medidas punitivas, sino con vías de retorno serias, ordenadas y dignas hacia el país de origen.

    Este nuevo paradigma no nace contra nadie. Nace contra el fracaso de las ideas que nos han guiado hasta ahora. Nace contra la superficialidad con la que hemos abordado un fenómeno demasiado grande para manejarlo con reacciones emocionales o con eslóganes tranquilizadores. Nace contra la retirada institucional que permitió que el sistema migratorio derivara hacia la ineficacia y la tensión social. Y, sobre todo, nace para construir un nuevo equilibrio basado en una integración real y medible, no en declaraciones simbólicas.

    El enfrentamiento entre Musk y Open Society nos deja, en el fondo, una lección sencilla. La cuestión no es elegir entre actores privados que discuten entre sí. La verdadera elección es si queremos seguir repitiendo los errores del pasado o construir un nuevo paradigma basado en la responsabilidad, en la capacidad del Estado para gobernar los flujos y en la necesidad de proteger la cohesión social y la seguridad pública. Este mensaje no está dirigido a un solo país; concierne a todo Occidente. Concierne a Europa, a los Estados Unidos y a cualquier nación que se enfrenta al mismo problema fundamental: cómo mantener una sociedad abierta sin sacrificar la estabilidad, la legalidad y la identidad democrática.

    Aquí es donde debemos empezar. Con lucidez, con rigor y sin miedo a reconocer que una época ha terminado y que otra está comenzando.
    Soy el abogado Fabio Loscerbo y te invito a profundizar en estos temas en www.reimmigrazione.com.
    Nos escuchamos en el próximo episodio de “Integración o ReInmigración”.

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  • Lo scontro Musk–Open Society e la fine del vecchio modello migratorio: perché serve un nuovo paradigma

    Lo scontro Musk–Open Society e la fine del vecchio modello migratorio: perché serve un nuovo paradigma

    In questi giorni abbiamo assistito all’ennesimo scontro mediatico che ruota attorno al tema dell’immigrazione. Questa volta i protagonisti sono Elon Musk e la Open Society Foundations, con dichiarazioni dure, reazioni immediate e una valanga di commenti che si sono accumulati sui social. Ma ciò che mi interessa davvero non è la polemica in sé. È ciò che questa polemica rivela, quasi involontariamente, sullo stato del dibattito pubblico e sulla necessità di abbandonare definitivamente i modelli che abbiamo ereditato dagli ultimi trent’anni.

    Lo dico con chiarezza: non è utile trasformare il confronto tra un imprenditore globale e una fondazione internazionale in una battaglia tra tifoserie. Non è utile puntare il dito contro le fondazioni che hanno sostenuto un certo approccio alla migrazione. E non è utile nemmeno esaltare Musk come se rappresentasse da solo la risposta ai problemi che viviamo in Europa e nel resto dell’Occidente. Il vero punto è che il paradigma che ha guidato le politiche migratorie degli ultimi decenni ha mostrato il suo limite strutturale. È un modello basato sull’idea che la mobilità sia sempre positiva, che l’integrazione sia automatica e che la società possa assorbire un cambiamento culturale rapido senza un progetto, senza un metodo e soprattutto senza una verifica effettiva dei risultati.

    E invece oggi ci troviamo di fronte a una realtà completamente diversa. Abbiamo quartieri in cui la distanza culturale è diventata una barriera evidente, sistemi scolastici che faticano a garantire un percorso uniforme, carceri sovraccariche dove in molte città d’Europa la presenza straniera supera la metà dei detenuti, procedure di rimpatrio che restano quasi del tutto inefficaci e un tessuto sociale che non è più in grado di sostenere modelli di integrazione spontanea. Tutto questo non è il risultato di un singolo attore, di una fondazione o di un governo. È il risultato collettivo di un paradigma che ha puntato più sulla speranza che sulla responsabilità, più sull’ideologia dell’accoglienza che sulla costruzione di un percorso reale di inserimento.

    È qui che nasce il nuovo paradigma che stiamo raccontando in questo podcast: integrazione o ReImmigrazione. Una visione che rifiuta gli estremi e recupera il principio fondamentale della responsabilità personale e istituzionale. L’integrazione non è un processo spontaneo e nemmeno un diritto automatico: è un impegno reciproco. Chi arriva in un Paese ha il dovere di rispettarne le regole, impararne la lingua, contribuire alla vita comune, riconoscere i valori su cui si fonda quella comunità politica. Lo Stato, dal canto suo, ha il dovere di verificare questo percorso e di intervenire quando non avviene. Non con misure punitive, ma con percorsi seri, ordinati e dignitosi di rientro nel Paese d’origine.

    Questo nuovo paradigma non nasce contro qualcuno. Nasce contro il fallimento delle idee che hanno retto finora. Nasce contro la superficialità con cui abbiamo affrontato un tema troppo grande per essere lasciato alle emozioni del momento o alle narrazioni consolatorie. Nasce contro la rinuncia a governare il fenomeno migratorio, rinuncia che ha provocato tensioni sociali che oggi nessuno può più ignorare. E nasce, soprattutto, per costruire un equilibrio nuovo, fondato sull’integrazione reale, misurabile, e non sull’integrazione proclamata.

    Lo scontro tra Musk e Open Society, alla fine, ci consegna una lezione semplice. Non è questione di scegliere da che parte stare in una lite tra attori privati. La vera scelta è un’altra: continuare a ripetere gli errori del passato oppure costruire un paradigma nuovo, fondato sulla responsabilità individuale, sulla capacità dello Stato di governare i flussi e sulla necessità di mantenere coesione e sicurezza. Questo non è un messaggio rivolto a una sola nazione; è un messaggio che riguarda tutto l’Occidente. Riguarda l’Europa, riguarda gli Stati Uniti, riguarda ogni Paese che si confronta con lo stesso problema: come mantenere una società aperta senza sacrificare la stabilità, la legalità e l’identità democratica.

    È da qui che dobbiamo ripartire. Con lucidità, con rigore e senza paura di dire che un’epoca è finita e che ne sta iniziando un’altra. Io sono l’avvocato Fabio Loscerbo, e ti invito ad approfondire questi temi su www.reimmigrazione.com. Ci sentiamo nel prossimo episodio di “Integrazione o ReImmigrazione”.

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  • Der Konflikt zwischen Musk und Open Society und das Ende des alten Migrationsmodells: Warum ein neues Paradigma notwendig ist

    Der Konflikt zwischen Musk und Open Society und das Ende des alten Migrationsmodells: Warum ein neues Paradigma notwendig ist

    In den letzten Tagen haben wir erneut eine große mediale Auseinandersetzung zum Thema Migration erlebt. Dieses Mal stehen Elon Musk und die Open Society Foundations im Mittelpunkt, mit scharfen Stellungnahmen, sofortigen Reaktionen und einer Flut von Kommentaren in den sozialen Medien. Doch der eigentliche Kern liegt nicht in der Polemik selbst. Viel interessanter ist, was dieser Konflikt – fast unbeabsichtigt – über den Zustand der öffentlichen Debatte offenbart und über die Notwendigkeit, die Modelle endgültig hinter uns zu lassen, die unsere Politik in den letzten drei Jahrzehnten geprägt haben.

    Ich möchte es gleich zu Beginn deutlich sagen: Es bringt nichts, ein Wortgefecht zwischen einem globalen Unternehmer und einer internationalen Stiftung zu einem Kampf zwischen Lagerbildungen zu machen. Es ist ebenso sinnlos, die Stiftungen anzugreifen, die einen bestimmten migrationspolitischen Ansatz unterstützt haben. Und es bringt uns nicht weiter, Musk so darzustellen, als ob er allein die Antwort auf die Probleme wäre, die wir heute in Europa und im gesamten Westen beobachten. Das eigentliche Problem besteht darin, dass das Paradigma, das die Migrationspolitik der letzten Jahrzehnte geprägt hat, an seine strukturellen Grenzen gestoßen ist. Es ist ein Modell, das auf der Annahme beruht, Mobilität sei grundsätzlich positiv, Integration geschehe von selbst und die Gesellschaft könne einen schnellen kulturellen Wandel ohne Plan, ohne Methode und insbesondere ohne Überprüfung verkraften.

    Die Realität sieht heute ganz anders aus. Wir sehen Stadtteile, in denen kulturelle Distanz zu einer klaren Barriere geworden ist. Wir erleben Schulsysteme, die Schwierigkeiten haben, einen einheitlichen Bildungsweg zu gewährleisten. In vielen europäischen Gefängnissen ist der Anteil ausländischer Insassen inzwischen so hoch, dass das System deutlich überlastet ist. Rückführungsverfahren sind weitgehend wirkungslos geblieben, und das soziale Gefüge kann spontane Integrationsmodelle nicht mehr tragen. Dies ist nicht die Verantwortung eines einzelnen Akteurs, einer einzigen Stiftung oder Regierung. Es ist das kollektive Ergebnis eines Paradigmas, das mehr auf Hoffnung als auf Verantwortung gesetzt hat – mehr auf die Ideologie grenzenloser Aufnahme als auf den Aufbau realistischer und überprüfbarer Integrationswege.

    Genau hier setzt das Paradigma an, das wir in diesem Podcast vorstellen: Integration oder ReImmigration. Eine Vision, die Extreme ablehnt und das grundlegende Prinzip der persönlichen und institutionellen Verantwortung wiederherstellt. Integration ist weder ein automatisches Recht noch ein spontaner Prozess; sie ist eine gegenseitige Verpflichtung. Wer in ein Land kommt, hat die Pflicht, dessen Regeln zu respektieren, die Sprache zu erlernen, zum gesellschaftlichen Leben beizutragen und die Werte anzuerkennen, auf denen diese politische Gemeinschaft beruht. Der Staat wiederum hat die Pflicht zu prüfen, ob dieser Prozess tatsächlich stattfindet, und einzugreifen, wenn dies nicht der Fall ist. Nicht mit strafenden Maßnahmen, sondern mit ernsthaften, geordneten und würdevollen Rückkehrwegen in das Herkunftsland.

    Dieses neue Paradigma richtet sich gegen niemanden persönlich. Es entsteht aus dem Scheitern der Ideen, die uns bisher geleitet haben. Es entsteht aus der Oberflächlichkeit, mit der wir ein Phänomen behandelt haben, das zu groß ist, um es mit emotionalen Reflexen oder beschwichtigenden Parolen zu steuern. Es entsteht aus dem institutionellen Rückzug, der das Migrationssystem in Ineffizienz und soziale Spannungen abgleiten ließ. Und vor allem entsteht es aus dem Bedürfnis, ein neues Gleichgewicht zu schaffen – eines, das auf realer, messbarer Integration beruht, nicht auf bloßen Absichtserklärungen.

    Der Konflikt zwischen Musk und Open Society liefert uns letztlich eine klare Lektion. Die Frage ist nicht, auf welcher Seite zweier privater Akteure man steht. Die wahre Frage lautet, ob wir weiterhin die Fehler der Vergangenheit wiederholen wollen oder ob wir bereit sind, ein neues Paradigma zu entwickeln – eines, das auf Verantwortung beruht, auf der Fähigkeit des Staates, die Migrationsströme zu steuern, und auf der Notwendigkeit, sozialen Zusammenhalt und öffentliche Sicherheit zu schützen. Diese Frage betrifft nicht nur ein einziges Land; sie betrifft die gesamte westliche Welt. Sie betrifft Europa, die Vereinigten Staaten und jedes Land, das vor demselben grundlegenden Problem steht: Wie bewahrt man eine offene Gesellschaft, ohne Stabilität, Rechtsstaatlichkeit und demokratische Identität zu gefährden?

    Genau hier müssen wir ansetzen. Mit Klarheit, mit Konsequenz und ohne Angst davor, auszusprechen, dass eine Epoche zu Ende geht und eine neue beginnt.
    Ich bin Rechtsanwalt Fabio Loscerbo und lade Sie ein, diese Themen auf www.reimmigrazione.com zu vertiefen.
    Wir hören uns in der nächsten Folge von „Integration oder ReImmigration“.

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  • Tribunale di Bologna, Sentenza R.G. 613/2025 del 12 novembre 2025: la protezione complementare come laboratorio del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

    La sentenza R.G. 613/2025 del Tribunale di Bologna offre uno spunto di analisi particolarmente utile per comprendere come la protezione complementare, nella sua configurazione attuale, rappresenti il laboratorio più efficace per misurare la tenuta del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” (la sentenza è anche consultabile al link https://www.calameo.com/read/0080797755af03a685536 )

    Il caso esaminato nasce da un rigetto del permesso di soggiorno fondato sul parere sfavorevole della Commissione territoriale, che aveva ritenuto non sufficientemente provato l’inserimento dello straniero nella società italiana.

    Il Tribunale, però, ricostruendo con rigore il percorso personale e familiare dell’interessato, evidenzia come la protezione complementare sia lo strumento attraverso cui l’ordinamento riesce a distinguere in modo netto tra chi si sta radicando responsabilmente nel Paese e chi, invece, non intraprende alcun cammino di integrazione.

    Il cuore della pronuncia sta proprio nella lettura dell’art. 19, comma 1.1, del Testo Unico Immigrazione.

    Il giudice ricorda che la tutela non dipende da automatismi né da appartenenze generiche, ma dalla verifica concreta del rischio che l’allontanamento provochi una violazione del diritto alla vita privata e familiare. Questo diritto, come chiarito dalle Sezioni Unite della Cassazione n. 24413/2021, comprende l’intera rete di relazioni costruite sul territorio: lavoro, rapporti sociali, legami familiari, stabilità abitativa.

    Non si richiede un’integrazione “perfetta” o astrattamente modellata, ma un percorso reale, misurabile, costante. Conta la direzione del cammino, non la sua perfezione. E questo è esattamente il presupposto del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: rimanere in Italia richiede uno sforzo verificabile, mentre la mancata volontà di integrarsi conduce, in modo fisiologico, al rientro.

    La decisione del Tribunale ribalta infatti l’impostazione che aveva portato al diniego amministrativo. Nonostante le perplessità espresse in fase amministrativa, la documentazione prodotta dimostra che lo straniero lavora nel settore edile, è titolare di un contratto, vive in un appartamento con la moglie e i figli, paga l’affitto, ha inserito i bambini nel sistema scolastico, non ha precedenti penali e, complessivamente, ha radicato la propria vita in Italia.

    Questo intreccio di elementi non è marginale né meramente formale: definisce la sua identità sociale. Il Tribunale sottolinea come un nuovo sradicamento produrrebbe una compromissione grave dei suoi diritti fondamentali, anche perché il legame con il Paese d’origine risulta ormai attenuato, mentre la sua quotidianità – affetti, lavoro, educazione dei figli – si svolge interamente in Italia.

    È interessante osservare come nella motivazione emerga con chiarezza un principio ormai consolidato dalla Cassazione: l’integrazione non richiede risultati eccezionali, ma “ogni apprezzabile sforzo” volto a inserirsi nel contesto sociale e lavorativo. È un criterio equilibrato, che respinge sia le richieste irrealistiche sia il permissivismo del passato.

    È un criterio che coincide esattamente con il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, perché orienta la decisione verso una valutazione concreta e non ideologica: chi contribuisce, rimane; chi non costruisce nulla, torna nel proprio Paese.

    La protezione complementare, così interpretata, diventa quindi uno strumento che non premia l’inattività, ma riconosce i percorsi autentici.

    La sentenza dimostra anche un altro aspetto fondamentale: l’approccio integrativo non tutela solo lo straniero ma anche l’interesse dello Stato.

    Riconoscere la protezione complementare a chi dimostra stabilità lavorativa, partecipazione sociale e radicamento familiare significa proteggere un investimento sociale già in corso, evitando di spezzare percorsi positivi che portano benefici al territorio.

    Al contrario, negare la protezione in assenza di integrazione è perfettamente coerente con il principio di responsabilità: il sistema non può farsi carico all’infinito di situazioni prive di qualunque segno di partecipazione attiva.

    Questa decisione permette quindi di cogliere un passaggio decisivo: la protezione complementare non è più – e non deve più essere percepita – come una valvola di sfogo o un’alternativa assistenziale. È, invece, una forma di tutela che valorizza la volontà di radicarsi, mettendo in relazione l’interesse individuale alla protezione con l’interesse collettivo alla coesione sociale. Proprio per questo motivo, rappresenta il contesto ideale per dare concretezza al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

    Da una parte, protegge chi ha costruito una vita in Italia e la cui identità personale è ormai legata al Paese; dall’altra, non crea alcun diritto automatico per chi non manifesta alcun impegno.

    È un modello che favorisce l’integrazione responsabile, scoraggia l’immobilismo e offre una base giuridica chiara per orientare le politiche migratorie verso un equilibrio tra umanità e rigore.

    La sentenza del Tribunale di Bologna conferma, in definitiva, che la protezione complementare, quando applicata correttamente, è già oggi il meccanismo più avanzato attraverso cui il diritto dell’immigrazione riesce a selezionare e valorizzare i percorsi di integrazione autentica.

    Un laboratorio perfetto per tradurre il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” in una pratica coerente, trasparente e rispettosa tanto della persona quanto dell’ordinamento.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

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  • Il tabù della sicurezza: come l’antirazzismo impedisce all’Italia di governare l’immigrazione

    In Italia continua a ripetersi la stessa dinamica: ogni volta che si tenta di discutere seriamente del rapporto tra immigrazione e sicurezza, il dibattito viene deviato dal piano dei fatti a quello delle intenzioni morali.

    Non importa quali dati si portino, quali criticità emergano nei territori, quali effetti concreti abbiano i flussi migratori sulle comunità locali. Importa solo chi osa porre la questione.

    È il modo più rapido per neutralizzare un confronto scomodo: trasformare il tema sicurezza in un sospetto etico.

    Questa distorsione non è teorica. Negli ultimi mesi una serie di dichiarazioni pubbliche lo ha reso evidente.

    In un’intervista pubblicata da Left il 10 ottobre 2025 (link: https://left.it/2025/10/10/antonella-bundu-la-sicurezza-non-si-costruisce-con-le-telecamere-ma-con-il-welfare/), viene sostenuta una posizione che ricorre spesso nel discorso pubblico: l’idea che la sicurezza non debba essere affrontata attraverso strumenti di controllo, ma esclusivamente tramite politiche di welfare. È un’impostazione che tende a trasformare qualsiasi riferimento ai temi dell’ordine pubblico in un potenziale segnale di ostilità verso gli immigrati, come se prendere atto delle criticità fosse di per sé una forma di discriminazione.

    Una cornice culturale affine emerge anche da un intervento televisivo trasmesso da La7 il 15 ottobre 2025 (link: https://www.la7.it/laria-che-tira/video/toscana-rossa-parla-antonella-bundu-smantellare-la-bianchezza-vuol-dire-decostruire-il-razzismo-non-15-10-2025-615701), in cui si ricorre a categorie identitarie come la “bianchezza” per interpretare i rapporti sociali contemporanei. Anche in questo caso, ciò che conta non è la persona che parla, ma la struttura del discorso: un linguaggio fortemente simbolico che tende a relegare la sicurezza a un problema narrativo, più che a un ambito di policy da affrontare con strumenti concreti.

    Il risultato è sempre lo stesso: la sicurezza diventa un tabù. Qualsiasi osservazione sulle criticità viene percepita come un cedimento alla retorica dell’allarme, e ogni tentativo di distinguere tra integrazione riuscita e integrazione fallita viene immediatamente spostato sul piano morale.

    È una paralisi culturale che impedisce di vedere ciò che accade realmente nei territori. Se un quartiere vive un aumento della microcriminalità, descriverlo come un problema non è razzismo: è responsabilità. Se alcuni percorsi migratori non funzionano perché manca l’integrazione, dirlo non è ostilità: è la premessa necessaria per intervenire.

    L’Italia paga ogni giorno il prezzo di questa rimozione. Tutto ciò che ha a che fare con il controllo, la valutazione, il rispetto delle regole e la gestione operativa dei flussi viene percepito come “tema di destra”, mentre tutto ciò che richiama inclusione e welfare viene presentato come automaticamente progressista. È una divisione artificiale che produce politiche deboli e incapaci di rispondere alla complessità del fenomeno migratorio.

    È esattamente in questo contesto che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” assume un significato politico e culturale concreto.

    Questo modello non si fonda sulla contrapposizione identitaria, ma su un principio elementare: chi entra in Italia deve intraprendere un percorso di integrazione verificabile, fondato su lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle norme. Quando questo percorso funziona, la permanenza è naturale; quando fallisce, non può trasformarsi in un diritto automatico. È un principio di coerenza istituzionale, non un riflesso ideologico.

    A differenza delle letture simboliche o moralistiche, “Integrazione o ReImmigrazione” propone un impianto di governo basato sulla misurazione, sulla responsabilità individuale e sulla trasparenza delle decisioni.

    Restituisce allo Stato la capacità di distinguere, di premiare i percorsi virtuosi e di intervenire quando il patto sociale viene disatteso. Ed è proprio questa capacità che spesso manca quando il dibattito viene schiacciato sulla categoria del razzismo, trasformando l’analisi dei problemi in un terreno proibito.

    Citare le posizioni presenti nello spazio pubblico non significa alimentare conflitti personali. Significa riconoscere quali cornici culturali stanno limitando la possibilità stessa di affrontare il tema sicurezza in modo adulto. E senza un confronto adulto non esiste una politica migratoria credibile.

    L’Italia non può continuare a muoversi tra rimozioni e slogan. Ha bisogno di recuperare il coraggio della realtà: analizzare i dati, osservare i territori, distinguere tra integrazione e non integrazione. Solo così potrà costruire un modello solido, equilibrato, capace di garantire diritti ma anche doveri.

    Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista (ID EU Transparency Register: 280782895721-36)

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  • Dallo scontro Musk–Open Society alla crisi del vecchio modello migratorio: perché serve un nuovo paradigma

    Lo scambio polemico tra Elon Musk e la Open Society Foundations ha attirato l’attenzione dei media internazionali perché mette in scena un conflitto simbolico tra due visioni opposte della società. Ma per comprenderne il significato più profondo occorre abbandonare da subito la tentazione di personalizzare il dibattito. Non ha alcun senso trasformare il confronto tra un imprenditore globale e una fondazione filantropica in una battaglia “pro o contro Soros”, come se il futuro delle politiche migratorie si decidesse sulle simpatie individuali.

    La vera domanda non è chi abbia ragione nello scontro fra Musk e Open Society, bensì se il modello migratorio occidentale che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni sia ancora in grado di sostenere la realtà che stiamo vivendo.

    Ed è proprio qui che si vede la vera frattura. Per decenni l’Occidente ha adottato una visione della migrazione fondata sull’idea che la mobilità fosse un’opportunità intrinseca, che l’integrazione sarebbe avvenuta in modo spontaneo e che la diversità culturale non comportasse necessariamente un prezzo sociale da gestire.

    In molte società europee si è dato per scontato che bastasse riconoscere diritti formali perché si generassero automaticamente appartenenza, coesione e rispetto reciproco. Questo approccio non è nato per caso: è stato il risultato di scelte politiche, pressioni culturali, ricerca accademica e anche dell’attività delle grandi fondazioni internazionali che, nel loro orizzonte valoriale, hanno sempre privilegiato l’apertura dei confini e la diffusione di una cittadinanza più ampia e meno regolata.

    Il punto, però, non è attribuire colpe a chi quel modello l’ha sostenuto. Il punto è verificare se abbia funzionato. E la realtà è che oggi, alla prova dei fatti, emergono limiti evidenti. Basta osservare il sovraffollamento delle carceri europee, dove in molti Paesi la presenza di detenuti stranieri supera spesso la metà della popolazione; le tensioni nelle periferie francesi, dove intere generazioni non si riconoscono più nei valori della Repubblica; la difficoltà cronica nel garantire rimpatri effettivi anche in presenza di provvedimenti giudiziari; le fratture linguistiche e culturali nel sistema educativo; la fatica dei servizi sociali nel rispondere a bisogni sempre più complessi. Non sono allarmi ideologici: sono indicatori concreti di un modello che fatica a garantire integrazione, sicurezza e coesione.

    È in questo contesto che lo scontro tra Musk e Open Society diventa rilevante. Non perché Musk sia l’interprete della verità e le fondazioni no, ma perché illumina una questione essenziale: chi decide davvero le politiche migratorie? E con quale legittimazione democratica? L’immigrazione riguarda la sicurezza, la sostenibilità economica, la stabilità culturale e persino la fiducia collettiva nello Stato. Per questo non può essere delegata né a attori privati globali, né a singoli miliardari, né alle piattaforme digitali. Deve necessariamente rientrare nel perimetro della decisione pubblica, che significa responsabilità dello Stato e controllo democratico dei cittadini.

    Ma per rientrare nella sfera pubblica occorre prima riconoscere che il modello precedente non funziona più. E, soprattutto, serve una vera alternativa. Non una stretta securitaria di corto respiro, né un ritorno al multiculturalismo passivo che ha già mostrato tutti i suoi limiti. Serve un paradigma nuovo, capace di tenere insieme valori, responsabilità e realismo.

    Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio da questa esigenza. Non parte da un pregiudizio ideologico, ma da un’idea elementare: l’integrazione non è un processo spontaneo e nemmeno un diritto automatico; è un percorso che richiede impegno personale, adesione leale alle regole dello Stato ospitante, conoscenza della lingua, inserimento lavorativo e rispetto delle istituzioni.

    Lo Stato, a sua volta, non può limitarsi a proclamare principi generici: deve verificare che questo percorso avvenga realmente, con strumenti chiari e criteri uniformi. E quando l’integrazione non si realizza, non per colpa ma per incapacità o rifiuto, allora deve intervenire accompagnando la persona verso il rientro nel Paese d’origine. Non come punizione, ma come conseguenza naturale di un modello fondato sulla responsabilità reciproca.

    La lezione che possiamo trarre dallo scontro tra Musk e Open Society è che il tempo delle contrapposizioni ideologiche sta finendo.

    Il vero terreno su cui si gioca il futuro dell’immigrazione in Europa è la capacità di costruire un modello credibile, sostenibile e rispettoso sia dei diritti sia dei doveri. Un modello che non si affida più alle illusioni del passato, ma alla concretezza del presente. Un modello che non cerca colpevoli, ma soluzioni. Un modello che rimette la coesione sociale al centro del patto democratico.

    Oggi abbiamo l’occasione di ripensare l’intero sistema. E questa occasione non può essere sprecata. Il paradigma è pronto: integrazione obbligatoria e verificabile, oppure ReImmigrazione.

    Il resto è rumore di fondo.

    Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

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  • Remigration und ReImmigration: die Unterschiede, die zählen

    Guten Morgen und willkommen. Heute möchte ich auf einfache und direkte Weise den Unterschied zwischen Remigration und ReImmigration erläutern – zwei Ansätze, die oft verwechselt werden, aber grundlegend verschieden sind.

    In den letzten Monaten ist der Begriff Remigration wieder in die europäische Debatte eingetreten, unter anderem aufgrund von Inhalten, die in identitären Kreisen verbreitet werden. Einer der meistgenannten Namen ist der österreichische Aktivist Martin Sellner, der dazu beigetragen hat, die Frage der Rückkehr als mögliche Antwort auf wahrgenommene Schwächen der europäischen Migrationssysteme wieder ins öffentliche Gespräch zu bringen. Seine Erwähnung dient ausschließlich dazu, den Diskurs in seinen richtigen Kontext einzuordnen – ohne jede polemische Absicht.

    Die Remigration konzentriert sich vor allem auf kulturelle Dynamiken und die Fähigkeit zur Assimilation und versucht, einem tatsächlichen Bedürfnis nach mehr Ordnung und Kohärenz in der Migrationssteuerung gerecht zu werden. Doch sie behandelt einen entscheidenden Punkt nicht: die Notwendigkeit, das wirtschaftliche Denken zu überwinden, das in den letzten dreißig Jahren Menschen als „Ressource“ oder „Kostenfaktor“ eingestuft hat und die Entwicklung eines stabilen Modells auf der Grundlage individueller Verantwortung und überprüfbarer Wege verhindert hat.

    Genau hier setzt das Paradigma „Integration oder ReImmigration“ an.

    Die ReImmigration basiert auf einem juristisch-administrativen Rahmen, der persönliche und messbare Kriterien betont: Sprachkenntnisse, berufliche Eingliederung, Regelbefolgung und geordnete Teilhabe am Gemeinschaftsleben. Und das Instrument zur Bewertung dieser Aspekte existiert bereits: die Integrationsvereinbarung. Entscheidend ist, sie ernsthaft anzuwenden, mit klaren Indikatoren und tatsächlichen Überprüfungen.

    Das zweite Element betrifft das Verwaltungsverfahren. Der Schutzstatus der ergänzenden Schutzgewährung bietet heute ein fortgeschrittenes Labor: In diesem Verfahren werden der Integrationsgrad, die Arbeitssituation, die Sprachkenntnisse und die Verwurzelung der Person bewertet. Es handelt sich bereits jetzt um ein Verfahren, das eine individuelle und konkrete Beurteilung ermöglicht und das ausgeweitet und vereinheitlicht werden kann, um das technische Fundament des Paradigmas zu bilden.

    Der dritte Aspekt betrifft die praktische Umsetzung der ReImmigration. Auch hier existieren die Instrumente bereits. Im Verfahren der ergänzenden Schutzgewährung hinterlegt die ausländische Person ihren Reisepass während des gesamten Verfahrens bei der zuständigen Behörde. Dieses Detail ist entscheidend: Wenn am Ende der Bewertung die Integration als unzureichend gilt und keine rechtlichen Hindernisse einer Rückkehr entgegenstehen, verfügt die Verwaltung bereits über das notwendige Dokument, um die Entscheidung geordnet, planbar und rechtlich garantiert umzusetzen. Es handelt sich nicht um eine außergewöhnliche Maßnahme, sondern um die konsequente Nutzung eines bestehenden Mechanismus.

    Ein speziell ausgebildeter Polizeikörper – regional oder national – könnte dieses System ergänzen, um Entscheidungen zur ReImmigration als abschließende Phase eines Verwaltungsverfahrens umzusetzen und nicht als Notfalleinsatz.

    Remigration und ReImmigration sind keine gegensätzlichen Modelle. Sie beantworten unterschiedliche Fragen. Die Remigration konzentriert sich vor allem auf kulturelle Aspekte. Die ReImmigration schafft einen institutionellen Prozess, der festlegt, wie Integration gemessen wird, welches Verwaltungsverfahren anzuwenden ist und wie endgültige Entscheidungen umgesetzt werden, indem bereits vorhandene rechtliche Werkzeuge genutzt werden.

    Die Zukunft Europas erfordert Seriosität, Kohärenz und stabile administrative Instrumente. In diesem Raum formt sich das Paradigma einer verantwortungsvollen Integration.

    Ich bin Rechtsanwalt Fabio Loscerbo und lade Sie ein, die vollständige Analyse auf www.reimmigrazione.com zu lesen.

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  • Remigration and ReImmigration: The Differences That Matter

    Good morning and welcome. Today I want to clarify, in a simple and direct way, the difference between remigration and ReImmigration—two approaches that are often confused but fundamentally distinct.

    In recent months, the term “remigration” has reappeared in the European debate, partly due to content circulating within the identitarian sphere. One of the most frequently mentioned names is Austrian activist Martin Sellner, who has helped bring the idea of return back into public discussion as a possible response to the perceived weaknesses of current migration systems in Europe. Mentioning him serves only to place the debate in its proper context, without any intent to engage in polemics.

    Remigration focuses primarily on cultural dynamics and the capacity for assimilation, attempting to respond to a real demand for greater order and coherence in migration governance. However, it does not address a crucial issue: the need to move beyond the economicist approach that, over the past thirty years, has classified individuals as “resources” or “costs,” preventing the creation of a stable model based on individual responsibility and verifiable pathways.

    This is precisely where the paradigm “Integration or ReImmigration” comes in.

    ReImmigration is built on a legal and administrative framework that values personal and measurable criteria: knowledge of the language, stable employment, respect for the rules, and orderly participation in the community. And the tool to assess these elements already exists: the integration agreement. The key is to apply it seriously, with clear indicators and meaningful evaluations.

    The second component involves the administrative procedure. Complementary protection currently provides an advanced testing ground: within this procedure, the level of integration, employment status, language proficiency, and degree of local attachment are evaluated. It already enables an individual and concrete assessment and can be expanded and standardized to form the technical backbone of the paradigm.

    The third element concerns how ReImmigration is implemented. Here, too, the tools already exist. In complementary protection procedures, the foreign national deposits their passport with the competent authority for the entire duration of the process. This detail is essential: it means that if, at the end of the evaluation, integration is deemed insufficient and there are no legal barriers to return, the authorities already have the necessary document to carry out the decision in an orderly, planned and legally guaranteed manner. This is not an exceptional measure, but a coherent use of an existing mechanism.

    A dedicated police body—either regional or national—could operate alongside this system, specifically trained to implement decisions on ReImmigration as the final step of an administrative procedure and not as an emergency action.

    Remigration and ReImmigration are not conflicting models. They respond to different questions. Remigration focuses mainly on cultural dimensions. ReImmigration builds an institutional process that defines how integration is measured, which administrative procedure should be used, and how final decisions are implemented, making full use of tools already present in the legal system.

    Europe’s future requires seriousness, coherence, and stable administrative instruments. This is the space in which the paradigm of responsible integration takes shape.

    I am attorney Fabio Loscerbo, and I invite you to read the full analysis on www.reimmigrazione.com.

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  • Remigración y ReInmigración: las diferencias que importan

    Buenos días y bienvenidos. Hoy quiero aclarar, de forma simple y directa, la diferencia entre remigración y ReInmigración, dos enfoques que a menudo se confunden pero que son profundamente distintos.

    En los últimos meses, el término remigración ha vuelto al debate europeo, en parte gracias a contenidos difundidos en el ámbito identitario. Uno de los nombres más mencionados es el del activista austríaco Martin Sellner, quien ha contribuido a devolver al centro del debate público la idea del retorno como posible respuesta a las debilidades percibidas en los sistemas migratorios europeos. Su mención sirve únicamente para situar el debate en su contexto adecuado, sin intención polémica alguna.

    La remigración se centra principalmente en las dinámicas culturales y en la capacidad de asimilación, tratando de responder a una demanda real de mayor orden y coherencia en la gestión de los flujos migratorios. Sin embargo, no aborda un punto crucial: la necesidad de superar el enfoque economicista que, durante los últimos treinta años, ha clasificado a las personas como “recursos” o “costes”, impidiendo la construcción de un modelo estable basado en la responsabilidad individual y en itinerarios verificables.

    Precisamente aquí surge el paradigma “Integración o ReInmigración”.

    La ReInmigración se basa en un marco jurídico-administrativo que valora criterios personales y medibles: conocimiento del idioma, integración laboral, respeto de las normas y participación ordenada en la vida comunitaria. Y la herramienta para evaluar estos aspectos ya existe: el acuerdo de integración. Lo fundamental es aplicarlo con seriedad, con indicadores claros y evaluaciones efectivas.

    El segundo elemento se refiere al procedimiento administrativo. La protección complementaria constituye hoy un laboratorio avanzado: dentro de este procedimiento se evalúan el nivel de integración, la situación laboral, el conocimiento del idioma y el grado de arraigo en el territorio. Es un proceso que ya permite una valoración individual y concreta, y que puede ampliarse y uniformarse para convertirse en la base técnica del paradigma.

    El tercer elemento tiene que ver con la aplicación práctica de la ReInmigración. También aquí, los instrumentos ya existen. En el procedimiento de protección complementaria, la persona extranjera deposita su pasaporte ante la autoridad competente durante toda la duración del procedimiento. Este detalle es fundamental: significa que, si al final de la evaluación la integración se considera insuficiente y no existen obstáculos jurídicos para el retorno, la administración ya dispone del documento necesario para ejecutar la decisión de manera ordenada, planificada y conforme a las garantías previstas. No se trata de una medida excepcional, sino del uso coherente de un mecanismo ya existente.

    Un cuerpo policial especializado —regional o nacional— podría complementar este sistema, formado específicamente para ejecutar decisiones de ReInmigración como fase final de un procedimiento administrativo y no como una intervención de emergencia.

    La remigración y la ReInmigración no son modelos en conflicto. Responden a preguntas diferentes. La remigración se enfoca principalmente en la dimensión cultural. La ReInmigración construye un proceso institucional que define cómo se mide la integración, qué procedimiento administrativo debe utilizarse y cómo se ejecutan las decisiones finales, utilizando plenamente los instrumentos ya presentes en el ordenamiento jurídico.

    El futuro de Europa exige seriedad, coherencia y herramientas administrativas estables. Es en este espacio donde toma forma el paradigma de la integración responsable.

    Soy el abogado Fabio Loscerbo y les invito a leer el análisis completo en www.reimmigrazione.com.

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  • Remigrazione e ReImmigrazione: le Differenze che Contano

    Buongiorno e benvenuti. Oggi voglio chiarire in modo semplice e diretto la differenza tra remigrazione e ReImmigrazione, due approcci spesso confusi ma profondamente diversi.

    Negli ultimi mesi la remigrazione è tornata nel dibattito europeo, anche grazie alla diffusione di contenuti provenienti dall’area identitaria. Tra i nomi più citati c’è l’attivista austriaco Martin Sellner, che ha contribuito a riportare al centro il tema del rientro come possibile risposta alle criticità percepite nei sistemi migratori europei. È utile citarlo per collocare correttamente il dibattito nel suo contesto, senza alcuna finalità polemica.

    La remigrazione si concentra soprattutto sulle dinamiche culturali e sulla capacità di assimilazione, cercando di interpretare un bisogno reale di maggiore ordine nella gestione dei flussi. Tuttavia non affronta un elemento decisivo: la necessità di superare l’approccio economicista che, negli ultimi trent’anni, ha classificato le persone come “risorse” o “costi”, impedendo la costruzione di un modello stabile basato su responsabilità individuali e percorsi verificabili.

    Da questa esigenza nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

    La ReImmigrazione si fonda su un impianto giuridico-amministrativo che valorizza criteri personali e misurabili: conoscenza della lingua, inserimento lavorativo, rispetto delle regole, partecipazione ordinata alla vita della comunità. E lo strumento per valutare questi aspetti già esiste: l’accordo di integrazione. Occorre applicarlo in modo serio, definendo indicatori chiari e verifiche effettive.

    Il secondo elemento riguarda la procedura amministrativa. La protezione complementare rappresenta oggi un laboratorio avanzato: all’interno di questa procedura viene valutato il livello di integrazione della persona, la sua situazione lavorativa, la conoscenza della lingua e il grado di radicamento sul territorio. È un percorso che già oggi permette una valutazione individuale e concreta, e che può essere ampliato e reso uniforme per costituire il quadro tecnico del paradigma.

    Il terzo elemento riguarda l’attuazione della ReImmigrazione. Anche qui gli strumenti esistono già. Nella procedura di protezione complementare lo straniero deposita il proprio passaporto presso l’autorità competente per tutta la durata della procedura. Questo dato è fondamentale: significa che, qualora al termine della valutazione l’integrazione non risulti adeguata e non vi siano ostacoli giuridici al rientro, l’ordinamento dispone già del documento necessario per dare esecuzione alla decisione in modo programmato, ordinato e garantito. Non è una forzatura, ma l’utilizzo coerente di un meccanismo esistente.

    A questo può affiancarsi un corpo di polizia dedicato, regionale o nazionale, formato per dare esecuzione alle decisioni in materia di ReImmigrazione come fase finale di un percorso amministrativo, e non come intervento emergenziale.

    Remigrazione e ReImmigrazione non sono modelli in conflitto. Rispondono a domande diverse. La remigrazione interpreta soprattutto la dimensione culturale. La ReImmigrazione costruisce un percorso istituzionale che definisce come misurare l’integrazione, quale procedura utilizzare e come attuare le decisioni finali, sfruttando strumenti già presenti nell’ordinamento.

    Il futuro dell’Europa richiede serietà, coerenza e strumenti amministrativi stabili. È in questo spazio che si colloca il paradigma dell’integrazione responsabile.

    Io sono l’avvocato Fabio Loscerbo, e vi invito a leggere gli approfondimenti sul sito www.reimmigrazione.com.

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  • Rémigration et RéImmigration: les différences qui comptent

    Bonjour et bienvenue. Aujourd’hui, je souhaite clarifier de manière simple et directe la différence entre la rémigration et la RéImmigration, deux approches souvent confondues mais profondément distinctes.

    Ces derniers mois, le terme rémigration est réapparu dans le débat européen, en partie grâce à des contenus diffusés dans la sphère identitaire. Parmi les noms les plus cités figure celui de l’activiste autrichien Martin Sellner, qui a contribué à remettre au centre du débat public l’idée du retour comme réponse possible aux lacunes perçues dans les systèmes migratoires européens. Le mentionner permet uniquement de situer le débat dans son contexte, sans aucune intention polémique.

    La rémigration se concentre principalement sur les dynamiques culturelles et la capacité d’assimilation, en tentant de répondre à une demande réelle de plus d’ordre et de cohérence dans la gestion des flux migratoires. Cependant, elle ne traite pas d’un enjeu essentiel : la nécessité de dépasser l’approche économiciste qui, au cours des trente dernières années, a classé les personnes comme « ressources » ou « coûts », empêchant l’élaboration d’un modèle stable fondé sur la responsabilité individuelle et des parcours vérifiables.

    C’est précisément ici qu’intervient le paradigme « Intégration ou RéImmigration ».

    La RéImmigration repose sur un cadre juridique et administratif fondé sur des critères personnels et mesurables : connaissance de la langue, insertion professionnelle, respect des règles et participation ordonnée à la vie de la communauté. Et l’outil permettant d’évaluer ces éléments existe déjà : l’accord d’intégration. L’enjeu est de l’appliquer sérieusement, avec des indicateurs clairs et des évaluations effectives.

    Le deuxième élément concerne la procédure administrative. La protection complémentaire constitue aujourd’hui un laboratoire avancé : dans cette procédure, le niveau d’intégration, la situation professionnelle, la maîtrise de la langue et le degré d’ancrage territorial sont évalués. Ce cadre permet déjà une appréciation individuelle et concrète et peut être élargi et uniformisé pour devenir l’ossature technique du paradigme.

    Le troisième élément concerne la mise en œuvre de la RéImmigration. Là encore, les outils existent déjà. Dans les procédures de protection complémentaire, la personne étrangère dépose son passeport auprès de l’autorité compétente pendant toute la durée de la procédure. Ce détail est fondamental : il signifie que si, à l’issue de l’évaluation, l’intégration est jugée insuffisante et qu’aucun obstacle juridique n’empêche le retour, l’administration dispose déjà du document nécessaire pour exécuter la décision de manière ordonnée, programmée et conforme aux garanties prévues. Il ne s’agit pas d’une mesure exceptionnelle, mais de l’utilisation cohérente d’un mécanisme existant.

    Un corps de police dédié – régional ou national – pourrait compléter ce dispositif, spécialement formé pour mettre en œuvre les décisions liées à la RéImmigration comme étape finale d’une procédure administrative, et non comme une intervention d’urgence.

    La rémigration et la RéImmigration ne sont pas des modèles opposés. Elles répondent à des questions différentes. La rémigration s’intéresse principalement à la dimension culturelle. La RéImmigration construit un processus institutionnel qui définit comment mesurer l’intégration, quelle procédure administrative utiliser et comment mettre en œuvre les décisions finales, en utilisant pleinement les outils déjà prévus par le droit.

    L’avenir de l’Europe exige sérieux, cohérence et instruments administratifs stables. C’est dans cet espace que s’inscrit le paradigme de l’intégration responsable.

    Je suis l’avocat Fabio Loscerbo et je vous invite à lire l’analyse complète sur www.reimmigrazione.com.

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  • Remigrazione e ReImmigrazione: due approcci diversi a un tema che richiede serietà istituzionale

    Negli ultimi anni il termine “remigrazione” è riemerso nel dibattito pubblico europeo, anche grazie alla diffusione di contenuti e interventi riconducibili ad alcuni esponenti dell’area identitaria.

    Tra questi, uno dei nomi più citati è quello dell’attivista austriaco Martin Sellner, che ha contribuito a portare all’attenzione dell’opinione pubblica il tema della remigrazione come possibile risposta alle criticità percepite nella gestione delle migrazioni

    Al di là delle diverse valutazioni politiche, è un dato oggettivo che la remigrazione, così come viene discussa in questo contesto, esprima l’esigenza di una parte dell’elettorato europeo di vedere maggiore ordine, prevedibilità e coerenza nelle politiche migratorie.

    Proprio per questo motivo è utile chiarire come la remigrazione, nella sua formulazione attuale, e la ReImmigrazione rappresentino due approcci diversi, nati da presupposti distinti e orientati a strumenti differenti.

    Non si tratta di modelli “nemici”, ma di percorsi concettuali che rispondono a logiche e a domande non sovrapponibili.
    La remigrazione, nella versione resa nota anche attraverso le posizioni di Sellner e di altri esponenti dell’area identitaria, parte da una lettura del fenomeno migratorio che pone al centro soprattutto le dinamiche culturali e il grado di assimilazione delle persone presenti sul territorio. In sintesi, cerca di dare una risposta a un disagio reale: la percezione di una gestione disordinata dei flussi, di una integrazione talvolta solo proclamata e di un equilibrio sociale messo alla prova.

    Questa impostazione, tuttavia, tende a non affrontare in modo diretto un nodo strutturale che riguarda l’intero continente: la necessità di superare la visione economicista che, negli ultimi decenni, ha dominato la gestione delle migrazioni. Una visione che ha considerato per troppo tempo il migrante principalmente come risorsa o costo, oscillando tra fasi di apertura per esigenze di mercato del lavoro e fasi di chiusura dettate dal clima politico, senza costruire un modello stabile e coerente.
    È precisamente da questa esigenza che nasce il paradigma di Integrazione o ReImmigrazione.

    La ReImmigrazione non si colloca sul terreno dello scontro ideologico e non si fonda su categorie collettive. Propone un impianto giuridico-amministrativo, pienamente compatibile con l’ordinamento europeo e con i principi dello Stato di diritto, costruito su parametri chiari e verificabili:
    – conoscenza della lingua del Paese ospitante;
    – inserimento lavorativo regolare;
    – rispetto delle regole e partecipazione ordinata alla vita della comunità.

    In questo modello, il diritto a rimanere sul territorio non deriva da una valutazione astratta o da meri dati economici, ma da un percorso individuale di integrazione, documentato e verificabile. Quando questo percorso si realizza, il soggiorno si consolida. Quando, al contrario, non si realizza, l’ordinamento deve poter attivare, in modo individuale e garantito, un percorso di rientro: non come misura punitiva o identitaria, ma come conseguenza naturale del mancato completamento di un cammino di integrazione.

    L’obiettivo della ReImmigrazione non è contrapporsi a chi, come Sellner e altri, solleva interrogativi sulla tenuta dei sistemi di accoglienza europei. L’obiettivo è diverso: offrire una soluzione istituzionale, che consenta di rispondere a quelle stesse preoccupazioni senza uscire dal perimetro del diritto, senza semplificazioni e senza ridurre il fenomeno migratorio a una variabile economica.
    Chiarire la differenza tra remigrazione e ReImmigrazione non serve ad alimentare divisioni, ma a mettere ordine sul piano concettuale. La remigrazione, così come viene oggi discussa nel dibattito pubblico, indica una tensione verso il ritorno come risposta politica generale.

    La ReImmigrazione, invece, si propone come paradigma amministrativo moderno, centrato sull’integrazione responsabile, sul caso singolo, sulla verificabilità dei requisiti e sul superamento definitivo della logica economicista.

    In un’Europa che dovrà confrontarsi nei prossimi decenni con flussi migratori strutturali, la sfida non è scegliere uno slogan contro un altro, ma costruire strumenti giuridici capaci di reggere nel tempo.

    È in questo spazio che la ReImmigrazione intende collocarsi: come proposta concreta, istituzionale, orientata al futuro e pensata per dare risposte serie sia ai cittadini europei sia a chi sceglie di venire in Europa assumendosi fino in fondo la responsabilità di integrarsi.

    Avvocato Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

  • Il Regno Unito introduce l’asilo temporaneo: una conferma internazionale del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

    La riforma annunciata dal Governo britannico il 15 novembre 2025, che rende lo status di rifugiato temporaneo e soggetto a revisione obbligatoria ogni 2,5 anni, non è una semplice modifica amministrativa.

    È la dimostrazione concreta che il modello tradizionale dell’asilo come condizione stabile e quasi irreversibile sta perdendo terreno, mentre avanza un approccio basato sulla responsabilità individuale e sulla verifica dell’integrazione.

    Questa impostazione, pur non dichiarandolo esplicitamente, coincide con il nucleo concettuale del paradigma Integrazione o ReImmigrazione:
    la permanenza non deriva più da un automatismo, ma dal comportamento e dalla capacità del beneficiario di inserirsi realmente nel Paese che lo accoglie.

    Il Governo britannico ha stabilito che non esisterà più un percorso lineare verso la residenza permanente dopo cinque anni.

    Il nuovo modello prevede un tragitto che può durare fino a venti anni, suddiviso in verifiche periodiche e rigorose. In ogni fase, l’amministrazione accerta sia la persistenza dei rischi nel Paese d’origine, sia il livello di integrazione raggiunto: lavoro regolare, conoscenza della lingua, rispetto delle norme, condotta personale, partecipazione alla vita sociale.

    Si tratta di una scelta che punta alla sostenibilità. Se la protezione — anche quella riconosciuta in buona fede — diventa definitivamente scollegata dal percorso di integrazione, il sistema rischia di perdere credibilità.

    Se, invece, l’asilo resta saldo sui suoi presupposti ma viene verificato nel tempo, si tutela il diritto del rifugiato e si rafforza la coesione della comunità che lo accoglie.

    Questo ragionamento è perfettamente compatibile con la disciplina italiana della protezione complementare, che tutela diritti fondamentali quando lo straniero non può essere rimpatriato senza esporlo a rischi gravi e individuali.

    Una tutela che ha un fondamento serio, costituzionale, ancorato all’art. 19 del Testo Unico Immigrazione.
    Il punto non è mettere in discussione questi istituti, ma renderli più coerenti con un modello in cui integrazione e permanenza procedono insieme.

    L’Italia vive oggi una fase complessa: domanda di protezione internazionale in calo, richieste di protezione complementare in aumento e forte sensibilità sociale sul tema del radicamento.

    La riforma britannica dimostra che un Paese avanzato può assumere una posizione chiara: proteggere chi ne ha diritto, ma legare la durata del soggiorno a verifiche periodiche non solo sulla situazione esterna, ma anche sulla capacità di integrarsi.

    È qui che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione trova la sua conferma internazionale più evidente.
    Non è un cambio ideologico, ma un riconoscimento di realtà:
    senza un percorso verificabile di integrazione, nessun sistema di protezione può reggere nel lungo periodo.

    Il Regno Unito ha anticipato ciò che in Europa, prima o poi, diventerà inevitabile: l’idea che la protezione non sia una rendita di posizione, ma una responsabilità reciproca.

    Una protezione che continua finché ne esistono i presupposti e finché la persona dimostra di impegnarsi nel proprio percorso di inserimento.
    L’Italia può scegliere se restare spettatrice o guidare questa evoluzione.
    Il dibattito è aperto. Il paradigma c’è già. Il Regno Unito, con questa riforma, ne ha appena confermato la necessità.

    Avv. Fabio Loscerbo

    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

  • Por qué la migración hacia Europa no disminuirá: el papel decisivo del bienestar y la seguridad en el nuevo paradigma


    Buenos días, soy el abogado Fabio Loscerbo y esta es una nueva entrega del pódcast “Integración o ReInmigración”. Hoy quiero hablar de un tema que seguirá marcando el debate público europeo durante las próximas décadas. La migración hacia Europa —y especialmente hacia Italia— no va a disminuir. Podemos observar fluctuaciones, descensos temporales, rutas que se reducen y otras que vuelven a aumentar, pero la tendencia de fondo permanece intacta.

    La razón principal es sencilla: las personas se desplazan para encontrar aquello de lo que carecen en sus países de origen. Y lo que falta no es solo trabajo. Falta un sistema de bienestar social que funcione de verdad. Falta seguridad real en la vida cotidiana, no una seguridad teórica. Falta estabilidad institucional, reglas predecibles y la posibilidad de construir un futuro digno para uno mismo y para los hijos. Para quienes viven en países marcados por tensiones políticas, fragilidad económica o un bienestar inexistente, emigrar a Europa es una elección racional. Es una inversión en la vida, no simplemente en los ingresos.

    Por eso la visión puramente economicista de la migración está superada. Pensar que este fenómeno puede gestionarse calculando costes y beneficios, o reduciendo a los migrantes a “mano de obra” o “carga financiera”, significa ignorar completamente la realidad. Las personas no vienen aquí porque nuestro mercado laboral las atraiga. Vienen porque las atrae nuestro sistema de protección, nuestro modelo social y nuestra estabilidad institucional. Y mientras la distancia entre Europa y los países de origen siga siendo tan grande, la presión migratoria no disminuirá.

    Esta es la verdad que muchos tienen dificultades para admitir. Si la migración no va a disminuir, entonces solo queda una opción: gobernarla, no simplemente soportarla. Y aquí entra en juego el nuevo paradigma que defiendo desde hace tiempo: integración o reinmigración. No es un eslogan ideológico, sino un principio de responsabilidad recíproca. El acceso a nuestro sistema de bienestar exige una integración real: lengua, trabajo, respeto de las normas, participación y adhesión a los valores fundamentales. Y cuando la integración fracasa o se rechaza deliberadamente, debe producirse la reinmigración: el retorno al país de origen. Es un modelo claro, transparente y comprensible tanto para los ciudadanos italianos como para los ciudadanos extranjeros.

    Ya no podemos permitirnos una gestión improvisada o caótica de la migración. No podemos seguir oscilando entre la acogida indiscriminada y los cierres repentinos. Las cifras nos dicen que el fenómeno continuará. La dinámica global nos dice que continuará. Y la percepción que los propios migrantes tienen de Europa conduce exactamente a la misma conclusión. La única forma de no vernos desbordados es construir reglas nuevas y coherentes, basadas en un equilibrio entre derechos y deberes. Derechos si te integras. ReInmigración si te niegas a hacerlo.

    La cuestión no es ser duros o indulgentes. La cuestión es ser serios. Cuando un país es serio, la gente lo respeta. Cuando un país es caótico, la gente se aprovecha de ello. Así funciona la naturaleza humana. Y por eso necesitamos tener el valor de reconocer que la migración hacia Europa no disminuirá, y que precisamente por eso necesitamos un cambio completo de enfoque.

    Soy el abogado Fabio Loscerbo y te invito, como siempre, a profundizar en estos temas en www.reimmigrazione.com. Seguiremos hablándolo, sin filtros y sin ilusiones. Porque un país que conoce la verdad es un país capaz de decidir su propio futuro.

  • Warum die Migration nach Europa nicht abnehmen wird: Die entscheidende Rolle von Wohlfahrt und Sicherheit im neuen Paradigma


    Guten Morgen, ich bin Rechtsanwalt Fabio Loscerbo und begrüße dich zu einer neuen Folge des Podcasts „Integration oder ReImmigration“. Heute möchte ich ein Thema ansprechen, das die öffentliche Debatte in Europa auch in den kommenden Jahrzehnten prägen wird. Die Migration nach Europa – und insbesondere nach Italien – wird nicht zurückgehen. Wir können Schwankungen beobachten, vorübergehende Rückgänge, Routen, die sich verringern, und andere, die wieder zunehmen. Doch der grundlegende Trend bleibt derselbe.

    Der Hauptgrund ist einfach: Menschen bewegen sich dorthin, wo sie finden, was ihnen in ihren Herkunftsländern fehlt. Und was ihnen fehlt, ist nicht nur Arbeit. Ihnen fehlt ein verlässliches Wohlfahrtssystem. Ihnen fehlt echte, alltägliche Sicherheit – nicht theoretisch, sondern konkret. Ihnen fehlt institutionelle Stabilität, vorhersehbare Regeln und die Möglichkeit, eine würdige Zukunft für sich und ihre Kinder aufzubauen. Für Menschen, die in Ländern mit politischen Spannungen, wirtschaftlicher Fragilität oder nahezu ohne soziale Absicherung leben, ist die Migration nach Europa eine rationale Entscheidung. Es ist eine Investition ins Leben – nicht nur ins Einkommen.

    Deshalb ist die rein wirtschaftliche Sicht auf Migration überholt. Zu glauben, man könne das Phänomen durch Kosten-Nutzen-Rechnungen steuern oder Migranten auf „Arbeitskräfte“ oder „finanzielle Belastungen“ reduzieren, bedeutet, die Realität komplett zu verkennen. Menschen kommen nicht wegen unseres Arbeitsmarkts. Sie kommen, weil sie von unserem Schutzsystem, unserem Sozialmodell und unserer institutionellen Stabilität angezogen werden. Und solange der Abstand zwischen Europa und den Herkunftsländern so groß bleibt, wird der Migrationsdruck nicht abnehmen.

    Das ist die Wahrheit, die viele nur schwer akzeptieren. Wenn die Migration nicht zurückgehen wird, dann bleibt nur eine Möglichkeit: sie zu steuern, statt sie zu ertragen. Genau hier setzt das neue Paradigma an, das ich seit Langem vertrete: Integration oder ReImmigration. Das ist kein ideologischer Slogan, sondern ein Prinzip gegenseitiger Verantwortung. Der Zugang zu unserem Wohlfahrtssystem setzt echte Integration voraus – Sprache, Arbeit, Respekt der Regeln, Teilhabe und die Anerkennung grundlegender Werte. Und wenn Integration scheitert oder bewusst verweigert wird, muss ReImmigration folgen: die Rückkehr ins Herkunftsland. Ein klares, transparentes Modell, das sowohl von italienischen Bürgern als auch von ausländischen Staatsbürgern verstanden wird.

    Wir können uns keine improvisierte oder chaotische Migrationspolitik mehr leisten. Wir können nicht weiter zwischen unkontrollierter Aufnahme und plötzlichen Schließungen hin- und herschwanken. Die Zahlen zeigen, dass das Phänomen weitergehen wird. Die globalen Entwicklungen zeigen, dass es weitergehen wird. Und die Wahrnehmung, die Migranten von Europa haben, bestätigt genau das. Die einzige Möglichkeit, nicht überrollt zu werden, besteht darin, neue, kohärente Regeln zu schaffen, die auf einem Gleichgewicht zwischen Rechten und Pflichten beruhen. Rechte, wenn du dich integrierst. ReImmigration, wenn du dich verweigerst.

    Es geht nicht darum, hart oder nachsichtig zu sein. Es geht darum, ernsthaft zu sein. Wenn ein Land ernsthaft ist, respektieren es die Menschen. Wenn ein Land chaotisch ist, nutzen Menschen das aus. So funktioniert die menschliche Natur. Und deshalb müssen wir den Mut haben anzuerkennen, dass die Migration nach Europa nicht abnehmen wird – und dass wir gerade deshalb einen vollständigen Kurswechsel brauchen.

    Ich bin Rechtsanwalt Fabio Loscerbo, und ich lade dich wie immer ein, diese Themen weiter auf www.reimmigrazione.com zu vertiefen. Wir werden darüber weiter sprechen – ohne Filter und ohne Illusionen. Denn ein Land, das die Wahrheit kennt, ist ein Land, das seine Zukunft selbst bestimmen kann.

  • Why Migration to Europe Will Not Decrease: The Essential Role of Welfare and Security in the New Paradigm


    Good morning, this is attorney Fabio Loscerbo, and welcome to a new episode of the “Integration or ReImmigration” podcast. Today I want to address a topic that will continue to shape Europe’s public debate for decades to come. Migration toward Europe—and toward Italy in particular—is not going to decrease. We can observe fluctuations, temporary slowdowns, routes that shrink and others that expand, but the long-term trend remains unchanged.

    The main reason is straightforward: people move to find what they lack in their home countries. And what they lack is not just employment. What they lack is a reliable welfare system. They lack true, everyday security—not theoretical, but real. They lack institutional stability, predictable rules, and the chance to build a dignified future for themselves and their children. For those who live in countries marked by political tension, economic fragility, or non-existent welfare structures, migrating to Europe is a rational choice. It is an investment in life—not merely in income.

    That is why the purely economic view of migration is now outdated. Believing that the phenomenon can be managed by calculating costs and benefits, or by reducing migrants to “labor force” or “financial burden,” means ignoring reality altogether. People do not come here because they are attracted by our labor market. They come because they are attracted by our protection system, our social model, and our institutional stability. And as long as the gap between Europe and the countries of origin remains this large, the migratory pressure will not decrease.

    This is the truth many struggle to admit. If migration is not going to decrease, the only viable option is to govern it—not endure it. And this is where the new paradigm I have been promoting comes into play: integration or reimmigration. It is not an ideological slogan but a principle of mutual responsibility. Access to our welfare system requires real integration—language, employment, respect for rules, participation, and shared fundamental values. And when integration fails or is deliberately rejected, reimmigration must take place: the return to the country of origin. It is a clear, transparent model, understandable to both Italian citizens and foreign nationals.

    We can no longer afford a casual or improvised approach to migration. We cannot continue shifting between indiscriminate reception and sudden restrictions. The numbers tell us that the phenomenon will continue. Global dynamics tell us that it will continue. And the perception migrants have of Europe leads to the same conclusion. The only way not to be overwhelmed is to build new, coherent rules based on a balance between rights and responsibilities. Rights if you integrate. ReImmigration if you refuse to.

    The point is not being harsh or lenient. The point is being serious. When a country is serious, people respect it. When a country is chaotic, people take advantage of it. That is human nature. And this is why we must have the courage to acknowledge that migration toward Europe will not diminish—and that, precisely for this reason, we need a complete shift in approach.

    This is attorney Fabio Loscerbo, and I invite you, as always, to explore these issues further at www.reimmigrazione.com. We will keep discussing them, without filters and without illusions. Because a country that knows the truth is a country that can choose its own future.

  • Perché la migrazione verso l’Europa non diminuirà: il ruolo decisivo del welfare e della sicurezza nel nuovo paradigma


    Buongiorno, sono l’avvocato Fabio Loscerbo e questo è un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.

    Oggi voglio affrontare un tema che, volenti o nolenti, continuerà a segnare il dibattito pubblico europeo nei prossimi decenni: la migrazione verso l’Europa e verso l’Italia non diminuirà.

    È inutile raccontarcela. Possiamo osservare oscillazioni, rallentamenti temporanei, flussi che calano su alcune rotte e aumentano su altre. Ma la direzione di fondo non cambia.

    Il motivo principale è semplice: le persone si muovono per cercare ciò che nei loro Paesi manca. E ciò che manca non è solo il lavoro. Ciò che manca è un sistema di welfare che funzioni davvero. Manca la sicurezza personale, quella vera, quotidiana, non quella retorica. Manca la stabilità istituzionale, la prevedibilità delle regole, la possibilità di costruire un futuro dignitoso per sé e per i propri figli. Per chi vive in Paesi segnati da tensioni politiche, crisi economiche, welfare inesistente o instabile, la migrazione verso l’Europa rappresenta una scelta razionale: un investimento sulla vita, non semplicemente sul reddito.

    È per questo che la visione economicista dell’immigrazione è ormai superata. Pensare che il fenomeno si possa governare limitandosi a calcolare costi e benefici, o riducendo i migranti a “forza lavoro” o “peso per lo Stato”, significa ignorare completamente la realtà.

    Le persone non arrivano qui perché attratte dal nostro mercato del lavoro: arrivano perché attratte dal nostro sistema di protezione, dal nostro modello sociale, dalla nostra stabilità. E finché questa distanza tra Europa e Paesi di origine resterà così ampia, la spinta migratoria non si ridurrà.

    Questa è la verità che molti faticano ad ammettere. Se la migrazione non diminuirà, allora l’unica strada è governarla. Non subirla, ma governarla.

    Ed è qui che entra in gioco il nuovo paradigma che propongo da tempo: integrazione o reimmigrazione. Non un’alternativa ideologica, ma un principio di responsabilità reciproca. L’accesso al nostro sistema di welfare richiede integrazione reale, fatta di lingua, lavoro, rispetto delle regole, partecipazione, condivisione dei valori fondamentali.

    E quando l’integrazione fallisce o non viene perseguita, deve scattare la reimmigrazione: cioè il ritorno nel Paese d’origine. È un modello chiaro, trasparente, comprensibile sia ai cittadini italiani sia ai cittadini stranieri.

    Non possiamo più permetterci una gestione casuale dei flussi. Non possiamo continuare con politiche che oscillano tra accoglienza indiscriminata e chiusure improvvisate. I numeri ci dicono che il fenomeno continuerà.

    La geografia globale ci dice che continuerà. E la percezione che i migranti hanno dell’Europa ci dice la stessa cosa. L’unico modo per non farci travolgere è costruire regole nuove, coerenti, fondate su un equilibrio tra diritti e doveri. Diritti se ti integri. ReImmigrazione se rifiuti l’integrazione.

    Il punto non è essere duri o morbidi. Il punto è essere seri. Quando un Paese è serio, le persone lo rispettano. Quando un Paese è caotico, le persone ne approfittano. È la natura umana. Ed è per questo che oggi serve il coraggio di ammettere che la migrazione verso l’Europa non potrà diminuire e che, proprio per questo, serve un cambio totale di approccio.

    Io sono l’avvocato Fabio Loscerbo e ti invito, come sempre, ad approfondire questi temi su www.reimmigrazione.com. Continueremo a parlarne, senza filtri e senza illusioni. Perché un Paese che conosce la verità è un Paese che può permettersi di decidere il proprio futuro.

  • Pourquoi la migration vers l’Europe ne diminuera pas : le rôle essentiel du bien-être social et de la sécurité dans le nouveau paradigme


    Bonjour, je suis l’avocat Fabio Loscerbo et voici un nouvel épisode du podcast « Intégration ou Réimmigration ».

    Aujourd’hui, je veux aborder un thème qui continuera de marquer profondément le débat public européen dans les décennies à venir. La migration vers l’Europe – et vers l’Italie en particulier – ne diminuera pas. On peut observer des fluctuations, des ralentissements temporaires, des routes qui se réduisent et d’autres qui se réactivent, mais la tendance de fond ne change pas.

    La raison principale est simple : les gens se déplacent pour chercher ce qui leur manque dans leur pays d’origine. Et ce qui manque, ce n’est pas seulement le travail.

    Ce qui manque, c’est un système de protection sociale fiable. Il manque la sécurité réelle, quotidienne, pas une sécurité théorique. Il manque la stabilité institutionnelle, des règles prévisibles et la possibilité de construire un avenir digne pour soi-même et pour ses enfants.

    Pour ceux qui vivent dans des pays marqués par des tensions politiques, une fragilité économique ou un système social inexistant, migrer vers l’Europe représente un choix rationnel. C’est un investissement dans la vie, et non simplement dans le revenu.

    C’est pour cela que la vision purement économique de la migration est désormais dépassée.

    Penser que l’on peut gérer le phénomène en calculant des coûts et des bénéfices, ou en réduisant les migrants à une « main-d’œuvre » ou à une « charge financière », revient à ignorer complètement la réalité.

    Les gens ne viennent pas ici parce qu’ils sont attirés par notre marché du travail. Ils viennent parce qu’ils sont attirés par notre système de protection, par notre modèle social, par notre stabilité institutionnelle. Et tant que l’écart entre l’Europe et les pays d’origine restera aussi grand, la pression migratoire ne diminuera pas.

    C’est la vérité que beaucoup ont du mal à reconnaître. Si la migration ne va pas diminuer, alors la seule solution est de la gouverner, et non de la subir.

    C’est ici qu’intervient le nouveau paradigme que je propose depuis longtemps : intégration ou réimmigration.

    Ce n’est pas un slogan idéologique, mais un principe de responsabilité réciproque. L’accès à notre système social exige une intégration réelle : la langue, le travail, le respect des règles, la participation et l’adhésion aux valeurs fondamentales.

    Et lorsque l’intégration échoue ou qu’elle est refusée, la réimmigration doit intervenir : le retour dans le pays d’origine. C’est un modèle clair, transparent, compréhensible aussi bien pour les citoyens italiens que pour les ressortissants étrangers.

    Nous ne pouvons plus nous permettre une gestion improvisée ou désordonnée de la migration. Nous ne pouvons pas continuer à osciller entre une accueil indiscriminé et des fermetures soudaines.

    Les chiffres nous montrent que le phénomène va continuer. La dynamique mondiale nous montre qu’il va continuer. Et la perception que les migrants ont de l’Europe conduit à la même conclusion.

    La seule façon de ne pas être dépassés est de construire de nouvelles règles, cohérentes, fondées sur un équilibre entre droits et devoirs. Des droits si tu t’intègres. La réimmigration si tu refuses de t’intégrer.

    La question n’est pas d’être dur ou indulgent. La question est d’être sérieux. Lorsqu’un pays est sérieux, les gens le respectent. Lorsqu’un pays est chaotique, les gens en profitent. C’est la nature humaine.

    Et c’est pourquoi nous devons avoir le courage de reconnaître que la migration vers l’Europe ne diminuera pas et que, précisément pour cette raison, un changement complet d’approche est nécessaire.

    Je suis l’avocat Fabio Loscerbo, et je t’invite, comme toujours, à approfondir ces sujets sur le site www.reimmigrazione.com. Nous continuerons à en parler, sans filtres et sans illusions. Parce qu’un pays qui connaît la vérité est un pays capable de choisir son propre avenir.

  • Perché la migrazione verso Europa e Italia non potrà diminuire: superare l’approccio economicista e adottare il nuovo paradigma

    La dinamica migratoria che interessa l’Europa e, in particolare, l’Italia non mostra segnali di riduzione strutturale.

    Anche quando alcuni flussi appaiono in calo rispetto agli anni precedenti, non per questo la pressione migratoria complessiva si attenua.

    Le persone continuano a muoversi perché cercano ciò che nei Paesi di origine non trovano: un sistema di welfare funzionante, sicurezza personale e familiare, stabilità istituzionale, diritti effettivamente esigibili.

    Per comprendere il fenomeno è necessario andare oltre la lettura meramente numerica o stagionale, e soprattutto oltre la visione economicista che ha dominato finora.

    Secondo i dati Eurostat, nel 2023 l’Unione europea ha registrato circa 4,3 milioni di ingressi da Paesi non appartenenti all’Unione. Il riferimento è disponibile al link:
    https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Migration_to_and_from_the_EU

    Sebbene il flusso sia risultato inferiore rispetto all’anno precedente, lo stesso Eurostat precisa che non si può parlare di una tendenza alla riduzione strutturale, ma di oscillazioni collegate a fattori geopolitici contingenti.

    L’Italia, secondo l’ISTAT, nel 2023 ha registrato un saldo migratorio internazionale positivo di 274.000 unità.

    Questi dati si inseriscono in un quadro in cui la mobilità internazionale resta elevata e tende a stabilizzarsi su livelli che mostrano come l’Europa continui a rappresentare una meta privilegiata. Il motivo non è soltanto economico.

    La spinta principale è la ricerca di condizioni di vita più sicure, sistemi sanitari e sociali affidabili, istituzioni prevedibili, opportunità di istruzione per i figli e un ambiente complessivamente più stabile. La migrazione non è un movimento orientato alla massimizzazione del reddito, ma un tentativo di accedere a sistemi di protezione che nei paesi di origine spesso sono deboli, inaccessibili o inesistenti.

    Il rapporto “Migration Outlook 2025” dell’International Centre for Migration Policy Development conferma che i flussi verso l’Europa non sono destinati a contrarsi in modo significativo.

    Le previsioni parlano di un fenomeno “volatile ma persistente”, influenzato da fattori strutturali che non scompariranno nel breve periodo.

    In Italia, inoltre, la presenza straniera stabile supera i cinque milioni di persone, come riportato da InfoMigrants:
    https://www.infomigrants.net/en/post/58085/5-million-foreigners-residing-in-italy-in-2023-nearly-9-of-total-population

    Siamo dunque di fronte a un fenomeno che non può essere affrontato con gli strumenti concettuali del passato.

    La visione economicista, che misura l’immigrazione in termini di saldo costi/benefici o di impatto immediato sul mercato del lavoro, risulta oggi insufficientemente realistica.

    I migranti non si muovono solo perché attratti da un’occupazione, ma perché spinti da una ricerca di sicurezza e protezione che il loro Paese non garantisce.

    L’Europa e l’Italia esercitano una forte capacità attrattiva in quanto rappresentano – nel percepito collettivo – spazi in cui il welfare funziona e le istituzioni proteggono davvero. È questa percezione, più ancora degli indicatori economici, a determinare la direzione dei flussi.

    In questo contesto, limitarsi alla dimensione economica significa ignorare l’essenza del fenomeno. Il nodo non è “quanto costa” o “quanto rende” l’immigrazione, ma quale modello di integrazione viene proposto e quali condizioni vengono poste per l’accesso e la permanenza sul territorio.

    La migrazione continuerà a dirigersi verso i sistemi che garantiscono protezione, e continuerà a farlo finché le distanze tra Paesi di origine e Paesi di destinazione resteranno così marcate in termini di servizi essenziali, sicurezza pubblica e opportunità di vita.

    Per questa ragione è ormai imperativo superare l’approccio tradizionale e adottare un nuovo paradigma.

    L’impostazione fondata esclusivamente su valutazioni economiche non è adeguata a governare una realtà che è, innanzitutto, sociale e istituzionale.

    L’Europa – e l’Italia in particolare – ha bisogno di un modello capace di integrare sicurezza, formazione linguistica, responsabilità individuale, percorsi di regolarizzazione trasparenti e un sistema chiaro di diritti e doveri.

    È necessario abbandonare la retorica emergenziale, che distorce il dibattito, e assumere una prospettiva strutturale, fondata sulla continuità dei flussi e sulle esigenze interne di coesione sociale.

    Se la migrazione non diminuirà – e i dati dimostrano che non diminuirà – allora la questione decisiva non è contenere il fenomeno, ma governarlo in modo responsabile.

    La stabilità dei sistemi europei dipenderà dalla capacità di unire accoglienza e responsabilità, diritti e doveri, welfare e integrazione. In questo equilibrio si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione“: un modello capace di leggere la migrazione non come un “evento economico”, ma come un processo umano che richiede risposte mature, coerenti e soprattutto orientate al futuro.

    Avvocato Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

  • Protezione Complementare e nuovo paradigma migratorio: tra ReImmigrazione e Remigrazione

    La sentenza del Tribunale di Bologna (R.G. 612/2025 del 7 novembre 2025) offre una chiave di lettura utile per comprendere la funzione sistemica della protezione complementare nel diritto dell’immigrazione.

    In particolare, essa dimostra come la protezione complementare rappresenti oggi il principale strumento di attuazione del principio di integrazione come criterio giuridico di stabilizzazione del soggiorno.

    Nel caso esaminato, il giudice ha riconosciuto il diritto alla permanenza a una cittadina albanese che, insieme al proprio nucleo familiare, aveva dimostrato un radicamento concreto nel territorio: lavoro stabile, abitazione, figli iscritti a scuola, conoscenza della lingua italiana.

    La decisione, conforme all’orientamento delle Sezioni Unite della Cassazione (n. 24413/2021), valorizza l’inserimento sociale e lavorativo come espressione della vita privata e familiare tutelata dall’art. 8 CEDU.

    Questo approccio segna un punto di svolta.

    La protezione complementare, infatti, non si limita a garantire una tutela residuale contro il rimpatrio, ma diventa uno spazio di valutazione della qualità dell’integrazione raggiunta.

    In essa si sperimenta un modello di rapporto tra cittadino straniero e Stato che non si fonda più esclusivamente sulla logica economica della forza lavoro, ma su quella relazionale della partecipazione e della coesione sociale.

    È in questo senso che la protezione complementare può essere considerata il laboratorio del paradigma Integrazione o ReImmigrazione.

    Tale paradigma propone una revisione dell’intero approccio al fenomeno migratorio, spostando l’asse dall’utilità economica dello straniero alla verifica del suo effettivo inserimento nella società, inteso come adesione ai valori, alle regole e alle relazioni che strutturano la comunità nazionale.

    Sotto questo profilo, esso si differenzia dalla teoria politica della remigrazione, la quale – pur affrontando anch’essa il tema del ritorno e della gestione dei flussi – non si pone l’obiettivo di ridefinire il paradigma di fondo dell’immigrazione in chiave integrativa.

    L’idea di Integrazione o ReImmigrazione muove invece da una prospettiva giuridico-sociale che considera l’integrazione un elemento verificabile e misurabile, ponendo le basi per una disciplina che non si limita alla permanenza o al rientro, ma introduce un criterio strutturale di equilibrio tra diritti e doveri.

    In tal modo, la protezione complementare si afferma come terreno di sperimentazione di un diritto dell’immigrazione rinnovato: un diritto che non si limita a gestire presenze, ma che misura la coerenza del percorso individuale rispetto ai principi della convivenza civile.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID: 280782895721-36) – Materia: politiche dell’immigrazione e dell’asilo

  • 🎙️ Título:Del Acuerdo de Integración a la Policía de Inmigración: hacia un nuevo paradigma europeo

    En los últimos días he reflexionado sobre dos aspectos fundamentales de la política migratoria italiana que, en realidad, tienen un significado mucho más amplio y universal: el Acuerdo de Integración y la propuesta de crear una Policía de Inmigración.
    Estos temas no se limitan a Italia: conciernen a todos los Estados que desean gestionar la inmigración con equilibrio, responsabilidad y una visión a largo plazo.

    Como he explicado en varios artículos, el Acuerdo de Integración no debe considerarse una mera formalidad burocrática. Representa la base moral y jurídica de la relación entre el extranjero y el Estado que lo acoge.
    Firmar ese acuerdo significa elegir formar parte de una comunidad política, aceptar sus valores, su cultura y sus normas.
    En Italia, este acuerdo implica compromisos concretos: aprender el idioma, conocer la Constitución, respetar las leyes y contribuir, dentro de las propias posibilidades, a la vida económica y social del país.
    La integración no es un derecho automático: es un proceso. Y como todo proceso, requiere esfuerzo, coherencia y verificación.
    Cuando este proceso fracasa —por decisión propia, por indiferencia o por incumplimiento de las reglas— debe activarse la ReInmigración, es decir, el regreso al país de origen. Porque permanecer en el país de acogida solo tiene sentido si existe la verdadera voluntad de participar en la vida cívica y respetar las leyes fundamentales de la comunidad que recibe.

    Sin embargo, la integración no puede depender únicamente del comportamiento individual. El Estado también necesita una estructura clara y coordinada para gestionar la inmigración de forma unificada y transparente.
    Por eso he propuesto la creación de una Policía de Inmigración, un cuerpo especializado que concentre las competencias actualmente dispersas en diferentes organismos.
    En Italia, las oficinas de inmigración dentro de las jefaturas de policía realizan tareas administrativas esenciales, pero carecen de una estructura operativa con una visión integral —una capaz de coordinar la acogida, los controles, las repatriaciones y la cooperación internacional en un marco coherente.
    En Estados Unidos, el ICE (Immigration and Customs Enforcement) ya cumple esta función. Italia, y en general Europa, deberían avanzar hacia un modelo similar —no para cerrarse, sino para organizarse mejor.
    Porque un Estado que no sabe quién entra, quién se queda y quién debe marcharse, no es un Estado acogedor —es un Estado desorganizado.

    La integración y la seguridad no son principios opuestos: son las dos caras de la misma moneda, ambas necesarias para construir una sociedad justa y estable.
    En este sentido, Italia puede convertirse en un laboratorio europeo: un país que busca activamente el equilibrio entre hospitalidad y orden, entre derechos y deberes, entre libertad y responsabilidad.
    Ese equilibrio debería inspirar al conjunto de la Unión Europea: avanzar hacia normas comunes, controles efectivos y una cooperación real.
    La inmigración no es una crisis que deba soportarse, sino una realidad que debe gobernarse —con las herramientas adecuadas y valores compartidos.

    En definitiva, la integración no puede existir sin legalidad, y la legalidad carece de sentido sin un verdadero proyecto de integración.
    Ese es el significado del paradigma que propongo: Integración o ReInmigración.
    No es un eslogan ideológico, sino un principio de realismo y responsabilidad.
    El futuro de Europa dependerá de nuestra capacidad para acoger a quienes desean pertenecer y para devolver a quienes rechazan hacerlo.
    Italia puede ser el punto de partida de este nuevo modelo que une humanidad con firmeza, solidaridad con responsabilidad.

    Soy el abogado Fabio Loscerbo, y los invito a leer más análisis en http://www.reimmigrazione.com.

  • 🎙️ Titre :De l’Accord d’Intégration à la Police de l’Immigration : vers un nouveau paradigme européen

    Ces derniers jours, j’ai réfléchi à deux aspects essentiels de la politique migratoire italienne qui, en réalité, ont une portée beaucoup plus large et universelle : l’accord d’intégration et la proposition de créer une police de l’immigration.
    Ces thèmes ne concernent pas uniquement l’Italie – ils s’adressent à tous les États qui souhaitent gérer l’immigration avec équilibre, responsabilité et vision à long terme.

    Comme je l’ai expliqué dans plusieurs articles, l’accord d’intégration ne doit pas être considéré comme une simple formalité administrative. Il constitue la base morale et juridique de la relation entre l’étranger et l’État qui l’accueille.
    Signer cet accord, c’est choisir de faire partie d’une communauté politique, d’en accepter les valeurs, la culture et les règles.
    En Italie, cet accord impose des engagements concrets : apprendre la langue, comprendre la Constitution, respecter les lois et contribuer, selon ses capacités, à la vie économique et sociale du pays.
    L’intégration n’est pas un droit automatique : c’est un processus. Et comme tout processus, elle exige effort, cohérence et vérification.
    Lorsque ce processus échoue — par choix, par indifférence ou par non-respect des règles — la RéImmigration doit s’appliquer : le retour dans le pays d’origine. Car le séjour dans le pays d’accueil n’a de sens que s’il existe une véritable volonté de participer à la vie civique et de respecter les lois fondamentales de la communauté qui accueille.

    Mais l’intégration ne peut pas dépendre uniquement du comportement individuel. L’État doit lui aussi disposer d’une structure claire et coordonnée pour gérer l’immigration de manière unifiée et transparente.
    C’est pourquoi j’ai proposé la création d’une Police de l’Immigration, un corps spécialisé capable de regrouper des compétences aujourd’hui dispersées entre différents services.
    En Italie, les bureaux de l’immigration au sein des préfectures de police accomplissent des tâches administratives essentielles, mais il leur manque une structure opérationnelle dotée d’une vision globale — capable de coordonner l’accueil, le contrôle, le retour et la coopération internationale dans un cadre cohérent.
    Aux États-Unis, l’agence ICE (Immigration and Customs Enforcement) joue déjà ce rôle. L’Italie, et plus largement l’Europe, devraient s’inspirer de ce modèle — non pas pour se fermer, mais pour mieux s’organiser.
    Parce qu’un État qui ne sait pas qui entre, qui reste et qui doit partir n’est pas un État accueillant — c’est un État désordonné.

    L’intégration et la sécurité ne sont pas des objectifs opposés : ce sont deux conditions nécessaires à la construction d’une société juste et stable.
    À ce titre, l’Italie peut devenir un laboratoire européen : un pays où l’on cherche activement l’équilibre entre hospitalité et ordre, entre droits et devoirs, entre liberté et responsabilité.
    Cet équilibre devrait inspirer l’ensemble de l’Union européenne : vers des normes communes, un contrôle effectif et une coopération réelle.
    L’immigration n’est pas une crise à subir, mais une réalité à gouverner — avec les bons outils et des valeurs partagées.

    En définitive, l’intégration ne peut exister sans légalité, et la légalité ne signifie rien sans un véritable projet d’intégration.
    C’est le sens du paradigme que je propose : Intégration ou RéImmigration.
    Ce n’est pas un slogan idéologique, mais un principe de réalisme et de responsabilité.
    L’avenir de l’Europe dépendra de notre capacité à accueillir ceux qui veulent appartenir et à reconduire ceux qui refusent de le faire.
    L’Italie peut montrer la voie, en offrant un modèle qui unit humanité et fermeté, solidarité et responsabilité.

    Je suis l’avocat Fabio Loscerbo, et je vous invite à lire d’autres analyses sur http://www.reimmigrazione.com.

  • 🎙️ Titel:Vom Integrationsabkommen zur Einwanderungspolizei: Aufbau eines neuen europäischen Paradigmas

    In den letzten Tagen habe ich über zwei zentrale Aspekte der italienischen Einwanderungspolitik nachgedacht, die jedoch eine viel größere, universelle Bedeutung haben: das Integrationsabkommen und den Vorschlag, eine Einwanderungspolizei zu schaffen.
    Diese Themen betreffen nicht nur Italien – sie betreffen jedes Land, das Einwanderung mit Ausgewogenheit, Verantwortung und Weitblick gestalten will.

    Wie ich in mehreren Artikeln erläutert habe, darf das Integrationsabkommen nicht als bloße bürokratische Formalität betrachtet werden. Es bildet die moralische und rechtliche Grundlage für das Verhältnis zwischen dem Ausländer und dem Staat, der ihn aufnimmt.
    Mit der Unterzeichnung dieses Abkommens entscheidet man sich, Teil einer politischen Gemeinschaft zu werden – ihre Werte, ihre Kultur und ihre Regeln anzunehmen.
    In Italien verpflichtet dieses Abkommen zu konkreten Maßnahmen: die Sprache zu lernen, die Verfassung zu verstehen, die Gesetze zu achten und – im Rahmen der eigenen Möglichkeiten – zum wirtschaftlichen und sozialen Leben des Landes beizutragen.
    Integration ist kein automatisches Recht; sie ist ein Prozess. Und wie jeder Prozess erfordert sie Einsatz, Beständigkeit und Überprüfung.
    Wenn dieser Prozess scheitert – durch eigene Entscheidung, Gleichgültigkeit oder Missachtung der Regeln – muss die ReImmigration erfolgen: die Rückkehr in das Herkunftsland. Denn der Aufenthalt in einem Aufnahmestaat hat nur dann Sinn, wenn der echte Wille besteht, am zivilen Leben der Gemeinschaft teilzunehmen und ihre grundlegenden Gesetze zu respektieren.

    Doch Integration kann nicht allein vom Verhalten des Einzelnen abhängen. Auch der Staat muss über eine klare, koordinierte Struktur verfügen, um Einwanderung einheitlich und transparent zu steuern.
    Deshalb habe ich die Schaffung einer Einwanderungspolizei vorgeschlagen – einer spezialisierten Behörde, die die derzeit auf verschiedene Stellen verteilten Aufgaben bündelt.
    In Italien übernehmen die Einwanderungsabteilungen der Polizeipräsidien wichtige Verwaltungsaufgaben, doch ihnen fehlt eine operative Struktur mit einem ganzheitlichen Blick – eine, die Aufnahme, Kontrolle, Rückführung und internationale Zusammenarbeit in einem kohärenten Rahmen vereint.
    In den Vereinigten Staaten erfüllt ICE – Immigration and Customs Enforcement – bereits diese Rolle. Italien und ganz Europa sollten einem ähnlichen Modell folgen – nicht um sich abzuschotten, sondern um besser zu organisieren.
    Denn ein Staat, der nicht weiß, wer einreist, wer bleibt und wer gehen muss, ist kein aufnahmefähiger Staat – sondern ein unorganisierter.

    Integration und Sicherheit sind keine Gegensätze, sondern zwei Seiten derselben Medaille – beide notwendig, um eine gerechte und stabile Gesellschaft aufzubauen.
    In diesem Sinne kann Italien zu einem europäischen Labor werden: ein Land, das das Gleichgewicht zwischen Gastfreundschaft und Ordnung, zwischen Rechten und Pflichten aktiv sucht.
    Dieses Gleichgewicht sollte die gesamte Europäische Union leiten – hin zu gemeinsamen Standards, wirksamer Kontrolle und echter Zusammenarbeit.
    Einwanderung ist keine Krise, die man erdulden muss, sondern eine Realität, die man mit den richtigen Instrumenten und gemeinsamen Werten gestalten sollte.

    Am Ende kann Integration ohne Rechtsstaatlichkeit nicht bestehen, und Rechtsstaatlichkeit ist bedeutungslos ohne ein echtes Integrationsprojekt.
    Das ist das Wesen des Paradigmas, das ich vorschlage: Integration oder ReImmigration.
    Es ist kein ideologisches Schlagwort – sondern ein Prinzip von Realismus und Verantwortung.
    Die Zukunft Europas hängt davon ab, ob wir diejenigen willkommen heißen, die dazugehören wollen, und diejenigen zurückführen, die dies ablehnen.
    Italien kann hierbei eine Führungsrolle übernehmen – als Modell, das Menschlichkeit mit Entschlossenheit, Solidarität mit Verantwortlichkeit verbindet.

    Ich bin Rechtsanwalt Fabio Loscerbo, und ich lade Sie ein, weitere Beiträge auf http://www.reimmigrazione.com zu lesen.

  • 🎙️ Title:From the Integration Agreement to the Immigration Police: Building a New European Paradigm

    Over the past few days, I’ve reflected on two key aspects of Italy’s immigration policy that actually have a broader and more universal significance: the Integration Agreement and the proposal to establish an Immigration Police.
    These aren’t just Italian issues — they concern every nation that wants to approach immigration with balance, responsibility, and a long-term vision.

    As I’ve explained in several articles, the Integration Agreement shouldn’t be treated as a mere bureaucratic formality. It represents the moral and legal foundation of the relationship between a foreign national and the State that hosts them.
    Signing that agreement means choosing to become part of a political community — accepting its values, its culture, and its rules.
    In Italy, this agreement requires concrete commitments: learning the language, understanding the Constitution, obeying the laws, and contributing — as far as one’s abilities allow — to the economic and social life of the country.
    Integration is not an automatic right; it’s a process. And like any process, it requires effort, consistency, and verification.
    When that process fails — through personal choice, indifference, or refusal to respect the rules — ReImmigration must take place: returning to one’s country of origin. Because remaining in a host country only makes sense when there’s a genuine willingness to participate in its civic life and to respect its fundamental laws.

    But integration can’t rely solely on individual behavior. The State also needs a clear, coordinated structure to manage immigration in a unified and transparent way.
    That’s why I’ve proposed creating an Immigration Police, a specialized force that brings together functions currently scattered among different offices.
    In Italy, the Immigration Divisions within police headquarters handle key administrative duties, but they lack an operational structure with a comprehensive vision — one capable of coordinating reception, enforcement, deportation, and international cooperation.
    In the United States, ICE — Immigration and Customs Enforcement — already fulfills that role. Italy, and Europe as a whole, should follow a similar path — not to close borders, but to manage them responsibly.
    Because a country that doesn’t know who enters, who stays, and who leaves isn’t a welcoming country — it’s a disorganized one.

    Integration and security are not opposing goals. They are two sides of the same coin — both necessary to build a just and stable society.
    Italy could serve as a European testing ground: a nation where the balance between hospitality and order, between rights and responsibilities, is actively pursued.
    That balance should guide the entire European Union — toward shared standards, effective monitoring, and genuine cooperation.
    Immigration is not a crisis to endure; it’s a reality to govern — with the right tools and with shared values.

    In the end, integration cannot exist without legality, and legality means nothing without a real project of integration.
    That’s the essence of the paradigm I propose: Integration or ReImmigration.
    It’s not an ideological slogan — it’s a principle of realism and accountability.
    The future of Europe will depend on our ability to welcome those who want to belong — and to return those who refuse to.
    Italy can lead the way, offering a model that combines humanity with firmness, solidarity with responsibility.

    I’m attorney Fabio Loscerbo, and I invite you to read more insights at http://www.reimmigrazione.com.

  • 🎙️ Titolo:Dal Patto di Integrazione alla Polizia dell’Immigrazione: verso un nuovo paradigma europeo

    Negli ultimi giorni ho riflettuto su due aspetti centrali della politica migratoria italiana che, tuttavia, hanno un significato più ampio e universale: l’accordo di integrazione e la proposta di istituire una Polizia dell’Immigrazione. Due temi che non riguardano solo l’Italia, ma ogni Stato che voglia affrontare l’immigrazione con equilibrio, responsabilità e visione strategica.

    Come ho spiegato in diversi articoli, l’accordo di integrazione non può essere considerato un semplice adempimento burocratico. È la base morale e giuridica del rapporto tra lo straniero e lo Stato che lo accoglie. Firmare quell’accordo significa accettare di entrare a far parte di una comunità politica, condividendone i valori e le regole.
    In Italia, questo accordo prevede impegni precisi: conoscere la lingua, comprendere la Costituzione, rispettare le leggi e contribuire, secondo le proprie capacità, alla vita economica e sociale del Paese.
    L’integrazione non è un diritto automatico: è un percorso. E come ogni percorso, richiede impegno, coerenza e verifica.
    Quando questo percorso fallisce — per scelta, per disinteresse o per mancato rispetto delle regole — deve scattare la ReImmigrazione, cioè il ritorno nel Paese d’origine. Perché la permanenza sul territorio ha senso solo se c’è la volontà di partecipare alla vita della comunità ospitante e di rispettarne le regole fondamentali.

    Ma per funzionare, l’integrazione non può dipendere solo dal comportamento del singolo. Serve anche una struttura statale capace di gestire in modo unitario e trasparente l’intero fenomeno migratorio.
    È in questo contesto che nasce la mia proposta di creare una Polizia dell’Immigrazione, un corpo specializzato che unisca competenze oggi disperse tra più uffici.
    In Italia, gli Uffici Immigrazione delle Questure svolgono compiti amministrativi fondamentali, ma mancano di un’unità operativa con una visione d’insieme: capace di gestire accoglienza, controlli, rimpatri e collaborazione internazionale in modo coordinato.
    Negli Stati Uniti, l’ICE — Immigration and Customs Enforcement — svolge proprio questa funzione. L’Italia, e più in generale l’Europa, dovrebbero dotarsi di un modello simile: non per chiudersi, ma per organizzarsi.
    Perché uno Stato che non conosce chi entra, chi resta e chi deve partire, non è uno Stato accogliente. È uno Stato vulnerabile.

    L’integrazione e la sicurezza non sono due principi in contrasto: sono due condizioni necessarie per costruire una società giusta e stabile. L’Italia, in questo senso, può diventare un laboratorio europeo: il luogo dove si sperimenta un equilibrio tra accoglienza e ordine, tra diritti e doveri, tra libertà e responsabilità.
    Un equilibrio che dovrebbe ispirare anche gli altri Paesi dell’Unione, in un quadro di regole comuni, verifiche effettive e solidarietà reciproca.
    Perché l’immigrazione non è un problema da subire, ma una realtà da governare con strumenti adeguati e valori condivisi.

    In definitiva, l’integrazione non può esistere senza legalità, e la legalità non serve a nulla senza un progetto di integrazione.
    È questo il significato del paradigma che propongo: integrazione o reimmigrazione.
    Una formula che non nasce da ideologia, ma da realismo.
    Perché il futuro dell’Europa si giocherà sulla capacità di accogliere chi vuole appartenere e di rimandare chi rifiuta di farlo.
    L’Italia può essere il punto di partenza di questo nuovo modello, che unisce umanità e fermezza, solidarietà e responsabilità.

    Io sono l’avvocato Fabio Loscerbo, e vi invito a leggere gli approfondimenti sul sito http://www.reimmigrazione.com.

  • Dagli Uffici Immigrazione all’ICE: perchè è necessario costruire una Polizia dell’Immigrazione per l’Italia

    In Italia il governo dei flussi migratori continua a poggiare su un apparato amministrativo frammentato e sovraccarico, affidato agli Uffici Immigrazione delle Questure, alle Prefetture e a una rete di strutture che, pur agendo con professionalità, operano senza una visione unitaria e senza strumenti realmente adeguati alla complessità del fenomeno.
    Negli Stati Uniti, al contrario, l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) rappresenta una vera e propria Polizia dell’Immigrazione, con poteri investigativi, operativi e di coordinamento su tutto il territorio federale. Il confronto è inevitabile, e mostra con chiarezza il vuoto strutturale del sistema italiano.

    1. Due modelli opposti: l’efficienza statunitense e la frammentazione italiana

    L’ICE statunitense è un’agenzia federale specializzata, dotata di proprie unità investigative e operative, con competenze che spaziano dal contrasto all’immigrazione irregolare alle operazioni contro le reti transnazionali di traffico di esseri umani.
    Nel solo mese di ottobre 2025, operazioni coordinate a Houston, Chicago e nel Massachusetts hanno portato all’arresto di oltre duemila persone tra trafficanti, ricercati internazionali e soggetti in posizione irregolare. L’agenzia opera in stretta sinergia con la Border Patrol, ma mantiene autonomia gerarchica e gestionale, consentendo interventi mirati anche nelle aree interne del Paese.

    L’Italia, invece, non dispone di nulla di paragonabile.
    Gli Uffici Immigrazione delle Questure gestiscono un volume crescente di permessi di soggiorno, richieste di protezione internazionale, decreti di espulsione e ricorsi amministrativi, ma lo fanno con personale ridotto, strumenti informatici inadeguati e competenze disperse tra più amministrazioni.

    Il risultato è un sistema lento, burocratizzato e privo di specializzazione operativa.
    Non si tratta di inefficienza individuale: è un vuoto strutturale, che discende dall’assenza di una forza di polizia specificamente dedicata all’immigrazione.

    2. Le carenze denunciate dai sindacati di polizia

    Le organizzazioni sindacali della Polizia di Stato denunciano da tempo questa criticità.
    L’Unione Sindacale Italiana Poliziotti (USIP) ha segnalato “carenze organiche di tantissimi Uffici Immigrazione su tutto il territorio nazionale” (https://www.usip.it/nazionale/1247-potenziamento-uffici-immigrazione.html) , sollecitando un potenziamento stabile delle risorse umane e logistiche.
    Il SIULP, in un comunicato del marzo 2025, ha chiesto al Dipartimento della Pubblica Sicurezza un “incontro urgente per affrontare la situazione di sovraccarico del personale impiegato negli uffici immigrazione” (https://siulp.it/uffici-immigrazione-impiego-del-personale-richiesta-di-chiarimenti-e-incontro-urgente/ ).
    Un’inchiesta di NSP Polizia ha stimato che in molte questure manca circa il 30% del personale previsto per legge, con gravi ricadute sui tempi di lavorazione delle pratiche, sull’efficacia dei controlli e sulla sicurezza degli operatori (https://www.nsp-polizia.it/prefetture-e-questure-con-organico-ridotto-e-software-inadeguati-negli-uffici-manca-circa-il-30-del-personale-previsto-per-legge/).

    Dietro la parola “carenza di organico” si nasconde un paradosso: mentre l’immigrazione è un fenomeno strutturale e in crescita, lo Stato continua a trattarla come un’emergenza amministrativa, affidandone la gestione a uffici concepiti per altri compiti.

    3. L’assenza di una Polizia dell’Immigrazione

    La differenza rispetto al modello americano non è solo quantitativa, ma qualitativa.
    L’Italia non ha una Polizia dell’Immigrazione in senso proprio: le funzioni sono distribuite tra Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza e personale civile del Ministero dell’Interno. Nessuno di questi corpi, tuttavia, è formato o organizzato per occuparsi in via esclusiva della dimensione migratoria.
    Le conseguenze sono evidenti: ritardi nei procedimenti, mancato coordinamento tra Questure e Prefetture, difficoltà nel controllo effettivo del territorio, impossibilità di attuare politiche differenziate per contesto regionale.

    Una Polizia dell’Immigrazione non avrebbe un carattere repressivo, ma amministrativo e di ordine pubblico, con funzioni miste: controllo, monitoraggio, accompagnamento, ma anche prevenzione e supporto alle politiche di integrazione.
    Negli Stati Uniti, l’ICE non si limita a eseguire espulsioni: raccoglie dati, collabora con le autorità locali, forma agenti specializzati e coordina strategie su base territoriale.

    4. ReImmigrazione e sovranità amministrativa

    Nel paradigma della ReImmigrazione, l’integrazione non è un concetto astratto ma un processo verificabile. Quando fallisce, lo Stato deve disporre di strumenti concreti per intervenire: non solo giudici, commissioni e burocrazia, ma una forza di polizia specifica, capace di garantire l’esecuzione effettiva delle decisioni e il rispetto delle norme.
    In questo senso, la creazione di una Polizia dell’Immigrazione rappresenta una condizione di sovranità amministrativa: serve a ristabilire la capacità dello Stato di applicare le proprie regole senza demandare tutto alla lentezza procedurale degli uffici.

    Il corpo potrebbe essere organizzato secondo due modelli alternativi:

    • nazionale, per assicurare uniformità e coordinamento centralizzato;
    • regionale, per rispondere alla specificità dei contesti locali, dove l’impatto migratorio varia in base al territorio, al tessuto economico e alla pressione sociale.

    Entrambe le ipotesi condividono un obiettivo: rendere l’immigrazione una materia di ordine amministrativo gestita con strumenti di polizia specializzata, non un peso burocratico scaricato su uffici sottodimensionati.

    5. Verso una nuova architettura dell’immigrazione

    Il confronto con gli Stati Uniti evidenzia una linea di fondo: dove esiste una struttura dedicata, lo Stato è in grado di governare; dove manca, subisce.
    L’Italia continua a oscillare tra retorica e emergenza, senza dotarsi degli strumenti necessari per una gestione moderna e coerente.
    Una Polizia dell’Immigrazione — nazionale o regionale — non sarebbe una forzatura, ma la naturale evoluzione di un sistema che vuole coniugare integrazione, sicurezza e legalità.

    È giunto il momento di riconoscere che il diritto all’accoglienza implica anche il dovere di garantire ordine, efficienza e certezza delle regole.
    La ReImmigrazione non è un sogno ideologico, ma una necessità giuridica: senza un corpo dedicato, la politica dell’immigrazione resterà ostaggio delle procedure e delle carenze di organico.
    Lo Stato deve poter agire, non soltanto attendere.

    Avv. Fabio Loscerbo, lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

  • Towards a European Integration Agreement: Italy’s Model for a Common Immigration Policy

    In the European debate on migration, discussions often focus on quotas, relocations, and border controls. Yet one essential question remains largely ignored: how can we ensure that those who enter and stay in Europe truly share the values, duties, and rules of the European community?

    Italy, through Article 4-bis of Legislative Decree 286/1998, introduced a mechanism that — although poorly implemented — represents an advanced foundation: the Integration Agreement between the State and the foreign national.

    It is a simple yet revolutionary concept: integration as a bilateral obligation, based on concrete and verifiable commitments.
    On one side, the foreign citizen undertakes to learn the national language, respect the Constitution, pay taxes, and guarantee compulsory education for their children.
    On the other, the State ensures access to fundamental rights, civic training, and public services, supporting real participation in society.

    In essence, it is a temporary pact of citizenship, where the right to stay depends on the duty to integrate — a principle that the European Union should now adopt, turning the Italian model into a European Integration Agreement.

    1. A mechanism for shared responsibility

    The Italian model operates through a credit system, where credits are gained through linguistic, educational, and social progress and deducted in cases of criminal convictions or civic non-compliance.

    Applied on a European scale, this mechanism could become a tool for common monitoring of integration standards across the 27 Member States, overcoming the current fragmentation of national approaches.
    A foreign national moving within the EU could maintain and transfer their integration credits, allowing transparent and traceable progress throughout the Union.

    2. Coherence with the new European Pact on Migration and Asylum

    The New EU Pact on Migration and Asylum focuses mainly on border management and return procedures but remains weak on integration after entry.
    A European Integration Agreement would fill this gap within the framework of Article 79 TFEU, which empowers the EU to define common conditions for entry and residence of third-country nationals.

    Through a regulation or directive, the Union could establish minimum integration standards based on:

    • knowledge of the host country’s language and civic culture;
    • respect for the fundamental values of the Union (Article 2 TEU);
    • active participation in social and economic life;
    • measurable and periodic assessments of progress.

    3. From integration to ReImmigration: a European principle of reciprocity

    If integration is a pact, it must also have consequences in case of non-compliance.
    Under the paradigm promoted by Reimmigrazione, failure of integration leads to ReImmigration — the return to the country of origin or relocation to another safe country willing to receive the individual.

    Applied at EU level, this principle would make long-term residence a result, not a presumption.
    It is not punitive but coherent: integration is not declared, it is demonstrated.
    A shared European framework would finally connect rights with responsibilities, ensuring that residence is granted to those who truly belong to the community of values that defines Europe.

    4. A model that strengthens European identity

    A European Integration Agreement would not erase national traditions.
    Rather, it would reaffirm that European identity is built on shared principles — freedom, equality, solidarity, and the rule of law.
    Each Member State would maintain its cultural and administrative particularities, while operating within a common structure of civic responsibility.

    A foreign national living in Europe must know that they enter not only a geographical area but a community of rights and rules: the freedom to stay entails the duty to integrate.

    Conclusion

    Italy already has a normative model that, if fully implemented and modernized, could become the cornerstone of a European policy of responsible integration.
    Europe needs a common vision that unites hospitality with accountability, solidarity with reciprocity.
    It is not enough to manage migration flows — the Union must govern belonging.

    The first step could be this: transforming the Italian Integration Agreement into a European Integration and ReImmigration Agreement.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lawyer specialized in Immigration Law and registered lobbyist in the EU Transparency Register (ID: 280782895721-36) – Field: Migration and Asylum Policy

  • Accordo di integrazione: da obbligo burocratico a leva strategica per una politica dell’immigrazione responsabile

    L’accordo di integrazione, introdotto dall’art. 4-bis del Testo Unico sull’immigrazione, rappresenta uno strumento potenzialmente decisivo ma tuttora sottoutilizzato. Previsto come un patto reciproco tra lo Stato e il cittadino straniero, esso avrebbe dovuto costituire la base operativa di una politica fondata sulla responsabilità individuale e sull’adesione consapevole ai valori costituzionali.

    Nella realtà, però, l’accordo è rimasto un adempimento formale, spesso percepito come un atto meramente amministrativo da sottoscrivere presso lo sportello unico per l’immigrazione. Pochi stranieri ne conoscono davvero il contenuto; poche Prefetture ne curano un’effettiva attuazione o verifica.

    Eppure, come emerge chiaramente dal testo ufficiale — che rendiamo disponibile in formato PDF

    — l’accordo definisce impegni precisi:

    • l’apprendimento della lingua italiana almeno al livello A2;
    • la conoscenza dei principi fondamentali della Costituzione e delle istituzioni;
    • il rispetto degli obblighi fiscali e contributivi;
    • la garanzia dell’istruzione per i figli minori.

    A fronte di questi doveri, lo Stato si impegna ad assicurare l’accesso ai diritti fondamentali, alla formazione civica e ai servizi pubblici, nonché a sostenere concretamente il processo di integrazione.

    Il sistema dei crediti — assegnati e decurtati in base ai comportamenti, ai percorsi formativi e alle condanne penali — rappresenta un’idea moderna e meritocratica, ma è rimasto lettera morta. Le verifiche biennali previste sono quasi mai realizzate; la banca dati nazionale non è mai divenuta un vero strumento di monitoraggio.

    In un momento storico in cui si invoca una immigrazione sostenibile e fondata sull’integrazione reale, l’attuazione effettiva dell’accordo costituirebbe un passo essenziale. Occorrerebbe:

    1. Uniformare le procedure tra Prefetture, con controlli periodici e misurabili;
    2. Rendere trasparente l’anagrafe nazionale degli accordi, con accesso ai dati per fini statistici e di ricerca;
    3. Integrare l’accordo con i percorsi regionali di formazione civica e linguistica, valorizzando il sistema dei crediti anche ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno;
    4. Trasformarlo in una vera “Carta dell’integrazione e della ReImmigrazione”, in cui la sottoscrizione implichi non solo diritti ma anche doveri effettivi, e in cui il fallimento del percorso di integrazione comporti la ReImmigrazione, intesa come conseguenza naturale del venir meno dell’impegno assunto con lo Stato ospitante

    L’integrazione, come ricordato nel preambolo dell’accordo stesso, è “processo di convivenza nel rispetto dei valori sanciti dalla Costituzione”. Farne una leva strategica significa riconoscere che il diritto a rimanere nel territorio italiano non può essere disgiunto dal dovere di integrarsi e contribuire.

    Chi vuole partecipare al dibattito o proporre modifiche al modello, può scaricare qui il testo integrale dell’attuale Accordo di integrazione in formato PDF e inviare commenti e suggerimenti alla redazione di Reimmigrazione.

    📄 Scarica il documento ufficiale:
    👉 Accordo di Integrazione

    Per favorire un confronto internazionale e promuovere una più ampia comprensione del sistema italiano, rendiamo disponibile anche la versione ufficiale in lingua inglese dell’Accordo di Integrazione, tradotta dal Ministero dell’Interno.
    👉 Integration Agreement – Official English Version (PDF)

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID: 280782895721-36) – Materia: politiche dell’immigrazione e dell’asilo+

  • La retorica dell’accoglienza e il silenzio sulle responsabilità

    Da anni, in Italia, l’integrazione viene raccontata in un solo modo: come un dovere dello Stato e delle istituzioni.
    Ogni convegno, ogni tavola rotonda, ogni programma pubblico ripete lo stesso schema: più accoglienza, più diritti, più inclusione.

    Ma mai una parola sulla responsabilità di chi arriva, sul dovere di integrarsi, di rispettare le regole, di partecipare alla vita della comunità.
    È il grande rimosso del dibattito pubblico.

    La retorica dell’accoglienza si è trasformata in un alibi che deresponsabilizza lo straniero e, al tempo stesso, indebolisce il senso stesso dell’integrazione.

    Perché senza reciprocità non c’è convivenza, e senza doveri condivisi nessuna società può dirsi coesa.
    I convegni che si moltiplicano nelle città italiane — come quello organizzato a Bologna su “nuove cittadinanze e rappresentanza” — finiscono per rappresentare solo una parte della realtà: quella che vuole vedere nello straniero un soggetto sempre da tutelare, mai da coinvolgere in un patto di integrazione.

    Si parla di accoglienza, ma non di appartenenza; di inclusione, ma non di partecipazione; di discriminazioni, ma non di comportamenti.
    È su questo terreno che si innesta il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: un modello che restituisce equilibrio tra diritti e doveri, tra ospitalità e responsabilità.
    Non si tratta di negare l’accoglienza, ma di darle un senso. Accogliere non significa rinunciare a chiedere integrazione; significa, al contrario, esigere impegno, rispetto, adesione ai valori comuni.

    Un Paese può essere accogliente solo se la sua accoglienza è ordinata, coerente, e fondata su un principio di reciprocità.
    Continuare a parlare solo di diritti, senza mai parlare di doveri, significa alimentare un sistema fragile, incapace di costruire comunità vere.
    Per questo serve un cambio di paradigma: meno retorica, più realtà.
    Non basta accogliere: bisogna integrare. E chi non sceglie l’integrazione, sceglie la reimmigrazione.
    Il dibattito è aperto.

    Avv. Fabio Loscerbo

  • Corpo nazionale o polizie regionali dell’immigrazione? Il dibattito è aperto

    Nel precedente articolo pubblicato su ReImmigrazione.com avevo avanzato la proposta di istituire un Corpo di Polizia dell’Immigrazione nazionale, una forza specializzata dedicata alla gestione del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

    L’idea partiva da un principio semplice: se l’immigrazione è una realtà strutturale, non può essere gestita con logiche emergenziali o frammentate. Serve un corpo unico, preparato, con competenze giuridiche, linguistiche e interculturali, capace di rendere effettiva la legalità dell’integrazione e la concretezza della ReImmigrazione.

    Ma nelle ultime settimane, riflettendo sul quadro territoriale italiano, si è aperta una possibile alternativa: e se invece di un corpo nazionale si pensasse a polizie regionali dell’immigrazione?
    Ogni regione vive infatti il fenomeno migratorio in modo diverso.
    Secondo i dati ISTAT aggiornati al 2024, gli stranieri residenti in Italia sono circa 5,3 milioni, pari all’8,9 % della popolazione. Tuttavia, la loro distribuzione è fortemente disomogenea: oltre il 60 % vive nel Nord, con concentrazioni significative in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, mentre il Sud registra percentuali più basse ma un impatto maggiore sul piano dell’accoglienza.
    In Emilia-Romagna e Lombardia prevale un’immigrazione lavorativa e integrata; in Sicilia e Calabria, invece, le sfide sono legate agli sbarchi e alla gestione dei centri di accoglienza.

    Di fronte a tale varietà di scenari, qualcuno potrebbe chiedersi se non sia più efficace un modello decentrato, dove ciascuna Regione dispone di una propria Polizia dell’Immigrazione, con poteri amministrativi e funzioni di prossimità.
    Un corpo regionale, infatti, potrebbe operare in stretto contatto con i servizi territoriali – lavoro, formazione, sanità, casa – e rispondere più rapidamente alle esigenze locali.
    Al contrario, un corpo nazionale garantirebbe uniformità, formazione centralizzata e standard univoci di applicazione del diritto.
    Due modelli, due visioni:
    Il Corpo nazionale punta alla coerenza, alla forza unitaria dello Stato e a una linea di comando chiara.
    Le Polizie regionali valorizzano la sussidiarietà, la conoscenza del territorio e la flessibilità amministrativa.

    Entrambi, tuttavia, potrebbero essere coerenti con la filosofia della ReImmigrazione:
    – il primo assicurando un controllo integrato e sistemico;
    – il secondo permettendo un’integrazione più capillare e vicina alle comunità.

    La questione, allora, non è solo organizzativa: è culturale e politica.
    Perché scegliere significa definire la natura stessa della gestione dell’immigrazione in Italia.
    Vogliamo un sistema che esprima la forza unitaria dello Stato o un modello che rifletta le differenze dei territori?
    Vogliamo una direzione unica e centralizzata o più centri autonomi che collaborano secondo principi comuni?
    In fondo, entrambe le opzioni rispondono alla stessa esigenza: rendere effettivo il principio di Integrazione o ReImmigrazione.
    La differenza è nel modo in cui intendiamo costruire lo Stato del futuro: più forte al centro o più consapevole nelle sue periferie.
    È su questa scelta che si giocherà la credibilità delle politiche migratorie italiane ed europee nei prossimi anni.


    Avv. Fabio Loscerbo
    ID Registro per la Trasparenza UE 280782895721-36

  • Remigrazione e ReImmigrazione: la Reazione e il Sistema

    Negli ultimi anni, la parola remigrazione è entrata progressivamente nel dibattito italiano in materia migratoria e identitaria.

    Essa esprime un vissuto di insicurezza, di frustrazione normativa e di domanda non soddisfatta di regole e integrazione.

    Nel mio precedente contributo «Remigrazione è futile. Serve un nuovo paradigma: Integrazione o ReImmigrazione» ho evidenziato come le politiche migratorie attuali mostrino limiti strutturali.
    Con l’articolo «ReImmigrazione non è Remigrazione: serve chiarezza» ho sottolineato che è fondamentale distinguere tra i due termini, perché rischiano di essere usati come sinonimi quando invece appartengono a logiche diverse.

    Ora propongo di integrare queste riflessioni nell’ottica che la remigrazione rappresenti una reazione, mentre la ReImmigrazione si inscrive in un sistema giuridico.

    Remigrazione come Reazione

    La remigrazione può essere vista come una risposta spontanea dello spazio sociale alla percezione che le regole dell’immigrazione non funzionino o non siano sufficiently efficaci. Non è di per sé un programma strutturato: è un segnale, un richiamo, una domanda di cambiamento.
    Nel pezzo del 12 aprile 2025 ho scritto che:

    «Il termine è ormai associato a proposte radicali e identitarie … In questo contesto può nascere confusione con il concetto di ReImmigrazione …»
    Ciò significa che la remigrazione, pur legittima come segnale di bisogno, deve essere interpretata correttamente: come reazione, non come punto d’arrivo.

    È essenziale riconoscere che la reazione non costruisce da sola: necessita un ambito di regole, verifica e normativa. Altrimenti rimane puramente espressiva.

    ReImmigrazione come Sistema

    La ReImmigrazione, diversamente, è concepita come un paradigma giuridico riformista — non una semplice risposta politica o ideologica. Nel contributo «ReImmigrazione non è Remigrazione» ho chiarito che:

    «Non si parla di deportazioni né di discriminazioni etniche, ma di responsabilità».
    E ancora:
    «ReImmigrazione nasce all’interno di una proposta riformista che vuole superare tanto l’accoglienza incondizionata quanto il rigetto indiscriminato».
    La ReImmigrazione stabilisce che la permanenza dello straniero nel Paese sia legata a un impegno concreto di integrazione — lavoro, lingua, rispetto delle regole — e che la mancata realizzazione di tale impegno possa dar luogo a un percorso regolato di uscita (re-immigrazione), all’interno del diritto e non al di fuori.

    In questo senso, la ReImmigrazione non è una mera alternativa politica, ma un sistema di governance giuridica, che bilancia diritti e doveri in un’ottica europea.

    Dal segnale al sistema

    La distinzione tra remigrazione e ReImmigrazione non è dunque di ordine narrativo, ma operativo:

    • La remigrazione segnala che c’è una domanda non soddisfatta di ordine, regole e integrazione.
    • La ReImmigrazione propone come rispondere attraverso un sistema giuridico che dà forma, contenuto e verifica al concetto di integrazione e permanenza.
      In altri termini: la reazione (remigrazione) attiva la consapevolezza; il sistema (ReImmigrazione) fornisce l’architettura.

    Pur segnalando criticità o punti di inattivazione normativa, il paradigma ReImmigrazione non difende la reazione fine a se stessa, ma punta a trasformarla in ordine giuridico.

    Per questo motivo è cruciale chiarire la differenza tra i termini: evitare che la ReImmigrazione venga assorbita in una retorica puramente politica o identitaria della remigrazione.

    Conclusione

    La remigrazione è la reazione che indica che qualcosa non funziona.
    La ReImmigrazione è il sistema che può farlo funzionare, nel rispetto dell’ordinamento e della comunità nazionale ed europea.
    Il paradigma che propongo non è politico-partitico, ma giuridico: non si schiera, ma propone.
    È tempo di andare oltre la reazione e costruire il sistema.

    Avv. Fabio Loscerbo
    ID Registro Trasparenza UE: 280782895721-36

  • Integrazione o Reimmigrazione: l’alternativa che l’economia non racconta

    In Europa si continua a ripetere che l’immigrazione è inevitabile, quasi una legge naturale.

    È diventata la formula con cui si cerca di compensare il declino demografico, la carenza di manodopera e la fragilità dei sistemi pensionistici.

    Ma dietro questa visione economicistica si nasconde una contraddizione profonda: trattare l’immigrazione come una necessità tecnica significa dimenticare che la coesione europea non è fatta solo di numeri, ma di identità, valori e responsabilità condivise.

    I dati ufficiali confermano la complessità del fenomeno. Secondo Eurostat, già nel 2012 oltre 3,4 milioni di persone si erano spostate all’interno dell’Unione europea, metà provenienti da Paesi terzi e metà da altri Stati membri.
    Oggi, secondo il Parlamento europeo, i cittadini extracomunitari rappresentano il 6,4% della popolazione complessiva dell’UE, pari a 28,9 milioni di persone su 449 milioni di abitanti. Nel 2023 sono stati registrati 3,7 milioni di ingressi legali e circa 385.000 irregolari, mentre nel 2024 gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne si sono ridotti a 239.000, con un calo del 38% rispetto all’anno precedente (dati Frontex).
    La grande maggioranza dei movimenti migratori avviene dunque per canali regolari, ma la percezione pubblica resta dominata dall’emergenza.

    È il segno che la questione non è più quantitativa, bensì qualitativa: non quanti arrivano, ma come vengono integrati.

    Eurostat aveva già avvertito più di dieci anni fa che “la migrazione da sola non potrà quasi certamente invertire la tendenza all’invecchiamento della popolazione”. È una frase che oggi assume un valore politico decisivo. La migrazione non è la cura del declino europeo: può solo affiancare, non sostituire, le politiche interne di natalità, formazione e innovazione.

    Nel 2024, quasi un milione di persone ha presentato domanda d’asilo nell’Unione; 911.960 erano richieste di protezione per la prima volta. La Germania ha accolto il 31% di tutte le domande, seguita da Spagna (15%), Francia (14%) e Italia (12%). I principali Paesi di origine sono Siria, Venezuela, Afghanistan, Colombia e Turchia, che insieme rappresentano quasi la metà dei richiedenti.
    Nello stesso anno gli Stati membri hanno riconosciuto protezione a 437.900 persone, con un aumento del 6,9% rispetto al 2023. Si tratta di dati che mostrano la dimensione reale della protezione, ma anche la disomogeneità del carico tra Paesi: segno che l’Europa non ha ancora un principio comune di responsabilità.

    A partire dal 2015 l’Unione ha investito risorse senza precedenti nella gestione dei flussi: 22,7 miliardi di euro nel bilancio 2021-2027 per migrazione e frontiere, più del doppio rispetto al ciclo precedente. Eppure, l’assenza di una visione politica unitaria ha trasformato queste risorse in un meccanismo di contenimento, non di coesione.
    Lo stesso Parlamento europeo sottolinea che “il rimpatrio dei cittadini extracomunitari senza permesso di soggiorno costituisce una priorità nella gestione dell’immigrazione a livello europeo e nazionale”. Ma rimpatrio e Reimmigrazione non sono sinonimi: il primo è un atto amministrativo, la seconda un paradigma giuridico.

    Il paradigma dell’Integrazione o Reimmigrazione nasce da questa consapevolezza. L’Europa non può limitarsi a “gestire” la migrazione: deve governarla in base a criteri di integrazione verificabile.

    Chi entra e desidera vivere stabilmente in uno Stato europeo deve accettare un percorso fondato su tre pilastri — lavoro, lingua e rispetto delle regole — come condizione per la permanenza.
    Chi lo completa diventa parte della comunità e partecipa al futuro dell’Europa. Chi invece rifiuta questo percorso deve poter tornare nel proprio Paese.

    Non si tratta di chiudere le porte, ma di ricostruire un principio di equilibrio.

    Con oltre 33 milioni di persone nate fuori dall’UE e decine di milioni di discendenti di migranti ormai cittadini europei, l’Unione deve definire cosa significhi “far parte” della comunità europea nel XXI secolo.
    La libertà di circolazione, sancita dagli accordi di Schengen, resta un pilastro dell’identità europea; ma quella libertà implica una responsabilità condivisa: chi vuole restare deve accettare di integrarsi.

    Quando nel 2022 l’UE ha attivato per la prima volta la Direttiva sulla protezione temporanea per accogliere milioni di rifugiati ucraini, ha dimostrato di saper agire con unità e rapidità. Lo stesso spirito può e deve ispirare una nuova politica migratoria basata non sull’improvvisazione ma su un principio di reciprocità.

    L’Integrazione o Reimmigrazione non è una formula di chiusura, ma di civiltà: un modo per conciliare solidarietà e ordine, libertà e sicurezza, diritti e doveri.
    Solo se l’Europa saprà coniugare l’accoglienza con l’obbligo di partecipare alla vita comune, potrà superare la crisi d’identità che la attraversa.
    Non basta sapere chi arriva: bisogna sapere chi si integra e chi no.
    Solo così l’Unione non sarà più una terra che subisce la migrazione, ma una comunità che la governa con equilibrio,responsabilità e dignità.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avvocato – Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea


    Fonti:

    • Parlamento europeo, “Asilo e migrazione nell’UE: fatti e cifre”, 2025.
    • Eurostat, “Migrazioni e statistiche demografiche dei migranti”, 2013 (dati 2012).
    • Loredana Teodorescu, “L’Unione europea e la sfida dell’immigrazione”, progetto EU Goes to Schools, Commissione Europea, 2013.

  • Integrazione o ReImmigrazione? Bologna come laboratorio della crisi urbana europea

    Bologna, città universitaria e capitale storica dell’accoglienza, è oggi anche uno degli epicentri italiani del dibattito sulla sicurezza.

    Gli ultimi dati del Ministero dell’Interno e de Il Sole 24 Ore indicano che la città si colloca ai primi posti nazionali per numero di reati denunciati, con un incremento significativo dei furti e delle rapine nel corso del 2024. Un dato che, inserito nel contesto sociale e demografico della città, interroga profondamente il modello di integrazione finora adottato.
    Secondo il portale statistico “I numeri di Bologna metropolitana”, gli stranieri residenti nel comune sono oltre 61.500, pari al 15,7 % della popolazione, mentre nell’area metropolitana superano le 124 mila unità.

    Si tratta di una componente ormai strutturale del tessuto urbano, proveniente in larga parte da Romania, Bangladesh e Filippine.

    Tuttavia, la presenza numerica non si traduce automaticamente in integrazione: i dati mostrano profonde differenze tra comunità stabilmente inserite e segmenti di popolazione rimasti ai margini.
    Sul fronte della sicurezza, le cifre fornite dalle forze dell’ordine e riprese dalla stampa locale sono eloquenti: su 2.558 persone arrestate o denunciate per furto, 1.544 erano straniere, pari al 60 %. Nelle rapine, la percentuale sale al 63 % (466 su 742).

    Numeri che, letti senza pregiudizi ma con rigore, segnalano un fenomeno che non può essere liquidato come “percezione di insicurezza”.
    Bologna è così diventata un caso di studio: una città dove l’alta qualità dei servizi pubblici convive con sacche di degrado urbano e criminalità diffusa, soprattutto nelle aree più esposte alla marginalità economica. Piazza Verdi, la Bolognina, la zona della stazione centrale e parte di via Zamboni rappresentano oggi i punti critici di una mappa che riflette non solo disagio sociale, ma anche la fragilità delle politiche di integrazione.

    A livello nazionale, le ricerche dell’ISTAT e della Rivista Il Mulino hanno più volte chiarito che non esiste un legame automatico tra immigrazione e criminalità.

    Tuttavia, a Bologna come in molte città europee, l’aumento di alcune tipologie di reato coincide con l’emergere di nuove disuguaglianze urbane.

    È in questi spazi di esclusione – dove la mancanza di lavoro, formazione e alloggio regolare si intreccia con la precarietà giuridica – che il sistema dell’integrazione sembra essersi inceppato.
    Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione nasce proprio da questa constatazione: l’idea che l’accoglienza, per funzionare, non possa più essere scollegata da una reale verifica dei percorsi di inserimento sociale. L’obiettivo non è contrapporre italiani e stranieri, ma stabilire un principio di responsabilità reciproca: chi si integra deve poter restare e partecipare pienamente alla vita civile; chi rifiuta o elude le regole comuni, deve poter essere accompagnato in un percorso di ritorno nel proprio Paese d’origine.

    Bologna diventa così il laboratorio di una nuova idea d’Europa: non quella dei confini chiusi, ma dei criteri chiari. L’esperienza cittadina mostra che l’integrazione non può ridursi a un fatto economico, ma deve poggiare su tre pilastri fondamentali — lavoro, lingua e rispetto delle regole.

    Dove questi elementi mancano, non resta che la marginalità, e con essa il terreno fertile per la devianza.
    L’alternativa non è tra accoglienza e respingimento, ma tra integrazione e ReImmigrazione: tra un modello che funziona e uno che implode.

    Bologna, con i suoi contrasti e le sue contraddizioni, ci costringe a guardare oltre le statistiche per capire che la vera sicurezza non nasce dal controllo, ma dall’appartenenza condivisa.

    Avv. Fabio Loscerbo

  • Occupazione e integrazione – Analisi critica dei dati sull’inserimento lavorativo degli stranieri in Italia

    Numeri e realtà: la falsa integrazione dietro i dati sull’occupazione straniera
    Negli ultimi rapporti diffusi da ISTAT e dal Ministero del Lavoro, l’Italia appare come un Paese che ha quasi raggiunto la parità occupazionale tra cittadini italiani e stranieri.

    Il tasso di occupazione dei cittadini stranieri residenti si attesta intorno al 66,2%, appena un punto in meno rispetto al 67,2% degli italiani.

    A prima vista, il dato sembrerebbe segnalare una piena integrazione lavorativa, un successo delle politiche di inclusione e un superamento delle barriere economiche.
    Ma basta guardare oltre la superficie per scoprire una realtà ben diversa: la qualità del lavoro, la stabilità occupazionale e la mobilità sociale raccontano un’altra storia.

    La trappola della “integrazione numerica”
    Dietro i numeri, l’integrazione resta spesso apparente.
    Il tasso di disoccupazione straniera, pari al 10,1% contro il 6,1% degli italiani, mostra che una parte significativa della popolazione immigrata resta ai margini del mercato del lavoro. Molti di coloro che risultano “occupati” lavorano in condizioni precarie, in settori dequalificati o ad alto rischio di irregolarità.
    Oltre il 60% dei lavoratori stranieri è concentrato in tre aree:
    agricoltura e allevamento (18%),
    edilizia e logistica (16%),
    servizi di cura e pulizia (oltre 30%).
    Si tratta di comparti indispensabili ma fragili, caratterizzati da bassi salari, contratti brevi e difficoltà di tutela sindacale.

    È la fotografia di una integrazione funzionale ma non strutturale: utile all’economia, ma incapace di creare cittadinanza reale.

    Il nodo della formazione e del capitale umano
    Un altro elemento decisivo riguarda l’istruzione.
    Tra i cittadini stranieri residenti in Italia, quasi la metà (48,1%) possiede al massimo la licenza media, mentre solo l’11,6% ha conseguito una laurea.
    La differenza con la popolazione italiana (20,7% di laureati) si traduce in una limitata mobilità professionale e in un rischio di cristallizzazione delle disuguaglianze.
    Il lavoro, dunque, diventa un semplice strumento di sopravvivenza, non un vero veicolo di integrazione.
    Il passaggio da “occupato” a “integrato” dovrebbe implicare l’adesione ai valori, alle regole e alle responsabilità della società che accoglie — non solo l’inserimento in una busta paga.

    Quando il lavoro non basta per restare
    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio da questa consapevolezza: l’occupazione è necessaria ma non sufficiente.
    Non basta lavorare: occorre dimostrare di voler far parte di una comunità, condividendone le regole e contribuendo al suo equilibrio.
    Chi si integra davvero, attraverso il lavoro, la lingua e la legalità, deve poter consolidare la propria posizione giuridica.
    Chi invece vive in una condizione di esclusione permanente, o sceglie di restare ai margini, non può trasformare la precarietà in diritto soggettivo al radicamento.
    In questo senso, la ReImmigrazione non è un atto punitivo, ma la conclusione naturale di un percorso non riuscito, uno strumento per restituire coerenza a un sistema che oggi confonde inclusione con presenza.

    Dalla statistica alla politica
    Serve una svolta concettuale:
    Lavoro stabile, non semplicemente lavoro;
    Formazione e lingua italiana come prerequisiti obbligatori;
    Rispetto delle regole come condizione di permanenza.

    Solo così i numeri potranno finalmente corrispondere alla realtà, e l’integrazione smetterà di essere un artificio statistico per diventare un processo autentico di appartenenza.

    L’integrazione non si misura con le percentuali, ma con la responsabilità.
    E quando la responsabilità manca, la ReImmigrazione è la risposta logica di uno Stato che vuole restare giusto.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • Criminalità in crescita: quando il fallimento dell’integrazione diventa emergenza nazionale

    I numeri pubblicati dal Sole 24 Ore il 3 novembre 2025 non lasciano spazio a interpretazioni: in Italia i reati tornano a crescere, e la componente straniera appare sovra-rappresentata nelle denunce e negli arresti.

    Nel 2024, secondo l’analisi condotta sui dati del Ministero dell’Interno, le persone denunciate o arrestate sono state 828.714, con un aumento del 4% rispetto all’anno precedente.

    Tra queste, 287.396 erano cittadini stranieri, pari a oltre un terzo del totale.
    Il dato diventa ancora più rilevante se si osservano i reati predatori: nei furti, negli scippi e nelle rapine, oltre sei arrestati su dieci sono stranieri.
    Nelle violenze sessuali, la quota di autori stranieri sale al 43,7%, a fronte di una popolazione che rappresenta circa il 9% dei residenti in Italia.
    Si tratta di cifre che impongono una riflessione profonda.

    Non è una questione etnica, ma un sintomo sistemico del fallimento dell’integrazione.

    Una parte della popolazione immigrata non è riuscita, o non ha voluto, inserirsi nei valori, nelle regole e nel tessuto civile del Paese che l’ha accolta.

    L’integrazione come condizione giuridica
    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce esattamente da questa constatazione.
    L’immigrazione può essere sostenibile solo se si accompagna a un reale processo di integrazione, fondato su tre pilastri:
    lavoro, lingua, legalità.
    Lo straniero che rispetta le regole, lavora e partecipa alla vita comunitaria deve essere tutelato.

    Ma chi rifiuta l’integrazione o si pone fuori dall’ordinamento giuridico — attraverso comportamenti antisociali o delinquenziali — non può rivendicare il diritto a rimanere.

    L’ordinamento italiano già contiene questo principio all’art. 19 del Testo Unico Immigrazione, che tutela lo straniero da espulsioni arbitrarie ma non gli garantisce un diritto incondizionato alla permanenza.

    È quindi tempo di tradurre questo principio in una politica strutturata di responsabilità reciproca:
    chi si integra resta;
    chi rifiuta di integrarsi deve tornare nel Paese d’origine attraverso programmi di ReImmigrazione assistita e controllata, rispettosa della dignità personale ma ferma nei principi.

    L’Occidente come comunità di appartenenza
    I dati del Sole 24 Ore mostrano anche un fenomeno più profondo: la crisi dell’appartenenza ai valori occidentali.
    Dietro le statistiche ci sono storie di isolamento, marginalità e perdita di riferimento culturale.
    Difendere l’idea di Occidente non significa chiudere le frontiere, ma chiedere a chi arriva di riconoscere e rispettare il patrimonio di libertà, eguaglianza e diritti che definisce le nostre democrazie.
    L’integrazione, in questo senso, non è un favore concesso ma un dovere condiviso.

    La ReImmigrazione non è una misura punitiva, bensì l’atto finale di un percorso fallito, il punto di equilibrio che ristabilisce ordine, sicurezza e coerenza tra i diritti e le responsabilità.

    L’integrazione è un dovere, non un’opzione.
    E la ReImmigrazione è la conseguenza naturale di chi rifiuta le regole del vivere comune.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • Dalla teoria di Gilles Kepel al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: difendere l’idea di Occidente dalla crisi dell’integrazione

    Nel decimo anniversario dell’attentato al Bataclan, il politologo francese Gilles Kepel torna a lanciare un allarme sullo stato dell’Europa.

    In un’intervista al Corriere della Sera, ha parlato dell’“alleanza jihadisti–estrema sinistra” e del rischio che questo asse ideologico metta in crisi l’idea stessa di Occidente.

    La sua riflessione non è solo accademica: fotografa un’Europa smarrita, incapace di difendere i propri valori e di gestire le proprie contraddizioni interne.
    Kepel descrive una nuova convergenza tra una parte della sinistra radicale europea e i movimenti islamisti, un’alleanza che lui definisce “islamo-goscista”.

    Nata in nome della lotta alle disuguaglianze e dell’antimperialismo, questa unione “contronatura” avrebbe trasformato la questione sociale in uno scontro identitario.

    Il risultato, secondo Kepel, è una frattura insanabile tra il mondo musulmano e quello occidentale, in cui la religione diventa il nuovo terreno di conflitto e la bandiera palestinese il simbolo di una ribellione cieca, svincolata da ogni riflessione sulla libertà e sulla democrazia.

    In questa diagnosi risuona con forza il cuore del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: l’idea che l’Europa stia pagando il prezzo di aver sostituito il dovere dell’integrazione con il mito dell’accoglienza incondizionata.
    Per decenni, il multiculturalismo ha negato l’esistenza di un comune denominatore di valori, trasformando l’inclusione in una somma di identità parallele.

    Ma la società senza integrazione non diventa più giusta: diventa più fragile, più esposta ai radicalismi e alle ideologie del risentimento.

    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio per rispondere a questa crisi.
    Non propone chiusura, ma responsabilità: chi sceglie di vivere in Europa deve accettare le sue regole, la sua laicità, la sua libertà.

    L’integrazione non è una gentile concessione, è un obbligo civico e giuridico.
    E quando questo obbligo viene rifiutato, la ReImmigrazione diventa la conseguenza naturale, non una punizione ma l’esito logico di un patto infranto.

    Come Kepel, anche questo paradigma riconosce che la minaccia principale per l’Occidente non viene solo dal terrorismo o dalle frontiere, ma dal disordine interno, da una società che non sa più cosa chiedere a chi arriva e cosa offrire a chi resta.

    Quando la sinistra radicale confonde la lotta per l’uguaglianza con la giustificazione dell’islamismo politico, tradisce le proprie radici laiche e indebolisce l’idea stessa di civiltà occidentale.
    E quando gli Stati rinunciano a esigere integrazione, abbandonano il terreno su cui si fonda la convivenza.

    L’Europa potrà difendersi solo se tornerà a credere nella propria identità giuridica e morale: una comunità di diritti, ma anche di doveri.
    L’integrazione, per funzionare, deve tornare a essere un percorso obbligatorio, non un’opzione ideologica.
    Chi la rifiuta, sceglie consapevolmente un’altra strada: la ReImmigrazione.

    Avv. Fabio Loscerbo
    EU Transparency Register ID: 280782895721-36

  • Dalle cronache di Perugia e Huntingdon: il fallimento delle seconde generazioni e la crisi dell’integrazione europea

    Il caso di Perugia: la frase che diventa follia
    A Perugia, la notte tra venerdì e sabato, un giovane di 23 anni — Hekuran Cumani — è stato ucciso con una coltellata fuori da un locale. L’autore dell’omicidio sarebbe un ventunenne nato in Italia da genitori nordafricani, già noto alle forze dell’ordine.
    Secondo la ricostruzione, tutto sarebbe nato da una battuta calcistica: “Forza Marocco”. Una frase che, invece di essere accolta come un commento sportivo, è stata interpretata come una provocazione.
    Da lì, la reazione incontrollata, la violenza, il sangue.
    Questo episodio, che ha sconvolto l’opinione pubblica italiana, racconta molto più di una lite: racconta la fragilità identitaria di chi, pur cresciuto in Italia, non si sente parte della comunità di cui ha la cittadinanza.

    Il caso di Huntingdon: il treno della paura
    Poche ore dopo, un’altra notizia scuoteva l’Europa: nel Regno Unito, nei pressi della stazione di Huntingdon, un uomo ha accoltellato diversi passeggeri su un treno, ferendone gravemente nove.
    Gli arrestati inizialmente erano due: un trentaduenne britannico nero e un trentacinquenne britannico di origini caraibiche. In seguito, il secondo è stato rilasciato e l’unico sospettato rimasto in custodia è il trentaduenne di origini africane, ripreso dalle telecamere con un grande coltello in mano.
    Anche in questo caso, si tratta di cittadini britannici a tutti gli effetti — non di stranieri irregolari — ma cresciuti ai margini di una società che non è mai riuscita davvero ad assimilarli.
    Nonostante la gravità dei fatti, le autorità inglesi non hanno qualificato l’attacco come terrorismo, preferendo leggere l’episodio come un atto isolato. Ma la frequenza con cui simili episodi si ripetono in Europa mostra un problema più profondo: un conflitto culturale latente, esploso dentro i confini delle nostre città.

    Cittadinanza senza appartenenza
    In entrambi i casi, a colpire non è solo la violenza, ma l’identità di chi la compie. Non immigrati di prima generazione, ma figli di immigrati, nati e cresciuti in Europa.
    Sono il prodotto di una cittadinanza concessa in modo automatico, senza un reale percorso di educazione civica, culturale e morale.
    Essere cittadini non significa solo avere un passaporto, ma condividere valori, regole e responsabilità. Quando questo legame si spezza, la cittadinanza diventa una forma senza contenuto, e la società inizia a dividersi tra chi appartiene e chi semplicemente risiede.

    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”
    La ReImmigrazione propone un cambio di prospettiva: non più accoglienza senza verifica, ma integrazione come dovere misurabile.
    Chi rifiuta di integrarsi, chi disprezza la società che lo ha accolto, sceglie consapevolmente di non farne parte.
    La ReImmigrazione non è un provvedimento punitivo, ma un principio di responsabilità: chi non condivide i valori fondamentali dell’Europa deve poter tornare nel proprio Paese d’origine.
    Solo così l’integrazione torna ad avere un senso reale, fondato sul rispetto e sulla reciprocità.

    Superare la visione economicista dell’integrazione
    L’Europa ha ridotto per troppo tempo il tema migratorio a una questione di forza lavoro e contributi. Ma la vera integrazione non è economica: è culturale, giuridica e morale.
    Le seconde generazioni, come mostrano i casi di Perugia e Huntingdon, sono lo specchio di un fallimento educativo: quello di un continente che ha smesso di trasmettere i propri valori e ha confuso la tolleranza con l’indifferenza.

    Conclusione
    Da Perugia a Huntingdon, la cronaca racconta la stessa storia: giovani cittadini europei che rifiutano l’Europa.
    È il segno di una crisi identitaria che non può più essere ignorata.
    L’integrazione non è un automatismo, ma un patto di appartenenza.
    O si ricostruisce questo patto — basato su lingua, lavoro e rispetto delle regole — oppure il paradigma della ReImmigrazione diventerà l’unica risposta coerente per restituire all’Europa sicurezza, equilibrio e identità.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

  • Uso improprio del termine “Reimmigrazione” nell’articolo de La Repubblica Bologna (26 ottobre 2025)

    In riferimento all’articolo pubblicato su La Repubblica Bologna in data 26 ottobre 2025, relativo a una manifestazione svoltasi in piazza Carducci, nel quale viene citato il termine “Reimmigrazione”, si precisa che tale riferimento non ha alcun collegamento con il paradigma giuridico “Integrazione o ReImmigrazione”, così come proposto sulla piattaforma http://www.reimmigrazione.com.

    Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione non è un movimento politico né un’iniziativa culturale, ma un nuovo paradigma giuridico volto a superare la visione economicista del fenomeno migratorio, restituendo centralità al valore dell’integrazione come obbligo reciproco tra cittadino straniero e comunità ospitante.

    Nel paradigma Integrazione o ReImmigrazione, il ritorno nel Paese d’origine non è una misura punitiva, bensì l’esito amministrativo naturale di un percorso di integrazione fallito o mai iniziato.
    L’obiettivo è fornire una cornice giuridica coerente che distingua chi partecipa pienamente alla vita sociale, economica e civile del Paese da chi rifiuta tale percorso.

    Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione si fonda su tre pilastri verificabili:

    • Lavoro, come strumento di autonomia e partecipazione;
    • Lingua, come veicolo di comunicazione e inclusione;
    • Rispetto delle regole, come condizione di convivenza e cittadinanza.

    Questo paradigma offre una prospettiva innovativa per armonizzare sicurezza, diritti e responsabilità, superando approcci emergenziali o ideologici che da anni distorcono il dibattito sull’immigrazione.
    Ogni uso del termine “Reimmigrazione” al di fuori di tale contesto — e in particolare in connessione con movimenti o manifestazioni politiche — rappresenta un uso improprio e fuorviante.

    Avv. Fabio Loscerbo

  • 🎙️ Title: Integration as Responsibility – From the 2025 Justice Forum to the ReImmigration Paradigm

    🎙️ Title: Integration as Responsibility – From the 2025 Justice Forum to the ReImmigration Paradigm

    On October 27, 2025, during the Justice Forum, the legal tabloid Giustizia — distributed with Italy’s national newspaper Corriere della Sera — published an article dedicated to my work and to the paradigm “Integration or ReImmigration.”

    The Justice Forum is one of the most important events in the Italian legal landscape.
    It is an annual gathering that brings together judges, lawyers, institutional representatives, universities, and law enforcement agencies to discuss key issues concerning justice, rights, and institutional reform.
    It is a space for dialogue where the legal world meets civil society and journalism, reflecting on the challenges of the present and the directions for the future.

    In this context, the publication of my contribution represents an important recognition of a cultural and legal journey that I have been pursuing for years: a new vision of migration based on mutual responsibility.

    In the model I propose, integration is not an abstract concept or an act of mere tolerance.
    It is a verifiable obligation, built on three essential pillars: work, language, and respect for the law.
    Only through these elements can we truly speak of belonging, inclusion, and social balance.

    The “Integration or ReImmigration” paradigm was born from daily experience in Italian courts, police headquarters, and prefectures — places where the distance between rules and reality is constantly tested.
    Its goal is to restore coherence and responsibility to immigration law, moving beyond the emergency-based logic and ideological divisions that have long dominated public debate.

    Integration means taking responsibility: learning the language of the host country, contributing to its economic system, and respecting its rules.
    ReImmigration, on the other hand, is not a punishment but a natural consequence for those who do not adhere to this social pact.
    It reflects the idea that the State should facilitate the return of those who cannot or will not integrate — always guaranteeing personal dignity, but also protecting the collective interest.

    The Justice Forum 2025 was an opportunity to bring the issue of migration back into the national debate on justice and public policy.
    The article published in Giustizia, distributed with the Corriere della Sera, confirms that the paradigm “Integration or ReImmigration” is no longer just a theoretical concept but a point of reference for those who believe in a fair balance between hospitality, rights, and responsibility.

    The future of migration policies will depend on our ability to make integration a real, measurable, and shared process.
    Only then can we build a society capable of welcoming others without losing its own identity.

    I am Avvocato Fabio Loscerbo, and this is Integration or ReImmigration.

    Integration or ReImmigration A New Immigration Paradigm Beyond Economics Integrazione o ReImmigrazione

    Integration or ReImmigration: A New Immigration Paradigm Beyond Economics Welcome to a new episode of the podcast “Integration or ReImmigration.” I’m attorney Fabio Loscerbo, and today I want to address an issue that is not only European, but deeply relevant to the United States: how to move beyond an economic view of immigration and toward a model based on measurable integration and enforceable return. In the U.S., immigration policy has long oscillated between two dominant narratives. On one side, immigration is framed as an economic necessity — essential labor, demographic renewal, entrepreneurial energy. On the other, it is framed as a border control and security issue. What is often missing is a coherent framework that connects legal presence to integration in a structured and measurable way. For decades, Western democracies — including Italy and many EU member states — have treated immigration primarily as a labor market mechanism. If the economy needs workers, immigration expands. If economic demand shrinks, enforcement intensifies. Legal status becomes closely tied to employment. Work becomes the de facto proof of legitimacy. But work is not integration. A person may hold a job and remain socially detached. Another may lose employment temporarily and still be fully integrated into the civic and cultural fabric of the host country. Employment is one variable, not the entire equation. The challenge is this: how do we define integration in a way that is objective, fair, and legally consistent? In Italy, there is a legal concept that offers an interesting case study. It is called “complementary protection,” a form of humanitarian protection that, unlike classic asylum, does not focus exclusively on persecution in the country of origin. Instead, it also considers the level of integration achieved in the host country — family ties, social rootedness, stability, private life. This is significant. It represents a shift from a purely origin-based analysis — “what happens if you return?” — to a host-country analysis — “how deeply are you integrated here?” However, this evaluation is often discretionary and inconsistent. And that reveals a broader structural issue: if integration matters legally, it must be measurable. In Italy, there exists an instrument called the “Integration Agreement.” It was introduced as a mechanism to encourage responsibility — learning the language, respecting the law, participating in civic life. But in practice, it has remained largely symbolic. It does not truly function as a structured evaluation system. Yet the idea behind it is powerful. Imagine a framework where integration is assessed through clear indicators: language proficiency, stable employment or documented economic activity, absence of serious criminal convictions, participation in civic education. Not ideological standards — measurable ones. Without measurement, integration remains rhetoric. With measurement, it becomes policy. Now we reach the more controversial but unavoidable question: what happens when integration fails? If legal residence is connected to a measurable integration process, there must be a coherent outcome when that process does not succeed. Otherwise, the system loses credibility. This is where the concept of “ReImmigration” comes in. ReImmigration does not mean indiscriminate deportation. It does not mean punitive mass removal. It means a structured, lawful return mechanism that activates when integration criteria are not met and no protection grounds exist. In the United States, immigration enforcement has often been debated in binary terms — either strict removal or broad regularization. But what if the real issue is structural coherence? A system that allows entry but cannot ensure integration produces social tension. A system that promises enforcement but cannot execute it consistently loses legitimacy. The paradigm I propose is simple in structure, though complex in implementation: First, move beyond the economic reductionism that treats migrants primarily as labor inputs. Second, define integration through measurable, transparent criteria. Third, ensure that when integration does not occur, lawful and orderly return is realistically enforceable. Integration measured. Residence conditioned. Return executable. This is not a rejection of immigration. It is a call for structural clarity. It is not about exclusion. It is about coherence between rights and responsibilities. The United States, like Europe, faces a historic moment in immigration governance. Demographics, border management, humanitarian obligations, labor markets, and social cohesion are all intertwined. The debate cannot remain polarized between open borders and strict enforcement. It must evolve toward institutional design. A credible immigration system must offer opportunity — but also require integration. It must protect those who qualify — but also execute decisions when protection does not apply. It must balance humanity with order. That is the core of the “Integration or ReImmigration” paradigm. Thank you for listening to this episode. I’m attorney Fabio Loscerbo, and I look forward to continuing this conversation in our next discussion.Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
    1. Integration or ReImmigration A New Immigration Paradigm Beyond Economics
    2. uk Integration or ReImmigration A New Paradigm Beyond Economic Reductionism
    3. Integrazione o ReImmigrazione il nuovo paradigma oltre l’economicismo
    4. Integración o ReInmigración un nuevo paradigma más allá del economicismo
    5. L’articolo 18-ter dello Schema di Disegno di Legge recante “Disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e a
  • 🎙️ Titolo: Integrazione come responsabilità – dal Salone della Giustizia 2025 al paradigma ReImmigrazione

    🎙️ Titolo: Integrazione come responsabilità – dal Salone della Giustizia 2025 al paradigma ReImmigrazione

    Il 27 ottobre 2025, in occasione del Salone della Giustizia, il tabloid Giustizia, allegato al Corriere della Sera, ha pubblicato un articolo dedicato al mio lavoro e al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
    Il Salone della Giustizia è uno degli eventi più importanti del panorama giuridico italiano: un appuntamento annuale che riunisce magistrati, avvocati, rappresentanti delle istituzioni, università e forze dell’ordine per confrontarsi sui temi centrali della giustizia, del diritto e delle riforme istituzionali.
    Un luogo di dialogo e di riflessione dove il mondo giuridico incontra la società civile e il giornalismo, e dove si discutono le sfide del presente e del futuro.

    In questo contesto, la pubblicazione del mio contributo rappresenta un riconoscimento importante per un percorso culturale e giuridico che da anni porto avanti: quello di una nuova visione dell’immigrazione fondata sulla responsabilità reciproca.

    Nel modello che propongo, l’integrazione non è un concetto astratto, né un atto di semplice tolleranza. È un obbligo verificabile, costruito su tre pilastri essenziali: il lavoro, la lingua e il rispetto delle regole.
    Solo attraverso questi elementi si può davvero parlare di appartenenza, di inclusione e di equilibrio sociale.

    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce dall’esperienza quotidiana nei Tribunali, nelle Questure e nelle Prefetture italiane, dove ogni giorno si misura la distanza tra norme e realtà.
    L’obiettivo è restituire al diritto dell’immigrazione un senso di coerenza e di responsabilità, superando la logica emergenziale e le contrapposizioni ideologiche che da troppo tempo paralizzano il dibattito pubblico.

    Integrazione significa assumersi un impegno: imparare la lingua del Paese in cui si vive, contribuire al suo sistema economico e rispettarne le regole.
    ReImmigrazione, invece, non è una sanzione ma una conseguenza naturale per chi non condivide questo patto sociale.
    È l’idea che lo Stato debba favorire il rientro di chi non riesce o non vuole integrarsi, garantendo sempre la dignità della persona ma anche la tutela dell’interesse collettivo.

    Il Salone della Giustizia 2025 ha rappresentato un’occasione per riportare il tema dell’immigrazione all’interno del dibattito nazionale sulla giustizia e sulle politiche pubbliche.
    La pubblicazione su Giustizia, allegato al Corriere della Sera, conferma che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non è più solo un’idea teorica, ma un punto di riferimento per chi crede in un equilibrio tra accoglienza, diritti e responsabilità.

    Il futuro delle politiche migratorie dipenderà dalla capacità di rendere l’integrazione un processo reale, misurabile e condiviso.
    Solo così potremo costruire una società capace di accogliere senza rinunciare alla propria identità.

    Io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo, e questo è Integrazione o ReImmigrazione.

    Integration or ReImmigration A New Immigration Paradigm Beyond Economics Integrazione o ReImmigrazione

    Integration or ReImmigration: A New Immigration Paradigm Beyond Economics Welcome to a new episode of the podcast “Integration or ReImmigration.” I’m attorney Fabio Loscerbo, and today I want to address an issue that is not only European, but deeply relevant to the United States: how to move beyond an economic view of immigration and toward a model based on measurable integration and enforceable return. In the U.S., immigration policy has long oscillated between two dominant narratives. On one side, immigration is framed as an economic necessity — essential labor, demographic renewal, entrepreneurial energy. On the other, it is framed as a border control and security issue. What is often missing is a coherent framework that connects legal presence to integration in a structured and measurable way. For decades, Western democracies — including Italy and many EU member states — have treated immigration primarily as a labor market mechanism. If the economy needs workers, immigration expands. If economic demand shrinks, enforcement intensifies. Legal status becomes closely tied to employment. Work becomes the de facto proof of legitimacy. But work is not integration. A person may hold a job and remain socially detached. Another may lose employment temporarily and still be fully integrated into the civic and cultural fabric of the host country. Employment is one variable, not the entire equation. The challenge is this: how do we define integration in a way that is objective, fair, and legally consistent? In Italy, there is a legal concept that offers an interesting case study. It is called “complementary protection,” a form of humanitarian protection that, unlike classic asylum, does not focus exclusively on persecution in the country of origin. Instead, it also considers the level of integration achieved in the host country — family ties, social rootedness, stability, private life. This is significant. It represents a shift from a purely origin-based analysis — “what happens if you return?” — to a host-country analysis — “how deeply are you integrated here?” However, this evaluation is often discretionary and inconsistent. And that reveals a broader structural issue: if integration matters legally, it must be measurable. In Italy, there exists an instrument called the “Integration Agreement.” It was introduced as a mechanism to encourage responsibility — learning the language, respecting the law, participating in civic life. But in practice, it has remained largely symbolic. It does not truly function as a structured evaluation system. Yet the idea behind it is powerful. Imagine a framework where integration is assessed through clear indicators: language proficiency, stable employment or documented economic activity, absence of serious criminal convictions, participation in civic education. Not ideological standards — measurable ones. Without measurement, integration remains rhetoric. With measurement, it becomes policy. Now we reach the more controversial but unavoidable question: what happens when integration fails? If legal residence is connected to a measurable integration process, there must be a coherent outcome when that process does not succeed. Otherwise, the system loses credibility. This is where the concept of “ReImmigration” comes in. ReImmigration does not mean indiscriminate deportation. It does not mean punitive mass removal. It means a structured, lawful return mechanism that activates when integration criteria are not met and no protection grounds exist. In the United States, immigration enforcement has often been debated in binary terms — either strict removal or broad regularization. But what if the real issue is structural coherence? A system that allows entry but cannot ensure integration produces social tension. A system that promises enforcement but cannot execute it consistently loses legitimacy. The paradigm I propose is simple in structure, though complex in implementation: First, move beyond the economic reductionism that treats migrants primarily as labor inputs. Second, define integration through measurable, transparent criteria. Third, ensure that when integration does not occur, lawful and orderly return is realistically enforceable. Integration measured. Residence conditioned. Return executable. This is not a rejection of immigration. It is a call for structural clarity. It is not about exclusion. It is about coherence between rights and responsibilities. The United States, like Europe, faces a historic moment in immigration governance. Demographics, border management, humanitarian obligations, labor markets, and social cohesion are all intertwined. The debate cannot remain polarized between open borders and strict enforcement. It must evolve toward institutional design. A credible immigration system must offer opportunity — but also require integration. It must protect those who qualify — but also execute decisions when protection does not apply. It must balance humanity with order. That is the core of the “Integration or ReImmigration” paradigm. Thank you for listening to this episode. I’m attorney Fabio Loscerbo, and I look forward to continuing this conversation in our next discussion.Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
    1. Integration or ReImmigration A New Immigration Paradigm Beyond Economics
    2. uk Integration or ReImmigration A New Paradigm Beyond Economic Reductionism
    3. Integrazione o ReImmigrazione il nuovo paradigma oltre l’economicismo
    4. Integración o ReInmigración un nuevo paradigma más allá del economicismo
    5. L’articolo 18-ter dello Schema di Disegno di Legge recante “Disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e a
  • Dalla Remigrazione alla ReImmigrazione: il passaggio da reazione a sistema

    Negli ultimi mesi, anche grazie a trasmissioni televisive come Fuori dal Coro, si è iniziato a parlare con maggiore frequenza del tema della remigrazione.


    Un concetto che, a prescindere dalla forma linguisticaremigrazione o ReImmigrazione – rappresenta un punto di svolta nel dibattito sull’immigrazione, ma che rischia di restare privo di significato se non è accompagnato da un cambio di paradigma.

    La remigrazione fine a se stessa è un’idea sterile.
    Rimandare nel Paese d’origine chi è entrato illegalmente o chi commette reati può sembrare un atto di giustizia, ma diventa un gesto vuoto se non si comprende perché l’integrazione non è avvenuta.

    La remigrazione, intesa come semplice misura di allontanamento o di espulsione, agisce solo sul sintomo del problema: interviene dopo, quando il fallimento è già avvenuto, senza affrontarne le cause.
    La ReImmigrazione, invece, rappresenta un paradigma diverso.
    Non è una reazione repressiva, ma l’esito finale di un processo regolato e consapevole, che presuppone l’esistenza di un percorso di integrazione effettivo, valutato e sostenuto nel tempo.
    È la conclusione logica di un sistema che prima offre strumenti per integrarsi – attraverso lavoro, lingua e rispetto delle regole – e solo in caso di rifiuto o inadempienza prevede il rientro nel Paese d’origine.
    La ReImmigrazione non nasce da una logica di esclusione, ma da una logica di responsabilità: dove la remigrazione si limita a espellere, la ReImmigrazione valuta, accompagna e, solo se necessario, conclude.

    Ma il limite più evidente del concetto di remigrazione è che non affronta il problema delle seconde generazioni.
    Un sistema che si limita a espellere chi è irregolare o deviante non tiene conto di chi cresce in Italia senza un vero percorso di integrazione.
    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” supera questa visione riduttiva, perché presuppone l’assolvimento di un dovere di integrazione che grava innanzitutto sui genitori e che, inevitabilmente, produce effetti sui figli.
    Solo genitori integrati possono trasmettere ai propri figli la lingua, i valori e il rispetto delle regole del Paese in cui vivono.

    Serve un sistema che sappia distinguere chi vuole far parte della comunità da chi la rifiuta, fondato su tre pilastri concreti: lavoro, lingua e legalità.
    Senza questa base, ogni discussione sulla remigrazione resta puramente ideologica.

    Parlare di ReImmigrazione significa proporre un modello europeo fondato sulla responsabilità reciproca:non una chiusura verso l’altro, ma una selezione consapevole basata sull’impegno e sull’appartenenza.

    A differenza della remigrazione, che si limita a gestire l’esito di un fallimento, la ReImmigrazione offre un approccio più completo e strutturato, capace di prevenire il fallimento dell’integrazione prima che si trasformi in esclusione.

    Non è soltanto la fine di un percorso, ma un principio di ordine e coerenza sociale, che unisce politiche di inclusione, percorsi di responsabilizzazione e, se necessario, procedure di rientro.
    Solo così la remigrazione può diventare una componente equilibrata di una strategia più ampia, e non una semplice reazione emotiva o amministrativa.

    Avv. Fabio Loscerbo – lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36

  • Tribunale di Bologna, sentenza numero 9812 del 24 ottobre 2025: la protezione complementare come motore evolutivo del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

    La Sentenza numero 9812 del 24 ottobre 2025 del Tribunale di Bologna rappresenta un nuovo passo nel processo di trasformazione del diritto dell’immigrazione italiano.
    Con il riconoscimento del diritto alla protezione complementare, il giudice riafferma che il radicamento sociale, lavorativo e linguistico del cittadino straniero costituisce un valore giuridico in sé: non un semplice indice di integrazione, ma la condizione che impedisce uno sradicamento contrario alla dignità della persona.

    Questa impostazione consolida la funzione della protezione complementare come laboratorio di sperimentazione del paradigma europeo “Integrazione o ReImmigrazione”.
    L’idea di fondo è chiara: l’integrazione non può essere solo dichiarata, ma deve essere verificabile, concreta e continuativa.

    Il lavoro, la conoscenza della lingua, il rispetto delle regole e i legami sociali diventano criteri misurabili che distinguono chi partecipa alla vita comunitaria da chi non ha intrapreso alcun percorso di appartenenza.

    In questa prospettiva, la giurisprudenza bolognese non crea nuovi diritti, ma traduce in termini giuridici un principio politico e culturale: la tutela deve premiare la responsabilità individuale.
    Chi contribuisce, resta. Chi rifiuta il percorso di integrazione, rientra.

    È un equilibrio che unisce il rispetto della persona all’esigenza di ordine e coesione sociale.

    La protezione complementare assume così il ruolo di motore evolutivo del paradigma, perché è nel suo ambito che il diritto sperimenta una nuova grammatica: quella che unisce libertà e dovere, accoglienza e verifica, permanenza e responsabilità.

    Ogni decisione come questa contribuisce a costruire una visione europea dell’immigrazione fondata non più sull’assistenza, ma sulla partecipazione e sull’integrazione consapevole.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • L’integrazione come responsabilità: il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” al Salone della Giustizia 2025

    Il 27 ottobre 2025, in occasione del Salone della Giustizia, il tabloid Giustizia allegato al Corriere della Sera ha dedicato un ampio articolo al mio lavoro e al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, un modello giuridico e culturale che propone di superare la logica emergenziale e assistenzialista delle politiche migratorie per restituire al tema una dimensione di equilibrio, legalità e responsabilità.

    Nel contributo ho spiegato come l’idea di fondo sia semplice ma radicale: l’integrazione deve essere un obbligo verificabile, fondato su tre pilastri — lavoro, lingua e rispetto delle regole — mentre la reimmigrazione rappresenta la conseguenza naturale della mancata adesione al patto sociale.
    Solo un approccio strutturato e misurabile può garantire la tutela dei diritti fondamentali e, al tempo stesso, la coesione delle comunità che accolgono.

    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non nasce da un’astrazione teorica, ma da un’esperienza quotidiana maturata nei Tribunali, nelle Questure e nelle Prefetture italiane.
    È un progetto che unisce pratica giuridica e riflessione politica, ponendo al centro il valore dell’integrazione come dovere reciproco: dello Stato che accoglie e dello straniero che sceglie di rimanere.

    La pubblicazione su Giustizia – distribuito in allegato nazionale al Corriere della Sera – rappresenta un riconoscimento significativo del percorso di elaborazione di questi anni, che continua oggi attraverso la piattaforma http://www.reimmigrazione.com.

    Avv. Fabio Loscerbo

    Alcuni video riferiti al Salone della Giustizia 2025, per documentare l’importanza e la rilevanza nazionale dell’evento

  • 🎙️ Podcast: Integration oder ReMigration 🎧 Titel: Ein klares Signal aus Amerika: Integration rückt wieder ins Zentrum der Migrationspolitik

    Willkommen zu einer neuen Folge des Podcasts Integration oder ReMigration.
    Ich bin Rechtsanwalt Fabio Loscerbo, und heute spreche ich über ein Dokument, das in den Vereinigten Staaten große Aufmerksamkeit erregt – und auch in Europa Beachtung verdient: „Mandate for Leadership 2025 – The Conservative Promise“, veröffentlicht von der Heritage Foundation.

    Es handelt sich dabei nicht nur um ein politisches Programm, sondern um eine umfassende gesellschaftliche und staatliche Vision, die lange vergessene Werte wieder in den Mittelpunkt stellt: Souveränität, Verantwortung und Zugehörigkeit. In den Kapiteln zur Einwanderung sendet das Dokument eine klare Botschaft: Aufnahme kann nicht länger von Integration getrennt werden. Vorrang soll jenen eingeräumt werden, die sich beteiligen, die Gesetze respektieren, die Sprache lernen und die grundlegenden Werte der aufnehmenden Gemeinschaft teilen.

    Dieser Ansatz, obwohl in einem anderen Kontext entstanden, steht der im Paradigma Integration oder ReMigration vorgeschlagenen Vision sehr nahe. Auch in Europa wächst das Bewusstsein, dass das Recht zu bleiben nicht vom Pflichtgefühl zur Integration getrennt werden kann. Integration bedeutet nicht nur Arbeit oder Einkommen, sondern aktive Teilhabe, Verantwortungsbewusstsein und die Achtung der Regeln, die eine Gemeinschaft zusammenhalten.

    Das amerikanische Modell und das Paradigma Integration oder ReMigration stimmen in einem zentralen Punkt überein: Eine nachhaltige Einwanderung muss auf tatsächlicher Integration beruhen. In den Vereinigten Staaten konzentriert sich die Debatte auf Effizienz und Produktivität; in Europa betont die entstehende Perspektive das Gleichgewicht zwischen sozialem Zusammenhalt, Grundrechten und individueller Verantwortung. In beiden Fällen ist die Botschaft eindeutig: Ohne Integration gibt es keine Zugehörigkeit.

    Wir erleben einen weltweiten Paradigmenwechsel. Nach Jahren einer unkontrollierten Einwanderungspolitik wird die Erkenntnis wiederentdeckt, dass Zusammenleben bedeutet, gemeinsame Werte und Regeln zu teilen. Es geht nicht darum, Grenzen zu schließen, sondern ein Gleichgewicht wiederherzustellen: Wer sich integriert, kann bleiben; wer sich verweigert, kann mit Würde und Unterstützung in sein Herkunftsland zurückkehren. Das ist die wahre Bedeutung von ReMigration: eine geordnete, respektvolle und verantwortungsvolle Rückkehr, die auf gegenseitiger Verantwortung beruht.

    Weitere Informationen zu diesem Thema finden Sie im vollständigen Artikel auf www.reimmigrazione.com. Dort können Sie auch das Originaldokument „Mandate for Leadership 2025 – The Conservative Promise“ direkt über den im Beitrag angegebenen Link herunterladen.

    Ich bin Rechtsanwalt und Lobbyist Fabio Loscerbo.
    Vielen Dank fürs Zuhören – und bis zur nächsten Folge von Integration oder ReMigration, dem Podcast, der zeigt, dass unsere Gesellschaften heute vor einer klaren Entscheidung stehen: sich integrieren oder mit Würde in ihr Herkunftsland zurückkehren.

    Integration or ReImmigration A New Immigration Paradigm Beyond Economics Integrazione o ReImmigrazione

    Integration or ReImmigration: A New Immigration Paradigm Beyond Economics Welcome to a new episode of the podcast “Integration or ReImmigration.” I’m attorney Fabio Loscerbo, and today I want to address an issue that is not only European, but deeply relevant to the United States: how to move beyond an economic view of immigration and toward a model based on measurable integration and enforceable return. In the U.S., immigration policy has long oscillated between two dominant narratives. On one side, immigration is framed as an economic necessity — essential labor, demographic renewal, entrepreneurial energy. On the other, it is framed as a border control and security issue. What is often missing is a coherent framework that connects legal presence to integration in a structured and measurable way. For decades, Western democracies — including Italy and many EU member states — have treated immigration primarily as a labor market mechanism. If the economy needs workers, immigration expands. If economic demand shrinks, enforcement intensifies. Legal status becomes closely tied to employment. Work becomes the de facto proof of legitimacy. But work is not integration. A person may hold a job and remain socially detached. Another may lose employment temporarily and still be fully integrated into the civic and cultural fabric of the host country. Employment is one variable, not the entire equation. The challenge is this: how do we define integration in a way that is objective, fair, and legally consistent? In Italy, there is a legal concept that offers an interesting case study. It is called “complementary protection,” a form of humanitarian protection that, unlike classic asylum, does not focus exclusively on persecution in the country of origin. Instead, it also considers the level of integration achieved in the host country — family ties, social rootedness, stability, private life. This is significant. It represents a shift from a purely origin-based analysis — “what happens if you return?” — to a host-country analysis — “how deeply are you integrated here?” However, this evaluation is often discretionary and inconsistent. And that reveals a broader structural issue: if integration matters legally, it must be measurable. In Italy, there exists an instrument called the “Integration Agreement.” It was introduced as a mechanism to encourage responsibility — learning the language, respecting the law, participating in civic life. But in practice, it has remained largely symbolic. It does not truly function as a structured evaluation system. Yet the idea behind it is powerful. Imagine a framework where integration is assessed through clear indicators: language proficiency, stable employment or documented economic activity, absence of serious criminal convictions, participation in civic education. Not ideological standards — measurable ones. Without measurement, integration remains rhetoric. With measurement, it becomes policy. Now we reach the more controversial but unavoidable question: what happens when integration fails? If legal residence is connected to a measurable integration process, there must be a coherent outcome when that process does not succeed. Otherwise, the system loses credibility. This is where the concept of “ReImmigration” comes in. ReImmigration does not mean indiscriminate deportation. It does not mean punitive mass removal. It means a structured, lawful return mechanism that activates when integration criteria are not met and no protection grounds exist. In the United States, immigration enforcement has often been debated in binary terms — either strict removal or broad regularization. But what if the real issue is structural coherence? A system that allows entry but cannot ensure integration produces social tension. A system that promises enforcement but cannot execute it consistently loses legitimacy. The paradigm I propose is simple in structure, though complex in implementation: First, move beyond the economic reductionism that treats migrants primarily as labor inputs. Second, define integration through measurable, transparent criteria. Third, ensure that when integration does not occur, lawful and orderly return is realistically enforceable. Integration measured. Residence conditioned. Return executable. This is not a rejection of immigration. It is a call for structural clarity. It is not about exclusion. It is about coherence between rights and responsibilities. The United States, like Europe, faces a historic moment in immigration governance. Demographics, border management, humanitarian obligations, labor markets, and social cohesion are all intertwined. The debate cannot remain polarized between open borders and strict enforcement. It must evolve toward institutional design. A credible immigration system must offer opportunity — but also require integration. It must protect those who qualify — but also execute decisions when protection does not apply. It must balance humanity with order. That is the core of the “Integration or ReImmigration” paradigm. Thank you for listening to this episode. I’m attorney Fabio Loscerbo, and I look forward to continuing this conversation in our next discussion.Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
    1. Integration or ReImmigration A New Immigration Paradigm Beyond Economics
    2. uk Integration or ReImmigration A New Paradigm Beyond Economic Reductionism
    3. Integrazione o ReImmigrazione il nuovo paradigma oltre l’economicismo
    4. Integración o ReInmigración un nuevo paradigma más allá del economicismo
    5. L’articolo 18-ter dello Schema di Disegno di Legge recante “Disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e a
  • 🎙️ Podcast: Integration or ReImmigration🎧 Title: From America a Clear Signal: Integration Returns to the Heart of Migration Policies

    Welcome to a new episode of the Integration or ReImmigration podcast.
    I’m lawyer Fabio Loscerbo, and today we’ll talk about a document that’s sparking much debate in the United States — and deserves attention in Europe as well: “Mandate for Leadership 2025 – The Conservative Promise”, published by the Heritage Foundation.

    This is not just a political program, but a comprehensive vision of society and the State that brings back to the center values long neglected: sovereignty, responsibility, and belonging. In its chapters on immigration, the document sends a clear message: hospitality can no longer be separated from integration. Priority must be given to those who participate, respect the law, learn the language, and share the fundamental values of the host community.

    This approach, though born in a different context, closely mirrors the vision proposed by the Integration or ReImmigration paradigm. Across Europe, awareness is growing that the right to stay cannot be detached from the duty to integrate. Integration is not just about having a job or an income — it means active participation, civic responsibility, and respect for the social order that binds a community together.

    The American model and the Integration or ReImmigration paradigm converge on one key principle: sustainable immigration must be based on real integration. In the United States, the debate focuses on efficiency and productivity; in Europe, the emerging vision emphasizes social cohesion, fundamental rights, and individual responsibility. In both cases, the message is clear: without integration, there can be no true belonging.

    We are witnessing a global shift in perspective. After years of indiscriminate immigration policies, societies are rediscovering that living together means sharing values and rules. This is not about closing borders, but about restoring balance: those who integrate may stay; those who refuse may return to their home country with dignity and assistance. That is the true meaning of ReImmigration: an orderly, respectful, and responsible return process grounded in mutual accountability.

    To explore this topic further, you can read the full article on http://www.reimmigrazione.com
    and download the original document “Mandate for Leadership 2025 – The Conservative Promise” directly from the link provided in the post.

    I’m lawyer and lobbyist Fabio Loscerbo.
    Thank you for listening, and stay tuned for the next episode of Integration or ReImmigration — the podcast that explores how societies today face a simple but decisive choice: integrate or return home with dignity.

    Integration or ReImmigration A New Immigration Paradigm Beyond Economics Integrazione o ReImmigrazione

    Integration or ReImmigration: A New Immigration Paradigm Beyond Economics Welcome to a new episode of the podcast “Integration or ReImmigration.” I’m attorney Fabio Loscerbo, and today I want to address an issue that is not only European, but deeply relevant to the United States: how to move beyond an economic view of immigration and toward a model based on measurable integration and enforceable return. In the U.S., immigration policy has long oscillated between two dominant narratives. On one side, immigration is framed as an economic necessity — essential labor, demographic renewal, entrepreneurial energy. On the other, it is framed as a border control and security issue. What is often missing is a coherent framework that connects legal presence to integration in a structured and measurable way. For decades, Western democracies — including Italy and many EU member states — have treated immigration primarily as a labor market mechanism. If the economy needs workers, immigration expands. If economic demand shrinks, enforcement intensifies. Legal status becomes closely tied to employment. Work becomes the de facto proof of legitimacy. But work is not integration. A person may hold a job and remain socially detached. Another may lose employment temporarily and still be fully integrated into the civic and cultural fabric of the host country. Employment is one variable, not the entire equation. The challenge is this: how do we define integration in a way that is objective, fair, and legally consistent? In Italy, there is a legal concept that offers an interesting case study. It is called “complementary protection,” a form of humanitarian protection that, unlike classic asylum, does not focus exclusively on persecution in the country of origin. Instead, it also considers the level of integration achieved in the host country — family ties, social rootedness, stability, private life. This is significant. It represents a shift from a purely origin-based analysis — “what happens if you return?” — to a host-country analysis — “how deeply are you integrated here?” However, this evaluation is often discretionary and inconsistent. And that reveals a broader structural issue: if integration matters legally, it must be measurable. In Italy, there exists an instrument called the “Integration Agreement.” It was introduced as a mechanism to encourage responsibility — learning the language, respecting the law, participating in civic life. But in practice, it has remained largely symbolic. It does not truly function as a structured evaluation system. Yet the idea behind it is powerful. Imagine a framework where integration is assessed through clear indicators: language proficiency, stable employment or documented economic activity, absence of serious criminal convictions, participation in civic education. Not ideological standards — measurable ones. Without measurement, integration remains rhetoric. With measurement, it becomes policy. Now we reach the more controversial but unavoidable question: what happens when integration fails? If legal residence is connected to a measurable integration process, there must be a coherent outcome when that process does not succeed. Otherwise, the system loses credibility. This is where the concept of “ReImmigration” comes in. ReImmigration does not mean indiscriminate deportation. It does not mean punitive mass removal. It means a structured, lawful return mechanism that activates when integration criteria are not met and no protection grounds exist. In the United States, immigration enforcement has often been debated in binary terms — either strict removal or broad regularization. But what if the real issue is structural coherence? A system that allows entry but cannot ensure integration produces social tension. A system that promises enforcement but cannot execute it consistently loses legitimacy. The paradigm I propose is simple in structure, though complex in implementation: First, move beyond the economic reductionism that treats migrants primarily as labor inputs. Second, define integration through measurable, transparent criteria. Third, ensure that when integration does not occur, lawful and orderly return is realistically enforceable. Integration measured. Residence conditioned. Return executable. This is not a rejection of immigration. It is a call for structural clarity. It is not about exclusion. It is about coherence between rights and responsibilities. The United States, like Europe, faces a historic moment in immigration governance. Demographics, border management, humanitarian obligations, labor markets, and social cohesion are all intertwined. The debate cannot remain polarized between open borders and strict enforcement. It must evolve toward institutional design. A credible immigration system must offer opportunity — but also require integration. It must protect those who qualify — but also execute decisions when protection does not apply. It must balance humanity with order. That is the core of the “Integration or ReImmigration” paradigm. Thank you for listening to this episode. I’m attorney Fabio Loscerbo, and I look forward to continuing this conversation in our next discussion.Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
    1. Integration or ReImmigration A New Immigration Paradigm Beyond Economics
    2. uk Integration or ReImmigration A New Paradigm Beyond Economic Reductionism
    3. Integrazione o ReImmigrazione il nuovo paradigma oltre l’economicismo
    4. Integración o ReInmigración un nuevo paradigma más allá del economicismo
    5. L’articolo 18-ter dello Schema di Disegno di Legge recante “Disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e a
  • 🎙️ Podcast: Integrazione o ReImmigrazione🎧 Titolo: Dall’America un segnale chiaro: l’integrazione torna al centro delle politiche migratorie

    Benvenuti a una nuova puntata del podcast Integrazione o ReImmigrazione.
    Io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo, e oggi parleremo di un documento che sta facendo molto discutere negli Stati Uniti e che merita attenzione anche in Europa: “Mandate for Leadership 2025 – The Conservative Promise”, pubblicato dalla Heritage Foundation.

    Non si tratta di un semplice programma politico, ma di una visione complessiva della società e dello Stato che rimette al centro parole dimenticate: sovranità, responsabilità, appartenenza. Nelle sue pagine dedicate all’immigrazione emerge un messaggio netto: l’accoglienza non può più essere disgiunta dall’integrazione. La priorità deve tornare a chi partecipa, rispetta le regole, conosce la lingua e condivide i valori fondamentali della comunità che lo ospita.

    È una linea che, pur con approcci diversi, si avvicina molto a quella proposta dal paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Anche in Europa cresce la consapevolezza che il diritto di rimanere non può essere scollegato dal dovere di integrarsi. L’integrazione non è solo lavoro o reddito, ma partecipazione consapevole, adesione alla vita collettiva e rispetto delle regole comuni.

    Il modello americano e il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” convergono su un punto fondamentale: l’immigrazione sostenibile nasce dall’integrazione reale. Negli Stati Uniti il dibattito si concentra sull’efficienza e sulla produttività; in Europa, la prospettiva che stiamo costruendo pone l’accento sull’equilibrio tra coesione comunitaria, diritti e responsabilità individuale. In entrambi i casi, il messaggio è chiaro: senza integrazione non c’è appartenenza.

    Stiamo assistendo a un cambio di paradigma globale. Dopo anni di accoglienza indiscriminata, torna l’idea che vivere insieme significa condividere valori e regole comuni. Non si tratta di chiudere le porte, ma di ristabilire un principio di equilibrio: chi si integra resta, chi rifiuta di farlo può rientrare nel proprio Paese con dignità e sostegno. È questa la vera ReImmigrazione: un ritorno ordinato, rispettoso e fondato su responsabilità reciproca.

    Per approfondire questo tema, potete leggere l’articolo completo sul sito www.reimmigrazione.com e scaricare il documento originale “Mandate for Leadership 2025 – The Conservative Promise” direttamente dal link pubblicato nell’articolo.

    Io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo, avvocato e lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36).
    Vi ringrazio per l’ascolto e vi invito a seguire le prossime puntate di Integrazione o ReImmigrazione, il podcast che racconta come la società può scegliere tra due vie: integrarsi o tornare, con dignità, nel proprio Paese.

    Integration or ReImmigration A New Immigration Paradigm Beyond Economics Integrazione o ReImmigrazione

    Integration or ReImmigration: A New Immigration Paradigm Beyond Economics Welcome to a new episode of the podcast “Integration or ReImmigration.” I’m attorney Fabio Loscerbo, and today I want to address an issue that is not only European, but deeply relevant to the United States: how to move beyond an economic view of immigration and toward a model based on measurable integration and enforceable return. In the U.S., immigration policy has long oscillated between two dominant narratives. On one side, immigration is framed as an economic necessity — essential labor, demographic renewal, entrepreneurial energy. On the other, it is framed as a border control and security issue. What is often missing is a coherent framework that connects legal presence to integration in a structured and measurable way. For decades, Western democracies — including Italy and many EU member states — have treated immigration primarily as a labor market mechanism. If the economy needs workers, immigration expands. If economic demand shrinks, enforcement intensifies. Legal status becomes closely tied to employment. Work becomes the de facto proof of legitimacy. But work is not integration. A person may hold a job and remain socially detached. Another may lose employment temporarily and still be fully integrated into the civic and cultural fabric of the host country. Employment is one variable, not the entire equation. The challenge is this: how do we define integration in a way that is objective, fair, and legally consistent? In Italy, there is a legal concept that offers an interesting case study. It is called “complementary protection,” a form of humanitarian protection that, unlike classic asylum, does not focus exclusively on persecution in the country of origin. Instead, it also considers the level of integration achieved in the host country — family ties, social rootedness, stability, private life. This is significant. It represents a shift from a purely origin-based analysis — “what happens if you return?” — to a host-country analysis — “how deeply are you integrated here?” However, this evaluation is often discretionary and inconsistent. And that reveals a broader structural issue: if integration matters legally, it must be measurable. In Italy, there exists an instrument called the “Integration Agreement.” It was introduced as a mechanism to encourage responsibility — learning the language, respecting the law, participating in civic life. But in practice, it has remained largely symbolic. It does not truly function as a structured evaluation system. Yet the idea behind it is powerful. Imagine a framework where integration is assessed through clear indicators: language proficiency, stable employment or documented economic activity, absence of serious criminal convictions, participation in civic education. Not ideological standards — measurable ones. Without measurement, integration remains rhetoric. With measurement, it becomes policy. Now we reach the more controversial but unavoidable question: what happens when integration fails? If legal residence is connected to a measurable integration process, there must be a coherent outcome when that process does not succeed. Otherwise, the system loses credibility. This is where the concept of “ReImmigration” comes in. ReImmigration does not mean indiscriminate deportation. It does not mean punitive mass removal. It means a structured, lawful return mechanism that activates when integration criteria are not met and no protection grounds exist. In the United States, immigration enforcement has often been debated in binary terms — either strict removal or broad regularization. But what if the real issue is structural coherence? A system that allows entry but cannot ensure integration produces social tension. A system that promises enforcement but cannot execute it consistently loses legitimacy. The paradigm I propose is simple in structure, though complex in implementation: First, move beyond the economic reductionism that treats migrants primarily as labor inputs. Second, define integration through measurable, transparent criteria. Third, ensure that when integration does not occur, lawful and orderly return is realistically enforceable. Integration measured. Residence conditioned. Return executable. This is not a rejection of immigration. It is a call for structural clarity. It is not about exclusion. It is about coherence between rights and responsibilities. The United States, like Europe, faces a historic moment in immigration governance. Demographics, border management, humanitarian obligations, labor markets, and social cohesion are all intertwined. The debate cannot remain polarized between open borders and strict enforcement. It must evolve toward institutional design. A credible immigration system must offer opportunity — but also require integration. It must protect those who qualify — but also execute decisions when protection does not apply. It must balance humanity with order. That is the core of the “Integration or ReImmigration” paradigm. Thank you for listening to this episode. I’m attorney Fabio Loscerbo, and I look forward to continuing this conversation in our next discussion.Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
    1. Integration or ReImmigration A New Immigration Paradigm Beyond Economics
    2. uk Integration or ReImmigration A New Paradigm Beyond Economic Reductionism
    3. Integrazione o ReImmigrazione il nuovo paradigma oltre l’economicismo
    4. Integración o ReInmigración un nuevo paradigma más allá del economicismo
    5. L’articolo 18-ter dello Schema di Disegno di Legge recante “Disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e a
  • Dagli Stati Uniti un segnale chiaro: l’integrazione torna al centro delle politiche migratorie

    Il recente documento programmatico pubblicato dalla Heritage Foundation, intitolato Mandate for Leadership 2025 – The Conservative Promise, rappresenta una svolta culturale e politica che va ben oltre i confini americani.

    Non si tratta soltanto di un piano operativo in vista di un’eventuale futura amministrazione repubblicana, ma di una visione complessiva della società e dello Stato che rimette al centro il concetto di sovranità, appartenenza e responsabilità individuale. Il tema dell’immigrazione, in particolare, viene trattato non più come una questione di accoglienza, ma come una questione di coerenza sociale e sicurezza nazionale. Il documento propone di superare i meccanismi generalizzati di ammissione e di protezione, privilegiando invece una selezione fondata su criteri di integrazione effettiva, utilità economica e adesione ai valori fondamentali della comunità ospitante.

    In questa prospettiva, la Heritage Foundation afferma apertamente che il sistema migratorio americano deve tornare a essere meritocratico e controllato, abbandonando la logica della “chain migration” e delle lotterie per la diversità, per puntare invece su chi dimostra di poter contribuire in modo concreto al progresso e alla stabilità della nazione.

    È un cambio di paradigma che segna la fine di un modello di immigrazione inteso come diritto universale e l’avvio di una concezione nuova, fondata sul principio di appartenenza e di responsabilità reciproca tra individuo e Stato.

    Questa visione, pur nascendo in un contesto diverso, presenta molte affinità con il paradigma europeo “Integrazione o ReImmigrazione”. Entrambi pongono al centro la necessità di distinguere tra chi si integra e chi rifiuta di farlo, tra chi condivide valori, lingua, lavoro e regole della società ospitante e chi invece ne resta estraneo. L’integrazione, in questa logica, non è un concetto astratto o retorico, ma la misura concreta della volontà di appartenere. Da essa deve derivare la legittimità del diritto a rimanere.

    Il modello americano e il paradigma proposto da Integrazione o ReImmigrazione convergono nell’idea che l’immigrazione debba fondarsi su criteri di integrazione reale e partecipazione attiva. Ciò che cambia è l’accento: mentre negli Stati Uniti l’attenzione è rivolta alla funzionalità e alla produttività sociale, il paradigma europeo in via di elaborazione pone al centro l’equilibrio tra coesione comunitaria, diritti fondamentali e responsabilità individuale, riconoscendo dignità anche ai percorsi di rientro assistito.

    La convergenza tra questi due approcci dimostra che il tempo dell’immigrazione indiscriminata sta finendo.

    I grandi paesi occidentali, seppure con strumenti diversi, stanno riscoprendo l’importanza di un principio semplice ma decisivo: l’appartenenza non è automatica, ma si conquista attraverso la partecipazione, la conoscenza e il rispetto delle regole.

    È in questo passaggio che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” trova la sua piena attualità.

    Perché non propone una chiusura, ma una scelta: quella tra l’essere parte di una comunità o il tornare, con dignità e sostegno, nel proprio paese d’origine.

    Un principio che, oggi più che mai, appare destinato a definire il futuro dell’Europa tanto quanto quello degli Stati Uniti.

    Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato e Lobbista (ID Registro per la Trasparenza UE: 280782895721-36)

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  • 🎙️ Podcast: Integration oder ReImmigration🎧 Titel: Was ist das Paradigma „Integration oder ReImmigration“?

    Willkommen zur ersten Folge von Integration oder ReImmigration – Der Podcast.
    Ich bin Rechtsanwalt Fabio Loscerbo, und in dieser ersten Episode erkläre ich die rechtliche Bedeutung des Paradigmas, das diesem Projekt seinen Namen gibt: Integration oder ReImmigration.

    Dieses Paradigma ist aus der Notwendigkeit entstanden, ein rechtliches Modell zu überwinden, das in den letzten Jahren seine Grenzen deutlich gezeigt hat: ein System, das sich fast ausschließlich auf Aufnahme und Unterstützung konzentriert, aber kein echtes Gleichgewicht zwischen Rechten und Pflichten schafft.
    Migration wird derzeit meist als ein Phänomen behandelt, das verwaltet oder kontrolliert werden soll, aber nur selten als ein Prozess rechtlicher und sozialer Zugehörigkeit.

    Das Paradigma Integration oder ReImmigration geht von einer anderen Prämisse aus: Der Aufenthalt in einem Land kann nicht als bedingungsloses Recht betrachtet werden, sondern als Ergebnis eines überprüfbaren Integrationsprozesses.
    Wer sich entscheidet, in Italien zu leben, muss zeigen, dass er wirklich dazugehören will – indem er die Gesetze respektiert, die Sprache lernt und konkret zum gemeinschaftlichen Leben beiträgt.

    Integration wird somit zu einer aktiven rechtlichen Bedingung, die das Aufenthaltsrecht begründet und erneuert.
    Wenn diese Bedingung entfällt, muss das Rechtssystem die Möglichkeit einer Rückkehr vorsehen – nicht als Strafe, sondern als rechtliche Folge des Verlustes der Zugehörigkeit.
    Das ist die Bedeutung von ReImmigration: die verantwortungsvolle Rückkehr in das Herkunftsland, wenn Integration nicht gelingt oder bewusst verweigert wird.

    Es handelt sich um ein rechtliches und systemisches Paradigma, das einen grundlegenden Wandel des derzeitigen Rechtsrahmens erfordert.
    Eine bloße Neuinterpretation bestehender Vorschriften reicht nicht aus: Es bedarf eines neuen Gleichgewichts, das auf Gegenseitigkeit zwischen Individuum und Staat beruht.
    Integration darf nicht nur ein soziales Ziel oder eine administrative Maßnahme sein, sondern muss zu einem rechtlichen Kriterium werden, auf dem die Legitimität des Aufenthalts selbst beruht.

    Dieses Prinzip hat seine Wurzeln in der italienischen Verfassung.
    Artikel 2 erkennt die unverletzlichen Rechte des Menschen an, verpflichtet aber zugleich zu den unabdingbaren Pflichten der politischen, wirtschaftlichen und sozialen Solidarität.
    Artikel 3, der den Gleichheitsgrundsatz verankert, verbindet ihn mit der tatsächlichen Teilhabe am gesellschaftlichen Leben.
    Und Artikel 10 legt fest, dass Ausländer die grundlegenden Rechte nach Maßgabe der Gesetze genießen, jedoch kein unbegrenztes Recht auf Migration besteht.

    Das grundlegende Ziel ist es also, das System des Einwanderungsrechts im Lichte der Verfassung neu zu ordnen und ihm wieder Kohärenz zu verleihen:
    das Recht auf Integration anzuerkennen, aber auch die Pflicht dazu;
    das Gleichgewicht zwischen individueller Freiheit und sozialer Verantwortung zu sichern;
    und zu bekräftigen, dass das Recht zu bleiben nicht vom Pflichtgefühl der Zugehörigkeit getrennt werden kann.

    In den kommenden Folgen werden wir die rechtlichen und systemischen Auswirkungen dieses Paradigmas vertiefen:
    wie Integration zu einem objektiven Kriterium für den Aufenthalt werden kann,
    wie ReImmigration als natürliche Folge des Verlustes dieser Bedingung anerkannt werden kann,
    und wie der Staat auf dieser Grundlage ein kohärenteres, transparenteres und verfassungsmäßig konsistentes Verwaltungssystem aufbauen kann.

    Das Ziel ist die Schaffung eines Systems des Gleichgewichts zwischen Rechten und Pflichten, in dem das Prinzip der Integration der Schlüssel zu rechtlicher Sicherheit, sozialem Zusammenhalt und institutioneller Stabilität wird.

    Um mehr über die theoretischen Grundlagen und die Entwicklung dieses Paradigmas zu erfahren, besuchen Sie http://www.reimmigrazione.com.
    Ich bin Rechtsanwalt Fabio Loscerbo, und das ist Integration oder ReImmigration – Der Podcast.

    Integration or ReImmigration A New Immigration Paradigm Beyond Economics Integrazione o ReImmigrazione

    Integration or ReImmigration: A New Immigration Paradigm Beyond Economics Welcome to a new episode of the podcast “Integration or ReImmigration.” I’m attorney Fabio Loscerbo, and today I want to address an issue that is not only European, but deeply relevant to the United States: how to move beyond an economic view of immigration and toward a model based on measurable integration and enforceable return. In the U.S., immigration policy has long oscillated between two dominant narratives. On one side, immigration is framed as an economic necessity — essential labor, demographic renewal, entrepreneurial energy. On the other, it is framed as a border control and security issue. What is often missing is a coherent framework that connects legal presence to integration in a structured and measurable way. For decades, Western democracies — including Italy and many EU member states — have treated immigration primarily as a labor market mechanism. If the economy needs workers, immigration expands. If economic demand shrinks, enforcement intensifies. Legal status becomes closely tied to employment. Work becomes the de facto proof of legitimacy. But work is not integration. A person may hold a job and remain socially detached. Another may lose employment temporarily and still be fully integrated into the civic and cultural fabric of the host country. Employment is one variable, not the entire equation. The challenge is this: how do we define integration in a way that is objective, fair, and legally consistent? In Italy, there is a legal concept that offers an interesting case study. It is called “complementary protection,” a form of humanitarian protection that, unlike classic asylum, does not focus exclusively on persecution in the country of origin. Instead, it also considers the level of integration achieved in the host country — family ties, social rootedness, stability, private life. This is significant. It represents a shift from a purely origin-based analysis — “what happens if you return?” — to a host-country analysis — “how deeply are you integrated here?” However, this evaluation is often discretionary and inconsistent. And that reveals a broader structural issue: if integration matters legally, it must be measurable. In Italy, there exists an instrument called the “Integration Agreement.” It was introduced as a mechanism to encourage responsibility — learning the language, respecting the law, participating in civic life. But in practice, it has remained largely symbolic. It does not truly function as a structured evaluation system. Yet the idea behind it is powerful. Imagine a framework where integration is assessed through clear indicators: language proficiency, stable employment or documented economic activity, absence of serious criminal convictions, participation in civic education. Not ideological standards — measurable ones. Without measurement, integration remains rhetoric. With measurement, it becomes policy. Now we reach the more controversial but unavoidable question: what happens when integration fails? If legal residence is connected to a measurable integration process, there must be a coherent outcome when that process does not succeed. Otherwise, the system loses credibility. This is where the concept of “ReImmigration” comes in. ReImmigration does not mean indiscriminate deportation. It does not mean punitive mass removal. It means a structured, lawful return mechanism that activates when integration criteria are not met and no protection grounds exist. In the United States, immigration enforcement has often been debated in binary terms — either strict removal or broad regularization. But what if the real issue is structural coherence? A system that allows entry but cannot ensure integration produces social tension. A system that promises enforcement but cannot execute it consistently loses legitimacy. The paradigm I propose is simple in structure, though complex in implementation: First, move beyond the economic reductionism that treats migrants primarily as labor inputs. Second, define integration through measurable, transparent criteria. Third, ensure that when integration does not occur, lawful and orderly return is realistically enforceable. Integration measured. Residence conditioned. Return executable. This is not a rejection of immigration. It is a call for structural clarity. It is not about exclusion. It is about coherence between rights and responsibilities. The United States, like Europe, faces a historic moment in immigration governance. Demographics, border management, humanitarian obligations, labor markets, and social cohesion are all intertwined. The debate cannot remain polarized between open borders and strict enforcement. It must evolve toward institutional design. A credible immigration system must offer opportunity — but also require integration. It must protect those who qualify — but also execute decisions when protection does not apply. It must balance humanity with order. That is the core of the “Integration or ReImmigration” paradigm. Thank you for listening to this episode. I’m attorney Fabio Loscerbo, and I look forward to continuing this conversation in our next discussion.Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
    1. Integration or ReImmigration A New Immigration Paradigm Beyond Economics
    2. uk Integration or ReImmigration A New Paradigm Beyond Economic Reductionism
    3. Integrazione o ReImmigrazione il nuovo paradigma oltre l’economicismo
    4. Integración o ReInmigración un nuevo paradigma más allá del economicismo
    5. L’articolo 18-ter dello Schema di Disegno di Legge recante “Disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e a
  • 🎙️ Podcast: Integration or ReImmigration🎧 Title: What Is the “Integration or ReImmigration” Paradigm


    Welcome to the first episode of Integration or ReImmigration – The Podcast.
    I’m lawyer Fabio Loscerbo, and in this opening episode I will explain the legal meaning of the paradigm that gives this project its name: Integration or ReImmigration.

    This paradigm arises from the need to overcome a legal model that, in recent years, has shown all its limits: a system focused almost exclusively on reception, yet lacking a true balance between rights and duties.
    Migration, as it is currently regulated, tends to be managed as something to contain or to assist, but rarely as a process of legal and social belonging.

    The Integration or ReImmigration paradigm starts from a different premise: staying in a country cannot be regarded as an unconditional right, but as the outcome of a verifiable process of integration.
    Those who choose to live in Italy must show that they truly wish to belong to it — by respecting its laws, learning its language, and contributing concretely to its collective life.

    Integration thus becomes an active legal condition — one that founds and renews the right to reside.
    When this condition ceases to exist, the legal system must provide for the possibility of return — not as a punishment, but as the legal consequence of the loss of belonging.
    This is the meaning of ReImmigration: the responsible return to one’s country of origin when integration does not take place, or when it is consciously refused.

    It is a legal and systemic paradigm that calls for a reversal of the current normative framework.
    A simple reinterpretation of existing rules is not enough: a new equilibrium is needed, based on reciprocity between the individual and the State.
    Integration cannot be merely a social goal or an administrative aspiration — it must become a legal criterion upon which the legitimacy of residence itself is founded.

    This principle finds its roots in the Italian Constitution.
    Article 2 recognizes the inviolable rights of the person, but also imposes the inescapable duties of political, economic and social solidarity.
    Article 3, which enshrines equality, links it to effective participation in collective life.
    And Article 10 establishes that foreigners enjoy fundamental rights under the conditions set by law, but it does not recognize an unlimited right to migration.

    The underlying idea is to recompose the legal system of migration in constitutional terms, restoring its coherence:
    to recognize the right to integrate, but also the duty to do so;
    to balance individual freedom with social responsibility;
    and to affirm that the right to remain cannot be separated from the duty to belong.

    In the next episodes, we will explore the legal and systemic implications of this paradigm:
    how integration can become an objective criterion for residence,
    how ReImmigration can be recognized as the natural consequence of losing that condition,
    and how the State can build on this logic to achieve a fairer, clearer, and constitutionally consistent governance of migration.

    The goal is to build a system of balance between rights and duties, where the principle of integration becomes the key to ensuring legal security, social cohesion, and institutional stability.

    To learn more about the theoretical foundations and developments of the paradigm, visit http://www.reimmigrazione.com.
    I’m lawyer Fabio Loscerbo, and this is Integration or ReImmigration – The Podcast.

    Integration or ReImmigration A New Immigration Paradigm Beyond Economics Integrazione o ReImmigrazione

    Integration or ReImmigration: A New Immigration Paradigm Beyond Economics Welcome to a new episode of the podcast “Integration or ReImmigration.” I’m attorney Fabio Loscerbo, and today I want to address an issue that is not only European, but deeply relevant to the United States: how to move beyond an economic view of immigration and toward a model based on measurable integration and enforceable return. In the U.S., immigration policy has long oscillated between two dominant narratives. On one side, immigration is framed as an economic necessity — essential labor, demographic renewal, entrepreneurial energy. On the other, it is framed as a border control and security issue. What is often missing is a coherent framework that connects legal presence to integration in a structured and measurable way. For decades, Western democracies — including Italy and many EU member states — have treated immigration primarily as a labor market mechanism. If the economy needs workers, immigration expands. If economic demand shrinks, enforcement intensifies. Legal status becomes closely tied to employment. Work becomes the de facto proof of legitimacy. But work is not integration. A person may hold a job and remain socially detached. Another may lose employment temporarily and still be fully integrated into the civic and cultural fabric of the host country. Employment is one variable, not the entire equation. The challenge is this: how do we define integration in a way that is objective, fair, and legally consistent? In Italy, there is a legal concept that offers an interesting case study. It is called “complementary protection,” a form of humanitarian protection that, unlike classic asylum, does not focus exclusively on persecution in the country of origin. Instead, it also considers the level of integration achieved in the host country — family ties, social rootedness, stability, private life. This is significant. It represents a shift from a purely origin-based analysis — “what happens if you return?” — to a host-country analysis — “how deeply are you integrated here?” However, this evaluation is often discretionary and inconsistent. And that reveals a broader structural issue: if integration matters legally, it must be measurable. In Italy, there exists an instrument called the “Integration Agreement.” It was introduced as a mechanism to encourage responsibility — learning the language, respecting the law, participating in civic life. But in practice, it has remained largely symbolic. It does not truly function as a structured evaluation system. Yet the idea behind it is powerful. Imagine a framework where integration is assessed through clear indicators: language proficiency, stable employment or documented economic activity, absence of serious criminal convictions, participation in civic education. Not ideological standards — measurable ones. Without measurement, integration remains rhetoric. With measurement, it becomes policy. Now we reach the more controversial but unavoidable question: what happens when integration fails? If legal residence is connected to a measurable integration process, there must be a coherent outcome when that process does not succeed. Otherwise, the system loses credibility. This is where the concept of “ReImmigration” comes in. ReImmigration does not mean indiscriminate deportation. It does not mean punitive mass removal. It means a structured, lawful return mechanism that activates when integration criteria are not met and no protection grounds exist. In the United States, immigration enforcement has often been debated in binary terms — either strict removal or broad regularization. But what if the real issue is structural coherence? A system that allows entry but cannot ensure integration produces social tension. A system that promises enforcement but cannot execute it consistently loses legitimacy. The paradigm I propose is simple in structure, though complex in implementation: First, move beyond the economic reductionism that treats migrants primarily as labor inputs. Second, define integration through measurable, transparent criteria. Third, ensure that when integration does not occur, lawful and orderly return is realistically enforceable. Integration measured. Residence conditioned. Return executable. This is not a rejection of immigration. It is a call for structural clarity. It is not about exclusion. It is about coherence between rights and responsibilities. The United States, like Europe, faces a historic moment in immigration governance. Demographics, border management, humanitarian obligations, labor markets, and social cohesion are all intertwined. The debate cannot remain polarized between open borders and strict enforcement. It must evolve toward institutional design. A credible immigration system must offer opportunity — but also require integration. It must protect those who qualify — but also execute decisions when protection does not apply. It must balance humanity with order. That is the core of the “Integration or ReImmigration” paradigm. Thank you for listening to this episode. I’m attorney Fabio Loscerbo, and I look forward to continuing this conversation in our next discussion.Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
    1. Integration or ReImmigration A New Immigration Paradigm Beyond Economics
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    3. Integrazione o ReImmigrazione il nuovo paradigma oltre l’economicismo
    4. Integración o ReInmigración un nuevo paradigma más allá del economicismo
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  • 🎙️ Podcast : Intégration ou Réimmigration🎧 Titre : Qu’est-ce que le paradigme “Intégration ou Réimmigration” ?

    Bienvenue dans le premier épisode de Intégration ou Réimmigration – Le Podcast.
    Je suis Maître Fabio Loscerbo, et dans cet épisode d’ouverture, je vais vous expliquer la signification juridique du paradigme qui donne son nom à ce projet : Intégration ou Réimmigration.

    Ce paradigme naît du besoin de dépasser un modèle juridique qui, ces dernières années, a montré toutes ses limites : un système centré presque exclusivement sur l’accueil, mais dépourvu d’un véritable équilibre entre droits et devoirs.
    L’immigration, telle qu’elle est actuellement réglementée, tend à être gérée comme un phénomène à contenir ou à assister, mais rarement comme un processus d’appartenance juridique et sociale.

    Le paradigme Intégration ou Réimmigration part d’un principe différent : le séjour sur le territoire ne peut pas être considéré comme un droit inconditionnel, mais comme le résultat d’un processus d’intégration vérifiable.
    Celui qui choisit de vivre en Italie doit démontrer sa volonté d’en faire réellement partie, en respectant les lois, en apprenant la langue et en contribuant concrètement à la vie collective.

    L’intégration devient ainsi une condition juridique active, qui fonde et renouvelle le droit de séjour.
    Lorsque cette condition disparaît, le système juridique doit prévoir la possibilité d’un retour, non pas comme une sanction, mais comme la conséquence juridique de la perte du lien d’appartenance.
    C’est là tout le sens de la Réimmigration : le retour responsable vers le pays d’origine lorsque l’intégration ne se réalise pas, ou lorsqu’elle est refusée.

    Il s’agit d’un paradigme juridique et systémique, qui exige un renversement du cadre normatif actuel.
    Il ne suffit pas d’interpréter autrement les lois existantes : il faut établir un nouvel équilibre fondé sur la réciprocité entre l’individu et l’État.
    L’intégration ne peut pas être seulement un objectif social ou administratif : elle doit devenir un critère juridique, sur lequel repose la légitimité même du séjour.

    Ce principe trouve ses racines dans la Constitution italienne.
    L’article 2 reconnaît les droits inviolables de la personne, mais impose en même temps les devoirs incontournables de solidarité politique, économique et sociale.
    L’article 3, qui consacre le principe d’égalité, le relie à la participation effective à la vie collective.
    Et l’article 10 établit que l’étranger bénéficie des droits fondamentaux selon les conditions fixées par la loi, mais ne reconnaît pas un droit illimité à la migration.

    L’idée fondamentale est donc de recomposer le système du droit de l’immigration dans une clé constitutionnelle, afin de lui rendre sa cohérence :
    reconnaître le droit de s’intégrer, mais aussi le devoir de le faire ;
    garantir un équilibre entre liberté individuelle et responsabilité sociale ;
    et affirmer que le droit de rester ne peut pas être séparé du devoir d’appartenir.

    Dans les prochains épisodes, nous approfondirons les implications juridiques et systémiques de ce paradigme :
    comment l’intégration peut devenir un critère objectif de séjour,
    comment la Réimmigration peut être reconnue comme la conséquence naturelle de la perte de cette condition,
    et comment l’État peut fonder sur cette logique une gestion plus cohérente, plus transparente et plus conforme aux valeurs constitutionnelles.

    L’objectif est de construire un système d’équilibre entre droits et devoirs, où le principe d’intégration devient la clé pour assurer la sécurité juridique, la cohésion sociale et la stabilité institutionnelle.

    Pour approfondir les fondements théoriques et les développements du paradigme, vous pouvez visiter le site http://www.reimmigrazione.com.
    Je suis Maître Fabio Loscerbo, et voici Intégration ou Réimmigration – Le Podcast.

  • 🎙️ Podcast: Integrazione o ReImmigrazione🎧 Titolo: Che cos’è il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

    Benvenuti alla prima puntata di Integrazione o ReImmigrazione – Il Podcast.
    Io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo, e in questo primo episodio vi parlerò del significato giuridico del paradigma che dà il nome a questo progetto: Integrazione o ReImmigrazione.

    Questo paradigma nasce dall’esigenza di superare un modello normativo che, negli ultimi anni, ha mostrato tutti i suoi limiti: un sistema incentrato quasi esclusivamente sull’accoglienza, ma privo di un vero equilibrio tra diritti e doveri.
    L’immigrazione, per come è oggi regolata, tende a essere gestita come un fenomeno da contenere o da assistere, ma raramente come un processo di appartenenza giuridica e sociale.

    Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione parte da una premessa diversa: la permanenza sul territorio non può essere considerata un diritto incondizionato, ma il risultato di un percorso di integrazione verificabile.
    Chi sceglie di vivere in Italia deve dimostrare di volerne far parte davvero, rispettandone le leggi, imparandone la lingua e contribuendo in modo concreto alla vita collettiva.

    L’integrazione, dunque, diventa una condizione giuridica attiva, che fonda e rinnova il diritto al soggiorno.
    Quando questa condizione viene meno, il sistema deve prevedere la possibilità di un rientro, non come misura punitiva, ma come conseguenza giuridica del venir meno del legame di appartenenza.
    È questo il senso della ReImmigrazione: il ritorno responsabile nel Paese d’origine quando l’integrazione non si realizza o non si vuole realizzare.

    Si tratta di un paradigma giuridico e sistemico, che richiede un capovolgimento dell’attuale impianto normativo.
    Non basta interpretare in modo diverso le norme esistenti: serve un nuovo equilibrio fondato sulla reciprocità tra individuo e Stato.
    L’integrazione non può essere soltanto un obiettivo sociale o amministrativo, ma un parametro di diritto, su cui si fonda la legittimità stessa della permanenza.

    Questo principio trova le sue radici nella Costituzione italiana.
    L’articolo 2 riconosce i diritti inviolabili dell’uomo, ma al tempo stesso impone i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
    L’articolo 3, che sancisce l’uguaglianza, richiama la partecipazione effettiva alla vita collettiva.
    E l’articolo 10 stabilisce che lo straniero è ammesso alla tutela dei diritti fondamentali secondo le condizioni previste dalla legge, ma non riconosce uno ius migrandi illimitato.

    L’idea di fondo è quindi quella di ricomporre il sistema del diritto dell’immigrazione in chiave costituzionale, restituendogli coerenza:
    riconoscere il diritto a integrarsi, ma anche il dovere di farlo;
    garantire equilibrio tra libertà individuale e responsabilità sociale;
    e affermare che il diritto di restare non può essere separato dal dovere di appartenere.

    Nelle prossime puntate approfondiremo le implicazioni giuridiche e sistemiche di questo paradigma:
    come l’integrazione possa diventare un criterio oggettivo di permanenza,
    come la ReImmigrazione possa essere riconosciuta come conseguenza naturale del venir meno di tale condizione,
    e come lo Stato possa fondare su questa logica una gestione più coerente, trasparente e rispettosa dei valori costituzionali.

    L’obiettivo è costruire un sistema di equilibrio tra diritti e doveri, dove il principio di integrazione diventi la chiave per garantire sicurezza giuridica, coesione sociale e stabilità istituzionale.

    Per approfondire i contenuti e le basi teoriche del paradigma, potete visitare il sito http://www.reimmigrazione.com.
    Io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo, e questo è Integrazione o ReImmigrazione – Il Podcast.

  • Integrazione o ReImmigrazione: il caso britannico come campanello d’allarme

    Il recente annuncio del governo britannico, che ha stanziato dieci milioni di sterline per proteggere le comunità musulmane da episodi di odio e minacce, non è un semplice provvedimento di sicurezza.

    È il segnale di un fallimento culturale e politico che riguarda l’intero modello europeo di gestione della diversità. Il Regno Unito, patria del multiculturalismo, oggi paga il prezzo di decenni in cui l’integrazione è stata sostituita dalla tolleranza passiva e la coesione sociale è stata confusa con la paura di giudicare.
    Quando uno Stato arriva a finanziare la sicurezza di una singola comunità religiosa, significa che la convivenza ha smesso di essere spontanea. Significa che la società è frammentata, che i cittadini non si percepiscono più come parte di un unico corpo nazionale, ma come membri di gruppi che si fronteggiano, si proteggono e si rivendicano reciprocamente. È l’esatto contrario di ciò che dovrebbe rappresentare una vera integrazione.

    Il caso britannico dimostra che l’antirazzismo, quando diventa ideologia, finisce per creare nuove disuguaglianze. Lo Stato che taceva davanti agli abusi delle grooming gangs per paura di essere accusato di razzismo, oggi si affanna a dimostrare la propria neutralità finanziando la protezione delle comunità musulmane. È la stessa logica che trasforma la colpa storica in debolezza politica e che, in nome della sensibilità, rinuncia alla giustizia.


    L’Europa deve leggere questi segnali per quello che sono: un campanello d’allarme. L’integrazione non può essere lasciata al caso, né affidata al sentimentalismo. Deve basarsi su regole, doveri e responsabilità reciproche. Chi entra in un Paese europeo deve accettarne i principi, la lingua, la cultura giuridica e civile. Chi lo fa, diventa parte della comunità nazionale e merita tutela piena. Chi non lo fa, sceglie di restare fuori da quel patto e deve essere accompagnato a un ritorno ordinato, secondo il principio della ReImmigrazione.

    Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione nasce proprio da questa esigenza di equilibrio: non escludere, ma selezionare in base alla volontà di appartenere. In un mondo dove il multiculturalismo ha mostrato tutti i suoi limiti, serve un nuovo modello di cittadinanza fondata sull’integrazione reale, non sulla mera coesistenza.
    Il Regno Unito ci offre oggi un esempio di come la paura di apparire discriminatori possa distruggere l’autorità dello Stato. Non è la diversità a minacciare l’Europa, ma la rinuncia a governarla.

    Integrazione o ReImmigrazione significa ristabilire la linea di confine tra accoglienza e resa, tra solidarietà e dissoluzione. È la risposta di una civiltà che vuole continuare a essere se stessa.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • Quel muro abbattuto a Bologna: simbolo di un’integrazione che non regge più

    A Bologna, in via Michelino, due famiglie sono state sfrattate con un’operazione che ha scosso l’opinione pubblica.
    La forza pubblica ha sfondato un muro per eseguire il rilascio dell’immobile, tra grida, bambini spaventati e telecamere.

    La scena è diventata simbolo di un disagio più profondo: quello di una società che proclama l’integrazione, ma che in realtà non riesce a garantirla.
    Le famiglie coinvolte — secondo le fonti pubbliche di origine straniera ma regolarmente residenti, con lavoro stabile e figli inseriti nel sistema scolastico — rappresentano ciò che le istituzioni chiamano “inserimento riuscito”.

    Eppure, nonostante un reddito e un contratto di lavoro, non sono riuscite a trovare una nuova casa.
    Sono rimaste intrappolate tra il mercato immobiliare gonfiato dagli affitti brevi e un welfare locale incapace di offrire soluzioni.
    Questo non è un caso isolato, ma l’effetto di un sistema che confonde l’integrazione con la sopravvivenza.
    Un sistema che misura il successo con parametri formali — un contratto, una busta paga, un documento — senza chiedersi se la persona sia davvero in grado di vivere con stabilità e dignità nel contesto in cui si trova.

    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio per superare questa ipocrisia.
    L’integrazione non è un’etichetta da apporre su un permesso di soggiorno, ma un processo verificabile, fatto di autonomia reale, partecipazione civica e rispetto delle regole.
    Chi si integra deve essere sostenuto; chi rifiuta l’integrazione, accompagnato verso il rientro.

    Ma un sistema che spende milioni di euro — come nel caso dell’ASP Città di Bologna, il cui bilancio destina somme rilevanti all’assistenza e alla gestione dell’immigrazione — senza distinguere tra chi partecipa e chi resta ai margini, finisce per penalizzare proprio chi ha fatto il percorso giusto.
    Lo sfratto di via Michelino dimostra che il problema non è solo l’immigrazione, ma la sua cattiva gestione.
    Un flusso incontrollato, privo di criteri e limiti, genera una pressione che travolge anche gli integrati e trasforma il welfare in un sistema di compensazione permanente.

    Finché lo Stato non tornerà a governare i flussi con responsabilità e a premiare l’integrazione effettiva, assisteremo a sempre più casi come questo.
    L’integrazione vera è quella che costruisce stabilità, non quella che finisce con un muro abbattuto.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • Serve un Corpo di Polizia dell’Immigrazione per realizzare la ReImmigrazione

    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non può rimanere un concetto teorico. Per diventare una politica reale, servono strumenti concreti e un’organizzazione dello Stato capace di tradurre i principi in azione.

    Il primo passo, imprescindibile, è la creazione di un Corpo di Polizia dell’Immigrazione. Solo una struttura specializzata può garantire che la gestione dell’immigrazione non sia più un insieme di interventi frammentati, ma un sistema coerente fondato su regole, responsabilità e obiettivi di integrazione effettiva.

    Oggi, in Italia, le competenze sull’immigrazione sono disperse. Le Questure gestiscono i procedimenti, le Prefetture curano gli aspetti amministrativi, la Guardia di Finanza interviene sui flussi economici, i Carabinieri e la Polizia di Frontiera operano nei controlli territoriali.

    Nessuno però coordina l’intero processo. Il risultato è un sistema lento, disomogeneo e privo di visione strategica. Si agisce per compartimenti stagni, senza un’unica direzione capace di collegare la dimensione della sicurezza con quella dell’integrazione.

    Negli altri Paesi europei la situazione è molto diversa. In Francia la Police aux Frontières si occupa in modo specifico di immigrazione e rimpatri. In Spagna esistono le Brigadas de Extranjería, articolazione autonoma della Policia Nacional che segue tutto il ciclo migratorio, dai visti ai centri di trattenimento. In Germania la Bundespolizei collabora con il BAMF, l’agenzia federale per la migrazione e i rifugiati, in un modello integrato che unisce accoglienza e controllo. Nel Regno Unito, l’Immigration Enforcement opera come forza indipendente all’interno del Home Office, con poteri esclusivi in materia di immigrazione interna. Persino nei Paesi Bassi la Koninklijke Marechaussee, pur essendo una forza militare, dipende dal Ministero della Giustizia e svolge un ruolo essenziale nel controllo dei flussi e nei rimpatri.

    Solo in Italia — pur essendo uno dei principali Paesi di approdo e di permanenza dei migranti — non esiste una forza dedicata. Le strutture attuali agiscono con logiche diverse e senza una strategia comune. È come se lo Stato si occupasse dell’immigrazione senza mai guardarla nel suo insieme, limitandosi a gestire emergenze, pratiche e procedimenti isolati.
    Una Polizia dell’Immigrazione cambierebbe radicalmente questo approccio.

    Non sarebbe un corpo aggiuntivo, ma una struttura nuova, con un mandato preciso: garantire l’effettività dell’integrazione e attuare la ReImmigrazione. Dovrebbe essere una forza civile, formata da personale specializzato in diritto dell’immigrazione, in normativa europea e in mediazione interculturale. Avrebbe il compito di verificare se l’integrazione procede davvero, di prevenire le situazioni di marginalità e di intervenire nei casi in cui l’inserimento nella società italiana fallisce.

    Creare una Polizia dell’Immigrazione significa dare forma concreta al principio che ispira l’intero paradigma: chi si integra rimane, chi rifiuta l’integrazione rientra. Significa riconoscere che l’integrazione non è solo un diritto, ma anche un dovere. E che lo Stato deve avere gli strumenti per verificarlo, promuoverlo e, se necessario, sanzionarne l’assenza.
    La ReImmigrazione non è una formula astratta, ma un modello di politica pubblica moderna.

    Per realizzarla serve una visione unitaria, una catena di comando chiara e una forza di polizia che faccia dell’integrazione la sua missione istituzionale. Solo così l’Italia potrà passare da una gestione emergenziale e burocratica dell’immigrazione a una politica fondata sulla responsabilità, sull’efficienza e sul rispetto delle regole.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID n. 280782895721-36

  • Il ritorno del controllo dei confini in Europa: verso una nuova politica di responsabilità migratoria

    Negli ultimi due anni l’Europa ha avviato un profondo ripensamento della politica dei confini, sintetizzato in un ritorno (o un rafforzamento) del controllo tanto sui confini esterni quanto su quelli interni dell’area Schengen.

    Il presente articolo analizza le ragioni di questo cambiamento, il ruolo di Paesi-chiave (quali Germany e France), e propone come la prospettiva “Integrazione o ReImmigrazione” possa offrire un’interpretazione alternativa del paradigma migratorio europeo.

    1. Le ragioni del cambiamento
    La libera circolazione nell’area Schengen — che ha come premessa l’abolizione dei controlli sistematici alle frontiere interne — è stata messa sotto pressione da una serie di fattori: a) flussi migratori irregolari in aumento, b) timori legati alla sicurezza interna e terrorismo, c) tensioni politiche interne legate alla percezione di perdita di controllo.
    Il sito della Commissione europea ricorda che la norma consente agli Stati membri la “reintroduzione temporanea del controllo alle frontiere interne” solo in casi di “seria minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza interna”.
    Un recente studio segnala che, dal 2015, gli Stati Schengen hanno reintrodotto controlli interni più di 400 volte, segnale di un’erosione della logica originaria del modello.

    2. Il ruolo di Germania e Francia

    A titolo di esempio. La Germania ha annunciato l’estensione dei controlli alle frontiere interne per affrontare la migrazione irregolare e il crimine transfrontaliero.
    La Francia e la Germania hanno concordato una cooperazione rafforzata per i trasferimenti semplificati di migranti irregolari.
    Queste iniziative indicano un cambio di priorità: non più solo accoglienza e integrazione, ma controllo, rimpatri, responsabilizzazione dei paesi di arrivo.

    3. L’Unione europea: strumenti e contraddizioni

    L’UE ha messo in campo strumenti come la revisione del Schengen Borders Code (SBC) e la proposta del New Pact on Migration and Asylum per armonizzare azione e responsabilità tra Stati membri.
    Tuttavia la contraddizione è evidente: da un lato si richiede solidarietà e mutua assistenza; dall’altro si concede ai singoli Stati ampi margini di autonomia (eccessivo forse) nell’uso dei controlli, con il rischio di indebolire il regime Schengen stesso.

    4. Verso una politica di “responsabilità migratoria”

    Dal punto di vista del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, questo cambiamento può essere interpretato come una fase di transizione verso un modello in cui:
    1) l’integrazione è condizionata a criteri più stringenti (lingua, educazione civica, contributo alla comunità);
    la componente

    2) “ReImmigrazione” emerge come strumento complementare: rimpatri, accordi con paesi terzi, responsabilità condivisa nella gestione dei flussi.

    In tale ottica, il controllo dei confini non è solo misura di sicurezza, ma strumento attraverso il quale un soggetto politico (lo Stato o la comunità nazionale) afferma la propria sovranità e stabilisce le regole della convivenza.

    5. Quali scenari per l’Italia?

    Per l’Italia — Paese che è sia frontiera orientale che meridionale dell’Europa — il rilancio di una politica di controllo dei confini implica:
    a) rafforzare le strutture di primo arrivo e identificazione;
    b) valorizzare il ruolo della cooperazione internazionale e della rimpatriazione;
    c) definire chiaramente i criteri di integrazione, evitando l’accoglienza indiscriminata.

    Questo non significa abbandonare l’integrazione, ma renderla coerente con interessi di coesione interna e sicurezza nazionale.

    6. Conclusione
    Il ritorno al controllo dei confini in Europa non è semplice «resistenza all’apertura», bensì segnale di un cambiamento di paradigma: dall’impostazione liberale e aperta degli anni precedenti ad una visione più pragmatica, selettiva e responsabilizzante.

    Per il modello “Integrazione o ReImmigrazione”, questa fase rappresenta un momento cruciale: o l’integrazione viene riformata da un sistema più forte di controllo e partecipazione, oppure la “ReImmigrazione” rischia di diventare l’unica alternativa credibile.
    Conviene all’Italia e all’Europa accompagnare questa fase con strumenti normativi chiari, controlli efficaci e una politica di comunicazione che restituisca fiducia ai cittadini.

    Avv. Fabio Loscerbo – lobbista registrato ID 280782895721-36

  • Quando l’integrazione diventa diritto: un esempio concreto del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

    Con un decreto del 23 giugno 2025, la Commissione Territoriale di Bari ha fornito un esempio emblematico di come il principio alla base del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” possa già trovare applicazione concreta nel nostro ordinamento.

    In quel caso, la Commissione ha riconosciuto la protezione complementare, valorizzando il percorso di integrazione effettiva compiuto dal richiedente in Italia.
    Non si tratta di una valutazione legata a condizioni di pericolo nel Paese d’origine, ma di un accertamento fondato sul radicamento reale nella società italiana, conforme ai criteri dell’art. 19 del d.lgs. 286/1998 e dell’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

    Il provvedimento sottolinea infatti che il richiedente:

    • vive stabilmente in Italia da tempo;
    • svolge un lavoro regolare con contratto e contribuzione documentata;
    • dispone di autonomia abitativa e residenza anagrafica;
    • partecipa attivamente alla vita sociale e comunitaria;
    • ha intrapreso un percorso formativo e linguistico;
    • mantiene una condotta rispettosa delle regole e dei doveri civici.

    Sulla base di questi elementi, la Commissione ha ritenuto che l’allontanamento dal territorio nazionale sarebbe stato incompatibile con il diritto al rispetto della vita privata e familiare, riconoscendo così il diritto a un permesso di soggiorno per protezione complementare.

    Questo decreto dimostra che il nostro ordinamento già consente, nei fatti, l’attuazione del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”:

    non si resta in Italia perché si fugge da qualcosa, ma perché si è diventati parte di qualcosa.

    La protezione complementare si afferma così come strumento giuridico di integrazione, capace di tradurre in diritto il principio di responsabilità reciproca tra Stato e straniero: chi si integra, lavora e contribuisce alla collettività, acquista un diritto alla permanenza; chi non lo fa, deve essere accompagnato a un percorso di rientro.

    In questo equilibrio tra diritti e doveri, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non rappresenta una rottura, ma un’evoluzione naturale del sistema, che mette al centro la sicurezza, la dignità e la coesione sociale come fondamento della convivenza civile.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
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  • Bologna, 18enne radicalizzato: il segnale che non possiamo ignorare

    Serve agire ora sulle seconde generazioni per evitare emergenze future

    Il recente fermo eseguito dalla Digos di Bologna nei confronti di un 18enne di origine maghrebina, nato e cresciuto in Italia, indagato per associazione con finalità di terrorismo, non è un episodio isolato.

    È il sintomo di un problema più profondo: la mancata integrazione delle seconde generazioni.

    Secondo quanto riportato dalla Polizia di Stato, il giovane avrebbe intrapreso un percorso di radicalizzazione online, raccogliendo materiale di propaganda jihadista e svolgendo attività di autoaddestramento operativo.

    Un processo che, nel silenzio delle istituzioni e della società, trasforma un ragazzo cresciuto nelle nostre città in un potenziale nemico interno.

    Già in precedenti articoli avevo segnalato i segnali di allarme che emergono con crescente frequenza tra i giovani di seconda generazione:

    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio da questa urgenza: intervenire oggi per evitare che tra venti o trent’anni casi come questo diventino una realtà diffusa.
    Non si tratta di repressione, ma di prevenzione sociale e culturale.
    Un sistema che non riesce a trasmettere senso di appartenenza, rispetto delle regole e identità nazionale a chi nasce o cresce nel suo territorio, finisce per alimentare il rischio di devianze e radicalità.

    Il caso di Bologna deve quindi spingerci a una riflessione collettiva: non basta parlare di “integrazione”, bisogna misurarla, pretenderla e sostenerla.
    Chi rifiuta i valori fondamentali della convivenza civile non può rimanere ai margini in eterno, trasformandosi in un problema di sicurezza nazionale.
    È qui che si inserisce la logica della ReImmigrazione: un ritorno ordinato e regolato per chi non si integra, a tutela di tutti coloro che invece desiderano costruire il proprio futuro in Italia nel rispetto delle sue regole.

    Oggi abbiamo ancora il tempo di intervenire. Domani potrebbe essere troppo tardi.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
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  • Seconde generazioni e nuove radicalità: le avvisaglie di un problema che chiede un nuovo paradigma

    Negli ultimi mesi, in diverse città italiane, si sono moltiplicati episodi di protesta, disordini o scontri urbani in cui sono stati coinvolti anche giovani di seconda generazione: ragazzi nati o cresciuti in Italia, figli di genitori stranieri, formalmente integrati nel tessuto sociale, ma ancora in bilico tra appartenenza e marginalità.

    Dietro a questi episodi — spesso liquidati come semplice “devianza giovanile” o “problema di ordine pubblico” — si intravede invece qualcosa di più profondo: un vuoto identitario e sociale che rischia di trasformarsi, nel tempo, in terreno fertile per derive radicali o anarchiche. È il segnale che l’Italia, come l’Europa, ha bisogno di un nuovo paradigma: Integrazione o ReImmigrazione.

    Le avvisaglie: quando la protesta diventa linguaggio dell’esclusione

    A Bologna, lo scorso inverno, i giornali locali hanno parlato di “guerriglia in piazza” e di stranieri di seconda generazione tra i protagonisti degli scontri.

    “Così gli stranieri di seconda generazione hanno ‘preso’ la piazza”, titolava Il Resto del Carlino nel gennaio 2025, descrivendo tensioni tra giovani e forze dell’ordine nel centro della città.
    Fonte: https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/caos-guerriglia-stranieri-seconda-generazione-cpo2yy9t

    A Milano, un’inchiesta de Il Fatto Quotidiano dell’agosto 2025 ha raccolto testimonianze di ragazzi con genitori stranieri che si sentono “eternamente sospesi”:

    “Non odio l’Italia, odio essere guardato come un criminale”, racconta un giovane intervistato, denunciando discriminazioni e disillusione rispetto alle istituzioni.
    Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/31/non-odio-litalia-odio-essere-guardato-come-un-criminale-viaggio-tra-le-seconde-generazioni-di-milano-il-procuratore-per-loro-e-piu-dura-si-scontrano-con-la-disillusione/8096824

    Sempre a Bologna, La Nuova Bussola Quotidiana ha messo in luce la commistione tra attivismo politico e tensioni etniche, citando la partecipazione di “immigrati islamici di seconda generazione” accanto a frange anarchiche e movimenti pro-palestinesi:
    Fonte: https://lanuovabq.it/it/scontri-a-bologna-il-7-ottobre-dei-giovani-palestinesi-ditalia

    Questi fatti — al di là delle semplificazioni mediatiche — delineano un quadro di giovani cresciuti in Italia ma rimasti ai margini del progetto d’integrazione.

    Non più immigrati, ma non ancora cittadini pienamente riconosciuti. È in questo limbo che nascono identità “reattive”, dove la protesta diventa risposta alla frustrazione.

    L’attivismo che si sposta verso i margini

    Un’analisi pubblicata dalla rivista Il Mulino (“Giovani di seconda generazione e attivismo”) evidenzia come molti ragazzi con background migratorio trovino nella partecipazione politica e sociale uno spazio per affermarsi, ma anche quanto la mancanza di riconoscimento possa spingerli verso forme di militanza più radicale o antagonista.
    Fonte: https://www.rivistailmulino.it/a/giovani-di-seconda-generazione-e-attivismo

    La transizione dall’impegno civile alla contestazione estrema non è inevitabile, ma può emergere quando la società non offre strumenti di ascolto, rappresentanza e opportunità reali. È qui che si innestano le influenze dei movimenti anarchici contemporanei, spesso presenti nei centri sociali o negli ambienti digitali, dove l’antiautoritarismo si fonde con la rabbia generazionale.

    Uno studio accademico recente — Anarchia nel Terzo Millennio (Università del Piemonte Orientale, 2024) — mostra come l’anarchismo moderno si sia trasformato in un insieme di pratiche fluide: mutualismo, azione diretta, ambientalismo, digital activism.
    Fonte:https://unitesi.uniupo.it/handle/20.500.14238/3081

    In questo quadro, le seconde generazioni trovano spesso un linguaggio politico che le accoglie più dell’istituzione pubblica.

    Ma quando la protesta sostituisce l’integrazione, la frattura sociale diventa inevitabile.

    Un problema di domani che si costruisce oggi

    Quello che oggi si manifesta in piazza o sui social come protesta generazionale, domani può trasformarsi in un problema di sicurezza e coesione sociale.
    Le cause non sono solo economiche o culturali: sono istituzionali.
    Per anni, l’Italia ha gestito l’immigrazione come un fenomeno da “contenere” o “tollerare”, senza mai elaborare una visione chiara su cosa significhi davvero integrare.

    Quando l’integrazione diventa un concetto astratto, privo di obblighi reciproci e di percorsi verificabili, il rischio è quello di creare una generazione sospesa, priva di appartenenza e di fiducia.

    Non si tratta di criminalizzare la protesta, ma di comprendere che il disagio delle seconde generazioni è il prodotto di un modello incompiuto.

    Serve un nuovo paradigma: Integrazione o ReImmigrazione

    Il futuro richiede una scelta netta: non basta più gestire l’immigrazione, bisogna governare l’integrazione.
    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone un approccio chiaro: chi si integra — lavorando, studiando, rispettando le regole e partecipando alla vita sociale — deve poter restare e diventare parte piena della comunità nazionale; chi invece rifiuta l’integrazione e sceglie di collocarsi ai margini deve rientrare nel proprio paese, secondo un principio di responsabilità reciproca tra individuo e Stato.

    È un principio che non nasce da pulsioni punitive, ma da una logica di equilibrio: senza regole condivise e verificabili, non può esistere né cittadinanza né coesione.
    L’integrazione deve essere obbligatoria e misurabile; la permanenza sul territorio non può prescindere da un reale percorso di inclusione.

    Solo così si eviterà che le tensioni di oggi — nate nei quartieri, nelle scuole o nelle manifestazioni — diventino domani una frattura sociale irreversibile.

    Conclusione

    Le cronache di Bologna e Milano, le analisi de Il Mulino e le ricerche accademiche mostrano un segnale inequivocabile: non siamo di fronte a un’emergenza, ma a una tendenza.
    Se l’Italia continuerà a ignorarla, la protesta delle seconde generazioni diventerà la prova del fallimento dell’integrazione.
    Serve un nuovo paradigma, oggi, per affrontare ciò che domani potrebbe esplodere: integrazione o ReImmigrazione.

    Fonti citate (link completi):

    1. Il Resto del Carlino – “Caos e guerriglia a Bologna: così gli stranieri di seconda generazione hanno ‘preso’ la piazza”:
      https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/caos-guerriglia-stranieri-seconda-generazione-cpo2yy9t
    2. Il Fatto Quotidiano – “Non odio l’Italia, odio essere guardato come un criminale”:
      https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/31/non-odio-litalia-odio-essere-guardato-come-un-criminale-viaggio-tra-le-seconde-generazioni-di-milano-il-procuratore-per-loro-e-piu-dura-si-scontrano-con-la-disillusione/8096824
    3. La Nuova Bussola Quotidiana – “Scontri a Bologna, il 7 ottobre dei Giovani Palestinesi d’Italia”:
      https://lanuovabq.it/it/scontri-a-bologna-il-7-ottobre-dei-giovani-palestinesi-ditalia
    4. Il Mulino – “Giovani di seconda generazione e attivismo”:
      https://www.rivistailmulino.it/a/giovani-di-seconda-generazione-e-attivismo
    5. Università del Piemonte Orientale – “Anarchia nel Terzo Millennio” (Tesi di laurea, 2024):
      https://unitesi.uniupo.it/handle/20.500.14238/3081

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • Dalla Cechia un segnale all’Europa: il ritorno di Babiš e la fine dell’integrazione incondizionata

    Il recente esito delle elezioni parlamentari nella Repubblica Ceca segna un punto di svolta nel dibattito europeo sull’immigrazione.
    Il partito ANO, guidato da Andrej Babiš, ha vinto con circa il 34,7 per cento dei voti, superando nettamente la coalizione liberal-conservatrice Spolu del premier uscente Petr Fiala.
    La vittoria non basta per una maggioranza autonoma, ma è sufficiente a cambiare l’agenda politica: il tema dell’immigrazione torna al centro del discorso pubblico e rischia di ridefinire il rapporto tra Praga e Bruxelles.

    Dal “no alle quote” al rifiuto del Patto UE sulla migrazione

    Babiš ha definito il Nuovo Patto europeo su migrazione e asilo “il più grande tradimento della Cechia”.
    Dietro lo slogan, un messaggio chiaro: riaffermare la sovranità nazionale nelle politiche migratorie, rifiutando qualsiasi automatismo europeo di redistribuzione dei richiedenti asilo.
    La posizione di ANO si inserisce in una linea ormai consolidata, che comprende l’opposizione alle quote obbligatorie di ricollocamento, la richiesta di espulsioni più rapide per chi si trova illegalmente sul territorio, il rafforzamento dei controlli alle frontiere e la netta distinzione tra rifugiati reali e migranti economici.
    Non è un linguaggio nuovo, ma cambia il contesto: dopo anni di crisi, anche in Europa centrale cresce l’idea che l’integrazione non possa essere incondizionata, né politicamente né giuridicamente.

    Remigrazione o ReImmigrazione?

    Nel linguaggio politico ceco non ricorre il termine “remigrazione”, oggi diffuso in altri paesi europei per indicare il rimpatrio forzato dei migranti.
    ANO parla piuttosto di “rimpatri efficaci” e di “zero rifugiati”.
    Non si tratta però di una dottrina coerente: più che un progetto politico, è una reazione.
    E qui si apre il punto di contatto con il paradigma che da tempo propongo: “Integrazione o ReImmigrazione”.
    La ReImmigrazione non è espulsione di massa né negazione dei diritti fondamentali.
    È l’esito logico di un percorso che valuta, caso per caso, se l’integrazione sia effettivamente realizzata.
    Chi rispetta le regole, lavora, studia e partecipa alla vita civile trova nel sistema uno spazio stabile.
    Chi rifiuta di integrarsi o nega i valori di convivenza rientra nel proprio paese come conseguenza naturale del fallimento integrativo, non come punizione ideologica.

    L’Europa davanti a un bivio

    La posizione di Babiš non può essere liquidata come nazionalismo sterile.
    Riflette una crisi strutturale del modello di integrazione europeo, fondato per anni su presupposti meramente assistenziali.
    Oggi, anche in paesi di lunga tradizione laica e liberale, emerge la consapevolezza che il diritto a restare in Europa deve fondarsi su un dovere di integrazione.
    È questo il punto in cui la ReImmigrazione si differenzia dalla Remigrazione: non un ritorno punitivo, ma un sistema di responsabilità reciproca tra Stato ospitante e straniero accolto.

    Verso un nuovo paradigma

    La Repubblica Ceca offre così un laboratorio politico interessante: un Paese che, pur non avendo mai subito forti pressioni migratorie, ha costruito un’intera campagna elettorale sul tema dell’identità nazionale.
    Ma la vera sfida non sarà chiudere le frontiere: sarà definire criteri oggettivi di integrazione e, conseguentemente, di permanenza.
    Solo così si potrà superare la Remigrazione come slogan politico e realizzare finalmente la ReImmigrazione come modello giuridico e culturale fondato sulla responsabilità, la reciprocità e l’effettiva integrazione.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • Il Ministero dell’Interno verso un nuovo paradigma: la Commissione Territoriale e la differenza tra Remigrazione e ReImmigrazione

    Un recente provvedimento della Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Verona – Sezione Vicenza, adottato nell’agosto 2025, segna un passaggio di grande rilievo nel dibattito sulle politiche migratorie italiane.
    Un organo amministrativo del Ministero dell’Interno ha riconosciuto che l’integrazione effettiva di un cittadino straniero in Italia può costituire di per sé una ragione di tutela ai sensi dell’art. 19, commi 1 e 1.1, del D.Lgs. 286/1998 e dell’art. 8 CEDU.

    Non si tratta di una decisione giudiziaria, ma di un atto amministrativo che riflette una presa di posizione dello Stato attraverso la propria catena gerarchica. È il segno di un’evoluzione culturale e istituzionale: l’integrazione come valore giuridico e non solo sociale.

    L’integrazione come presupposto della protezione complementare

    Nel caso esaminato, la Commissione ha respinto la domanda di protezione internazionale, ma ha ritenuto che l’allontanamento del richiedente avrebbe comportato una violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, disponendo la trasmissione degli atti alla Questura per il rilascio di un permesso di soggiorno per protezione complementare.

    La motivazione è chiara e coerente con la normativa vigente: il soggetto ha dimostrato un radicamento effettivo in Italia, un’attività lavorativa stabile, un reddito adeguato e un percorso di integrazione solido.
    Secondo la Commissione, in tali casi il rimpatrio non può essere imposto senza ledere diritti fondamentali tutelati dall’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

    Questa interpretazione rafforza l’idea che la protezione complementare costituisce uno strumento di valorizzazione dei percorsi di integrazione, ponendosi come ponte tra l’asilo politico e il diritto al soggiorno fondato sull’inserimento sociale e lavorativo.

    Il rilievo istituzionale

    Il valore del provvedimento è accresciuto dal suo contesto.
    La Commissione Territoriale, infatti, è un organo amministrativo del Ministero dell’Interno, presieduto da un funzionario prefettizio e dunque direttamente inserito nella gerarchia ministeriale.
    Questo significa che non si tratta di una decisione imposta dall’autorità giudiziaria, ma di una presa di posizione interna alla stessa amministrazione dello Stato, che riconosce la forza giuridica dell’integrazione.

    È un segnale politico e amministrativo di grande importanza: l’integrazione non è più un fattore accessorio, ma un criterio oggettivo di valutazione della legittimità del soggiorno.

    ReImmigrazione e Remigrazione: due modelli a confronto

    Il provvedimento offre anche un’occasione preziosa per distinguere tra ReImmigrazione e Remigrazione, termini spesso confusi nel dibattito pubblico.

    • La Remigrazione, come oggi viene evocata in alcune proposte di carattere politico-ideologico, tende a configurarsi come un ritorno forzato o generalizzato, basato su criteri etnici, culturali o economici.
      È una visione che rischia di confliggere con i principi costituzionali e con il rispetto della dignità individuale.
    • La ReImmigrazione, invece, è un modello giuridico fondato sul principio di responsabilità reciproca: chi si integra e contribuisce alla vita sociale e lavorativa del Paese deve essere tutelato; chi non lo fa, è destinato al rientro nel Paese d’origine come conseguenza naturale e necessaria della mancata integrazione, indipendentemente dalla sua volontà.
      In questo senso, la ReImmigrazione non è una misura punitiva, ma l’esito coerente di un percorso non compiuto, che restituisce equilibrio e razionalità al sistema.

    La decisione della Commissione di Vicenza incarna la logica dell’“Integrazione o ReImmigrazione”: tutela per chi si è radicato, rientro per chi non ha costruito un legame reale con la comunità ospitante.

    Verso una nuova politica migratoria

    Il provvedimento dimostra che una nuova politica migratoria è possibile: equilibrata, coerente e rispettosa dei valori costituzionali.
    L’integrazione diventa il vero discrimine tra la permanenza e il rientro, tra la stabilità e la mobilità.
    Lo Stato riconosce e premia chi partecipa al patto di cittadinanza sostanziale, mentre prevede il rientro per chi non si integra, in coerenza con il principio di legalità e di responsabilità sociale.

    È in questo equilibrio che si realizza il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: una politica che supera tanto l’assistenzialismo quanto la rigidità della Remigrazione, fondandosi su una logica di diritto, dovere e reciprocità.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • Giappone e ReImmigrazione: la politica migratoria secondo Sanae Takaichi

    La recente dichiarazione di Sanae Takaichi, candidata alla guida del Partito Liberal Democratico giapponese, ha suscitato un acceso dibattito internazionale.
    Nel suo intervento, Takaichi ha affermato che il Giappone dovrebbe «riconsiderare politiche che permettano l’ingresso di persone con culture e background completamente diversi», richiamando la necessità di tutelare la coesione sociale e l’identità nazionale.
    Queste parole, pronunciate in un Paese dove l’immigrazione è ancora rigidamente controllata, assumono un significato profondo: il Giappone si trova oggi di fronte a una sfida demografica senza precedenti, ma rifiuta di rispondere ad essa attraverso un’apertura indiscriminata.
    La linea di Takaichi è chiara: accogliere chi si integra, non chi pretende di cambiare la società che lo ospita.
    Dietro questa visione vi sono tre principi che meritano attenzione anche nel dibattito europeo.

    1. Identità come bene collettivo

    Per Takaichi, la nazione non è soltanto una struttura politica o economica, ma un insieme di valori, regole e tradizioni condivise.
    Aprire le frontiere a culture radicalmente diverse senza un percorso di integrazione reale rischia di alterare l’equilibrio che tiene unita la comunità.
    Il suo messaggio, sintetizzato nella frase “il Giappone deve restare il Giappone”, non è un appello all’isolamento, ma un richiamo alla responsabilità culturale.


    2. Immigrazione funzionale e temporanea


    Il modello giapponese accoglie lavoratori stranieri solo in funzione delle esigenze produttive e con contratti a termine.
    L’obiettivo non è costruire una società multiculturale, ma mantenere un equilibrio che permetta di rispondere alle necessità del mercato del lavoro senza compromettere la coesione interna.
    Chi si integra, lavora e rispetta le regole è benvenuto; chi non lo fa deve tornare nel proprio Paese. È una logica di integrazione o reimmigrazione, espressa in termini chiari e coerenti.


    3. Sovranità e sicurezza nazionale


    L’immigrazione, secondo Takaichi, non può essere un automatismo morale, ma una scelta politica sovrana.
    Solo lo Stato può decidere chi entra, per quanto tempo e a quali condizioni.
    Questo principio di controllo, più che una chiusura, rappresenta una forma di autodeterminazione nazionale , un modello che in Europa è spesso frainteso o delegittimato in nome di un universalismo astratto.

    Il caso giapponese mostra come un Paese possa difendere la propria identità senza rinunciare alla modernità.
    In fondo, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non è altro che l’adattamento europeo di questa filosofia: accogliere chi dimostra di voler far parte della comunità, ma non mantenere indefinitamente chi ne rifiuta i valori.
    In un mondo che confonde accoglienza con resa culturale, il Giappone — e con esso la visione di Sanae Takaichi — offre un esempio concreto di realismo politico e rispetto dell’identità nazionale.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea — ID 280782895721-36

    Articoli

  • Dai disordini di Bologna al fallimento dell’integrazione: il caso dei maranza e la necessità di un nuovo paradigma

    I recenti disordini di Bologna, esplosi durante il corteo pro Gaza, hanno offerto un’immagine chiara e inquietante: accanto a studenti, collettivi e gruppi antagonisti, le cronache hanno segnalato la presenza dei “maranza”, protagonisti di lanci di petardi, devastazioni urbane e scontri con le forze dell’ordine. Non si tratta di una coincidenza lessicale o di un’etichetta giornalistica passeggera: è un campanello d’allarme sociale che conferma il fallimento dell’attuale modello di integrazione.

    Maranza: un fenomeno giovanile che diventa politico

    Il termine “maranza” è entrato da tempo nel linguaggio comune per indicare gruppi giovanili delle periferie urbane, spesso coinvolti in risse, microcriminalità e vandalismi. Non si tratta di un movimento organizzato, ma di un fenomeno sociale che raccoglie giovani accomunati da stili di vita, codici culturali e atteggiamenti di sfida.

    Ciò che desta preoccupazione è che questi giovani iniziano a comparire nei cortei e nelle manifestazioni politiche. La loro presenza non porta contenuti ideologici, ma comportamenti violenti che trasformano proteste in guerriglia. È accaduto a Bologna e rischia di ripetersi altrove.

    Le seconde generazioni e l’integrazione incompiuta

    Molti dei cosiddetti “maranza” appartengono alle seconde generazioni, figli di immigrati nati o cresciuti in Italia. Qui sta il nodo: non parliamo di nuovi arrivati, ma di giovani che hanno attraversato scuole, istituzioni e percorsi educativi italiani. Nonostante ciò, non si riconoscono nel tessuto sociale e scelgono percorsi di devianza.

    Questo è il segno di una integrazione incompiuta. Il sistema ha garantito presenze formali (permessi, cittadinanza, scuola), ma non ha costruito appartenenza reale. Il risultato è un vuoto identitario che si traduce in conflitto: non pienamente italiani, non legati al Paese d’origine, trovano nel gruppo di strada la loro unica comunità.

    Non a caso avevo già affrontato questo nodo in due articoli precedenti:

    Il fenomeno maranza: denuncia di un sistema allo sbando e necessità di un nuovo paradigma” (8 giugno 2025), dove segnalavo la deriva sociale insita nel fenomeno;

    Integrazione mancata: il vero nodo delle seconde generazioni” (26 agosto 2025), in cui sottolineavo la responsabilità delle istituzioni nel non aver costruito percorsi di reale inclusione.


    Gli eventi di Bologna confermano oggi, con forza ancora maggiore, quanto quelle analisi fossero attuali: il problema delle seconde generazioni non può più essere ignorato.

    Rischi futuri: dalla devianza al conflitto sociale

    La partecipazione dei “maranza” ai disordini non è un dettaglio marginale.
    Se questo segmento giovanile, privo di radici e di riconoscimento, si salda con movimenti antagonisti o proteste politiche, il rischio è di assistere a una nuova stagione di conflittualità urbana permanente. Le città diventerebbero il teatro di una frustrazione collettiva che non trova canali istituzionali, ma solo la violenza come forma di visibilità.

    Integrare o ReImmigrare: un bivio necessario

    Di fronte a questo scenario, occorre abbandonare le illusioni. L’integrazione non può restare un concetto astratto o una promessa incompiuta: deve diventare un obbligo concreto e verificabile.

    Tre sono i pilastri irrinunciabili:

    Lavoro regolare come strumento di dignità e responsabilità.

    Lingua italiana come fondamento di appartenenza.

    Rispetto delle regole come base della convivenza.


    Chi non aderisce a questo patto deve essere ricondotto al principio della ReImmigrazione. Non è accettabile mantenere all’interno della comunità nazionale sacche di devianza che rifiutano di integrarsi.

    Conclusione

    I disordini di Bologna dimostrano che i “maranza” non sono folklore giovanile, ma il volto di un’integrazione fallita. Già nei miei articoli precedenti avevo denunciato i rischi legati al fenomeno e alle seconde generazioni: ora la realtà li ha resi concreti e sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema significherebbe condannare le nostre città a una crescente instabilità sociale.
    È il momento di scegliere: integrazione vera e obbligatoria, o ReImmigrazione.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • Remigrazione e ReImmigrazione: due concetti diversi, un confronto necessario


    Negli ultimi mesi il termine “remigrazione” è entrato nel dibattito politico italiano. A Livorno, il generale Roberto Vannacci interverrà in un evento che riprende il contestato summit di Gallarate, scatenando polemiche e contrapposizioni. Da un lato, la sinistra descrive la remigrazione come un piano di deportazioni di massa; dall’altro, alcuni ambienti della destra radicale la esaltano come soluzione definitiva all’immigrazione.

    In questa formulazione estrema, la remigrazione – intesa come rientro forzato indiscriminato di tutti gli stranieri, regolari o meno – è chiaramente incostituzionale e irrealizzabile. Non solo vìola i principi della nostra Carta, ma anche le convenzioni internazionali ratificate dall’Italia.

    Diverso è il concetto di ReImmigrazione. Non si tratta di deportazioni di massa, ma di un nuovo paradigma costituzionalmente compatibile: il diritto a rimanere in Italia non è automatico, ma condizionato a un effettivo percorso di integrazione fondato su tre pilastri essenziali – lavoro, lingua, rispetto delle regole. Chi non si integra, sceglie da sé la strada del ritorno.

    Esempi di questo paradigma già esistono nel nostro ordinamento.

    La conversione del permesso da minore età a lavoro: per ottenere il titolo di soggiorno, il giovane straniero deve ricevere il parere positivo del Comitato minori, che valuta il percorso di integrazione. In assenza, non c’è conversione e il giovane deve lasciare l’Italia.

    La protezione complementare: la prassi prevede che il passaporto del richiedente resti trattenuto presso la Questura. Questo non è un dettaglio burocratico, ma il segno tangibile che il diritto al soggiorno è legato a una verifica costante dell’integrazione. Se tale percorso non si realizza, il ritorno nel Paese d’origine diventa la conseguenza naturale.


    Questi istituti dimostrano che il nostro ordinamento già conosce una forma di “integrazione o ReImmigrazione”. Non si tratta di deportazioni arbitrarie, ma di meccanismi giuridici che bilanciano diritti e doveri, accoglienza e responsabilità.

    Per questo, pur marcando la distanza dalla “remigrazione” intesa come slogan politico e irrealizzabile progetto di espulsioni di massa, è necessario aprire un confronto serio. L’Italia e l’Europa non possono restare ostaggio di estremismi e semplificazioni: serve un modello che riconosca i diritti fondamentali ma pretenda, al tempo stesso, l’integrazione come condizione imprescindibile.

    La ReImmigrazione è questa via: un paradigma che rende compatibile l’accoglienza con la Costituzione, trasformando la permanenza in un atto di responsabilità reciproca.

    Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato UE (ID 280782895721-36)

  • Libertà contro tradizioni: il caso di Rimini e la scelta tra integrazione o ReImmigrazione


    La vicenda accaduta a Rimini, riportata dal Corriere di Bologna, non è solo una storia di cronaca nera, ma un caso emblematico che mette in luce tutte le fragilità del modello attuale di convivenza.

    Una ragazza di origine bangladese, cresciuta in Italia fin dall’età di sei anni, frequentante le scuole superiori, è stata costretta dai propri genitori ad accettare un matrimonio combinato in patria. Una scelta imposta con pressioni e maltrattamenti, che ha portato all’arresto dei genitori e alla messa in protezione della giovane.

    Siamo di fronte a un reato gravissimo, previsto dall’articolo 558 bis del codice penale, che punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque costringa una persona a contrarre matrimonio o unione civile. Ma soprattutto siamo davanti a un fallimento evidente del processo di integrazione: dopo quindici anni in Italia, questa famiglia non ha interiorizzato i principi fondamentali della nostra convivenza civile, a partire dalla libertà personale e dall’uguaglianza tra uomo e donna.

    La domanda è inevitabile: cosa significa “vivere in Italia” se non si accetta il rispetto delle regole che fondano la nostra società? È proprio qui che entra in gioco il paradigma di integrazione o ReImmigrazione. L’Italia, come ogni democrazia europea, non può limitarsi a garantire diritti senza pretendere il rispetto di doveri: chi non si integra, chi rifiuta i valori costituzionali e continua a imporre pratiche tribali e violente, non può restare.

    Il caso di Rimini ci dice che il tempo della neutralità è finito. Accogliere non significa chiudere gli occhi di fronte a tradizioni incompatibili con la libertà individuale. Accogliere significa chiedere a chi arriva e a chi vive in Italia un atto di responsabilità: rispettare la legge, rispettare le donne, rispettare la dignità di ogni persona.

    Se questo non accade, l’unica strada è la ReImmigrazione. Perché la libertà delle nostre figlie, cresciute nelle scuole italiane, vale più di qualsiasi tradizione che odora di sopraffazione.

    Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato UE (ID 280782895721-36)

  • La conversione del permesso da minore età a lavoro: un esempio di “integrazione o ReImmigrazione” già nel nostro ordinamento

    Quando si parla di ReImmigrazione, qualcuno potrebbe pensare a un concetto nuovo o ancora tutto da inventare.

    In realtà, il nostro ordinamento già conosce una forma concreta di questo paradigma: la conversione del permesso di soggiorno rilasciato ai minori stranieri in un permesso per lavoro al compimento della maggiore età.

    La disciplina, infatti, prevede che il giovane non possa semplicemente trasformare automaticamente il proprio titolo di soggiorno.

    Per ottenere la conversione, è necessario un parere favorevole del Comitato per i minori stranieri presso il Ministero del Lavoro. Questo parere non si limita a un controllo burocratico, ma ha al centro una valutazione sostanziale: viene esaminato il percorso di integrazione del ragazzo in Italia.

    Scuola, formazione, eventuali esperienze lavorative, rispetto delle regole: tutti questi elementi servono a capire se il giovane abbia realmente costruito un percorso di vita nel nostro Paese.

    In caso positivo, la conversione è concessa e il ragazzo può continuare a vivere in Italia da adulto, entrando regolarmente nel mondo del lavoro.

    In caso contrario, il permesso non viene convertito e la conseguenza naturale è il rientro nel Paese di origine.

    Questa procedura dimostra come il principio “integrazione o ReImmigrazione” non sia un’invenzione ideologica, ma un meccanismo già previsto dalla legge.

    L’ordinamento riconosce il diritto a rimanere non come fatto automatico, ma come risultato di un’integrazione effettiva.

    È una regola che tutela la società, responsabilizza i giovani migranti e stabilisce un equilibrio tra accoglienza e necessità di coesione.

    Il futuro delle politiche migratorie potrebbe partire proprio da qui: estendere un modello già esistente, basato sull’integrazione concreta come condizione per restare, e sulla ReImmigrazione come esito naturale quando quell’integrazione manca.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • Remigrazione: tra slogan ideologici e la necessità di un nuovo paradigma (Integrazione o ReImmigrazione)

    Negli ultimi mesi, soprattutto a partire da settembre 2025, la parola “remigrazione” è entrata con forza nel dibattito pubblico, diventando virale su X (ex Twitter) e comparendo in striscioni affissi in molte città italiane.

    A livello comunicativo, è un termine che colpisce: evoca l’idea di un ritorno immediato dei migranti nei Paesi d’origine, viene presentato come soluzione semplice a problemi complessi e si carica di un forte valore identitario.

    Ma proprio la sua forza retorica rivela anche il suo limite. La “remigrazione” così come viene proposta in rete e nei manifesti non trova alcun riscontro nel diritto positivo né nelle dinamiche reali dei flussi migratori.

    Non esiste in Italia, né in Europa, un istituto che consenta un rimpatrio collettivo su base etnica o culturale: si tratterebbe di misure incompatibili con la Costituzione, con le Convenzioni internazionali e con i principi fondamentali dell’Unione Europea. Espulsioni, respingimenti e rimpatri volontari assistiti sono gli strumenti concreti a disposizione, e si applicano caso per caso, non in maniera indiscriminata.

    Di fronte a questa distanza tra slogan e realtà, rischiamo di alimentare un dibattito sterile, che produce consenso immediato ma non soluzioni.

    È qui che diventa necessario un cambio di paradigma. Il modello che propongo, “Integrazione o ReImmigrazione”, nasce proprio dall’esigenza di dare una cornice giuridica e politica praticabile a quella che altrimenti resta una parola vuota.

    “Integrazione” significa riconoscere che chi arriva in Italia deve rispettare un patto chiaro con la società che lo accoglie. Non basta vivere sul territorio: occorre inserirsi nel tessuto sociale, imparare la lingua, lavorare regolarmente, rispettare le regole comuni. Sono tre pilastri semplici e concreti – lavoro, lingua, legalità – che definiscono l’appartenenza e la possibilità di costruire un futuro stabile.

    “ReImmigrazione” diventa, allora, non un sinonimo di deportazione, ma la conseguenza per chi rifiuta quel patto o lo viola gravemente. Chi non lavora e non cerca di integrarsi, chi non rispetta la legge, chi rifiuta di imparare la lingua del Paese ospitante non può pretendere di godere indefinitamente degli stessi diritti di chi invece si impegna. Il ritorno nel Paese d’origine non è una misura punitiva ideologica, ma il naturale risultato del mancato rispetto di un dovere reciproco.

    Un laboratorio di questo paradigma esiste già e lo troviamo nella protezione complementare. Questa forma di tutela riconosce che l’integrazione sociale, lavorativa e relazionale raggiunta dal richiedente in Italia rende sproporzionato e lesivo un rimpatrio forzato. Non si guarda soltanto al rischio oggettivo nel Paese d’origine, ma soprattutto al radicamento concreto della persona nel tessuto sociale italiano. In altre parole, il legislatore ha già aperto una strada: se sei integrato, hai diritto a restare; se non lo sei, viene meno la ragione della protezione.

    Questo approccio consente di superare due rischi opposti: da un lato l’illusione che basti uno slogan come “remigrazione” per affrontare un fenomeno globale e complesso; dall’altro l’idea che l’accoglienza possa essere illimitata e indipendente dai comportamenti individuali.

    La proposta “Integrazione o ReImmigrazione” si colloca in uno spazio costituzionalmente compatibile, perché fonda diritti e doveri su basi chiare e verificabili, e nello stesso tempo offre un terreno politico su cui maggioranza e opposizione potrebbero misurarsi senza ricadere nelle contrapposizioni ideologiche.

    Per arrivarci, però, serve un tavolo di confronto che vada oltre le tifoserie. Non bastano i thread su X o le dichiarazioni da comizio: serve un lavoro serio tra giuristi, istituzioni, forze politiche e società civile, capace di distinguere ciò che è realizzabile da ciò che resta solo propaganda.

    Il fenomeno migratorio, con la sua dimensione economica, sociale e culturale, merita un approccio responsabile, che tenga insieme sicurezza e diritti, identità nazionale e coesione sociale.

    Solo così si può passare dal rumore degli slogan a un progetto politico credibile, capace di dare risposte concrete a cittadini e migranti.

    La sfida non è scegliere tra accoglienza incondizionata e espulsioni di massa, ma costruire un modello che premi chi si integra e stabilisca un percorso chiaro di rientro per chi invece rifiuta di farlo.

    È questa la vera differenza tra la “remigrazione” gridata sui social e il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: da un lato un simbolo identitario senza basi giuridiche, dall’altro un criterio operativo già sperimentato nella protezione complementare, che può trasformarsi in politica pubblica.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

  • Remigrazione vs. ReImmigrazione: La Differenza che l’Europa Deve Capire

    Chi oggi propone la remigrazione lo fa con l’intento dichiarato di proteggere le nostre società da tensioni che sembrano ormai croniche.

    È un tema che merita rispetto, perché nasce da paure reali e da un bisogno di sicurezza e coesione che non può essere liquidato come ideologico.

    Tuttavia, proprio per la sua carica emotiva e per il suo carattere di parola d’ordine, la remigrazione rischia di diventare un atto isolato, uno slogan più che una strategia.

    Rimandare indietro chi non si integra può sembrare una scorciatoia, ma senza un impianto giuridico condiviso e senza strumenti concreti finisce per produrre nuove fratture invece che sanarle.

    Per questo credo che serva fare un passo in avanti. Il paradigma che chiamo “Integrazione o ReImmigrazione” non vuole sostituirsi alla remigrazione come concetto, né negarne le ragioni profonde. Vuole piuttosto tradurre quella preoccupazione in una cornice giuridica chiara e sostenibile, che tenga insieme il principio di coesione sociale con la tutela dei diritti fondamentali.

    Non si tratta di deportazioni di massa, ma di un percorso regolato, trasparente, nel quale l’integrazione diventa un vero e proprio obbligo. Lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle regole non sono solo auspicabili, ma diventano criteri verificabili e vincolanti. Chi si impegna a rispettarli trova nello Stato un alleato; chi rifiuta, dopo un percorso equo e garantito, affronta la reimmigrazione come ritorno assistito, non come punizione.

    Un simile paradigma offre anche garanzie giuridiche. Penso, ad esempio, al deposito del passaporto in Questura come strumento che assicura certezza e responsabilità reciproca, senza criminalizzare nessuno. Penso al ruolo decisivo dei giudici e degli avvocati, chiamati a valutare non in base a simpatie politiche ma a regole condivise. Penso agli accordi bilaterali che possono trasformare il ritorno in un processo ordinato, dignitoso e sostenibile. È un modello che, invece di generare conflitto, può aprire spazi di dialogo, perché non si limita a dire “fuori chi non ci piace”, ma stabilisce regole chiare per tutti.

    In Europa il dibattito su questi temi è polarizzato: da un lato chi invoca rimpatri di massa, dall’altro chi difende uno status quo che spesso riduce l’immigrazione a questione puramente economica. Io credo che la verità stia nel mezzo. L’Europa ha bisogno di migranti che scelgano di integrarsi, che contribuiscano davvero alla vita collettiva, e al tempo stesso ha bisogno di strumenti legali per accompagnare chi non riesce o non vuole a rientrare nel proprio Paese. È questo l’equilibrio che la ReImmigrazione cerca di costruire.

    Non propongo dunque uno scontro tra visioni opposte, ma un tavolo comune di lavoro.

    Possiamo discutere insieme – politici, giuristi, società civile – se la remigrazione, intesa come atto di forza, sia sufficiente o se invece serva un paradigma più completo, capace di trasformare l’integrazione da auspicio a obbligo.

    L’importante è non fermarsi allo slogan, ma dare alle nostre società europee strumenti concreti per restare coese, libere e sicure.

    Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

  • Passaporto in Questura: la garanzia del nuovo paradigma integrazione o reimmigrazione

    Sottotitolo
    Dal fallimento del modello economicista alla nuova regola del passaporto trattenuto: così l’Italia sperimenta un sistema che lega la permanenza degli stranieri al successo del percorso di integrazione.


    Il Decreto Flussi 2026-2028 ha messo in evidenza tutti i limiti di una politica migratoria basata solo sui numeri: quasi mezzo milione di ingressi autorizzati, ma appena il 12% degli stranieri che riesce a trovare un lavoro.

    È l’ennesima conferma del fallimento del modello economicista, che riduce l’immigrazione a una variabile di PIL e fabbisogno demografico.

    In questo scenario prende forma una novità dirompente: la consegna del passaporto in Questura da parte di chi presenta domanda di protezione complementare.

    Non si tratta di un dettaglio burocratico, ma di una misura di garanzia che cambia radicalmente la prospettiva.

    Il meccanismo è semplice: finché lo straniero costruisce un percorso di integrazione – lingua, lavoro, rispetto delle regole – la sua permanenza viene tutelata. Se invece l’integrazione fallisce, la Questura dispone già dello strumento operativo per il rimpatrio immediato.

    Una scelta che trasforma il permesso da diritto astratto a patto concreto di responsabilità reciproca.
    È qui che si delinea il nuovo paradigma: integrazione o reimmigrazione.

    Non più l’illusione che basti importare manodopera per sostenere il sistema economico, ma la consapevolezza che la tenuta sociale del Paese dipende dalla capacità di integrare chi resta e dal rimpatrio effettivo di chi non si integra.

    Il passaporto trattenuto diventa così il simbolo di una politica migratoria diversa: meno fondata sui numeri e più ancorata a regole chiare, verificabili e costituzionalmente compatibili.

    Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

  • Why Immigration Feels Like a Crisis: The Missing Key Is Integration

    In the United States, immigration is often described as a constant crisis. Many Americans ask: why does immigration always feel like an emergency? The answer is simple—because too many immigrants do not integrate.

    When newcomers do not work, do not learn the language, and do not respect the law, they remain outsiders. This creates insecurity in communities, fuels resentment among citizens, and turns immigration into a permanent political battlefield. The problem is not only how many people arrive, but also what happens after they arrive.

    Italy has developed a unique legal tool called complementary protection. It was created to recognize that integration itself generates rights. If a person works, speaks the language, and respects the rules, they are not a burden but a contributor. For such people, deportation would not only be unfair—it would weaken society. But for those who refuse to integrate, the answer is clear: return.

    This is the new paradigm I propose: integration or reimmigration. Immigration policy should no longer be reduced to “open borders” or “closed borders,” but should be based on measurable standards. Work, language, and lawfulness are the three pillars. If you meet them, you earn the right to stay. If you reject them, you must go back.

    And so the inevitable question is: could this paradigm also work in the United States?


    Fabio Loscerbo
    Lobbyist registered in the EU Transparency Register
    ID 280782895721-36

  • La protezione complementare come laboratorio del nuovo paradigma migratorio

    La protezione complementare, spesso liquidata come strumento “residuale”, oggi rivela un potenziale diverso: può diventare il laboratorio concreto del nuovo paradigma migratorio.

    Non è più soltanto il rimedio che interviene quando mancano i presupposti dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria; è lo spazio in cui il diritto riconosce valore alla vita reale costruita qui: relazioni, lavoro, lingua, appartenenza.

    Il baricentro si sposta dalla domanda “cosa ti accadrebbe se tornassi?” a “cosa stai perdendo se ti sradico adesso?”.

    È un passaggio silenzioso ma decisivo: dalla protezione dalla persecuzione alla protezione dello radicamento.

    Dentro questo cambio di prospettiva, tre pilastri diventano misurabili e quindi azionabili: lavoro come autonomia e partecipazione, lingua come capacità di relazione e responsabilità, legalità come patto sociale rispettato.

    Quando questi elementi sono presenti, la permanenza non è più una concessione politica ma l’esito di un percorso verificabile.

    E il bilanciamento con l’ordine pubblico non è un pretesto: è il filtro che rende credibile il modello, perché consente di distinguere nettamente tra chi contribuisce e chi no.

    In questa chiave, la protezione complementare funziona già oggi come un “prototipo” europeo: definisce criteri chiari, sposta il focus sulla vita effettiva in Italia, traduce l’integrazione da slogan in parametro giuridico.

    È qui che l’idea “integrazione o reimmigrazione” smette di essere solo formula e diventa metodo: tutelare i diritti fondamentali di chi è radicato, e al tempo stesso pretendere coerenza a chi rifiuta le regole del patto.

    Meno conflitto ideologico, più governance: la protezione complementare può essere l’officina in cui questo nuovo equilibrio prende forma, rendendo la politica migratoria uno strumento stabile di regolazione sociale e non un’emergenza permanente.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

  • Unite the Kingdom: il grido di Londra che invoca un nuovo paradigma

    Il 13 settembre 2025 il Regno Unito ha assistito a una delle più grandi manifestazioni di estrema destra degli ultimi decenni. A Londra, sotto la guida di Tommy Robinson, oltre centomila persone hanno preso parte alla marcia denominata “Unite the Kingdom”, che ha avuto un carattere fortemente anti-immigrazione e nazionalista.

    La protesta, accompagnata da simbologia patriottica e da slogan xenofobi, è sfociata in scontri violenti con le forze dell’ordine, che hanno riportato decine di feriti e proceduto a numerosi arresti.

    Parallelamente, un contro-corteo promosso da organizzazioni antifasciste come Stand Up to Racism ha visto la partecipazione di migliaia di cittadini, confermando la polarizzazione profonda della società britannica.

    Il dato rilevante non è soltanto numerico, ma politico e culturale. Una mobilitazione di tale portata riflette un malessere che va oltre i confini della marginalità, rivelando come le tematiche legate all’immigrazione e alla sicurezza siano capaci di catalizzare consensi trasversali.

    L’adesione di figure pubbliche e la risonanza mediatica hanno trasformato la piazza in un laboratorio di egemonia culturale, con l’obiettivo di spostare il baricentro del dibattito nazionale.

    In questo quadro, il confronto europeo e internazionale non può ignorare le implicazioni di lungo periodo.

    Se l’estrema destra britannica punta a imporre una narrazione esclusivamente securitaria, la sfida per le democrazie liberali è mantenere un equilibrio tra garanzie fondamentali e gestione dei flussi migratori.

    È qui che si innesta il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: un modello che non nega la necessità di regole e responsabilità, ma che supera l’alternativa semplicistica tra accoglienza incondizionata e chiusura totale.

    Il caso britannico dimostra come l’assenza di un paradigma chiaro lasci spazio alla radicalizzazione.

    Quando l’integrazione viene percepita come fallita, il rischio è che la richiesta di ordine si traduca in piattaforme di esclusione e conflitto. Al contrario, un approccio che vincoli il diritto a rimanere a un dovere di integrazione — lavoro, lingua, rispetto delle regole — può fornire una risposta credibile tanto alle esigenze di sicurezza quanto alla coesione sociale.

    La manifestazione di Londra rappresenta dunque un campanello d’allarme per l’Europa intera: se le politiche migratorie non sapranno produrre integrazione reale, il discorso pubblico sarà inevitabilmente egemonizzato da forze che individuano nell’espulsione e nel rifiuto l’unica soluzione.

    È in questa tensione che la proposta “Integrazione o ReImmigrazione” acquista rilevanza non solo in Italia, ma come chiave di lettura transnazionale, capace di prevenire la deriva verso lo scontro permanente tra comunità.

    Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36

  • Trump e la riscrittura del diritto d’asilo all’ONU

    L’amministrazione Trump ha annunciato l’intenzione di proporre alle Nazioni Unite una revisione restrittiva del diritto d’asilo: una svolta che potrebbe ridimensionare decenni di evoluzione interpretativa della Convenzione di Ginevra del 1951 e del Protocollo del 1967.

    L’orientamento trapelato punta a ricondurre l’asilo alla sola persecuzione individuale, tagliando fuori gran parte delle situazioni oggi considerate rilevanti (conflitti diffusi, collassi istituzionali, disastri ambientali).

    Le conseguenze sarebbero profonde: milioni di persone potrebbero non trovare più tutela internazionale, mentre il segnale politico alimenterebbe un approccio securitario che trasforma l’asilo da diritto universale a eccezione marginale.

    In Europa, il confronto resta aperto sul nuovo Patto migrazione-asilo e sull’equilibrio fra garanzie e gestione dei flussi; in Italia, la discussione chiama in causa la responsabilità concreta dell’integrazione.

    Qui si innesta il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: restare non è un automatismo, ma la risultante di un dovere positivo di integrazione — lavoro, lingua, rispetto delle regole — e, in difetto, del rientro assistito e dignitoso.

    La possibile riforma statunitense, pur discutibile nella sua durezza, costringe a chiarire confini e finalità della protezione: distinguere la persecuzione che necessita asilo da altre mobilità che richiedono strumenti diversi (corridoi umanitari, visti di lavoro, cooperazione allo sviluppo), collocando l’integrazione al centro delle politiche interne.

    La domanda, allora, è se “Integrazione o ReImmigrazione” possa entrare nel dibattito americano come griglia di responsabilità reciproca — Stato e persona — capace di coniugare accoglienza, ordine pubblico e sostenibilità sociale, proprio mentre Washington valuta di riscrivere l’architettura globale dell’asilo.

    Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36

  • Decreto Flussi 2025: le novità del 4 settembre e il grande assente, l’integrazione

    Le novità introdotte

    Il Consiglio dei Ministri del 4 settembre 2025 ha approvato nuove disposizioni in materia di ingresso regolare dei lavoratori stranieri.
    Tra i punti principali:

    • Nulla osta: il termine decorre non più dalla presentazione della domanda, ma dal momento dell’imputazione in quota, per accelerare le procedure.
    • Precompilazione a regime: diventa definitiva la precompilazione digitale delle richieste di nulla osta, con limite massimo di tre domande per datore, esteso anche al lavoro stagionale.
    • Controlli più ampi: le verifiche sulla veridicità delle dichiarazioni dei datori si estendono a nuove tipologie di ingressi (ricerca, volontariato, altamente qualificati).
    • Permanenza legittima: viene chiarito che lo straniero ha diritto a soggiornare e lavorare non solo in attesa del rilascio o rinnovo, ma anche durante la conversione del permesso.
    • Tutela delle vittime di sfruttamento: il permesso di soggiorno per le vittime di caporalato e sfruttamento passa da 6 a 12 mesi, con pari durata per i permessi per protezione sociale. Previsto anche l’accesso all’Assegno di inclusione.
    • Assistenza familiare fuori quota: l’ingresso per l’assistenza a disabili e grandi anziani viene stabilmente escluso dalle quote. Per i primi 12 mesi l’attività lavorativa resta vincolata e il cambio datore necessita di autorizzazione dell’ITL.
    • Ricongiungimenti familiari: il termine per il rilascio del nulla osta sale da 90 a 150 giorni, in linea con la normativa UE.

    Un pacchetto che modernizza le procedure, rafforza i controlli e amplia alcune tutele. Ma manca un tassello decisivo.

    L’integrazione dimenticata

    Nessuna delle misure approvate parla di integrazione.
    Non vi è traccia di percorsi di formazione linguistica, programmi di inserimento sociale, sostegno all’abitare, strumenti di coesione con i territori.

    Il Decreto Flussi continua a trattare l’immigrazione come questione di quote e procedure, dimenticando che l’integrazione è condizione essenziale per rimanere in Italia.
    Chi non si integra non può costruire un futuro stabile nel nostro Paese.

    La lezione della giurisprudenza

    Proprio in questi giorni, il Tribunale di Bologna ha ribadito questo principio.
    Con la sentenza del 29 agosto 2025 (R.G. 11352/2023), è stata riconosciuta la protezione speciale a una cittadina straniera stabilmente presente in Italia.

    I giudici hanno valorizzato:

    • un contratto di lavoro regolare,
    • l’autonomia economica,
    • la conoscenza della lingua italiana,
    • e le relazioni sociali e affettive consolidate.

    Il Collegio ha ritenuto che l’allontanamento avrebbe determinato una lesione della vita privata tutelata dall’art. 8 CEDU e dall’art. 19 TUI

    In altre parole, ciò che il decreto ignora, la giurisprudenza riconosce: l’integrazione è la base giuridica e sociale che giustifica la permanenza in Italia.

    Conclusione: il laboratorio della protezione complementare

    Il Decreto Flussi 2025 introduce miglioramenti procedurali e amplia le quote, ma non offre alcuna visione sull’integrazione.
    La giurisprudenza, invece, afferma chiaramente che integrazione significa diritto a rimanere.

    Per questo motivo sostengo che la protezione complementare possa diventare il laboratorio dove dare attuazione al nuovo paradigma:

    • premiare chi lavora, studia la lingua e rispetta le regole;
    • garantire stabilità a chi si integra;
    • orientare la politica migratoria italiana non solo sul numero di ingressi, ma sulla qualità dell’inserimento sociale.

    Integrazione o Reimmigrazione: questa è la scelta che l’Italia deve compiere, e la protezione complementare può esserne il terreno di sperimentazione più avanzato.

    Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36

  • Nessuna discrasia tra l’Avvocato dell’Immigrazione e il paradigma “Integrazione o Reimmigrazione”

    Nell’opinione pubblica circola talvolta l’idea che un avvocato che tutela i diritti degli stranieri non possa, allo stesso tempo, promuovere un paradigma che introduce il principio: chi si integra resta, chi non si integra torna.

    Si tratterebbe – secondo questa critica – di una contraddizione insanabile, quasi una forma di schizofrenia professionale.

    In realtà, questa presunta discrasia non esiste.

    Anzi: è proprio l’esperienza quotidiana di un avvocato dell’immigrazione a dimostrare quanto sia urgente e necessario ridefinire le regole secondo il paradigma “Integrazione o Reimmigrazione”.

    1. La funzione dell’avvocato dell’immigrazione

    L’avvocato che si occupa di immigrazione non è un “avvocato di parte” nel senso politico del termine. È un garante del diritto:

    1) assicura che i provvedimenti delle Questure e delle Prefetture rispettino la legge,

    2) difende i migranti quando i loro diritti fondamentali vengono violati,

    3) invoca il rispetto delle norme costituzionali, internazionali e comunitarie.

    Questa funzione non significa promuovere una immigrazione illimitata e senza regole, ma esattamente l’opposto: far sì che le regole siano chiare, coerenti e applicate con giustizia.

    2. Il paradigma come evoluzione naturale

    Il paradigma “Integrazione o Reimmigrazione” nasce da una constatazione giuridica ed empirica:

    A) l’integrazione non è opzionale,

    B) non può esserci diritto a restare in Italia senza un corrispondente dovere di aderire ai valori fondamentali della società ospitante.

    Chi meglio di un avvocato immigrazionista può osservare i casi concreti in cui integrazione e radicamento funzionano – lavoro, famiglia, vita sociale – e quelli in cui, invece, l’assenza di integrazione produce marginalità, devianza, conflitto?

    Il nuovo paradigma non nega la tutela dei diritti: la rende condizionata alla responsabilità individuale.

    3. La sintesi tra diritti e doveri

    Non vi è contraddizione tra il difendere i diritti degli stranieri e chiedere regole più stringenti. Al contrario:

    1) senza diritti, non vi è garanzia di dignità e legalità;

    2) senza doveri, i diritti diventano privilegio e si ritorce contro la coesione sociale.

    Un avvocato dell’immigrazione, che ogni giorno invoca l’art. 19 del TUI, la CEDU o l’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, è lo stesso che può affermare: queste tutele hanno senso solo se accompagnate da un impegno reale di integrazione.

    4. La visione politica oltre la professione

    Promuovere “Integrazione o Reimmigrazione” significa spostare il dibattito dall’ideologia alla concretezza:

    A) non più “accoglienza indiscriminata” o “espulsione di massa”,

    B) ma un sistema fondato su parametri chiari, verificabili, misurabili.

    Chi vive quotidianamente i ricorsi, le istanze, le sospensive, conosce i limiti e le potenzialità del sistema.

    L’avvocato immigrazionista non è un “contraddittore del nuovo paradigma”: ne è il testimone più autorevole.

    Conclusione

    Non vi è discrasia, dunque, tra l’essere un avvocato che tutela i diritti degli stranieri e il promuovere il principio “Integrazione o Reimmigrazione”.

    Il primo ruolo è tecnico-giuridico: assicurare che nessuno venga privato di diritti fondamentali in modo illegittimo.

    Il secondo è politico-culturale: indicare una via futura, in cui i diritti si legano ai doveri e l’integrazione diventa obbligo e responsabilità.


    Sono due dimensioni diverse, ma complementari. E solo chi vive entrambe può tradurle in un paradigma credibile e innovativo per l’Italia e per l’Europa.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • La protezione complementare come laboratorio del paradigma “Integrazione o Reimmigrazione”


    Il dibattito europeo sul governo delle migrazioni è oggi attraversato da una linea di frattura: da un lato chi difende un’accoglienza incondizionata, dall’altro chi invoca rimpatri di massa.

    Entrambe le posizioni, tuttavia, risultano incapaci di dare risposte coerenti con i principi costituzionali e con i bisogni reali delle società.

    In questo contesto, la disciplina italiana della protezione complementare (art. 19, commi 1 e 1.1, d.lgs. 286/1998), così come interpretata dalla giurisprudenza, offre un terreno di riflessione per l’attuazione del paradigma “Integrazione o Reimmigrazione”.

    1. La protezione complementare come categoria giuridica

    La protezione complementare nasce come clausola di salvaguardia: impedire l’espulsione dello straniero quando il rimpatrio comporterebbe la violazione di diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione, dalla CEDU e dal diritto internazionale (vita privata e familiare, tutela della salute, radicamento sociale).
    Non si tratta di una “sanatoria generalizzata”, ma di un meccanismo caso per caso, che valuta non l’appartenenza etnica o culturale, bensì le condizioni individuali e il grado di integrazione.

    2. Il legame con il paradigma “Integrazione o Reimmigrazione”

    Il paradigma da me proposto si fonda su tre pilastri: lavoro, lingua e rispetto delle regole.
    La protezione complementare, nella sua applicazione concreta, già integra questi elementi:

    1) Lavoro: i tribunali riconoscono il valore del percorso lavorativo regolare come indice di radicamento e di rispetto del principio di dignità.

    2) Lingua e vita sociale: la giurisprudenza valorizza la partecipazione a corsi, attività di volontariato, reti di relazione, segni tangibili di inserimento.

    3) Rispetto delle regole: condanne penali gravi o comportamenti devianti sono valutati negativamente, perché incrinano il rapporto di fiducia con la collettività ospitante.


    Così la protezione complementare non si limita a “proteggere”, ma diventa strumento di selezione positiva: resta chi dimostra di aderire al modello sociale; torna chi rifiuta di integrarsi.


    3. Una procedura che traduce in pratica il nuovo paradigma

    La procedura relativa alla protezione complementare è un esempio di come sia possibile attuare giuridicamente il principio di “integrazione o reimmigrazione”:

    A) Accesso regolato: lo straniero deve formalizzare una domanda e produrre documentazione probatoria (contratti, certificati, relazioni sociali).

    B) Valutazione individuale: l’autorità amministrativa e giudiziaria verifica se sussistono elementi di integrazione concreti e non meramente dichiarati.

    C) Esito binario: se gli elementi sono positivi → rilascio di un titolo di soggiorno; se negativi → rimpatrio, senza ambiguità.

    Questa struttura procedurale si avvicina perfettamente al paradigma: integrazione come obbligo verificabile, reimmigrazione come conseguenza in caso di inadempienza.

    4. Prospettiva europea

    L’esperienza italiana dimostra che il discorso sulla “remigrazione” può essere riportato su un piano costituzionalmente legittimo e socialmente accettabile.
    Il paradigma “Integrazione o Reimmigrazione” si distingue infatti:

    1) dalla retorica etnico-identitaria della destra radicale (che evoca espulsioni collettive),

    2) ma anche dall’approccio lassista di chi trasforma ogni titolo di soggiorno in una sanatoria di fatto.


    L’Europa, nel costruire il nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo, potrebbe mutuare dal modello della protezione complementare una logica di bilanciamento: protezione dove vi è integrazione, rimpatrio dove manca.

    Conclusioni

    La protezione complementare rappresenta oggi un laboratorio giuridico per l’attuazione del paradigma “Integrazione o Reimmigrazione”.
    Non più slogan, ma diritto:

    1) integrazione obbligatoria, verificata con criteri oggettivi;

    2) ReImmigrazione come conseguenza necessaria della mancata adesione al patto sociale.

    Un meccanismo che consente di superare la contrapposizione sterile tra accoglienza senza condizioni e rimpatri indiscriminati, per affermare un principio nuovo, saldo e giuridicamente fondato.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • Integrazione o Reimmigrazione: il paradigma giuridico-sociale oltre la retorica della “Remigration” tedesca



    Il dibattito politico tedesco degli ultimi mesi ha riportato alla ribalta la parola Remigration, termine adottato e poi ridimensionato dall’Alternative für Deutschland (AfD).

    Il concetto, nella sua formulazione originaria, evocava scenari di rimpatri di massa, estesi persino a cittadini naturalizzati o a persone con radicamento decennale.

    Non a caso, nel 2023 la giuria linguistica tedesca lo ha definito Unwort des Jahres (“parola-mostro dell’anno”), proprio per la sua carica eversiva e per l’eco di deportazioni che la storia europea conosce fin troppo bene.

    Di fronte a critiche istituzionali e timori di incostituzionalità, l’AfD ha parzialmente eliminato il termine dal proprio manifesto politico nel luglio 2025, preferendo un linguaggio più prudente.

    Ma la questione resta aperta: l’opinione pubblica tedesca esprime una forte richiesta di regole chiare sull’immigrazione, mentre le soluzioni radicali vengono respinte come incompatibili con lo Stato di diritto.

    La differenza sostanziale: paradigma identitario vs paradigma giuridico

    La Remigration dell’AfD si fonda su presupposti etnico-culturali: non chi si comporta, ma chi si è. La minaccia dell’espulsione prescinde dal rispetto delle leggi o dal grado di integrazione individuale, per legarsi invece a una visione di “appartenenza originaria” alla comunità nazionale.

    Il paradigma di “Integrazione o Reimmigrazione”, al contrario, nasce da una logica giuridico-costituzionale:

    1) lo straniero che entra in Italia (o in Europa) ha un obbligo positivo di integrazione,

    2) integrazione significa lavoro, lingua, rispetto delle regole,

    3) chi non si integra, pur avendone la possibilità, deve tornare nel proprio Paese d’origine (Reimmigrazione).

    Non è una questione di etnia, ma di comportamento conforme ai valori della società ospitante. Non un destino collettivo, ma una responsabilità individuale.

    Il ridimensionamento tedesco come conferma della validità del paradigma

    Il fatto che l’AfD abbia dovuto attenuare la propria retorica sulla Remigration dimostra che:

    1. Le istituzioni democratiche non tollerano soluzioni radicali che richiamano a discriminazioni collettive.

    2. Rimane, tuttavia, una forte domanda sociale di condizionalità e responsabilità nei percorsi migratori.

    È in questo spazio vuoto che il paradigma Integrazione o Reimmigrazione si inserisce come terza via:

    A) rifiuta le deportazioni di massa,

    B) evita il lassismo di chi considera l’integrazione una scelta opzionale,

    C) propone una via costituzionalmente orientata e politicamente praticabile.

    Verso un nuovo mainstream europeo

    Il concetto di “potenza civile” che ha guidato la Germania nel dopoguerra è oggi in crisi, così come lo sono le vecchie politiche di accoglienza senza condizioni. L’Europa ha bisogno di un linguaggio nuovo e credibile, capace di coniugare diritti e doveri, inclusione e responsabilità.

    “Integrazione o Reimmigrazione” può divenire il paradigma di riferimento:

    diritti fondamentali garantiti,

    obblighi di integrazione verificabili,

    reimmigrazione come conseguenza giuridica della mancata adesione ai valori condivisi.


    Un principio che non divide su base etnica, ma che rafforza la coesione sociale e restituisce fiducia al cittadino.




    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • Integrazione mancata: il vero nodo delle seconde generazioni

    In questi giorni sto leggendo il volume di Maurizio Ambrosini, Sociologia delle migrazioni (Il Mulino, 2020).

    È un testo che affronta con grande rigore, tra l’altro, il tema delle cosiddette seconde generazioni, i figli degli immigrati nati o cresciuti nei Paesi di arrivo. La lettura mi ha spinto a una riflessione che va oltre l’analisi accademica, perché tocca direttamente il futuro della società italiana.

    Non si tratta infatti di una questione marginale o di dettaglio sociologico, ma del vero banco di prova delle politiche migratorie.

    Il modello classico di assimilazione, che prevedeva l’abbandono della cultura d’origine e l’adozione totale di quella della società ospitante, appare ormai superato.

    Ambrosini sottolinea come i processi siano in realtà più complessi e relazionali: non si riducono a una cancellazione delle differenze, ma piuttosto a una continua negoziazione tra appartenenze. Le ricerche sociologiche evidenziano percorsi diversi, alcuni favorevoli all’integrazione, altri invece destinati a produrre conflitti e marginalità.

    È particolarmente interessante il concetto di acculturazione selettiva, ossia la capacità di mantenere legami culturali con il paese d’origine senza rinunciare alla piena partecipazione nella società ricevente.

    Questo modello, più di altri, sembra garantire ai giovani migliori prospettive scolastiche e professionali, ma resta minoritario e fragile, spesso ostacolato da discriminazioni e da politiche poco lungimiranti.

    A pesare in modo decisivo sono la famiglia e la scuola. La prima, quando è stabile e coesa, rappresenta un sostegno fondamentale, ma se fragile o isolata può diventare un limite. La seconda, la scuola, dovrebbe essere il principale strumento di mobilità sociale, e invece in Italia troppo spesso si trasforma in un luogo di esclusione: ritardi scolastici, abbandoni precoci, percorsi formativi ridotti a canali professionali poco qualificanti.

    Non si può quindi parlare di integrazione automatica: anzi, senza adeguati strumenti e percorsi, molte seconde generazioni finiscono per scivolare in quella che la letteratura chiama assimilazione verso il basso, ossia un’integrazione apparente che porta in realtà a precarietà, marginalità e talvolta devianza.

    La riflessione che mi nasce leggendo Ambrosini è chiara: le seconde generazioni non sono semplicemente un gruppo sociale tra gli altri, ma la cartina di tornasole di un intero sistema.

    Esse rappresentano la scelta collettiva che la società italiana deve compiere: o diventano cittadini a pieno titolo, o saranno la prova di un fallimento.

    È qui che si colloca il paradigma della ReImmigrazione. L’integrazione deve fondarsi su tre pilastri precisi – lingua, lavoro e rispetto delle regole – e deve essere un percorso reale, non solo dichiarato.

    Chi vuole integrarsi deve trovare gli strumenti per riuscirci, chi invece rifiuta questa prospettiva non può rimanere in una condizione sospesa che danneggia sé stesso e l’intera collettività.

    L’integrazione mancata non può più essere tollerata come un male minore: o si realizza pienamente, oppure occorre avere il coraggio della ReImmigrazione.

    Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36) nella materia “Migrazione e Asilo”

  • Why the “Integration or ReImmigration” Paradigm Can Become a Model in the United States

    The Trump administration, which returned to the White House in January 2025, has once again placed immigration policy at the center of the American agenda with a series of measures that have drawn international attention.

    The suspension of the refugee program, decided through an executive order immediately after inauguration, blocked thousands of pending applications, leaving families and host communities in uncertainty. Shortly afterward, the Department of Homeland Security reactivated the Migrant Protection Protocols, better known as Remain in Mexico, forcing non-Mexican asylum seekers to stay in Mexico throughout the entire examination of their claims.

    In June, Presidential Proclamation No. 10949 introduced a new travel ban, restricting or prohibiting entry from nineteen countries, a clear return to nationality-based policies. At the same time, an order issued on April 28 targeted so-called “sanctuary cities,” requiring them to comply with federal immigration demands under threat of losing funding and facing criminal action.

    These measures are consistent with a firm line that prioritizes closing borders and expelling those who have no legal right to stay. Yet this approach, while producing immediate numerical effects, does not create a sustainable model.

    The United States today appears to swing between indiscriminate admission and mass deportation, without defining what should happen to those who remain legally on its territory. It is precisely here that space opens up for a new paradigm.

    “Integration or ReImmigration” means moving from a policy that merely says “no” to entry, to a more structured vision that requires those admitted to follow a binding path of integration. It is not just about deterring irregular flows, but about tying the right to remain to concrete obligations: learning English, participating in civic education programs, entering the labor market, and respecting the fundamental rules of coexistence.

    Those who demonstrate integration consolidate their stay; those who refuse or evade this obligation are directed toward a process of reimmigration—organized and dignified, but firm in principle.

    Trump’s measures—whether the travel ban, the suspension of the refugee program, or the confrontation with sanctuary cities—show a growing awareness of the need to restore order to the immigration system.

    However, they remain rooted in a purely defensive logic. What is missing is the dimension of mandatory integration, the one element that can transform migrants from a potential problem into a verifiable resource.

    This is precisely where the “Integration or ReImmigration” paradigm can become a model for the United States: not only rejecting, but also selecting, binding, and, when necessary, returning.

    A country that built its identity on the integration of generations of immigrants cannot rely on emergency solutions. Walls, deportations, and bans may contain flows, but they cannot govern them.

    America now has the historic opportunity to shift to a system where rights are not granted automatically but are conditional on a serious path of responsibility and obligations.

    Only in this way can it transform its tradition as a “nation of immigrants” into a modern project of mandatory integration and, when necessary, reimmigration.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbyist in migration and asylum – Transparency Register of the European Union, ID 280782895721-36

  • Naufragi a Lampedusa e scontri nel Regno Unito: due facce della stessa emergenza migratoria

    Il mese di agosto 2025 ci consegna due immagini emblematiche della crisi migratoria contemporanea: da un lato, il Mediterraneo teatro di ennesime tragedie; dall’altro, le piazze britanniche percorse da tensioni sociali sempre più accese.

    Italia: la tragedia di Lampedusa

    Il 13 agosto, due naufragi al largo di Lampedusa hanno provocato la morte di almeno 26 migranti, con numerosi dispersi ancora da rintracciare. L’episodio si colloca in un contesto di apparente calo complessivo degli arrivi: secondo Frontex, nei primi sette mesi del 2025 le frontiere esterne dell’Unione Europea hanno registrato una diminuzione del 18% degli attraversamenti irregolari rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, attestandosi a circa 95.200.

    La riduzione numerica, tuttavia, non basta a mascherare la gravità delle singole vicende umane. I naufragi continuano a ripetersi, dimostrando che l’attuale modello di gestione non riesce a coniugare efficacia operativa e tutela della dignità delle persone. L’Italia resta così schiacciata tra il dovere umanitario e l’impossibilità materiale di sostenere flussi che non trovano più corrispondenza in una logica di integrazione strutturata.

    Fonte:

    Europa: le piazze britanniche in tensione

    Sul fronte europeo, il Regno Unito ha vissuto nelle prime settimane di agosto una serie di scontri tra manifestanti anti-immigrazione e gruppi anti-razzisti. A Falkirk, in Scozia, le contrapposizioni si sono consumate davanti a un hotel destinato all’accoglienza dei richiedenti asilo. Episodi analoghi hanno interessato anche Londra, Manchester e Newcastle, con almeno 25 arresti complessivi per disordini pubblici.

    Questi fatti rappresentano il segnale tangibile di un clima sociale sempre più polarizzato. L’assenza di politiche chiare e coerenti sull’immigrazione alimenta il malcontento, lasciando spazio a derive estremiste e conflitti di piazza. La società britannica mostra in maniera evidente ciò che attende l’Europa intera se non si saprà passare a un modello di gestione basato sulla responsabilità, sulla selettività e sull’integrazione obbligatoria.

    Fonte:

    Integrazione o ReImmigrazione come unica alternativa

    Le due vicende – i corpi senza vita recuperati nel Mediterraneo e le strade britanniche trasformate in luoghi di scontro – sono la fotografia di un’Europa che non ha ancora saputo elaborare un paradigma migratorio coerente.

    La proposta di Integrazione o ReImmigrazione nasce proprio da questa constatazione. L’idea è semplice e radicale: non esiste più spazio per un’immigrazione slegata da un percorso di inserimento obbligatorio.

    • Integrazione come obbligo: chi entra in Europa deve accettare di imparare la lingua del Paese ospitante, di inserirsi in un percorso lavorativo regolare e di rispettare le regole fondamentali della convivenza civile. L’integrazione non è più una scelta individuale, ma un dovere giuridico e sociale.
    • ReImmigrazione come conseguenza: chi rifiuta, ostacola o si dimostra incapace di rispettare questo percorso deve essere accompagnato in un programma di rientro nel Paese d’origine, con garanzie di dignità ma con la fermezza necessaria a tutelare la società ospitante.
    • Equilibrio tra diritti e doveri: i diritti non sono cancellati, ma subordinati all’adempimento dei doveri di integrazione. Questo rovesciamento della prospettiva consente di superare la sterile contrapposizione tra accoglienza indiscriminata e chiusura totale.

    Solo un modello di questo tipo può evitare che l’Italia continui a contare i morti in mare e che il Regno Unito – o altri Paesi europei – continuino a vedere le proprie strade trasformarsi in terreno di conflitto sociale.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista in materia di migrazione e asilo – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36

  • Senza integrazione, niente accoglienza: il cambiamento della mentalità europea e il rischio di nuove derive


    di Fabio Loscerbo – Lobbista in materia di migrazione e asilo, iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

    Il recente episodio avvenuto su una spiaggia andalusa, dove un gruppo di bagnanti ha fisicamente bloccato dei migranti appena sbarcati da una barca veloce, segna un punto di svolta simbolico e sostanziale nel rapporto tra società europee e fenomeno migratorio. Non si tratta più solo di “mancata accoglienza” o di rigetto istituzionale, ma dell’emergere di una risposta spontanea e viscerale da parte della popolazione civile. Fino a qualche anno fa, episodi simili avrebbero suscitato empatia, mobilitazione umanitaria, perfino solidarietà attiva. Oggi, in sempre più casi, prevalgono reazioni di rifiuto, allarme o perfino ostilità.



    Ma cosa è cambiato? La risposta è semplice e al tempo stesso scomoda: è cambiato il paradigma.

    Il vuoto del “diritto a entrare” senza un “dovere a integrarsi”

    Per troppo tempo l’Europa ha gestito i flussi migratori secondo logiche emergenziali, rinunciando a costruire un modello normativo e culturale fondato sull’integrazione come precondizione per l’ingresso e la permanenza. In assenza di una visione coerente, si è lasciato spazio a una percezione diffusa di squilibrio, di accesso indiscriminato, di assenza di reciprocità.

    Non si può pretendere che la cittadinanza europea — già provata da trasformazioni sociali rapide, crisi economiche e tensioni culturali — continui ad accettare una narrativa che considera la migrazione come un fatto ineluttabile, da subire e non da regolare. Il concetto di “accoglienza incondizionata” è stato portato all’estremo, fino a diventare insostenibile nella percezione pubblica.

    Dall’empatia al sospetto: il cambio di percezione tra i cittadini

    Il passaggio da una mentalità solidaristica a una reattiva non è avvenuto in modo improvviso. È il frutto di anni di scollamento tra le norme e la realtà vissuta, tra la retorica dell’inclusione e l’assenza concreta di strumenti per garantire integrazione, sicurezza e coesione sociale.

    Quando lo Stato non seleziona, i cittadini selezionano da sé. Ed è qui che nasce il rischio. Il confine tra autodifesa collettiva e giustizia sommaria è labile. Se non si fissa un perimetro chiaro di regole, l’opinione pubblica può legittimare comportamenti che vanno ben oltre la legalità, in nome di una sicurezza “percepita” ma non regolamentata.

    Il rischio di derive pericolose

    Questa mutazione profonda del sentire collettivo può facilmente degenerare. Le immagini dei bagnanti che rincorrono i migranti sulla spiaggia non devono essere interpretate né come “buon senso popolare” né come atti di eroismo civile. Sono il sintomo di un fallimento strutturale, quello delle istituzioni europee e nazionali nel governare i flussi migratori secondo criteri di legalità, umanità e sostenibilità.

    Quando la politica abdica al suo ruolo, la piazza — reale o digitale — prende il suo posto. E lo fa con la legge del più forte, con la paura, con l’istinto. La storia ci insegna che questi processi portano a derive pericolose, a forme di vigilanza popolare, discriminazione sistemica, o addirittura violenza razzializzata. È un terreno scivoloso su cui nessuna democrazia dovrebbe permettersi di scivolare.

    La soluzione: un nuovo patto europeo sull’integrazione

    È tempo di affermare un nuovo paradigma: “integrazione o ReImmigrazione”. Un modello in cui:

    l’ingresso sia subordinato alla capacità di integrarsi concretamente;

    la permanenza sia valutata su parametri oggettivi (lavoro, lingua, rispetto delle regole);

    chi non si integra sia rimpatriato, in modo equo ma fermo.


    Solo così si potrà ricostruire il patto di fiducia tra cittadini, istituzioni e stranieri regolarmente presenti, e ridare legittimità al principio di accoglienza, svuotandolo però di ogni connotazione passiva o ideologica.

    Conclusione

    La scena della spiaggia in Spagna non è un’anomalia: è un segnale. Chi lo interpreta come isolato sbaglia. Chi lo giustifica in automatico, pure. Serve un cambio di passo, urgente e strutturale. Integrare chi merita, ri-immigrare chi rifiuta le regole: questa è la via per evitare il collasso del modello europeo e per impedire che le paure si trasformino in rabbia, e la rabbia in ingiustizia.

  • Dopo la sentenza della Corte UE, serve un nuovo paradigma: “Integrazione o ReImmigrazione”Una soluzione realistica, compatibile con il modello Albania come strumento di gestione migratoria globale

    di Fabio Loscerbo
    Avvocato – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)


    La pronuncia della Corte UE e le sue implicazioni

    La sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (C-638/22), pubblicata il 1° agosto 2025, ha stabilito che la designazione legislativa di un Paese terzo come “sicuro” non può sottrarsi al vaglio giurisdizionale, anche laddove disposta da norme nazionali generali. Pur rispettando la funzione di garanzia propria del giudice, il provvedimento solleva interrogativi sul possibile indebolimento della capacità degli Stati di strutturare in modo coerente ed efficiente le proprie politiche migratorie.

    Il Governo italiano ha espresso riserve, sostenendo che la sentenza attribuisce un potere eccessivo ai giudici ordinari nella valutazione sistemica delle politiche di rimpatrio, con potenziali effetti disomogenei su scala nazionale.

    Anche il prof. Sabino Cassese, intervenendo su Il Foglio, ha parlato di sentenza “inutile e suicida”, sottolineando l’incongruenza tra tale intervento giurisprudenziale e l’imminente entrata in vigore del nuovo Patto UE sull’immigrazione (2026), che affiderà alle istituzioni europee – e non più agli Stati – il potere di individuare i Paesi terzi sicuri.

    La necessità di un approccio equilibrato

    Va riconosciuto che la Corte ha inteso rafforzare le garanzie procedurali del singolo richiedente, evitando automatismi e presunzioni assolute. Tuttavia, in un contesto come quello migratorio, segnato da dinamiche globali e crescenti pressioni, è essenziale che la tutela dei diritti sia conciliata con l’esigenza di efficienza amministrativa e responsabilità politica.

    Serve un modello che non sacrifichi la funzione del giudice, ma che valorizzi la distinzione tra ruolo giurisdizionale e funzione legislativa, particolarmente quando è in gioco la sicurezza interna, la sostenibilità dei sistemi di accoglienza e il principio di sovranità regolata.


    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: la base di una riforma strutturale

    Alla luce di tali criticità, il paradigma elaborato su ReImmigrazione.com – “Integrazione o ReImmigrazione” – si conferma come una proposta sistemica in grado di coniugare inclusione e selettività, diritti e doveri, accoglienza e responsabilità.

    Il modello si fonda su tre requisiti essenziali:

    1. Occupazione regolare e stabile, come indice di autosufficienza e contribuzione;


    2. Conoscenza linguistica e culturale, verificata attraverso standard oggettivi;


    3. Osservanza delle regole, incluse quelle amministrative, penali e civiche.

    Chi soddisfa questi criteri ha titolo per restare. Chi invece rifiuta l’integrazione attiva o nega il patto di cittadinanza, deve essere incluso in un percorso di rientro ordinato, volontario o coattivo, nel proprio paese di origine o in uno Stato terzo sicuro.

    Il modello Albania come strumento di gestione migratoria generalizzata

    In quest’ottica, il modello Albania non va inteso come mero strumento per la gestione delle domande di asilo o delle “protezioni”. Al contrario, può – e deve – essere ricondotto all’interno di una strategia più ampia di governance migratoria, orientata a:

    1) filtrare e valutare le richieste di ingresso in chiave preventiva, fuori dal territorio nazionale;

    2) accogliere e trattenere temporaneamente i soggetti privi dei requisiti per l’integrazione;

    3) attuare misure rapide di allontanamento, nel pieno rispetto delle garanzie minime europee e internazionali.


    La detenzione amministrativa extraterritoriale, se regolata in modo chiaro, trasparente e proporzionato, può rappresentare uno strumento di regolazione legittimo e funzionale, inserito all’interno di accordi bilaterali e multilaterali.

    Ciò consente di rendere selettivo l’accesso al territorio italiano, ridurre i flussi irregolari e assicurare un uso coerente delle risorse pubbliche.


    Conclusione: un cambio di paradigma per una politica migratoria sostenibile

    La sentenza della Corte UE ha il merito di riaccendere il dibattito sull’equilibrio tra garanzie e sovranità. Tuttavia, la sola giurisdizione – per quanto necessaria – non può supplire all’assenza di una visione politica chiara, ordinata e lungimirante.

    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” rappresenta un modello alternativo e pragmatico, capace di rimettere al centro la responsabilità individuale dello straniero e di promuovere una migrazione regolare, sostenibile e orientata all’integrazione reale.

    Il modello Albania, se ricondotto a una cornice di gestione multilivello del fenomeno migratorio, può trovare piena legittimità e funzionalità anche alla luce delle recenti pronunce europee.

  • La BCE misura l’immigrazione in punti di PIL. Si superi la visione economicista dell’immigrazione e si persegua un nuovo paradigma: Integrazione o ReImmigrazione

    di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato nel Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID n. 280782895721-36), in materia di migrazione e asilo

    L’8 maggio 2025 la Banca Centrale Europea ha pubblicato sul proprio sito istituzionale un blog a firma di quattro economisti del proprio staff, intitolato Foreign workers: a lever for economic growth (https://www.ecb.europa.eu/press/blog/date/2025/html/ecb.blog20250508~897078ce87.en.html).

    Fin dalle prime righe, il tono del documento è inequivocabile: la presenza di lavoratori stranieri è descritta come un fattore determinante di stabilizzazione macroeconomica, in un’Eurozona dove la produttività langue e il capitale investito resta debole.

    Nel testo si legge chiaramente che, in assenza dell’aumento della popolazione lavorativa straniera, la crescita del PIL reale sarebbe stata molto più contenuta. Addirittura, si arriva ad affermare che “non è un’esagerazione dire che, in alcune delle maggiori economie europee, la crescita sarebbe stata molto più lenta senza i lavoratori stranieri”. Il blog si concentra solo sulla componente economica dell’immigrazione, ammettendo espressamente che “non vengono analizzate altre conseguenze economiche e sociali”. Ecco il primo grande limite dell’impostazione.

    Ridurre il fenomeno migratorio a una semplice funzione di riequilibrio demografico e produttivo rappresenta una visione estremamente parziale, e in ultima analisi pericolosa.

    Questa visione rafforza l’idea che il valore dello straniero dipenda unicamente dalla sua capacità di lavorare, produrre reddito, versare contributi. Ma cosa accade quando quella capacità viene meno? Quando l’età, la salute o la congiuntura economica lo rendono “inutile”? La logica sottesa è chiara: se non sei più produttivo, non sei più necessario. Una società fondata su questo principio non solo è disumana, ma è anche destinata a fallire sul piano della coesione e della stabilità interna.

    In secondo luogo, il documento della BCE presenta come “miglioramento” la crescente presenza di stranieri nei lavori più qualificati e la riduzione dell’overqualification rispetto agli anni precedenti. Tuttavia, ammette che la maggior parte dei lavoratori stranieri rimane impiegata in occupazioni a bassa qualifica e con contratti temporanei. In altri termini, la “leva di crescita” su cui l’Europa si sta appoggiando è fatta ancora oggi di precarietà, sottoutilizzo delle competenze e fragilità contrattuale.

    È necessario ribaltare il paradigma.

    L’Europa non può costruire il proprio futuro sulla disponibilità di manodopera straniera da impiegare in condizioni spesso subalterne, né può tollerare un sistema in cui il diritto a restare sul territorio sia subordinato unicamente all’essere funzionali al sistema produttivo.

    Il lavoro, certo, è un indicatore importante, ma non può essere l’unico. Il criterio guida deve essere l’integrazione.

    Integrazione non come generico inserimento, ma come partecipazione effettiva e responsabile alla vita della comunità nazionale. Integrazione linguistica, sociale, culturale, giuridica. Il rispetto delle regole, la volontà di stabilirsi, la capacità di contribuire alla società nel suo complesso – non solo al PIL – devono diventare il vero metro di giudizio per la permanenza sul territorio europeo.

    È in questa prospettiva che propongo, ormai da tempo, il principio di Integrazione o Reimmigrazione.

    Chi dimostra di volersi integrare realmente va messo nelle condizioni di restare e di progredire.

    Chi invece rifiuta consapevolmente ogni percorso di integrazione, chi resta ai margini per scelta o ostilità verso i valori della società ospitante, deve essere accompagnato a un rientro dignitoso ma deciso nel Paese di origine.

    Continuare a leggere l’immigrazione soltanto in chiave economica significa ignorare ciò che rende sostenibile una democrazia. Le persone non sono ingranaggi.

    Le politiche migratorie devono essere orientate alla costruzione di comunità, non alla ricerca di forza lavoro usa e getta. La vera sfida europea non è “quanti migranti servono”, ma quanti migranti vogliono davvero far parte della nostra società.

    In conclusione, il blog della BCE dimostra con chiarezza come l’establishment europeo continui a guardare all’immigrazione con lenti contabili.

    È tempo, invece, di una politica migratoria che metta al centro le persone, i valori, e l’identità democratica delle nazioni europee. Solo così l’immigrazione potrà smettere di essere un problema o una leva e diventare un’opportunità fondata sull’appartenenza.

  • La crisi migratoria francese: una riflessione sulle politiche assenti e sul bisogno di un nuovo paradigma

    Il contesto migratorio francese rappresenta oggi un banco di prova emblematico per comprendere le difficoltà strutturali che l’Europa affronta nel concepire una politica dell’immigrazione coerente, esigente e capace di generare integrazione autentica. La Francia, da decenni tra i principali paesi di destinazione per flussi migratori extraeuropei, ha attraversato varie stagioni politiche senza mai riuscire a consolidare un impianto normativo e amministrativo che tenga insieme principi di accoglienza, selettività e inclusione civica.

    Le cifre più recenti indicano la presenza stabile di oltre sette milioni di cittadini di origine extra-UE, una quota significativa della popolazione residente, accompagnata da un numero consistente di richieste di asilo. Si tratta di dati che, in assenza di un progetto politico organico, hanno alimentato dinamiche contraddittorie: da un lato, l’accoglienza diffusa e frammentata, talvolta orientata da logiche emergenziali; dall’altro, il moltiplicarsi di zone urbane socialmente segregate, dove il mancato assorbimento linguistico e culturale ha finito per radicalizzare l’emarginazione.

    La Francia è oggi priva di una visione strategica che metta al centro il dovere di integrazione come condizione necessaria del diritto al soggiorno. Le misure adottate nel tempo appaiono disarticolate e reattive.

    Non si è sviluppato un sistema di incentivi e controlli effettivi in grado di vincolare la permanenza nel paese all’adesione a percorsi strutturati di inserimento, né si è dato seguito a proposte legislative che avrebbero potuto riformare la materia in modo razionale.

    Il tentativo di riforma promosso nel 2023, durante il mandato del ministro Darmanin, ne è una prova emblematica: oscillante tra l’apertura selettiva al lavoro e la retorica della sicurezza, non è mai approdato a una sintesi politica condivisa, finendo per essere archiviato.

    La polarizzazione del dibattito ha contribuito a svuotare il campo della discussione razionale. Da un lato, la sinistra continua a difendere modelli multiculturali che si sono rivelati disfunzionali nel lungo periodo.

    Dall’altro, la destra nazionalista avanza risposte securitarie, prive però di efficacia strutturale. In mezzo, manca del tutto un’opzione capace di tenere insieme l’idea di inclusione con quella di responsabilità. L’integrazione, infatti, non può rimanere un’esortazione morale o un auspicio politico: deve diventare un obbligo giuridico, contrattualizzato, esigibile.

    La riflessione sulla Francia, dunque, va oltre il caso nazionale e investe l’Europa intera. Il disorientamento parigino, infatti, rispecchia quello dell’intera Unione Europea, dove ogni Stato membro continua a gestire i flussi secondo interessi propri, senza un paradigma condiviso. I fallimenti francesi – le rivolte urbane, la marginalità intergenerazionale, l’impossibilità di realizzare una cittadinanza coesa – sono un monito. Continuare a ignorare il legame tra diritti e doveri in materia migratoria significa rinunciare all’idea stessa di integrazione.

    È in questo contesto che si colloca la proposta di un nuovo approccio, definito “Integrazione o ReImmigrazione”, che mira a superare l’antitesi irrisolta tra accoglienza e respingimento.

    Il paradigma si fonda su un principio elementare ma trascurato: l’immigrazione può essere una risorsa solo se accompagnata da un percorso di responsabilizzazione, in cui il migrante accetta e dimostra di voler diventare parte attiva della società di arrivo, attraverso l’apprendimento della lingua, il rispetto delle regole comuni, il contributo al lavoro e alla coesione sociale. In assenza di tali requisiti, la permanenza non può essere indefinita.

    Una simile impostazione non è né punitiva né esclusiva, ma anzi mira a tutelare i percorsi virtuosi, distinguendo tra chi investe nel proprio inserimento e chi invece si limita a subire – o peggio a strumentalizzare – i margini dell’accoglienza.

    La Francia, oggi più di altri paesi europei, avrebbe bisogno di tale chiarezza concettuale, per uscire da una stagnazione normativa che alimenta disuguaglianze, tensioni e conflitti irrisolti.

    In ultima analisi, ciò che si rivela urgente non è l’adozione di misure estemporanee, ma la costruzione di una vera dottrina europea dell’immigrazione giusta, fondata su reciprocità, selettività, obblighi di integrazione e strumenti efficaci di rimpatrio.

    Solo così si potrà restituire credibilità alle istituzioni, coesione alle comunità e futuro a chi, davvero, sceglie di far parte di un nuovo paese.

    di Fabio Loscerbo
    Avvocato
    ID Registro Trasparenza UE: 280782895721-36

  • Decreto Flussi e obbligo di integrazione: una criticità strutturale nel sistema migratorio italiano

    Il recente Decreto Flussi triennale 2025–2028, adottato con DPCM, prevede l’ingresso regolare in Italia di centinaia di migliaia di cittadini stranieri per lavoro subordinato, autonomo e stagionale.

    Si tratta di uno strumento previsto dall’ordinamento, volto a regolare i flussi migratori in base alle esigenze del mercato del lavoro nazionale.

    Tuttavia, l’attuale disciplina solleva questioni sostanziali in ordine alla tenuta del sistema sotto il profilo dell’effettiva integrazione dei beneficiari.


    Una criticità evidente: 39 giornate per accedere al soggiorno biennale

    In base alla normativa vigente, è sufficiente aver svolto 39 giornate di lavoro agricolo per poter convertire un permesso di soggiorno per motivi stagionali in un permesso biennale per lavoro subordinato. Questa soglia, estremamente ridotta, costituisce un automatismo privo di reali garanzie sul piano della durata, continuità e serietà dell’inserimento lavorativo.

    A ciò si aggiunge il dato sistemico: non è previsto alcun obbligo formale di integrazione. Il passaggio da una condizione di soggiorno precaria a una stabilizzazione giuridica non è accompagnato da verifiche sul piano linguistico, culturale, comportamentale o civico.


    Il nodo giuridico: assenza di reciprocità tra diritto e dovere

    Il sistema migratorio italiano continua ad essere impostato secondo una logica unilaterale e concessoria. Si concede il titolo di soggiorno, si riconosce l’accesso al mercato del lavoro, ma non si richiede nulla in termini di doveri di integrazione strutturale.

    In questo quadro, l’assenza di un modello di permanenza condizionato al rispetto di parametri oggettivi produce effetti distorsivi:

    • difficoltà di monitoraggio effettivo dei percorsi individuali;
    • stabilizzazione di situazioni solo formalmente regolari;
    • ostacolo alla distinzione tra integrazione autentica e semplice presenza giuridica.

    Un possibile criterio correttivo: integrazione come presupposto della stabilizzazione

    È possibile immaginare un meccanismo differente, nel quale:

    • la conversione dei titoli di soggiorno sia subordinata, oltre che alla mera prova lavorativa, a verifiche su conoscenza della lingua italiana, assenza di condanne penali, adesione a percorsi di formazione civica;
    • la durata della permanenza sia legata al mantenimento di comportamenti conformi, con controlli periodici non solo formali ma sostanziali;
    • venga introdotto un principio di revisione attiva, secondo cui l’integrazione non è presunta, ma accertata.

    Si tratterebbe di passare da un sistema che presume l’integrazione dalla presenza a un sistema che presume la permanenza dall’integrazione.


    Considerazioni finali

    Il Decreto Flussi, nella sua attuale struttura, consente l’accesso e la stabilizzazione di lavoratori stranieri sulla base di parametri minimi e senza criteri di selezione qualitativa. Il rischio evidente è quello di una migrazione formalmente regolare ma socialmente disfunzionale, in cui il permesso di soggiorno diventa un titolo svincolato da ogni percorso di inserimento effettivo.

    Il sistema, così concepito, non premia l’integrazione, ma la presenza.

    Una riforma coerente con i principi di sostenibilità, sicurezza giuridica e coesione sociale dovrebbe introdurre verifiche obbligatorie e periodiche sul rispetto degli elementi fondamentali della convivenza civile.

    Non si tratta di chiudere. Si tratta, al contrario, di ordinare: integrare chi partecipa, riorientare chi si sottrae.

  • Il Tribunale di Bologna riconosce la protezione speciale: chi si integra ha diritto a restare

    Il Tribunale di Bologna continua a tracciare una linea giurisprudenziale chiara: chi si è effettivamente integrato in Italia ha diritto a rimanere.

    Nei giorni scorsi, tre diverse pronunce hanno accolto i ricorsi di cittadini stranieri, accertando la sussistenza dei presupposti per il rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale ex art. 19, comma 1.1 del Testo Unico Immigrazione.

    Le decisioni, rese nelle cause iscritte ai numeri 14052/2023, 12984/2023 e 17192/2023, confermano l’approccio consolidato secondo cui il radicamento personale, familiare e lavorativo costituisce limite insuperabile al potere espulsivo dello Stato, in assenza di gravi motivi di ordine pubblico.

    Integrazione effettiva, non formale

    Il primo caso riguarda un cittadino nigeriano giunto in Italia nel 2006, con contratto a tempo indeterminato in un’azienda alimentare e con una moglie incinta regolarmente presente sul territorio. Il Tribunale ha sottolineato l’effettivo inserimento sociale, il possesso di titoli di studio e il radicamento economico. Di fronte a un simile percorso, l’allontanamento avrebbe costituito una lesione ingiustificata dei diritti fondamentali, protetti anche dall’art. 8 CEDU.

    Il secondo ricorso è stato proposto da un cittadino egiziano arrivato nel 2022, già impiegato in modo stabile in Italia. Anche in questo caso, il Collegio ha riconosciuto la solidità del percorso integrativo, pur a fronte di un soggiorno relativamente recente.

    La chiave è nella continuità lavorativa, nell’assenza di precedenti penali e nella rete sociale creata nel contesto italiano.

    Il terzo provvedimento ha infine accolto la domanda di una cittadina marocchina residente in Italia dal 2019, che ha partecipato alla sanatoria del 2020, ha intrapreso percorsi lavorativi regolari ed è oggi autonoma sul piano abitativo ed economico.

    Il Tribunale ha ribadito che la sua vita privata e familiare è ormai interamente costruita in Italia e che l’espulsione sarebbe contraria agli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato italiano.

    Una protezione “sociale”, non “umanitaria”

    La protezione speciale, così come delineata dal decreto legge n. 130/2020 e valorizzata dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 24413/2021, non è una misura discrezionale, ma un vero e proprio diritto soggettivo, attivabile ogniqualvolta vi sia un rischio di compromissione della vita privata e familiare del migrante, in caso di espulsione.

    È una forma di tutela che guarda non al pericolo nel Paese d’origine, ma all’integrazione in Italia.

    Non sostituisce lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria, ma si affianca ad esse, offrendo una risposta giuridica a situazioni consolidate e radicate nella nostra società.

    Integrazione o Reimmigrazione: la linea è tracciata

    Queste decisioni rafforzano il cuore del paradigma che sostengo: integrazione o reimmigrazione.

    Chi ha dimostrato con i fatti di voler diventare parte attiva della comunità italiana – attraverso il lavoro, l’educazione, il rispetto delle regole – deve poter restare, senza incertezza o precarietà giuridica.

    Ma è altrettanto vero che chi rifiuta consapevolmente di integrarsi, chi rimane ai margini per scelta, chi viola sistematicamente le regole del vivere civile, non può vantare un diritto assoluto alla permanenza.

    La protezione non può essere concessa per inerzia, né tollerata come pretesto. Deve essere il premio di un percorso, non una concessione automatica.

    Conclusione

    L’Europa non può più permettersi politiche migratorie senza criteri. Il diritto deve riconoscere chi si è radicato e al contempo prevedere forme ordinate di reimmigrazione per chi non ha alcun legame concreto con il territorio.

    Il Tribunale di Bologna, con queste pronunce, ha scelto la strada del diritto responsabile.

    È tempo che anche la politica europea raccolga il segnale e costruisca norme che garantiscano integrazione reale, sicurezza giuridica e rispetto reciproco.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36), in materia di Migrazione e Asilo

  • L’Italia guida il cambiamento europeo sull’immigrazione: Integrazione obbligatoria o ReImmigrazione

    Articolo a cura dell’Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36), in materia di Migrazione e Asilo

    Nel contesto europeo attuale, attraversato da tensioni sociali e crisi di fiducia nella capacità delle istituzioni di gestire i flussi migratori in modo ordinato ed equo, il recente mini‑summit sull’immigrazione promosso dall’Italia a Bruxelles il 26 giugno 2025 rappresenta un passaggio politico di rilievo. La partecipazione di numerosi Stati membri, tra cui Germania, Grecia, Polonia e Svezia, ha confermato che esiste una convergenza crescente su un’esigenza comune: porre fine alla gestione frammentaria e inefficace del fenomeno migratorio, in favore di un approccio unitario, pragmatico e rispettoso dei diritti.

    In tale scenario, l’Italia non si limita più al ruolo di Paese di primo ingresso, ma si propone come capofila nella costruzione di una nuova visione europea dell’immigrazione. Il Ministro Foti ha rilanciato una linea d’azione fondata sulla cooperazione rafforzata tra Stati membri, sul dialogo strutturato con i Paesi di origine e transito e, soprattutto, sulla necessità di regolare con fermezza l’ingresso e la permanenza sul territorio dell’Unione. Questo cambio di passo non può tuttavia esaurirsi in dichiarazioni politiche o tavoli negoziali, ma deve tradursi in un paradigma operativo e giuridico coerente con i principi dell’Unione e con le esigenze concrete dei cittadini europei.

    In questa prospettiva, il concetto che propongo da tempo – “integrazione o reimmigrazione” – trova finalmente un terreno di legittimazione. È un principio che si fonda su una premessa semplice e rigorosa: lo straniero che viene accolto ha il dovere, non la facoltà, di integrarsi nella comunità che lo ospita. Non si può più tollerare una permanenza indifferenziata e indeterminata sul territorio nazionale per soggetti che, anche dopo anni, non abbiano dato alcuna prova di inserimento, di rispetto delle regole, di partecipazione sociale o di autonomia economica.

    Questo non significa negare i diritti fondamentali. Significa condizionarli, in misura progressiva e proporzionata, al rispetto di un patto sociale implicito: da una parte lo Stato garantisce protezione, servizi e dignità; dall’altra il migrante deve impegnarsi a diventare parte attiva del tessuto collettivo. L’integrazione non può essere più solo un auspicio o una variabile culturale: deve essere un obbligo giuridico, valutabile in base a parametri oggettivi e, in caso di inadempienza strutturale e reiterata, deve poter legittimare misure di reimmigrazione assistita. Non parliamo di espulsioni arbitrarie, ma di un rientro ordinato, concordato, umanamente dignitoso per chi, pur avendo avuto l’opportunità, ha scelto di restare ai margini.

    L’Italia può e deve portare questa visione al centro del dibattito normativo europeo. La sua posizione geopolitica, il suo peso nei flussi mediterranei, la sua esperienza amministrativa e il suo recente protagonismo diplomatico la rendono il soggetto più adatto a farsi promotore di un’iniziativa legislativa che definisca in modo chiaro e vincolante cosa significhi oggi “integrazione” e come debba essere gestito chi, legittimamente, rifiuta di integrarsi.

    Non si tratta di introdurre un sistema punitivo, ma di rendere il diritto coerente con il principio di responsabilità. Il migrante non è solo portatore di bisogni, ma anche di doveri. E le politiche migratorie non possono continuare ad alimentarsi di emergenze, automatismi e illusioni umanitarie. È giunto il momento di fissare regole chiare, esigibili, eque, per tutti. La reimmigrazione, in questa visione, non è uno stigma, ma un atto razionale e necessario per restituire credibilità al sistema e stabilità alle nostre società.

    Il vertice del 26 giugno è stato un segnale. Ora serve un progetto. E il paradigma “integrazione o reimmigrazione” può essere la base normativa e culturale su cui costruirlo.

  • GERMANIA: STOP AI RICONGIUNGIMENTI IN ASSENZA DI INTEGRAZIONRE


    Di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

    La Germania cambia passo sull’immigrazione.

    E lo fa nel segno della coerenza giuridica e della responsabilità politica.

    Con l’approvazione da parte del Bundestag della sospensione per due anni dei ricongiungimenti familiari per chi ha ottenuto la protezione sussidiaria, accompagnata dallo stop ai finanziamenti statali alle ONG impegnate nei soccorsi in mare, il governo guidato da Friedrich Merz lancia un messaggio netto, che merita attenzione e rispetto.

    La misura non deve essere letta come un atto punitivo, né tantomeno come una chiusura indiscriminata.

    Al contrario, si tratta di uno strumento equilibrato e razionale per ristabilire un ordine di priorità e offrire un tempo adeguato per l’effettiva integrazione a chi ha ottenuto una protezione che, ricordiamolo, è diversa per natura e finalità dalla protezione complementare.

    La protezione sussidiaria, infatti, ha carattere residuale e temporaneo: è pensata per tutelare persone esposte a gravi rischi nel paese d’origine, ma non puo’ garantire automaticamente un radicamento familiare e sociale in Europa.

    Il principio è semplice e giusto: prima di estendere benefici durevoli come il ricongiungimento, è necessario valutare se vi sia stato un autentico percorso di inserimento sociale, linguistico, culturale e lavorativo.

    Questa sospensione, dunque, non nega un diritto, ma dà tempo al sistema e agli individui per verificare se vi siano i presupposti per una permanenza stabile e responsabile.

    L’Italia e l’Europa intera devono prendere esempio. Serve una riflessione profonda che porti ad abbandonare la logica emergenziale e assistenzialista, per costruire un modello migratorio fondato sull’equilibrio tra doveri e diritti.

    È tempo di introdurre il nuovo paradigma dell’“Integrazione o ReImmigrazione”, che si fonda su tre pilastri:

    1. Chi si integra può restare: attraverso lavoro regolare, conoscenza della lingua, adesione ai valori costituzionali.


    2. Chi non si integra, deve rientrare nel proprio Paese: con dignità, ma anche con fermezza.

    La solidarietà non può più essere disgiunta dal principio di responsabilità. L’immigrazione non è un diritto incondizionato, ma un processo che deve essere gestito nel rispetto delle comunità ospitanti e dei principi dello Stato di diritto.

    Non si tratta di respingere, ma di ristabilire un equilibrio.

    Di dire finalmente che l’accoglienza non è un automatismo, ma un percorso che deve avere un senso, una direzione e – se necessario – anche un termine.

  • GERMANIA: STOP AI RICONGIUNGIMENTI IN ASSENZA DI INTEGRAZIONRE


    Di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

    La Germania cambia passo sull’immigrazione.

    E lo fa nel segno della coerenza giuridica e della responsabilità politica.

    Con l’approvazione da parte del Bundestag della sospensione per due anni dei ricongiungimenti familiari per chi ha ottenuto la protezione sussidiaria, accompagnata dallo stop ai finanziamenti statali alle ONG impegnate nei soccorsi in mare, il governo guidato da Friedrich Merz lancia un messaggio netto, che merita attenzione e rispetto.

    La misura non deve essere letta come un atto punitivo, né tantomeno come una chiusura indiscriminata.

    Al contrario, si tratta di uno strumento equilibrato e razionale per ristabilire un ordine di priorità e offrire un tempo adeguato per l’effettiva integrazione a chi ha ottenuto una protezione che, ricordiamolo, è diversa per natura e finalità dalla protezione complementare.

    La protezione sussidiaria, infatti, ha carattere residuale e temporaneo: è pensata per tutelare persone esposte a gravi rischi nel paese d’origine, ma non puo’ garantire automaticamente un radicamento familiare e sociale in Europa.

    Il principio è semplice e giusto: prima di estendere benefici durevoli come il ricongiungimento, è necessario valutare se vi sia stato un autentico percorso di inserimento sociale, linguistico, culturale e lavorativo.

    Questa sospensione, dunque, non nega un diritto, ma dà tempo al sistema e agli individui per verificare se vi siano i presupposti per una permanenza stabile e responsabile.

    L’Italia e l’Europa intera devono prendere esempio. Serve una riflessione profonda che porti ad abbandonare la logica emergenziale e assistenzialista, per costruire un modello migratorio fondato sull’equilibrio tra doveri e diritti.

    È tempo di introdurre il nuovo paradigma dell’“Integrazione o ReImmigrazione”, che si fonda su tre pilastri:

    1. Chi si integra può restare: attraverso lavoro regolare, conoscenza della lingua, adesione ai valori costituzionali.


    2. Chi non si integra, deve rientrare nel proprio Paese: con dignità, ma anche con fermezza.

    La solidarietà non può più essere disgiunta dal principio di responsabilità. L’immigrazione non è un diritto incondizionato, ma un processo che deve essere gestito nel rispetto delle comunità ospitanti e dei principi dello Stato di diritto.

    Non si tratta di respingere, ma di ristabilire un equilibrio.

    Di dire finalmente che l’accoglienza non è un automatismo, ma un percorso che deve avere un senso, una direzione e – se necessario – anche un termine.

  • Perché la detenzione amministrativa è (ancora) necessaria nel nuovo paradigma della Reimmigrazione

    Mentre alcune organizzazioni – come le ACLI Nazionali nel webinar del 27 giugno 2025 “In viaggio con Marco Cavallo” – propongono l’abolizione totale dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) e della detenzione amministrativa, è necessario affermare con chiarezza una posizione differente: la detenzione amministrativa non solo è legittima, ma resta uno strumento indispensabile in un sistema migratorio fondato sul binomio integrazione o Reimmigrazione.

    Uno strumento di necessità, non di abuso

    La detenzione amministrativa degli stranieri irregolari o non cooperanti con le procedure di rimpatrio non va letta come una forma di repressione, ma come un passaggio tecnico e giuridico per dare efficacia concreta ai provvedimenti di allontanamento. Senza una misura coercitiva legittima, lo Stato rimane paralizzato nella sua funzione essenziale di garantire l’ordine giuridico, i confini e la sovranità decisionale.

    Il rimpatrio volontario è sempre auspicabile, ma la Reimmigrazione richiede anche strumenti obbligatori, quando l’interesse pubblico prevale.

    Diritti sì, ma senza negare la funzione dello Stato

    Chi propone l’abolizione dei CPR dimentica che la detenzione amministrativa è prevista e regolata sia dalla normativa nazionale (art. 14 del D.Lgs. 286/1998) sia da quella europea (Direttiva 2008/115/CE – c.d. “direttiva rimpatri”).

    La Corte di Giustizia dell’UE ha più volte affermato la legittimità della detenzione ai fini del rimpatrio, purché proporzionata, motivata, soggetta a controllo giurisdizionale e rispettosa dei diritti fondamentali.

    Nel paradigma della Reimmigrazione, questa detenzione assume un nuovo significato: è l’estrema ratio per chi, dopo aver avuto accesso a misure di integrazione, ha rifiutato il percorso, ha commesso gravi violazioni o ha mostrato inadempienza strutturale. In tali casi, non è lo Stato a fallire, ma lo straniero a sottrarsi al patto d’integrazione.

    Il giusto processo come pilastro di garanzia

    Chi teme derive autoritarie dimentica che la detenzione amministrativa è già sottoposta a controllo giurisdizionale del Giudice di Pace entro 48 ore, con possibilità di difesa e assistenza legale.

    Una riflessione da chi ha vissuto anche “dall’altra parte”

    Parlo con cognizione di causa: ho collaborato per anni come consulente per il Patronato ACLI Immigrazione di Bologna, dove ho assistito centinaia di stranieri nei percorsi di regolarizzazione, ricongiungimento familiare e protezione. Proprio questa esperienza diretta mi ha insegnato che il sistema può funzionare solo se è chiaro, esigente e giusto per tutti, anche nei momenti più delicati come il trattenimento amministrativo.

    Conclusione: non abolire, ma riformare in chiave responsabilizzante

    La proposta di abolizione tout court dei CPR e della detenzione amministrativa è ideologica e scollegata dalla realtà.

    Non tiene conto dell’urgenza di riordinare il sistema migratorio italiano secondo criteri di giustizia sociale, sicurezza e responsabilità.

    Nel paradigma della Reimmigrazione, la detenzione amministrativa resta uno strumento necessario e legittimo, da mantenere e riformare, per garantire l’effettività delle decisioni di rimpatrio e per tutelare un’immigrazione fondata sull’impegno e il rispetto reciproco.

    L’alternativa è l’impunità amministrativa e l’illegalità strutturale.

    Chi rifiuta l’integrazione, deve poter essere riaccompagnato nel proprio Paese – anche coattivamente – nel rispetto delle regole e della dignità umana.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • Il dossier riservato sull’immigrazione: come i servizi segreti italiani percepiscono il fenomeno

    Di Fabio Loscerbo – Avvocato in materia di immigrazione e lobbista registrato (EU Transparency Register ID: 280782895721-36)

    Sicurezza e immigrazione: un legame spesso sottovalutato

    In Italia, il dibattito sull’immigrazione è troppo spesso limitato a una contrapposizione tra accoglienza e respingimento, senza approfondire il livello più delicato: quello della sicurezza nazionale. Eppure, i servizi di intelligence italiani lo monitorano costantemente, come confermato dalle relazioni annuali del DIS, dalle audizioni davanti al COPASIR (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) e dai dossier dell’AISI (Agenzia per la Sicurezza Interna).


    Le relazioni del DIS: cosa dicono

    Le relazioni pubbliche annuali disponibili sul sito del Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica (SISR) segnalano regolarmente che i flussi migratori irregolari rappresentano un ambito di attenzione strategica. In particolare, viene evidenziato:

    • l’infiltrazione di reti criminali internazionali nelle rotte migratorie (Libia, Tunisia, Balcani);
    • la strumentalizzazione del fenomeno migratorio da parte di organizzazioni terroristiche;
    • il fallimento dei meccanismi di integrazione, che può creare sacche di marginalità sociale vulnerabili alla radicalizzazione.

    Fonte:
    Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2023
    https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2024/03/Relazione-2023-SICUREZZA.pdf


    Audizioni riservate e conferme politiche

    Nel corso delle audizioni tenute dal COPASIR, i vertici dell’intelligence hanno confermato che le autorità italiane sono in possesso di informazioni dettagliate sulla natura dei flussi, inclusi:

    • i canali di reclutamento;
    • i costi pagati dai migranti alle organizzazioni criminali;
    • le modalità di sfruttamento nei Paesi di arrivo.

    Fonte:
    Resoconto stenografico audizione del Direttore generale del DIS, Ambasciatore Belloni – 18 aprile 2023
    https://www.camera.it/leg19/126?tab=&leg=19&idDocumento=35&sede=&tipo=


    Quando l’integrazione fallisce, la sicurezza vacilla

    L’elemento più preoccupante – e meno discusso – è quello che collega integrazione e sicurezza. I servizi segreti italiani non parlano solo di “sbarchi” o “numeri”: segnalano la debolezza strutturale delle politiche di inserimento sociale, con particolare riferimento:

    • alla mancata conoscenza della lingua italiana;
    • al rifiuto di norme e valori costituzionali;
    • alla creazione di comunità chiuse e impermeabili.

    In questo contesto, il paradigma proposto (“Integrazione o ReImmigrazione“) non è solo una strategia di inclusione, ma una risposta sistemica ai rischi segnalati dalle istituzioni.


    ReImmigrazione: da principio sociale a strumento di prevenzione

    Il modello “Integrazione o ReImmigrazione” propone un approccio in linea con quanto emerso nelle relazioni istituzionali: chi vuole restare deve dimostrarlo concretamente, attraverso:

    • l’acquisizione della lingua italiana;
    • la frequenza di percorsi formativi e civici obbligatori;
    • l’adesione esplicita ai principi della Costituzione;
    • la piena osservanza delle leggi italiane.

    La permanenza sul territorio non può essere garantita a chi rifiuta ogni forma di integrazione o rappresenta un fattore destabilizzante per l’ordine pubblico e la sicurezza collettiva.


    Conclusione

    I servizi di intelligence italiani non indicano mai soluzioni politiche: si limitano ad analizzare i rischi. Ma il messaggio è chiaro: senza una regolazione rigorosa dell’integrazione, l’immigrazione si trasforma in un fattore di insicurezza.

    Integrazione o ReImmigrazione” rappresenta oggi l’unica proposta coerente con queste analisi, offrendo una risposta giuridica, civile e democratica a una sfida complessa.

  • Germania: quando i migranti diventano anti-migranti. Il paradosso che svela l’integrazione fallita

    Di Fabio Loscerbo – Avvocato immigrazionista e lobbista registrato (EU Transparency Register ID: 280782895721-36)

    In Germania, il dibattito sull’immigrazione ha prodotto negli ultimi anni un fenomeno paradossale. Secondo quanto riportato da Deutsche Welle (“Why one in four immigrants leaves Germany”, 2024) e WeaveNews (“Refugees for Remigration? When immigrants echo the far-right”, giugno 2024), alcuni cittadini con background migratorio hanno manifestato posizioni favorevoli a politiche di remigrazione selettiva, ovvero il ritorno nei Paesi di origine per determinati gruppi di stranieri.

    Si tratta, a tutti gli effetti, di migranti o figli di migranti che assumono posizioni ostili verso altri migranti, invocando la necessità di tutelare la società tedesca da ulteriori arrivi o di distinguersi da coloro che – a loro dire – non si integrano.


    Assimilazione reattiva: il riflesso di un’integrazione debole

    Queste prese di posizione non rappresentano il risultato di un’integrazione riuscita, bensì il sintomo di un’integrazione incompiuta, superficiale o formalmente acquisita ma non sostanziale. In molti casi, la spinta a “prendere le distanze” dagli altri stranieri deriva da:

    • isolamento sociale,
    • percezione di marginalità culturale,
    • frustrazione esistenziale o lavorativa,
    • bisogno di legittimazione pubblica e differenziazione individuale.

    Il risultato è una forma di assimilazione che non radica la persona nei valori democratici, ma la porta ad assumere posizioni iperadattive, reattive o talvolta ideologicamente radicali.


    La proposta ReImmigrazione: un percorso obbligato, non facoltativo

    La soluzione a questa distorsione non può essere né il silenzio né la tolleranza passiva.
    Il paradigma della ReImmigrazione offre una prospettiva diversa:
    non selettiva sul piano culturale, ma rigorosa sul piano della condotta civica.

    Chi desidera restare in Europa, e in particolare in Italia, ha il dovere giuridico e morale di integrarsi.
    L’integrazione è un obbligo, non una scelta discrezionale.

    ReImmigrazione significa:

    • apprendere la lingua nazionale,
    • rispettare le leggi del Paese ospitante,
    • aderire ai principi costituzionali,
    • dimostrare concretamente volontà di inserimento.

    Non è esclusione. È condizionalità civile.


    Una lezione per l’Italia e per l’Europa

    Ciò che oggi accade in Germania deve essere colto come un campanello d’allarme per tutta l’Unione Europea. Anche in Italia emergono, seppur episodicamente, segnali di disorientamento identitario tra giovani di seconda generazione o migranti integrati solo nominalmente.

    Il vuoto normativo e culturale lasciato da un modello di accoglienza privo di vincoli ha generato una coesistenza instabile, fondata più su tolleranza passiva che su reale condivisione.
    È il momento di ricostruire un paradigma fondato su regole certe, percorsi chiari, responsabilità reciproche.

    Solo la ReImmigrazione può offrire questo quadro:
    una via giuridica, politica e culturale per ripensare la cittadinanza non come concessione automatica, ma come esito meritato di un percorso autentico d’integrazione.

  • ReImmigrazione vs. Remigration: A Civil Response to a Radical Problem

    Authored by Fabio Loscerbo, Immigration Lawyer and Registered Lobbyist (EU Transparency Register ID: 280782895721-36)

    In today’s European debate on immigration, dominated by extremes, clarity is urgently needed.
    On one side, we find defenders of unconditional multiculturalism. On the other, rising voices call for mass remigration, often based on ethnic or religious criteria.

    But there is a third path — one that is civil, legal, and coherent with the rule of law:
    It is called ReImmigrazione.


    What is ReImmigrazione?

    ReImmigrazione is a political and legal paradigm built on a simple and democratic principle:

    Those who want to stay must integrate. Those who refuse integration must return to their country of origin.

    Integration is not a cultural preference. It is a legal, linguistic, and civic obligation.
    ReImmigrazione holds that residency and citizenship rights must be conditional upon the effective fulfillment of integration duties.


    Why Remigration is not the solution

    The concept of remigration, promoted by identitarian movements in France, Germany and elsewhere, is often based on collective logic: removing entire groups of immigrants, regardless of their individual behavior.

    This approach:

    • violates constitutional principles,
    • makes no distinction between integrated and non-integrated individuals,
    • and fuels social division and polarization.

    Mass deportation is not only unrealistic — it is also morally and legally unacceptable in democratic societies.


    ReImmigrazione: A legal, not ideological model

    Unlike remigration, ReImmigrazione is not based on ethnicity or religion. It relies on verifiable legal criteria:

    • Proven knowledge of the national language
    • Respect for the Constitution and the law
    • Genuine employment and tax contribution
    • Demonstrated social participation

    Those who reject these duties cannot demand the rights that come with long-term residence.
    ReImmigrazione therefore proposes a return — assisted, legal, and proportionate — for those who refuse or fail to integrate.


    Conclusion: Rights must come with responsibilities

    ReImmigrazione is not extremism.
    It is a proposal of balance, responsibility, and democratic consistency, one that defends national cohesion and republican values.
    It is the civil response to a real problem.

    Because where integration fails, ReImmigrazione is the only alternative.

  • Quando governava Berlusconi: l’unico tentativo normativo serio di regolare l’integrazione

    di Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

    Nel dibattito sull’immigrazione in Italia, è frequente – e spesso fondato – criticare i governi del passato per aver adottato politiche emergenziali, securitarie e frammentate.

    Tuttavia, un dato storico e normativo rilevante sfugge spesso al racconto pubblico: è stato proprio durante il IV Governo Berlusconi (2008–2011) che venne introdotto l’unico strumento giuridico nazionale strutturato con intento sistemico di regolamentare l’integrazione degli stranieri.

    Parlo del cosiddetto Accordo di Integrazione, approvato con D.P.R. 179/2011, su proposta del Ministro dell’Interno Roberto Maroni.


    L’Accordo di Integrazione: struttura e principi

    Introdotto ai sensi dell’art. 4-bis del Testo Unico Immigrazione (D.lgs. 286/1998), l’Accordo di Integrazione è entrato in vigore nel 2012.
    Ha rappresentato – almeno sulla carta – il primo tentativo di condizionare il soggiorno legale non soltanto alla disponibilità di un lavoro o a requisiti economici, ma alla dimostrazione di un impegno culturale e civico.

    Cosa prevede:

    • Sistema a crediti: ogni straniero con più di 16 anni che chiede un permesso superiore a 12 mesi riceve 16 punti iniziali.
    • I punti possono essere persi o guadagnati in base a:
      • livello di conoscenza della lingua italiana (A2),
      • conoscenza della Costituzione e delle istituzioni pubbliche,
      • adempimento di obblighi scolastici per i figli minori,
      • rispetto della legalità e del contratto di soggiorno.
    • Se al termine del periodo di validità i crediti sono insufficienti, può essere negato il rinnovo del permesso di soggiorno.

    Riferimento normativo:
    Decreto del Presidente della Repubblica 14 settembre 2011, n. 179


    Un atto di governo contraddittorio, ma rilevante

    Il dato più interessante, anche dal punto di vista politico, è che questo strumento fu varato da un esecutivo politicamente orientato a contenere e limitare l’immigrazione, non certo a favorirne l’integrazione indiscriminata.

    Eppure, proprio quel governo seppe cogliere un’intuizione giuridica fondamentale: non può esserci convivenza duratura senza un quadro normativo che ponga obblighi positivi di integrazione a carico dello straniero.

    L’Accordo di Integrazione, pur con limiti operativi evidenti (scarsa applicazione, monitoraggio carente, formazione inadeguata), è l’unica misura normativa che ha provato a rendere l’integrazione una condizione giuridica verificabile, e non una generica intenzione.


    Un passo verso il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

    Chi oggi promuove, come noi, il paradigma Integrazione o ReImmigrazione, non può ignorare che le premesse giuridiche sono già contenute proprio in quel decreto del 2011.
    Il modello a crediti, la centralità della lingua e della legalità, la valutazione progressiva della permanenza sul territorio, rappresentano elementi oggi più attuali che mai.

    La differenza è che, rispetto a ieri, oggi occorre:

    • estendere l’Accordo di Integrazione a tutti gli stranieri, non solo ai nuovi arrivati;
    • renderlo vincolante anche per l’accesso alla cittadinanza;
    • prevedere la revoca del soggiorno per chi non rispetta gli obblighi formativi, civici e comportamentali;
    • introdurre un contratto di integrazione multilivello, con obblighi chiari per il migrante.

    Conclusione

    Sotto il IV Governo Berlusconi è stato introdotto il solo strumento giuridico con una visione strutturata dell’integrazione.
    Nonostante il contesto politico restrittivo, si è affermato un principio chiave: restare in Italia non può dipendere solo dal lavoro o dal tempo, ma da un impegno civico misurabile.

    Oggi, a distanza di più di un decennio, è tempo di riattualizzare quell’impianto: non più integrazione facoltativa, ma integrazione come condizione giuridica della permanenza.
    In assenza di ciò, la via deve essere chiara: ReImmigrazione, volontaria o legalmente assistita.

  • La moschea di Bologna e l’imam di TikTok: il caso che svela l’integrazione fallita

    di Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

    Il 22 giugno 2025 il quotidiano Il Tempo ha pubblicato un articolo dal titolo: “Omar Mamdouh, l’imam su TikTok: ‘L’Islam arriverà in tutte le case’”.
    Il pezzo descrive la figura di Omar Mamdouh, noto influencer religioso attivo sui social con il nome “Il vero Islam”, recentemente nominato imam della moschea IQRAA di Bologna. Si tratta di un episodio che va ben oltre il folklore religioso e che impone una riflessione seria sullo stato dell’integrazione in Italia.

    📎 Fonte: Il Tempo, 22/06/2025
    https://www.iltempo.it/attualita/2025/06/22/news/omar-mamdouh-il-vero-islam-tiktok-imam-maranza-fatwa-religione-moschea-bologna-43092568/


    “L’Islam arriverà in tutte le case”: una predicazione incompatibile con la convivenza

    Dalle dichiarazioni riportate nell’articolo emergono affermazioni sconcertanti: Mamdouh invita i musulmani a non celebrare il Natale, definito “una bestemmia”, auspica una separazione netta tra uomini e donne, rigetta apertamente il femminismo e afferma che “l’Islam arriverà in tutte le case”.

    Si tratta di enunciati che non possono essere ridotti a semplici opinioni religiose. Veicolati in modo sistematico e autorevole – ora anche attraverso una posizione di guida spirituale all’interno di una moschea – questi contenuti potrebbero assumere rilevanza penale, soprattutto se letti alla luce degli articoli 604-bis e 604-ter c.p., che puniscono l’istigazione all’odio e alla discriminazione per motivi religiosi.

    Anche qualora non integrassero pienamente una fattispecie delittuosa, resta il fatto che sono profondamente incompatibili con i principi fondamentali della Costituzione italiana, tra cui la parità di genere, la libertà religiosa, la laicità dello Stato, la dignità della persona.


    Dalla cittadinanza alla disgregazione: quando lo Stato rinuncia a integrare

    Il caso della moschea IQRAA di Bologna dimostra quanto sia fragile l’attuale modello di “integrazione italiana”: si fonda spesso su un’idea puramente documentale, in cui si acquisisce un titolo giuridico – permesso di soggiorno o cittadinanza – senza alcuna verifica sostanziale della condivisione dei valori comuni.

    Ma il problema non riguarda solo i “nuovi cittadini”: riguarda tutti gli stranieri presenti sul territorio nazionale, anche regolarmente soggiornanti, che non abbiano mai intrapreso un percorso di integrazione effettiva.
    E mentre la Repubblica abdica al proprio compito educativo, nascono figure che – dall’interno delle nostre istituzioni religiose – diffondono visioni parallele, etnicamente chiuse, contrarie al patto costituzionale.


    Il paradigma necessario: Integrazione o ReImmigrazione

    Per questo, su reimmigrazione.com da tempo proponiamo una riforma radicale: Integrazione o ReImmigrazione.
    Chi vuole risiedere stabilmente in Italia, cittadino o straniero che sia, deve dimostrare concretamente:

    1. Inserimento lavorativo legale e continuativo
    2. Adeguata conoscenza linguistica e culturale
    3. Adesione sostanziale ai principi costituzionali

    Non si tratta di discriminare, ma di ristabilire la reciprocità dei doveri, condizione imprescindibile per la convivenza in una società democratica.


    Cosa deve fare lo Stato

    Il caso Mamdouh impone scelte chiare. Tra le misure necessarie:

    • Introduzione di contratti di integrazione vincolanti, anche per i rappresentanti religiosi;
    • Controlli sui contenuti diffusi nei luoghi di culto, soprattutto quando entrano in contrasto con l’ordinamento;
    • Trasparenza obbligatoria dei finanziamenti esteri alle strutture religiose;
    • Previsioni di revoca della cittadinanza o del permesso di soggiorno in caso di gravi violazioni dell’ordine costituzionale.

    Conclusione: la convivenza non è automatica

    L’imam di TikTok rappresenta una sfida concreta alla coesione nazionale. Non perché professa una fede diversa, ma perché la interpreta in senso assolutista, ideologico, separativo.
    L’Italia ha il dovere di garantire la libertà religiosa, ma anche quello – non meno importante – di impedire che tale libertà venga usata per minare le basi della Repubblica.

    Se l’integrazione viene ignorata, resta una sola via per tutelare la comunità: la reimmigrazione volontaria o assistita di chi rifiuta di condividere i valori comuni.

  • Non è xenofobia, è stanchezza sociale. Il vero problema è l’integrazione assente

    di Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

    Il 13 giugno 2025, sulle colonne di la Repubblica, Luigi Manconi firma un articolo dal titolo emblematico: “Cittadinanza, come ci siamo svegliati xenofobi”. Un testo che, come spesso accade nei circoli intellettuali progressisti, attribuisce alla società italiana un rigurgito di razzismo di massa, insinuando che l’opinione pubblica sia affetta da un crescente rifiuto ideologico dello straniero. Il bersaglio è chiaro: chiunque sollevi dubbi o critiche sulla gestione dell’immigrazione viene tacciato di intolleranza.

    Ma la realtà, purtroppo per Manconi, è ben più concreta e difficile da liquidare con etichette morali.


    Il nodo non è la cittadinanza, ma ciò che (non) avviene dopo

    L’assunto implicito dell’articolo è che il riconoscimento formale della cittadinanza sia sufficiente a determinare l’integrazione. Ma ciò che si osserva quotidianamente sul territorio italiano è esattamente l’opposto: il passaggio formale non corrisponde a un cambiamento sostanziale nei comportamenti, nei valori condivisi e nel senso di appartenenza alla società.

    Il vero nodo – ignorato nell’articolo – è che i “nuovi cittadini” sono troppo spesso tali solo su carta. Non parlano la lingua in modo adeguato, non si riconoscono nei valori fondanti della Repubblica, non accettano i principi costituzionali su cui si basa la convivenza democratica. La cittadinanza, senza un percorso serio e verificabile di integrazione civica e culturale, rischia di diventare un atto puramente burocratico, svuotato di senso.


    L’integrazione non è un’opzione: è un dovere

    Il paradigma che proponiamo su reimmigrazione.comIntegrazione o ReImmigrazione – parte da un principio semplice ma cruciale: il diritto a rimanere deve poggiare sul dovere di integrarsi.
    Tre sono i pilastri imprescindibili:

    1. Lavoro legale e continuativo
    2. Conoscenza effettiva della lingua italiana
    3. Rispetto delle regole dello Stato e dei suoi valori

    Senza questi tre elementi, nessun modello di cittadinanza è sostenibile. Al contrario, la permanenza si trasforma in disgregazione sociale, con riflessi che colpiscono soprattutto le fasce più fragili della popolazione italiana: periferie, scuole, sanità pubblica, sicurezza urbana.


    La verità che molti non vogliono dire: la coesistenza è fragile

    I cittadini italiani non si sono “svegliati xenofobi”. Si sono svegliati consapevoli. Dopo trent’anni di accoglienza indiscriminata e integrazione lasciata al caso, iniziano a cogliere i costi di una scelta politica sbagliata: insediamenti etnici, criminalità di strada, ghettizzazione culturale, radicalizzazione.

    Quando il vicino non saluta, il compagno di banco non capisce la lingua, e l’operatore che assiste un genitore anziano non rispetta le norme igieniche o contrattuali, non si genera razzismo, ma esasperazione.


    Conclusione: una cittadinanza fragile produce una società instabile

    È tempo di uscire dalla logica colpevolizzante che vorrebbe ridurre ogni critica all’integrazione a una manifestazione di odio.
    La vera responsabilità è costruire un modello in cui la cittadinanza sia un punto d’arrivo, non un punto di partenza. Dove chi vuole restare, deve dimostrare di voler condividere diritti e doveri. Dove l’accoglienza non è una resa ma una scommessa bilaterale.

    Integrazione o ReImmigrazione: questa è la scelta civile, non ideologica.
    Non è xenofobia. È richiesta di coerenza democratica.

  • Il diritto a restare passa dall’integrazione: l’esempio della Protezione Complementare

    di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato UE n. 280782895721-36

    Nel sistema attuale della protezione complementare si afferma un principio ormai giuridicamente consolidato: il diritto a restare in Italia è subordinato a un percorso individuale di integrazione, che deve essere dimostrato dal richiedente e sottoposto al vaglio dell’autorità giudiziaria.

    Non si tratta più di una mera dichiarazione d’intenti né di un automatismo fondato sulla durata della presenza nel territorio nazionale.

    Al contrario, l’accesso alla protezione complementare richiede una verifica concreta, puntuale, approfondita, del livello effettivo di radicamento personale, familiare e sociale raggiunto dal cittadino straniero. Chi non dimostra di voler appartenere realmente alla comunità nazionale, non può rimanere.

    La giurisprudenza recente: quattro casi, quattro nazionalità, un solo principio

    Le sentenze emesse nel 2025 dal Tribunale Ordinario di Bologna – Sezione Immigrazione costituiscono un importante corpus giurisprudenziale utile a comprendere la direzione in cui si sta muovendo il diritto dell’immigrazione, e confermano in modo uniforme che l’integrazione costituisce condizione giuridica per l’accesso alla protezione.

    • Sentenza R.G. 15841/2023, emessa il 19 maggio 2025: riguarda un cittadino peruviano, il quale ha ottenuto il riconoscimento del diritto al rilascio del permesso per protezione complementare in forza di un radicamento lavorativo e personale ormai consolidato. Il tribunale richiama il principio secondo cui la comparazione tra la situazione in Italia e nel paese d’origine va condotta tenendo conto dell’effettivo inserimento sociale, non solo del lavoro.
    • Sentenza R.G. 12303/2023, emessa il 12 maggio 2025: riconosciuta la protezione complementare a un cittadino marocchino sulla base della sua permanenza pluriennale e del percorso di integrazione svolto, sebbene inizialmente sottovalutato dalla Commissione territoriale. Il giudice sottolinea che non è sufficiente la presenza fisica, ma serve una prova concreta della partecipazione alla vita sociale.
    • Sentenza R.G. 8632/2024, emessa il 28 gennaio 2025: il tribunale riconosce la protezione a un cittadino tunisino con lavoro stabile, buona conoscenza della lingua italiana, e un tessuto relazionale basato su frequentazioni e responsabilità familiari. La sua condizione personale viene valutata in relazione al rischio di sradicamento e deprivazione del diritto alla vita privata e familiare garantito dall’art. 8 CEDU.
    • Sentenza R.G. 8636/2023, emessa il 16 aprile 2025: riguarda una donna albanese, madre e coniuge, priva di occupazione ma stabilmente presente sul territorio e pienamente inserita nella rete scolastica e domestica familiare. Il tribunale valorizza la “vita familiare effettiva” come criterio autonomo e sufficiente, confermando l’orientamento per cui la protezione può essere concessa anche in assenza di requisiti lavorativi se ricorrono condizioni familiari significative.

    La protezione complementare come verifica giudiziale dell’integrazione

    A emergere da queste decisioni è l’immagine di un giudice della protezione che assume il ruolo di valutatore dell’integrazione individuale. Non si limita ad accertare la presenza di elementi formali o l’assenza di pericoli nel paese d’origine: verifica, caso per caso, il grado di inserimento reale del richiedente nel contesto sociale italiano.

    Tale verifica coinvolge:

    • la lingua parlata e compresa;
    • il lavoro svolto (anche irregolare, se sintomatico di autonomia);
    • le relazioni personali e familiari in Italia;
    • la durata della permanenza;
    • la assenza di legami significativi col Paese d’origine.

    Il parametro giuridico non è più l’astratta vulnerabilità, ma la concreta incompatibilità tra l’integrazione raggiunta e l’imposizione di un rimpatrio.

    Integrazione o ReImmigrazione: la nuova frontiera normativa

    La giurisprudenza mostra chiaramente che non si può più rimanere in Italia senza integrarsi. Questo implica una ridefinizione del concetto stesso di “diritto al soggiorno”.
    Non è più sufficiente vivere nel territorio nazionale: è necessario appartenere, secondo criteri valutabili, a una comunità sociale e giuridica.

    È in questa prospettiva che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”:

    • chi percorre volontariamente un cammino di integrazione ha titolo per restare;
    • chi non lo fa o lo rifiuta, deve affrontare un rientro assistito o obbligato nel Paese d’origine.

    Non si tratta di discriminazione, ma di coerenza costituzionale: i diritti possono essere garantiti solo a chi rispetta i doveri fondamentali di partecipazione alla vita comune. L’integrazione non è un’astrazione: è un dovere civile.

    Conclusioni: un diritto condizionato alla responsabilità

    Le sentenze analizzate dimostrano che la protezione complementare, lungi dall’essere una scorciatoia amministrativa, è diventata lo spazio giuridico in cui si valuta la volontà concreta di integrarsi.
    Chi si inserisce, partecipa, rispetta le regole e costruisce legami ha diritto alla protezione.
    Chi non lo fa, non può più invocare una permanenza incondizionata.

  • Trent’anni di (non) integrazione: una lettura alternativa al 30° Rapporto ISMU

    di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato ID UE 280782895721-36

    Nel marzo 2025 è stato pubblicato il 30° Rapporto sulle Migrazioni della Fondazione ISMU (https://www.ismu.org/convegno-presentazione-30-rapporto-sulle-migrazioni-2024/) , un documento di straordinaria importanza per comprendere l’evoluzione dei flussi migratori e delle politiche di integrazione in Italia.

    Il Rapporto fotografa, con l’abituale rigore statistico, la realtà di un Paese che, da terra di emigrazione, è diventato polo attrattivo per milioni di cittadini stranieri. Ma proprio quella stessa fotografia impone una riflessione critica: a trent’anni dall’inizio dell’“immigrazione di massa”, possiamo davvero parlare di un’integrazione riuscita?

    La risposta, se si osserva la realtà senza paraocchi ideologici, è negativa.

    I dati confermano una presenza radicata e duratura, ma l’integrazione effettiva è rimasta spesso un miraggio.

    Ecco perché oggi è necessario proporre un nuovo paradigma: non più l’integrazione come promessa indefinita e ideologica, ma l’integrazione come dovere misurabile, il cui mancato assolvimento comporta l’alternativa: la ReImmigrazione.

    Il mito della crescita “strutturale”

    Secondo ISMU, al 1° gennaio 2024 gli stranieri regolarmente presenti in Italia erano circa 5,8 milioni, con un aumento netto di oltre 150.000 unità in un solo anno.

    L’analisi evidenzia che l’immigrazione è ormai strutturale, stabile, radicata nei territori.

    Ma ciò che il rapporto non approfondisce – o solo marginalmente – è il grado effettivo di integrazione culturale, civica e linguistica di queste persone.

    Perché se è vero che molti lavorano, pagano le tasse, mandano i figli a scuola, è altrettanto vero che:

    • l’abbandono scolastico tra i minori stranieri è superiore alla media nazionale;
    • i reati in alcune fasce giovanili immigrate sono in crescita;
    • l’uso della lingua italiana in famiglia è spesso marginale anche dopo molti anni;
    • la partecipazione civica, politica e associativa resta bassa.

    L’errore è stato confondere la permanenza con l’integrazione.

    Una lunga storia di rimozione

    Dal 1990 in poi, ogni governo ha affrontato il tema dell’integrazione come emergenza burocratica, non come strategia culturale e istituzionale.

    La legge Turco-Napolitano (L. 40/1998) aveva introdotto il “contratto di soggiorno” e le prime forme di programmazione, ma mancava di obblighi reali. La successiva legge Bossi-Fini (L. 189/2002) ha irrigidito gli ingressi, ma senza dare un senso compiuto all’integrazione. Il “Pacchetto sicurezza” del 2009 e il D.L. 130/2020 (governo Conte II) hanno solo sfiorato il tema.

    Nel frattempo, si è preferito delegare l’integrazione al mondo del volontariato, delle scuole, dei sindaci, delle associazioni. Una politica assente che ha permesso una narrazione tossica: chiunque soggiorni stabilmente sarebbe “integrato” per definizione.

    Ma è proprio questa concezione che ha fallito. È il momento di riscrivere le regole del gioco.

    L’alternativa: integrazione come dovere, ReImmigrazione come conseguenza

    La proposta che porto avanti – anche come avvocato esperto in diritto dell’immigrazione e come lobbista registrato presso l’UE – è chiara: non può esserci integrazione senza criteri oggettivi e obblighi misurabili. L’integrazione non è un’opzione, ma un dovere civile e personale.

    Tre i pilastri:

    1. Lingua: obbligo di raggiungere un livello B1 in italiano entro un triennio.
    2. Lavoro: attività lavorativa regolare e continuativa o comprovata autosufficienza.
    3. Legalità e civismo: nessuna condanna penale, partecipazione ad attività formative o civiche.

    Chi non raggiunge questi obiettivi, nonostante il sostegno pubblico, non può rimanere. Non per punizione, ma per coerenza. Questo è il senso della ReImmigrazione: un ritorno assistito, dignitoso, volontario o accompagnato, per chi rifiuta di integrarsi o ne è strutturalmente incapace.

    Una proposta per riformare l’approccio nazionale

    A trent’anni dal primo Rapporto ISMU, è giunto il tempo di:

    • modificare l’Accordo di Integrazione (art. 4-bis T.U. Immigrazione), rendendolo vincolante e valutato annualmente;
    • creare un Registro nazionale digitale degli adempimenti integrativi, interoperabile con Inps, Inail, Anagrafe e Ministero dell’Interno;
    • prevedere meccanismi di ReImmigrazione, fondati su accordi bilaterali con i Paesi d’origine, mirati e controllati.

    Questo non è estremismo. È buon senso giuridico. È responsabilità democratica. È la sola alternativa a una convivenza imposta e disfunzionale, che produce marginalità, criminalità e insicurezza.

    Conclusione

    Il Rapporto ISMU racconta trent’anni di numeri. Ma l’Italia non ha bisogno solo di dati. Ha bisogno di regole chiare, di responsabilità condivise, di una visione che metta al centro la coerenza tra diritti e doveri.

    L’integrazione può funzionare solo se diventa condizione per la permanenza, non automatismo. E per chi non rispetta questa condizione, deve esistere una via d’uscita ordinata, umana, ma obbligatoria: la ReImmigrazione.

  • Dall’asilo alla selezione: il tramonto dei diritti e la proposta del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

    Negli ultimi mesi, l’Europa ha assistito a un irrigidimento delle politiche d’asilo. Austria, Germania, Francia e Italia stanno prendendo in considerazione misure restrittive: limiti alla ricongiunzione familiare, procedure accelerate di respingimento e persino centri offshore. Il riferimento esplicito è al “modello britannico”, poi abbandonato per via degli ostacoli legali e costituzionali. A questo si aggiunge il modello italiano dell’accordo con l’Albania. Ma la vera domanda è: dove stiamo andando?

    1. Il modello britannico e il contagio europeo

    Nel Regno Unito, il “Rwanda Scheme” – che prevedeva la deportazione forzata dei richiedenti asilo verso uno Stato terzo – è stato smantellato dalla Corte Suprema, che lo ha ritenuto contrario al diritto internazionale. Nonostante ciò, molti Paesi europei stanno replicando quell’impostazione: dalla moltiplicazione dei Paesi sicuri ai respingimenti immediati, fino all’esternalizzazione delle domande d’asilo fuori dal territorio UE.

    La Commissione Europea, con il nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, promuove un sistema di rimpatri automatizzati e centri trattenuti di frontiera. Ma le Corti nazionali e la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE hanno già espresso forti riserve.

    2. Le iniziative nei singoli Paesi

    • Austria: sospensione temporanea dei ricongiungimenti familiari per migranti a causa della saturazione del sistema di accoglienza.
    • Germania: proposta di blocco alle ricongiunzioni per beneficiari di protezione sussidiaria.
    • Francia: tentativi di riforma restrittiva, parzialmente annullati dal Consiglio costituzionale.
    • Italia: adozione di misure accelerate e valutazioni su accordi bilaterali (come con l’Albania), in un clima di progressivo svuotamento delle garanzie.

    3. Il problema di fondo: da diritto a utilità

    Il passaggio è evidente: dal diritto soggettivo di chi fugge a un conflitto o a una persecuzione, si passa al criterio della “funzionalità sociale”. Se sei “utile”, puoi restare; altrimenti no. Una logica inaccettabile sul piano costituzionale e pericolosa sul piano sociale.

    La protezione non può essere condizionata da valutazioni economiche, né ridotta a permesso premio per chi produce reddito.

    4. Integrazione o ReImmigrazione: un paradigma necessario

    L’alternativa è il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: un modello che si basa su un patto bilaterale tra migrante e Stato ospitante. Il diritto a rimanere in Europa dovrebbe dipendere da:

    • Apprendimento della lingua e dei principi costituzionali;
    • Rispetto delle norme e delle istituzioni;
    • Dimostrazione concreta di voler partecipare alla vita della comunità.

    Chi non soddisfa questi elementi non va criminalizzato, ma va accompagnato con dignità in un percorso strutturato e ordinato di ritorno nel Paese d’origine. Questa è la ReImmigrazione, come alternativa civile al caos dell’irregolarità o alla rigidità dell’espulsione cieca.

    5. Le restrizioni viste con occhi diversi: il modello Albania come opportunità condizionata

    Non tutte le esternalizzazioni vanno respinte in blocco. Il cosiddetto modello Albania, ad esempio, può rappresentare una soluzione di gestione alternativa, purché rispettosa delle garanzie procedurali, del diritto di difesa e del principio di non-refoulement. L’importante è che sia inserita in un quadro bilaterale chiaro, trasparente e verificabile.

    Tuttavia, senza un sistema interno che favorisca e monitori l’integrazione, e senza un meccanismo di ReImmigrazione ben articolato, simili modelli rischiano di diventare strumenti isolati e iniqui. Non è l’accordo con Tirana ad essere di per sé sbagliato: è l’assenza di una politica strutturale che distingue tra chi si integra e chi rifiuta di farlo, a minare la legittimità complessiva del sistema.

    6. Conclusione: quale futuro per l’asilo?

    Il diritto d’asilo ha senso solo se inserito in un progetto politico coerente, dove accoglienza e doveri si bilanciano. Oggi l’Europa vive una crisi di coerenza, più che una crisi migratoria. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” può offrire una bussola giuridica, politica e civile. Non si tratta di chiudere le porte, né di spalancarle senza criterio: si tratta di scegliere chi vuole davvero far parte della nostra comunità, e accompagnare chi non intende farlo verso un ritorno umano, regolato, dignitoso.


    🔗 Fonti utili:


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato – ID Trasparenza UE: 280782895721‑36

  • Quando l’economia ferma le espulsioni: cosa ci insegna il caso USA

    Negli Stati Uniti, nei giorni scorsi, è accaduto qualcosa che merita attenzione.

    L’amministrazione Trump – contrariamente alla linea dura più volte annunciata – ha ordinato una sospensione temporanea dei raid dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) nei luoghi di lavoro. In particolare, la pausa riguarda tre settori strategici: l’agricoltura, la ristorazione e l’industria alberghiera.

    Perché questa inversione di rotta? Non per motivi umanitari. E nemmeno per un cambiamento nella visione della gestione dei flussi migratori. Semplicemente, si è riconosciuto che l’economia americana non può permettersi di perdere quella parte – silenziosa ma indispensabile – di forza lavoro costituita da milioni di immigrati irregolari.

    In altre parole: si bloccano le espulsioni perché “servono braccia”.

    Questo episodio, che si presta a molte letture, rappresenta un caso emblematico dei limiti strutturali del paradigma utilitarista in tema di immigrazione.

    Se l’unico criterio con cui si regola la presenza degli stranieri sul territorio è quello della produttività, si crea un sistema profondamente ipocrita e instabile.

    Da un lato si dichiarano principi di legalità, ordine pubblico e lotta all’immigrazione illegale. Dall’altro, si sospendono i controlli quando queste stesse persone diventano necessarie per far funzionare i campi, le cucine e le reception degli hotel.

    È un doppio standard che mina alla base la coerenza dello Stato di diritto. Perché in questo modo i diritti diventano mobili, temporanei, reversibili. E non si parla solo di diritti dei migranti: si parla del diritto di tutti a vivere in un sistema trasparente, equo, affidabile.

    Il problema, però, non è solo americano. Anche in Europa – e in Italia – si assiste da anni allo stesso fenomeno. A fronte di campagne repressive e normative rigide, si tollera in realtà un’enorme quota di irregolarità “funzionale” al sistema produttivo. Poi, ciclicamente, si aprono finestre di regolarizzazione per sanare ciò che si è volutamente lasciato crescere nell’ombra.

    Questa logica va superata.

    Sul sito www.reimmigrazione.com, ho da tempo proposto un paradigma alternativo: “Integrazione o ReImmigrazione”.

    In altre parole: non si resta in Italia perché si è “utili”, ma perché si è integrati.

    E non si viene rimandati indietro perché “non serviamo più”, ma perché non si rispettano le regole, non ci si radica, non si costruisce un patto con la società ospitante.

    Il lavoro è certamente un elemento fondamentale. Ma da solo non può bastare. Occorre un criterio giuridico, etico e identitario. Integrazione significa lingua, rispetto delle leggi, partecipazione civile.

    E chi non si integra, deve tornare nel proprio Paese, secondo un modello di ReImmigrazione regolato, dignitoso, fondato su scelte consapevoli e non su emergenze o tornaconti elettorali.

    L’episodio americano, per quanto possa apparire distante, ci riguarda da vicino.

    Perché dimostra che il sistema attuale, basato sulla convenienza, è insostenibile.

    E perché rafforza la necessità di una visione nuova, fondata sulla reciprocità e sulla responsabilità.


    Fonti consultate:

    https://www.axios.com/2025/06/12/trump-immigration-enforcement-farms-hotels

    https://www.reuters.com/world/us/us-immigration-officials-told-largely-pause-raids-farms-hotels-nyt-reports-2025-06-14/

    https://www.reuters.com/world/us/us-immigration-officials-told-largely-pause-raids-farms-hotels-nyt-reports-2025-06-14/


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato – ID Registro per la Trasparenza UE: 280782895721-36

  • Il fenomeno “maranza”: denuncia di un sistema allo sbando e necessità di un nuovo paradigma

    1. Descrizione del fenomeno

    Il termine “maranza”, di origine gergale, indica giovani – spesso di seconda generazione con origini nordafricane – che ostentano comportamenti esibizionistici, provocatori e trasgressivi, con tratti ricorrenti come l’uso di linguaggio volgare, l’abbigliamento vistoso e atteggiamenti minacciosi.

    Nel giugno 2025, una serie di episodi verificatisi in diverse città italiane ha riportato con forza l’attenzione su questo fenomeno. Le segnalazioni più preoccupanti provengono da Verona, dove bande di adolescenti hanno lanciato veri e propri appelli allo scontro, invitando allo scontro con gli ultras locali e annunciando nuove “chiamate” per l’11 giugno:

    2. La prova audiovisiva: i video TikTok

    A documentare la gravità del fenomeno vi sono anche video diffusi su TikTok, alcuni dei quali sono stati salvati per uso documentale e giuridico. In particolare:

    • Un video mostra un gruppo di giovani che incita pubblicamente allo scontro con i tifosi scaligeri, urlando slogan di stampo intimidatorio e invocando la violenza fisica.
    • In un secondo video, uno dei partecipanti lancia una minaccia esplicita e diretta: «stavolta veniamo anche per le vostre figlie», con un linguaggio che trascende l’intimidazione e sconfina in una minaccia sessuale di natura collettiva, lesiva della sicurezza pubblica e dei diritti fondamentali.
    • Un terzo filmato riprende scene di esibizione e provocazione ostentata, con toni di sfida e una retorica di occupazione del territorio urbano da parte di un gruppo etnicamente connotato, che rifiuta apertamente le regole della convivenza.

    Questi contenuti, apparentemente “virali”, rivelano in realtà una strategia di costruzione dell’identità attraverso la sfida all’autorità e la glorificazione della forza, in un contesto dove il controllo istituzionale appare completamente assente.

    3. Fallimento del sistema attuale

    3.1. Impunità e risposta inadeguata

    Le autorità si limitano a dichiarazioni generiche e a controlli estemporanei. Nessun presidio stabile, nessuna strategia coordinata. L’effetto? I protagonisti di queste “chiamate” si sentono intoccabili e agiscono in piena luce, davanti a telecamere e passanti.

    3.2. Disintegrazione educativa

    L’assenza di una cultura condivisa e di un’autorità educativa riconosciuta produce individui scollegati dal contesto in cui vivono. La scuola abdica, le famiglie non riescono, i servizi sociali tacciono.

    4. Il ritorno delle ronde: sintomo e non soluzione

    La reazione spontanea di alcuni cittadini, che organizzano ronde nei quartieri o presidiano le stazioni, è l’inevitabile conseguenza di un vuoto istituzionale. Tuttavia, come segnalato anche a Monza:

    questo tipo di risposta è pericolosa e inaccettabile in uno Stato di diritto: rischia di degenerare in giustizia sommaria o scontro etnico.

    5. Serve un nuovo paradigma: integrazione o ReImmigrazione

    Il sistema attuale ha fallito. Serve un paradigma giuridico e politico nuovo, che superi l’ideologia permissiva e affronti i fatti con lucidità:

    • Integrazione come obbligo concreto, verificabile attraverso scuola, lavoro, rispetto delle leggi.
    • ReImmigrazione come conseguenza, per chi viola sistematicamente le regole, rigetta i valori costituzionali, pone in pericolo la sicurezza pubblica o persiste in condotte antisociali.

    Solo così si potrà garantire:

    • Sicurezza per tutti, italiani e stranieri realmente integrati.
    • Dignità alle istituzioni.
    • Responsabilità a chi vive sul territorio.

    6. Conclusione

    Il “maranza” non è folklore urbano, ma manifestazione di un disagio degenerato in minaccia.

    I video parlano chiaro. Le parole usate – minacce, sessismo, inviti allo scontro – sono inaccettabili in un Paese civile. Il tempo delle scuse è finito.

    Ora servono norme chiare, pene certe e un progetto sociale che dica, senza ambiguità: o ci si integra, o si torna indietro.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID: 280782895721-36

  • Los Angeles sotto assedio: raid generalizzati e crisi migratoria senza strategia

    Quando manca un paradigma capace di coniugare integrazione e ReImmigrazione

    a cura dell’Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

    La città di Los Angeles è diventata, in questi giorni, l’epicentro di uno scontro durissimo tra autorità federali e istituzioni locali sul tema dell’immigrazione. A partire dal 6 giugno 2025, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), con il supporto operativo di HSI, ATF e DEA, ha lanciato una serie di raid coordinati su larga scala in tutto il territorio metropolitano.

    Non si tratta di operazioni mirate contro singoli soggetti in posizione irregolare. Al contrario: siamo di fronte a retate estese, indiscriminate, condotte in settori economici ad alta densità migrante, come il Fashion District, i magazzini della logistica, i cantieri edili e i centri per il reclutamento giornaliero di manodopera.

    Testimonianze video: la realtà documentata

    Si riportano tre video diffusi su TikTok che documentano l’intensità dei blitz e la militarizzazione del tessuto urbano:


    Il conflitto istituzionale
    Il presidente Trump ha disposto il dispiegamento di 2.000 soldati della National Guard sotto autorità federale, ignorando l’opposizione del governatore Gavin Newsom.
    È uno scontro tra sovranità statale e potere federale che evidenzia l’assenza di una visione strategica comune.


    La crisi di paradigma
    Questi eventi dimostrano l’assenza di un modello migratorio capace di distinguere e decidere:

    chi vuole integrarsi va accompagnato e sostenuto;

    chi rifiuta le regole deve essere riportato nel proprio Paese in modo dignitoso, ma fermo.

    Integrare e rimpatriare non sono opzioni alternative: sono funzioni complementari.
    Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione nasce per dare struttura, direzione e legittimità a questa distinzione, colmando il vuoto attuale che genera confusione nei diritti e abusi nei controlli.


    Un messaggio anche per l’Europa

    L’Unione Europea è a rischio di replicare dinamiche analoghe.

    Senza un quadro normativo capace di combinare responsabilità e garanzie, l’alternativa sarà tra l’abbandono del controllo o la repressione irragionevole.


    Conclusione

    Los Angeles ci consegna un’immagine chiara: dove manca una visione, resta solo il disordine.
    Il modello ReImmigrazione è l’unico in grado di tenere insieme:

    legalità e umanità,

    diritti e doveri,

    accoglienza e fermezza.

  • Attuare davvero l’Accordo di Integrazione: da documento formale a strumento strategico

    di Fabio Loscerbo – lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

    L’Accordo di integrazione, previsto dall’art. 4-bis del Testo Unico Immigrazione (D.lgs. 286/1998), rappresenta uno dei pochi strumenti normativi che traduce in obblighi reciproci il principio per cui lo straniero che entra in Italia ha il dovere di integrarsi.

    Si tratta, almeno sulla carta, di un patto tra lo Stato e il cittadino straniero che condiziona il rilascio e la permanenza del permesso di soggiorno alla dimostrazione concreta di avvenuta integrazione: lingua italiana, conoscenza delle istituzioni, obblighi fiscali, educazione scolastica dei figli, rispetto della legge.

    Tuttavia, l’esperienza giuridica e la prassi amministrativa dimostrano che questo strumento è rimasto in larga parte inapplicato o utilizzato in modo meramente simbolico. È giunto il momento di cambiare.


    Un meccanismo potenzialmente efficace, mai pienamente attuato

    La logica dell’Accordo è chiara: lo Stato attribuisce inizialmente 16 crediti allo straniero, e si riserva di verificarne l’incremento o la decurtazione nel corso del tempo, sulla base di comportamenti virtuosi o inadempienze.

    A fronte di:

    • condanne penali,
    • mancanza di partecipazione alla formazione civica,
    • evasione fiscale o mancata scolarizzazione dei figli,

    lo straniero può perdere crediti, fino a vedersi dichiarato inadempiente e dunque espellibile.

    Ma in concreto:

    • quanti prefetti avviano effettivamente le verifiche biennali?
    • quante decurtazioni vengono realmente notificate e seguite da conseguenze?
    • quante espulsioni sono motivate da inadempimento all’accordo?

    La risposta è impietosa: pressoché nessuna. L’Accordo è stato trasformato da strumento di politica dell’integrazione a foglio da firmare in Questura.


    L’Accordo deve contenere la clausola della Reimmigrazione

    Se si vuole dare piena attuazione al paradigma “Integrazione o Reimmigrazione”, occorre modificare l’Accordo di integrazione affinché non resti un impegno vuoto, ma diventi un contratto giuridicamente efficace.

    Deve essere chiaramente previsto – in forma esplicita e vincolante – che:

    Il mancato soddisfacimento dei requisiti di integrazione previsti dall’Accordo comporta la Reimmigrazione, cioè il ritorno obbligatorio nel Paese d’origine.

    Non si tratta di una minaccia né di un arbitrio, ma di una clausola di responsabilità: chi entra in Italia accetta consapevolmente un impegno. Se lo onora, diventa parte della comunità. Se lo disattende, decade dal diritto di restare.


    Integrazione come dovere: il cuore del nuovo paradigma

    Nel modello “Integrazione o Reimmigrazione”, l’Accordo di integrazione deve essere il perno dell’intera strategia migratoria.

    Non più un documento simbolico, ma un meccanismo contrattuale periodicamente verificato, fondato su tre pilastri:

    1. Lingua italiana: livello A2 effettivo e certificato.
    2. Lavoro legale e contributivo: segno di autonomia economica.
    3. Rispetto delle regole: fedeltà al patto di convivenza civile.

    Proposte operative per rilanciare l’accordo

    Per dare contenuto e forza all’Accordo, è necessario:

    • inserire la clausola obbligatoria di Reimmigrazione per inadempienza;
    • automatizzare le verifiche biennali e creare un’anagrafe nazionale dei crediti;
    • coinvolgere le istituzioni scolastiche, sanitarie e fiscali nella valutazione dell’integrazione;
    • sospendere il rinnovo del permesso in caso di punteggio insufficiente, salvo casi documentati di forza maggiore;
    • legare il permesso di lungo periodo e la cittadinanza al pieno rispetto dell’Accordo.

    Conclusione: regole chiare per una società coesa

    Attuare davvero l’Accordo di integrazione significa superare la visione emergenziale e passiva dell’immigrazione, per costruire un modello in cui integrazione e responsabilità siano le basi del diritto a restare.

    Lo straniero che firma l’Accordo deve sapere che quel documento non è una formalità, ma un impegno solenne:

    integrare o tornare.

    Solo così l’Italia potrà avere una politica migratoria seria, giusta e sostenibile.

  • Il modello Albania tra critica e realismo: una via concreta per attuare la ReImmigrazione

    di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID: 280782895721-36)

    La recente decisione della Corte di Cassazione italiana di rinviare alla Corte di giustizia dell’Unione europea due questioni pregiudiziali riguardanti il Protocollo Italia-Albania sui CPR ha acceso nuovamente il dibattito sul cosiddetto modello Albania. Questo schema, pensato per trasferire migranti irregolari e richiedenti asilo in attesa di decisione o rimpatrio in centri situati sul territorio albanese, è stato duramente criticato da alcune forze politiche e da parte del mondo giuridico.

    Ma siamo sicuri che rappresenti un “pericolo per i diritti fondamentali”?

    O potrebbe invece costituire una prima applicazione reale del paradigma della ReImmigrazione?

    Una logica coerente: il ritorno governato dopo il fallimento dell’integrazione

    Non mi oppongo al modello Albania. Al contrario: ne intravedo una possibile funzione di concreta attuazione della ReImmigrazione, intesa come fase terminale di un percorso migratorio fallito, e non come strumento punitivo.

    In un sistema che voglia finalmente superare la dicotomia sterile tra accoglienza illimitata ed espulsione inefficace, è legittimo — anzi necessario — dotarsi di strumenti operativi per accompagnare chi non si è integrato verso un ritorno ordinato e assistito. In quest’ottica, i centri esterni al territorio nazionale possono svolgere un ruolo logistico e funzionale determinante.

    Diritti fondamentali e quadro normativo: sì al modello, ma con adeguamenti

    Detto questo, non possiamo ignorare la necessità di coordinare questo strumento con il nostro ordinamento costituzionale e con il diritto dell’Unione europea.

    Le due questioni sollevate dalla Cassazione non sono di poco conto:

    1. La compatibilità con la Direttiva Rimpatri (2008/115/CE) in assenza di garanzie effettive di ritorno;
    2. La conformità con la Direttiva Accoglienza (2013/33/UE) nei casi di richiedenti asilo trattenuti in Albania senza una piena tutela giurisdizionale.

    Il rischio è che il trasferimento albanese venga usato in modo improprio come prolungamento del trattenimento, senza garanzie sufficienti.

    Occorre quindi, senza ambiguità, rafforzare i meccanismi di controllo giurisdizionale, informazione legale e accesso al ricorso.

    Anche dal punto di vista costituzionale, sarà essenziale chiarire quale autorità italiana mantiene giurisdizione sui centri esteri, e come assicurare che il trattenimento rispetti i limiti dell’art. 13 della Costituzione.

    Uno strumento deterrente, se ben costruito

    Al di là dei rilievi giuridici, l’elemento più spesso ignorato è l’effetto deterrente che questo modello può generare.

    Sapere che un ingresso irregolare può comportare un immediato trasferimento in un centro fuori dal territorio europeo cambia radicalmente la percezione del rischio per chi intende aggirare le regole.

    In questo senso, il modello Albania rappresenta un’inversione di tendenza culturale prima ancora che normativa.

    È un segnale: l’Europa non è più un “non-luogo” dove si resta a prescindere; è una comunità giuridica dove si resta se ci si integra.

    Conclusione: migliorare, non smontare

    Il modello Albania è imperfetto, ma non va demolito.

    È un prototipo operativo di ciò che la ReImmigrazione può diventare: non uno slogan ideologico, ma una struttura concreta, inserita in un quadro bilaterale, rispettosa delle garanzie e funzionale a un ritorno ordinato.

    Va certamente migliorato – sul piano procedurale, giurisdizionale e costituzionale – ma rappresenta una risposta concreta alla paralisi del sistema europeo dei rimpatri.

    Se integrato con un serio obbligo di integrazione e criteri oggettivi per valutare il fallimento di tale percorso, potrebbe diventare uno dei pilastri del nuovo paradigma migratorio: Integrazione o ReImmigrazione.

  • Dagli Stati Uniti un segnale forte: nasce l’Ufficio per la Reimmigrazione. Ma senza Integrazione, che senso ha?

    di Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID: 280782895721-36)

    Il 30 maggio 2025 il sito Axios (https://www.axios.com/2025/05/30/state-department-office-of-remigration-restructure) ha pubblicato una notizia che ha attirato immediatamente la mia attenzione.

    L’amministrazione americana, in vista di una riorganizzazione del Dipartimento di Stato, avrebbe in programma la creazione di un Office of Remigration — un Ufficio per la Reimmigrazione.

    È un passaggio tutt’altro che simbolico: per la prima volta un Paese occidentale utilizza esplicitamente il termine reimmigrazione in un contesto istituzionale.

    Come sostenitore del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, non posso che accogliere con interesse questo sviluppo. Ma allo stesso tempo, non posso fare a meno di sottolineare ciò che manca in questa iniziativa: il riferimento esplicito all’obbligo di integrazione come presupposto e giustificazione della ReImmigrazione stessa.

    Cos’è questo nuovo Ufficio?

    Secondo Axios, l’Ufficio verrebbe istituito all’interno del Bureau of Population, Refugees and Migration, ma con una finalità radicalmente diversa: non più accogliere e reinsediare, ma rimuovere. L’obiettivo è chiaro: coordinare in modo più efficace le espulsioni, facilitare i rimpatri attraverso accordi bilaterali, e riorientare le politiche migratorie verso un equilibrio più sostenibile. È una svolta. Ma è solo metà del discorso.

    La ReImmigrazione senza Integrazione non ha senso

    Da tempo sostengo che parlare di ReImmigrazione ha senso solo se prima si afferma chiaramente che ogni migrante ha un dovere di integrazione: imparare la lingua, rispettare le regole, inserirsi in modo attivo nella società che lo accoglie.

    La ReImmigrazione non è una punizione, ma una conseguenza naturale del fallimento o del rifiuto di questo percorso.

    Se manca questo presupposto – se non si definisce cosa si intende per integrazione, se non si stabilisce un quadro normativo che renda misurabile e verificabile tale obbligo – allora la ReImmigrazione rischia di diventare solo un sinonimo elegante di espulsione. Ed è un rischio che non possiamo correre.

    Un segnale da non ignorare in Europa

    La notizia statunitense arriva in un momento in cui in Europa il dibattito è bloccato: da un lato chi invoca accoglienza illimitata, dall’altro chi grida alla chiusura dei confini.

    Entrambe le posizioni, a mio avviso, sono sterili.

    Serve un terzo paradigma, fondato su un patto chiaro tra straniero e Stato ospitante: accoglienza e diritti in cambio di integrazione e doveri. E se il patto viene meno, si deve poter parlare senza tabù di ritorno.

    L’iniziativa americana dimostra che questo approccio è politicamente possibile. Resta da vedere se sarà giuridicamente sostenibile, culturalmente accettabile, e – soprattutto – coerente. E qui entra in gioco l’Europa.

    Conclusione: non basta copiare, serve una visione

    Non basta importare il termine Remigration negli ordinamenti occidentali. Bisogna costruirci intorno un impianto giuridico coerente, eticamente fondato e politicamente presentabile.

    La ReImmigrazione non può essere un’eccezione alla regola: deve essere parte integrante di un nuovo contratto migratorio, in cui si riconosce che lo straniero ha sì dei diritti, ma anche precisi obblighi. E che se questi vengono disattesi, il ritorno diventa una conseguenza logica e legittima.

    Io continuerò a promuovere questo paradigma con forza, nel dialogo con le istituzioni italiane ed europee, affinché la ReImmigrazione sia finalmente riconosciuta non come una parola scomoda, ma come una necessità giuridica e culturale per garantire equilibrio e futuro alle nostre società.

  • Non confondiamo: la ReImmigrazione non è la Remigrazione. Un paradigma nuovo, non un ritorno al passato

    In un recente articolo pubblicato su Sette del Corriere della Sera (https://www.corriere.it/sette/25_maggio_18/remigrazione-una-parola-che-pare-neutra-ma-nasconde-un-elefante-1186a125-99d2-46cb-bfae-defbc1efbxlk.shtml), il termine remigrazione è stato oggetto di un’analisi allarmista, volta a suggerire che dietro tale parola si nasconda un’ideologia regressiva, autoritaria, addirittura razzista.

    Un’operazione retorica che, sotto le apparenze di una denuncia giornalistica, contribuisce a creare confusione tra parole simili solo nella forma, ma radicalmente diverse nella sostanza.

    Chi scrive ha elaborato e proposto un paradigma diverso, nuovo, giuridicamente fondato e compatibile con l’ordinamento democratico e costituzionale: la ReImmigrazione.

    Un modello regolativo che nulla ha a che vedere con la remigrazione intesa come deportazione collettiva o come misura punitiva ispirata da logiche identitarie estremiste.

    La ReImmigrazione: definizione e principi

    La ReImmigrazione è un paradigma fondato su tre pilastri:

    1. L’obbligo di integrazione per chi vuole rimanere stabilmente in Italia, da intendersi come contratto morale e giuridico con la comunità ospitante;
    2. La revoca del diritto a restare per chi rifiuta l’integrazione, in base a parametri misurabili: rifiuto della lingua, della legalità, dei principi costituzionali;
    3. Il ritorno assistito o programmato come esito naturale del mancato rispetto di tale patto, in coerenza con i valori dello Stato di diritto, della proporzionalità e della dignità umana.

    Questo approccio è lontano anni luce dalle semplificazioni ideologiche di chi riduce ogni proposta regolativa a “deriva fascista”. Non è la razza a determinare la compatibilità con la società italiana, ma la volontà concreta di integrarsi, dimostrata nei fatti.

    Rifiutare la ReImmigrazione significa scegliere l’anarchia migratoria

    Chi rifiuta la proposta della ReImmigrazione, in nome di un umanitarismo astratto, in realtà promuove un modello che:

    • Legittima la permanenza anche di chi disprezza le regole della convivenza civile;
    • Trasforma il diritto all’ospitalità in un automatismo irreversibile;
    • Indebolisce i diritti dei cittadini e mina la coesione sociale.

    Parlare di “elefanti nascosti” come fa il Corriere della Sera significa distogliere l’attenzione dai veri problemi: ghettizzazione, disagio urbano, criminalità diffusa, frammentazione valoriale.

    Costruire un nuovo equilibrio tra accoglienza e responsabilità

    La ReImmigrazione non è un ritorno al passato. È una proposta riformista, moderna, fondata su principi giuridici, sulla reciprocità dei doveri e sull’idea che la società italiana ha il diritto di preservare sé stessa e la propria identità democratica.

    Chi entra in Italia deve sapere che non basta “non delinquere”. Deve condividere, partecipare, rispettare. Solo così l’immigrazione può diventare una risorsa. In caso contrario, è giusto — e necessario — che chi rifiuta l’integrazione torni nel proprio paese. È questo il significato profondo della ReImmigrazione.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
    Ideatore del paradigma “ReImmigrazione”

  • Ingresso regolare, integrazione opzionale: le contraddizioni del modello economico di gestione dei flussi migratori

    Nel dibattito pubblico e nella programmazione legislativa italiana, il fenomeno migratorio viene sempre più interpretato attraverso una lente puramente economicista, riducendo l’essere umano a mera forza lavoro.

    Lo si osserva con particolare evidenza nei contenuti del Decreto Flussi 2025, che ha autorizzato l’ingresso di oltre 180.000 cittadini stranieri per motivi di lavoro, distribuiti tra comparti stagionali, subordinati non stagionali e autonomi. A questi si aggiungono quote riservate al settore dell’assistenza familiare, oltre alla possibilità di convertire numerose tipologie di permessi.

    Tuttavia, ciò che colpisce in maniera più netta non è solo la portata numerica del decreto, quanto piuttosto l’assenza assoluta di ogni onere, obbligo o verifica preventiva sull’intenzionalità integrativa di chi entra.

    Nessun vincolo viene richiesto in ordine alla conoscenza della lingua italiana, al rispetto dei valori costituzionali, né tantomeno alla condivisione del modello culturale, sociale e giuridico su cui si fonda la Repubblica.

    L’illusione della sola utilità economica

    Questa impostazione risponde a una logica miope e potenzialmente pericolosa per la coesione sociale: si presume che chiunque lavori, automaticamente si integri. Nulla di più ingenuo. L’esperienza concreta di amministratori locali, operatori sociali e giuristi ci insegna che il lavoro non è di per sé integrazione, e che molti individui, pur presenti regolarmente sul territorio, rifiutano di adattarsi ai principi fondamentali del vivere civile, mantenendo comportamenti incompatibili con i valori fondanti della società italiana.

    L’economicismo migratorio tende a ignorare volutamente queste variabili, ritenendo secondari il rispetto delle regole, l’apprendimento linguistico o l’adesione ai diritti/doveri sanciti dalla nostra Costituzione.

    Si tollera tacitamente che, in cambio di una prestazione lavorativa, si possa accedere al territorio nazionale senza alcun impegno integrativo, quasi che l’Italia fosse un mero contenitore di manodopera piuttosto che una comunità con una propria identità culturale, giuridica e storica.

    La retorica dei “flussi” senza filtri culturali

    Tutto ciò avviene nel silenzio di buona parte delle istituzioni e nel complice allineamento di una classe dirigente convinta che i problemi dell’Italia si risolvano importando forza lavoro. Non si pongono domande su chi entra, perché entra, quale sia il suo progetto di vita in Italia. Non vi è traccia, né nella normativa né nella prassi, di un modello selettivo e orientato all’integrazione, come accade in altri ordinamenti giuridici europei.

    La totale assenza di filtri valoriali comporta il rischio concreto che entrino in Italia soggetti non solo disinteressati all’integrazione, ma potenzialmente ostili ai suoi presupposti.

    Si tollera l’accesso di chi, magari, non ha alcuna intenzione di imparare la lingua, rispettare i diritti delle donne, accettare la parità tra religioni o vivere secondo le regole minime del pluralismo democratico.

    Per paradosso, proprio chi entra irregolarmente – ad esempio attraverso la rotta mediterranea – e presenta una domanda di protezione complementare, è spesso tenuto a dimostrare un percorso concreto di integrazione, poiché solo così può ottenere il riconoscimento del diritto a restare.

    In questi casi, la legge e la giurisprudenza impongono un’istruttoria che valuta l’inserimento lavorativo, la stabilità abitativa, i legami familiari e la partecipazione alla vita sociale.

    È un controllo che non esiste per chi entra con decreto flussi, e che rivela l’assurdità del sistema: chi entra irregolarmente può essere più integrato di chi arriva regolarmente, perché è costretto a dimostrarlo.

    Si assiste così a un corto circuito giuridico e politico: l’ingresso regolare diventa una semplice operazione contabile, priva di criteri qualitativi. L’integrazione diventa opzionale proprio per chi, paradossalmente, dovrebbe esserne il primo destinatario.

    Verso un nuovo paradigma: Integrazione o ReImmigrazione

    Alla luce di quanto sopra, appare evidente l’urgenza di un cambio di paradigma: non è sufficiente regolare gli ingressi in base alle esigenze economiche, occorre subordinarli alla volontà e capacità di integrarsi, secondo principi chiari e condivisi.

    A tal fine, si propone l’adozione di un modello fondato sul principio “Integrazione o ReImmigrazione”, secondo il quale il diritto di permanere sul territorio nazionale deve essere subordinato all’adempimento di precisi obblighi di integrazione: apprendimento della lingua italiana, rispetto delle regole, adesione ai valori repubblicani.

    Non si tratta di negare il bisogno di lavoratori stranieri, ma di definire con chiarezza le condizioni per la loro presenza stabile, evitando di trasformare l’Italia in un territorio di transito, disgregazione o comunitarismo ostile.

    Serve una visione di lungo periodo, fondata sull’equilibrio tra diritti e doveri, tra apertura e identità, tra accoglienza e responsabilità.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
    Ideatore del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

  • La lettera dei nove Paesi UE certifica il fallimento del sistema attuale di gestione del fenomeno migratorio: è tempo di adottare il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

    di Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID: 280782895721-36

    La recente lettera congiunta firmata da Italia, Danimarca, Grecia, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania e Slovacchia e indirizzata alla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, rappresenta un atto politico dirompente. Nel documento, i nove Stati denunciano apertamente il fallimento delle attuali politiche europee in materia di immigrazione e asilo, chiedendo un dibattito urgente anche sui limiti imposti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) al rimpatrio degli irregolari. Il testo completo è consultabile al seguente link: https://www.agi.it/politica/news/2025-05-22/migranti-lettera-italia-e-8-paesi-aprire-dibattito-su-cedu-31534513/.

    Il passaggio più significativo riguarda la mancata integrazione di parte dei migranti. I firmatari della lettera scrivono: “Altri sono arrivati e hanno scelto di non integrarsi, isolandosi in società parallele e prendendo le distanze dai nostri valori fondamentali di uguaglianza, democrazia e libertà.” Questa affermazione rappresenta un’autentica svolta culturale: per la prima volta, l’integrazione – o meglio, la sua assenza – viene riconosciuta come fallimento strutturale del modello attuale.

    Ecco perché è giunto il momento di cambiare paradigma. Non può più essere il solo lavoro a giustificare l’ingresso e la permanenza sul territorio europeo. Il lavoro è semmai un indicatore di avvenuta integrazione, ma non può costituire l’unico criterio. Il nuovo metro dev’essere l’integrazione, fondata su tre pilastri: lavoro, lingua e rispetto delle regole.

    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” rappresenta questa nuova visione: un patto trasparente tra chi arriva e la società che accoglie. Chi si impegna a integrarsi, ne acquisisce diritti. Chi rifiuta, non può rimanere. Nessuna ideologia, nessuna scorciatoia. Solo realtà.

    La lettera dei nove Stati è la conferma che il sistema attuale è giunto al capolinea. Serve un nuovo approccio, onesto, esigente e coerente con i valori europei. Serve il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

  • Integrazione o ReImmigrazione: oltre lo slogan della “remigrazione”

    di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista in materia di Migrazione e Asilo iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID: 280782895721-36)

    Negli ultimi giorni, il termine “remigrazione” ha trovato spazio nel dibattito pubblico, anche grazie alla risonanza del Remigration Summit organizzato a Gallarate il 17 maggio 2025. L’evento ha suscitato reazioni diversificate: da un lato, chi ne apprezza la chiarezza concettuale; dall’altro, chi teme derive incompatibili con l’assetto costituzionale e internazionale.

    A prescindere dalle opinioni ideologiche, è utile interrogarsi su cosa significhi concretamente regolare i flussi migratori in una democrazia fondata sul diritto, e quali strumenti siano davvero idonei a farlo.

    La “remigrazione” e i suoi limiti applicativi
    Il termine “remigrazione”, così come oggi proposto da alcune aree del dibattito politico, richiama l’idea di un ritorno organizzato dei migranti nei Paesi di origine. Si tratta di una visione che risponde al bisogno, sentito da una parte della popolazione, di riappropriarsi di un controllo ordinato sui fenomeni migratori.

    Tuttavia, quando la proposta si traduce nella previsione generalizzata di rientro forzato anche per persone regolarmente soggiornanti o integrate, emergono criticità giuridiche e operative difficili da superare, tanto a livello costituzionale quanto nell’ambito del diritto europeo.

    Per questo motivo, accanto alle parole d’ordine, è necessario costruire paradigmi funzionali, legittimi e sostenibili.

    Integrazione o ReImmigrazione: un modello centrato sulla responsabilità
    Il paradigma che propongo – Integrazione o ReImmigrazione – si basa su un concetto chiave: l’integrazione come dovere e come misura oggettiva della permanenza sul territorio nazionale.

    In questa visione, il lavoro non è più l’unico parametro, ma diventa uno degli indici per valutare il grado di inserimento sociale e culturale. A questo si affiancano:

    la conoscenza della lingua italiana;

    il rispetto delle leggi e delle regole fondamentali della convivenza.

    Chi dimostra di essersi integrato, ha diritto a restare. Chi rifiuta l’integrazione, in modo volontario e reiterato, dovrà invece far ritorno nel proprio Paese. È questo il senso della ReImmigrazione: non una sanzione collettiva, ma una conseguenza logica del mancato rispetto del patto di convivenza.

    Realismo, non ideologia
    Mentre altri approcci si limitano a definizioni rigide e a tratti conflittuali, il paradigma Integrazione o ReImmigrazione si fonda su criteri misurabili e personalizzati, capaci di distinguere tra situazioni concrete e di premiare il merito, non l’origine.

    La sicurezza, la coesione sociale e la dignità della persona possono convivere solo se si afferma un principio chiaro e condiviso: non è la provenienza che decide il diritto a restare, ma il comportamento, l’adesione ai valori democratici e il contributo reale alla società ospitante.

    Conclusione
    Chi oggi propone la “remigrazione” pone questioni legittime sul piano del controllo migratorio. Io propongo una risposta alternativa, che parte dalla Costituzione, dal diritto, dall’esperienza sul campo.
    Integrazione o ReImmigrazione è un paradigma fondato sulla responsabilità individuale, non su classificazioni etniche; è attuabile, perché si basa su regole esistenti; è equo, perché premia chi partecipa, e non punisce chi è semplicemente diverso.

    L’Italia può governare l’immigrazione solo se sceglie la strada della coerenza. E la coerenza, in una democrazia, si costruisce su diritti e doveri.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista in materia di Migrazione e Asilo iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID: 280782895721-36

  • Contro la scorciatoia della cittadinanza: no a un referendum che svuota il senso dell’integrazione

      Il referendum proposto per ridurre da 10 a 5 anni il tempo minimo di residenza legale per ottenere la cittadinanza italiana sembra voler premiare l’integrazione. Ma, in realtà, finisce per svuotarla di significato.
      La cittadinanza non può e non deve essere concessa solo sulla base della permanenza nel territorio, ma dev’essere il punto d’arrivo di un percorso autentico, basato su lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle regole.

      Ridurre il requisito temporale a soli cinque anni significa abbassare l’asticella della responsabilità civica. L’integrazione non è una formalità burocratica: è un processo culturale, sociale e personale che richiede tempo. Una cittadinanza prematura rischia di produrre “nuovi italiani” privi di legami reali con la società, il territorio e le istituzioni.

      Ma c’è di più. Questa proposta sembra rispondere a una logica economicista dell’immigrazione: l’idea che basti trasformare rapidamente gli stranieri in cittadini per stabilizzare forza lavoro, regolarizzare presenze e, soprattutto, rendere inespellibili interi nuclei familiari. Con la cittadinanza al capofamiglia, infatti, diventano automaticamente titolari di diritti anche figli, genitori e fratelli. Una sanatoria indiretta, che rischia di incentivare nuovi arrivi, più che consolidare percorsi autentici di inserimento.

      A questo modello – che trasforma la cittadinanza in uno strumento di gestione demografica ed economica – si deve contrapporre una visione alternativa: quella dell’integrazione responsabile, fondata su tre pilastri concreti (lavoro, lingua, regole) e su un principio chiaro e coerente: integrazione o ReImmigrazione.

      Il concetto di ReImmigrazione prevede che chi rifiuta di integrarsi, non lavora, non rispetta le leggi o non vuole realmente diventare parte della comunità nazionale, debba essere rimandato nel proprio Paese d’origine. L’Italia accoglie chi vuole costruire, non chi pretende senza contraccambiare. E la cittadinanza, in questa visione, è il riconoscimento finale di un patto di convivenza consapevole.

      In conclusione, il referendum in discussione non rafforza i processi di integrazione, ma rischia di svuotarli, riducendo la cittadinanza a un atto formale anziché a un risultato sostanziale.

      Avv. Fabio Loscerbo
      Avvocato e lobbista in materia di Migrazione e Asilo – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36

      • ReImmigrazione vs Remigrazione: superare la retorica e costruire una strategia coerente

        di Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato e Lobbista

        Negli ultimi anni, il termine remigrazione è stato rilanciato da alcune formazioni identitarie e nazionaliste – come CasaPound – come soluzione assoluta a tutte le criticità legate all’immigrazione. Secondo queste posizioni estreme, dovrebbero essere rimpatriati persino gli stranieri nati in Italia, indipendentemente dal loro comportamento o dal grado di integrazione.

        Una simile visione, oltre a risultare giuridicamente inapplicabile e socialmente divisiva, è futile e inefficace. Non distingue, non valuta, non costruisce. Semplicemente espelle, simbolicamente e fisicamente.

        La Remigrazione fine a sé stessa è un vicolo cieco

        Espellere chi è nato in Italia – magari perfettamente integrato – solo in base all’origine etnica dei genitori, non ha alcuna possibilità di trovare applicazione concreta in un sistema costituzionale e internazionale fondato sui diritti umani. È una proposta ideologica che alimenta il conflitto ma non fornisce soluzioni concrete. È retorica travestita da politica.

        La ReImmigrazione è una proposta politica concreta e fondata

        Il concetto di ReImmigrazione, che ho introdotto in ambito giuridico e culturale, si distingue radicalmente dalla remigrazione ideologica.

        Non nasce da un rigetto etnico, ma da un criterio etico e funzionale:

        solo chi si integra pienamente ha il diritto di restare in Italia; chi non si integra o manifesta incompatibilità con i valori e le regole della nostra società, deve essere accompagnato nel Paese d’origine.

        Un’idea fondata sul pensiero di Giuseppe Mazzini

        La ReImmigrazione, così come da me proposta, trova il suo fondamento ideale nel pensiero di Giuseppe Mazzini, padre dell’Italia moderna e promotore dell’idea che la cittadinanza comporta doveri prima ancora che diritti.
        Mazzini concepiva la Nazione come una comunità etica, unita da un patto di valori e responsabilità reciproche. Chi entra a far parte di una comunità nazionale deve abbracciarne il linguaggio, le leggi, il lavoro come impegno collettivo.

        In questo senso, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non è un’esclusione arbitraria, ma l’applicazione coerente di un principio fondativo: la comunità nazionale non è un territorio neutro, ma un corpo vivo che accoglie chi partecipa e si difende da chi rifiuta di farlo.

        Perché la ReImmigrazione funziona (mentre la Remigrazione fallisce)

        🔹 Giuridicamente praticabile: la ReImmigrazione si basa su criteri oggettivi e non discriminatori, quindi compatibili con la Costituzione e con il diritto europeo.

        🔹 Socialmente accettabile: espellere chi rifiuta di integrarsi è condivisibile anche dall’opinione pubblica più moderata.

        🔹 Politicamente sostenibile: evita derive razziste e propone una visione civica del patto di convivenza.


        Chi continua a invocare “remigrazioni totali” propone soluzioni estreme, inapplicabili e controproducenti.
        Chi propone invece la ReImmigrazione disegna un nuovo patto sociale fondato sul rispetto, sul contributo e sull’identità condivisa.

        Non si tratta di escludere per pregiudizio, ma di proteggere la coesione della comunità attraverso una regola semplice: o ti integri, o torni.


        📌 Pubblicato su www.reimmigrazione.com
        Avv. Fabio Loscerbo
        Avvocato e Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID: 280782895721-36

      • Superare la visione economicista dell’immigrazione

        di Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato e Lobbista

        L’articolo pubblicato da Il Bo Live dell’Università di Padova, dal titolo “Tito Boeri: ‘Pensioni, impossibile fare a meno degli immigrati’”, propone con forza un approccio ormai ricorrente e – a mio avviso – profondamente miope: l’immigrazione come strumento per salvare il sistema pensionistico.

        Boeri afferma che:

        “È molto importante che arrivino immigrati e che paghino i contributi. È importante per permettere la sostenibilità del nostro sistema previdenziale. Con la sola natalità italiana, questo sistema non regge”.

        Questa impostazione tradisce una visione puramente utilitaristica del fenomeno migratorio: l’immigrato non è più persona, ma risorsa. Una risorsa numerica, utile a tappare le falle dell’equilibrio demografico e finanziario del Paese.

        Questa visione economicista, portata avanti da decenni da istituzioni accademiche, centri studi, fondazioni bancarie e anche da alcuni settori della politica, ha completamente fallito. L’Italia – che si sarebbe dovuta “salvare” grazie all’immigrazione – oggi è invece attraversata da tensioni sociali, ghetti, lavoro nero, degrado urbano e disgregazione comunitaria.

        È tempo di cambiare paradigma.

        Il nuovo paradigma: Integrazione o ReImmigrazione

        Contro l’ideologia dell’immigrazione come “iniezione contributiva”, serve una regola chiara, semplice, etica: entra in Italia e vi resta solo chi si integra. Chi non si integra, deve essere riaccompagnato nel Paese d’origine.

        L’immigrazione non può essere un diritto incondizionato. È una possibilità, subordinata al rispetto di un triplice dovere:

        1. Imparare la lingua italiana;
        2. Lavorare o darsi da fare per contribuire al Paese ospitante;
        3. Rispettare le regole della convivenza civile.

        Chi non adempie a questi tre criteri, deve essere destinato alla ReImmigrazione. Non espulsione punitiva, ma un principio di razionalità politica: se non condividi o non accetti il patto sociale italiano, torni nel tuo contesto originario.

        Questo è un principio che si fonda su una visione etica dell’appartenenza, non sul cinismo della necessità economica. Un principio che trova radici nel pensiero mazziniano: la cittadinanza e il diritto a far parte di una comunità non possono essere svincolati dal dovere morale di contribuire alla sua crescita e al suo ordine.

        La retorica della necessità: una trappola

        Ridurre il migrante a una “leva contributiva” è pericoloso quanto inefficace. Come se il contributo INPS fosse più importante del rispetto delle leggi o della sicurezza pubblica. Come se bastasse “riempire i buchi” della popolazione senza preoccuparsi della coesione nazionale.

        L’immigrazione può essere una risorsa solo se accompagnata da un progetto serio di integrazione. Altrimenti è solo un’invasione silenziosa tollerata in nome di un feticcio economico.

        Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” segna una rottura netta con la visione che Boeri e altri continuano a promuovere. È tempo di metterlo al centro del dibattito pubblico e delle scelte politiche.


        📌 Pubblicato su www.reimmigrazione.com

        Avv. Fabio Loscerbo
        Avvocato e Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID: 280782895721-36

      • Decreto Flussi: un sistema privo di integrazione che alimenta l’immigrazione economica senza regole

        Con i Decreti Flussi 2024–2025 l’Italia si prepara ad accogliere, in soli due anni, oltre 332.450 lavoratori stranieri, ai quali si aggiungeranno ulteriori ingressi “fuori quota” attraverso la conversione dei permessi stagionali in permessi di lavoro subordinato.
        Un numero impressionante, reso ancor più preoccupante dalla totale assenza di qualsiasi vincolo di integrazione.


        Un modello superato e pericoloso

        La logica che governa il sistema dei Decreti Flussi è rimasta la stessa degli ultimi decenni: l’immigrazione è concepita come mera forza lavoro, come una riserva economica da mobilitare secondo le esigenze contingenti del mercato.
        Non si richiede, né si prevede, che chi entra in Italia:

        • conosca la lingua italiana,
        • comprenda le regole fondamentali della convivenza civile,
        • aderisca realmente ai valori della società che lo ospita.

        L’ingresso è subordinato esclusivamente a un’offerta di lavoro. Nessun controllo, nessuna verifica sull’effettiva capacità di integrarsi.
        Così, anno dopo anno, si crea una massa crescente di persone presenti solo in funzione di necessità economiche, senza alcun vero progetto di integrazione.


        Le conseguenze di questa visione economicista

        Questo approccio produce gravi effetti collaterali:

        • Marginalizzazione sociale: chi non si integra resta ai margini della società, alimentando tensioni, disagio e insicurezza.
        • Precarietà: legare il soggiorno unicamente a un rapporto di lavoro crea condizioni di vita instabili, prive di reali prospettive di inclusione.
        • Crisi della coesione sociale: senza un percorso di integrazione reale, si minano le basi stesse della comunità nazionale.

        È evidente che un modello puramente economico dell’immigrazione è destinato a fallire, lasciando macerie sia per i migranti sia per la società ospitante.


        La necessità di un nuovo paradigma: Integrazione o ReImmigrazione

        È ora di abbandonare definitivamente questa logica miope e sterile.
        Bisogna adottare un nuovo paradigma:
        Integrazione o ReImmigrazione.

        L’Italia deve:

        • accogliere solo chi è disposto a integrarsi pienamente, lavorando, imparando la lingua e rispettando le regole fondamentali della convivenza civile;
        • accompagnare verso la ReImmigrazione chi rifiuta di integrarsi o si dimostra incompatibile con i valori della nostra società.

        Non si tratta di chiusura.
        Non si tratta di respingimento indiscriminato.
        Si tratta di responsabilità: verso gli italiani, verso gli stranieri che desiderano veramente diventare parte della nostra comunità, verso il futuro del nostro Paese.


        Conclusione: il coraggio di cambiare rotta

        Continuare a gestire l’immigrazione come semplice variabile economica significa tradire sia i diritti dei migranti sia la stabilità sociale italiana.
        L’Italia ha bisogno di una politica migratoria fondata sull’integrazione reale, non su sanatorie continue o flussi incontrollati.

        È tempo di voltare pagina.
        È tempo di scegliere: Integrazione o ReImmigrazione.


        Avv. Fabio Loscerbo
        Lobbista in materia di Migrazione e Asilo registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID: 280782895721-36

      • “Integrazione o ReImmigrazione”: il nuovo paradigma conquista spazio anche nel mondo progressista

        La recente pubblicazione del mio articolo “Integrazione o ReImmigrazione” sulla rivista DuepiùDue (https://www.duepiudue.it/opinioni/integrazione-o-reimmigrazione/), voce vicina agli ambienti progressisti, segna un passaggio fondamentale:
        il nuovo paradigma dell’integrazione entra finalmente nel dibattito serio, superando le paure, i tabù e i filtri del politically correct.


        Quando il progresso accetta la sfida reale

        Per anni si è evitato di affrontare apertamente il tema di una integrazione autentica, temendo di ledere la sensibilità collettiva o di essere etichettati come “restrittivi”.
        Oggi, il fatto che DuepiùDue — un luogo di riflessione attento ai diritti e alla solidarietà — ospiti una riflessione sul nuovo paradigma dimostra che non si può più confinare la questione alla teoria o ai margini del dibattito pubblico.

        Affrontare la realtà non significa abbandonare i valori progressisti, ma renderli concreti.


        Il cuore del nuovo paradigma: diritti e doveri

        Nel mio contributo, ho ribadito con forza che l’integrazione non può più essere vista come un evento automatico o scontato, ma come un percorso concreto, basato su:

        • Inserimento lavorativo stabile,
        • Conoscenza adeguata della lingua italiana,
        • Rispetto delle regole fondamentali della convivenza civile.

        Chi si integra pienamente, diventa cittadino di fatto nella comunità che lo accoglie.
        Chi invece rifiuta volontariamente tale percorso, dovrà essere indirizzato, con rispetto e dignità, verso la ReImmigrazione.

        Il nuovo paradigma si fonda su un principio semplice: nessun diritto senza responsabilità.


        Un’apertura culturale che cambia il dibattito

        Il fatto che una rivista progressista dia spazio a questa visione è il segnale di una presa di coscienza più matura:
        l’integrazione autentica è l’unica forma di vera inclusione.

        Non si tratta di respingere. Non si tratta di discriminare.
        Si tratta di costruire una società dove chi entra partecipa e chi partecipa ne condivide le regole.

        Solo così si tutelano davvero i valori di uguaglianza, dignità e giustizia sociale che il progressismo ha sempre rivendicato.


        Conclusioni: la fine dei silenzi

        La pubblicazione su DuepiùDue dimostra che il nuovo paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” ha ormai superato il confine della discussione teorica:
        è diventato un’opzione concreta, una necessità culturale e politica.

        L’epoca dei silenzi, delle paure e dei compromessi verbali è finita.
        È iniziato il tempo della chiarezza, della responsabilità e della costruzione di una società dove diritti e doveri camminano insieme.


        Avv. Fabio Loscerbo
        Lobbista in materia di Migrazione e Asilo registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID: 280782895721-36

        • Rimpatriare tutti gli stranieri irregolari? Un’impresa da 800 anni (anche con i centri in Albania), ma con il nuovo paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” sarà più facile rimpatriare chi fallisce l’integrazione o chi non è compatibile con la società italiana

          Ogni volta che si parla di immigrazione, prima o poi salta fuori la stessa proposta: “Rimpatriamo tutti gli irregolari”.

          Un’affermazione che suona forte, decisa, a tratti anche rassicurante per chi crede che il problema si possa risolvere con un semplice biglietto di sola andata.

          Ma la domanda vera è un’altra: è davvero possibile?

          Per capirlo, dobbiamo partire dai numeri.

          Secondo la Fondazione ISMU, al 1° gennaio 2024, in Italia erano presenti circa 321.000 stranieri irregolari (Fonte:
          https://anci.lombardia.it/dettaglio-news/20252191028-rapporto-sulle-migrazioni-ismu-presentata-la-trentesima-edizione/ ).

          Un numero in calo rispetto agli anni precedenti, anche grazie alla conclusione delle sanatorie e alla diminuzione degli sbarchi.

          Fin qui tutto chiaro.

          Ma quanti di questi irregolari vengono effettivamente espulsi ogni anno?

          I dati parlano chiaro: nel 2024 sono stati rimpatriati 5.389 cittadini stranieri (Fonte:
          https://www.facebook.com/Viminale.MinisteroInterno/photos/sono-5389-i-cittadini-stranieri-rimpatriati-nel-loro-paese-dorigine-nel-2024-un-/558583753818776/).

          Sembra un buon risultato, ma lo è davvero?

          Consideriamo anche che ogni anno, tra sbarchi e ingressi irregolari via terra o per scadenza dei documenti, arrivano in media almeno 5.000 nuovi irregolari.

          Se il ritmo dei rimpatri resta quello attuale, il saldo netto è di appena 389 persone in meno ogni anno.

          Facendo un rapido calcolo:
          321.000 / 389 = circa 825 anni.

          Hai letto bene: più di otto secoli per azzerare la presenza di irregolari, sempre che nel frattempo nessun altro arrivi in Italia senza documenti validi.

          Se anche ipotizzassimo flussi completamente fermi, e mantenessimo i 5.389 rimpatri annui, ci vorrebbero comunque quasi 60 anni.

          A tutto questo si aggiungono le ben note difficoltà operative: identificazione dei soggetti, mancanza di documenti, assenza di accordi bilaterali con i paesi di origine, costi elevati e una macchina burocratica spesso lenta e inefficiente.
          E infatti, secondo ActionAid, dai Centri di Permanenza per il Rimpatrio nel 2023 è stato eseguito solo il 10% degli ordini di espulsione (Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2024/10/25/dai-cpr-rimpatriati-solo-il-10-dei-migranti-con-ordine-di-espulsione_9b76ea57-1cff-4359-8450-7ef5ee04829b.html )

          E i nuovi CPR in Albania?

          Con il Protocollo firmato tra Italia e Albania, il governo ha annunciato la creazione di strutture extraterritoriali italiane in territorio albanese, con la possibilità di trattenere fino a 3.000 migranti contemporaneamente (Fonte:
          https://i2.res.24o.it/pdf2010/S24/Documenti/2024/11/14/AllegatiPDF/PROTOCOLLO-ITALIA-ALBANIA-in-materia-migratoria%20GRIGIO.pdf ).

          In teoria, quindi, si ampliano gli spazi e la logistica, ma da sola questa misura non risolve l’enigma del rimpatrio.

          Il Consiglio dei Ministri ha approvato a marzo 2025 un decreto per destinare quei centri anche ai migranti presenti nei CPR italiani in attesa di espulsione (Fonte:
          https://lespresso.it/c/politica/2025/3/28/governo-meloni-cpr-albania-consiglio-dei-ministri/53512

          Ma l’efficacia è ancora tutta da verificare.

          Perché allora il nuovo paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” può davvero fare la differenza?

          La risposta è semplice: perché lo attuiamo attraverso la procedura della protezione complementare.

          Questa procedura prevede che lo straniero consegni il passaporto alla Questura al momento della domanda.

          Un elemento che può sembrare secondario, ma che in realtà è fondamentale: con il passaporto già in mano, lo Stato può eseguire rapidamente ed efficacemente il rimpatrio di chi fallisce il percorso di integrazione o si rende incompatibile con i principi della convivenza civile.

          Non solo. Questo paradigma ribalta la logica attuale.

          Oggi si parte da un’assenza di controllo, da una situazione di irregolarità a tempo indeterminato.

          Con “Integrazione o ReImmigrazione”, invece, l’immigrazione è condizionata: lavoro, lingua italiana, rispetto delle regole. Chi si integra, resta. Chi non si integra, torna.

          È la prima volta che in Italia si propone un modello di permanenza fondato su criteri chiari e verificabili.

          Un sistema che non si limita a tollerare la presenza dello straniero, ma la condiziona a un effettivo percorso di integrazione, misurato su elementi oggettivi: il lavoro, la lingua, il rispetto delle regole.

          Non più una permanenza passiva e indefinita, ma un soggiorno attivo e responsabilizzante, che restituisce allo Stato la possibilità di gestire l’immigrazione in modo ordinato, trasparente e sostenibile.

          Conclusione

          I numeri parlano chiaro: rimpatriare tutti gli irregolari è un obiettivo impossibile, almeno con gli strumenti attuali.

          Ma questo non significa che dobbiamo rassegnarci all’anarchia migratoria. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” apre una nuova strada, giuridicamente fondata, tecnicamente praticabile, politicamente realistica.

          Una strada che può finalmente conciliare accoglienza e sovranità, diritti e sicurezza.

          Avv. Fabio Loscerbo
          Lobbista in materia di Migrazione e Asilo
          Registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID: 280782895721-36

        • Remigrazione è futile. Serve un nuovo paradigma: Integrazione o ReImmigrazione

          Ho scelto con attenzione le parole che accompagnano lo slogan del mio sito. “Remigrazione è futile. Serve un nuovo paradigma: Integrazione o ReImmigrazione” non è una provocazione, né una presa di distanza ideologica da chi propone la “remigrazione” come soluzione.
          Non è nemmeno una critica nel senso polemico del termine.
          Al contrario, vuole essere un invito alla riflessione, rivolto anche a quegli ambienti che in buona fede, e spesso per reazione a un’immigrazione mal gestita, hanno fatto della remigrazione il fulcro del loro approccio.

          Io credo che il problema sia a monte: sta nel modo in cui abbiamo concepito e raccontato l’immigrazione negli ultimi trent’anni. L’abbiamo letta quasi esclusivamente in termini economicisti, come se lo straniero potesse essere accolto solo se “serve” al mercato. Lo abbiamo ridotto a forza lavoro, a numeri da calcolare in base al PIL, ignorando che prima ancora dell’utilità, viene la compatibilità sociale, il senso di appartenenza, la capacità di vivere insieme secondo regole comuni.

          Ed è qui che il concetto di ReImmigrazione si distingue e si propone come nuovo paradigma.
          Non come alternativa alla remigrazione, ma come suo superamento civile, strutturato, regolato.
          Un modello che non respinge per principio, ma che accoglie chi si integra e prevede il ritorno per chi rifiuta di farlo.
          Un modello che non si fonda sull’identità etnica o religiosa, ma sulla volontà di condivisione, sul rispetto della lingua, delle leggi, della convivenza.

          Perché “remigrazione è futile”

          Quando dico che la remigrazione è “futile”, non voglio dire che sia sbagliata nelle intenzioni.
          Molti che la invocano lo fanno mossi da un’esigenza legittima: ristabilire ordine, tutelare la coesione sociale, arginare gli abusi.
          Il punto è che, nella forma in cui viene proposta, non è attuabile. Non tiene conto della realtà giuridica, dei legami familiari e lavorativi creati nel tempo, delle tutele costituzionali e internazionali. Non risolve il problema, lo sposta.

          Per questo la considero futile: perché è una risposta che non regge alla prova dei fatti, e perché rischia di rimanere confinata in un orizzonte di reazione, anziché aprire a una visione di sistema.

          ReImmigrazione: una proposta per chi vuole davvero cambiare

          Il mio invito è semplice, e rivolto a tutti, anche — e forse soprattutto — a chi oggi sostiene la necessità della remigrazione: cambiamo insieme il paradigma.
          Se vogliamo che l’immigrazione diventi finalmente gestibile e sostenibile, dobbiamo costruire regole chiare, basate su responsabilità reciproche, non su automatismi o ideologie.

          Chi si integra, resta.
          Chi non si integra, torna.

          Questo è il cuore del principio di ReImmigrazione. Non è un espediente ideologico, non è una teoria astratta. È una proposta pragmatica, fondata sul rispetto dei diritti, ma anche sulla tutela della comunità nazionale.

          L’integrazione deve tornare ad essere il centro della politica migratoria, non un effetto collaterale.
          Solo così possiamo superare l’approccio economicista, affrontare il nodo culturale, e ricostruire un patto civico tra cittadini italiani e stranieri.

          La remigrazione come unica risposta è sterile.
          La ReImmigrazione, invece, è una visione strutturata, che riconosce la complessità, ma non si arrende al caos.

          È tempo di scegliere.
          Non tra destra e sinistra, non tra chi accoglie tutto e chi espelle tutto.
          Ma tra chi vuole gestire con serietà, e chi si limita a denunciare.
          Io scelgo la responsabilità.

          Integrazione o ReImmigrazione. È da qui che possiamo ricominciare.

          Avv. Fabio Loscerbo
          Lobbista in materia di Migrazione e Asilo registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID: 280782895721-36

        • Remigrazione o integrazione? Il caso Fersina e la necessità di un nuovo paradigma

          di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID: 280782895721-36


          Il fatto

          Nella notte tra il 18 e il 19 aprile 2025 (https://www.ildolomiti.it/cronaca/2025/remigrazione-subito-blitz-notturno-di-casapound-alla-residenza-fersina-attaccato-uno-striscione-allingresso-non-vogliamo-ne-accoglienza-diffusa-ne-accentrata ) , militanti di CasaPound hanno affisso uno striscione con la scritta “Remigrazione subito” all’ingresso della Residenza Fersina di Trento, struttura che ospita richiedenti asilo.

          L’azione è stata motivata da recenti episodi di tensione all’interno della struttura, tra cui l’incendio doloso di alcuni bidoni. CasaPound ha dichiarato di non volere né accoglienza diffusa né accentrata, ma l’emigrazione totale e senza compromessi di tutti gli immigrati irregolari presenti sul territorio.


          La risposta: il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

          Di fronte a queste polarizzazioni, è necessario proporre un approccio razionale e costruttivo. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si fonda su due pilastri:

          1. Integrazione: per chi dimostra un effettivo radicamento nel tessuto sociale italiano attraverso lavoro, rispetto delle leggi e partecipazione alla vita comunitaria.
          2. ReImmigrazione: per coloro che, pur avendo avuto l’opportunità di integrarsi, scelgono di non rispettare le regole fondamentali della convivenza civile.

          Conclusioni

          Il caso della Residenza Fersina evidenzia la necessità di superare le dicotomie ideologiche e adottare un modello di gestione dell’immigrazione basato su criteri oggettivi e verificabili. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” offre una soluzione equilibrata, che tutela i diritti individuali e garantisce la sicurezza e la coesione sociale.


          Avv. Fabio Loscerbo
          Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID: 280782895721-36
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          • Il valore della protezione complementare nel nuovo paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”A proposito della sentenza del Tribunale di Bologna, R.G. 9465/2024, del 14 aprile 2025

            di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID: 280782895721-36


            Introduzione

            La sentenza n. 935/2025 del Tribunale Ordinario di Bologna (R.G. 9465/2024), emessa in data 14 aprile 2025, costituisce una tappa fondamentale nel processo di consolidamento della protezione complementare come strumento di attuazione del nuovo paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. La pronuncia, emessa dalla Sezione specializzata in materia di immigrazione, ha riconosciuto il diritto al rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale, valorizzando il radicamento effettivo della ricorrente sul territorio nazionale.


            Un paradigma per la gestione razionale dei flussi migratori

            “Integrazione o ReImmigrazione” non è uno slogan, ma una proposta strutturale per riformulare l’intero approccio alle politiche migratorie. L’integrazione, fondata su lavoro, lingua e rispetto delle regole, deve costituire il perno attorno al quale ruotano tutte le forme di protezione. La sentenza in commento dimostra come la protezione complementare possa e debba essere applicata in funzione di un concreto inserimento dello straniero nella società italiana, nonché quale alternativa giuridica praticabile a fronte dell’assenza di requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria.


            Il caso deciso dal Tribunale di Bologna

            La ricorrente, cittadina albanese, aveva visto rigettata dalla Questura di Modena la propria domanda di protezione speciale. Il Collegio giudicante ha invece riconosciuto, sulla base di una valutazione attuale e approfondita, il diritto al rilascio del permesso, rilevando come:

            • la ricorrente abbia stabilmente radicato la propria vita in Italia da circa otto anni;
            • abbia intrapreso e mantenuto un’attività lavorativa regolare, con contratto a tempo indeterminato;
            • conviva con un partner titolare di protezione speciale, condividendo un vincolo affettivo stabile e duraturo;
            • abbia una condotta attuale conforme alla legge, con un percorso di progressiva integrazione anche economica.

            Il Tribunale ha ritenuto, in applicazione dell’art. 19, co. 1.1, TUI e dei principi elaborati dalla Corte EDU (in primis art. 8 CEDU), che l’allontanamento della ricorrente avrebbe comportato una lesione grave e ingiustificata della sua vita privata e familiare.


            La protezione complementare come leva di civiltà giuridica

            Ciò che emerge con chiarezza è che la protezione complementare – nell’interpretazione datane dal Tribunale – rappresenta un meccanismo di bilanciamento tra le esigenze dello Stato e i diritti individuali dello straniero effettivamente integrato. Non si tratta di una concessione di favore, ma di un diritto soggettivo fondato su una rete di norme costituzionali, europee e internazionali.

            La sentenza riconosce che, quanto maggiore è il grado di radicamento in Italia, tanto più elevato è il rischio che un’espulsione provochi una violazione grave dei diritti fondamentali della persona, come chiarito anche dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (Sent. n. 24413/2021).


            Conclusioni

            La decisione del Tribunale di Bologna costituisce un esempio virtuoso dell’applicazione coerente e teleologica della protezione complementare. Essa dimostra come tale strumento non solo garantisca una tutela efficace dei diritti umani, ma contribuisca anche alla stabilità sociale e alla coesione del territorio.

            È su questi casi che si deve costruire una nuova visione delle politiche migratorie: una visione che abbandona la logica emergenziale e premiale, e che si fonda invece sul principio di responsabilità e reciprocità. “Integrazione o ReImmigrazione” significa riconoscere i diritti a chi dimostra di rispettare le regole e voler essere parte attiva della comunità nazionale. La protezione complementare, in questo quadro, diventa uno strumento chiave per attuare il paradigma.


            Avv. Fabio Loscerbo
            Lobbista in materia di migrazione e asilo registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID: 280782895721-36
            www.reimmigrazione.com

          • Il Remigration Summit di Milano e la sfida di un nuovo paradigma: integrazione o ReImmigrazione


            Il Remigration Summit di Milano e la sfida di un nuovo paradigma: integrazione o ReImmigrazione

            di Avv. Fabio Loscerbo

            Il prossimo 17 maggio 2025, Milano potrebbe ospitare il primo “Remigration Summit” europeo, un incontro promosso da attivisti e movimenti dell’area identitaria e nazionalista. L’iniziativa ha generato un vivace dibattito pubblico, con reazioni forti da parte delle istituzioni, in primis il sindaco Beppe Sala (fonte: https://www.milanotoday.it/politica/sala-remigration-summit-raduno-estrema-destra.html ), che ha annunciato la volontà di richiederne l’annullamento al prefetto e al questore. L’opinione pubblica è divisa: c’è chi lo considera un evento da vietare in nome dell’antifascismo e dei valori costituzionali, e chi lo difende come espressione di libertà di pensiero, pur non condividendone i contenuti.

            Al di là della legittimità o meno del raduno, la vicenda rende evidente un nodo che non può più essere rimosso: l’assenza di un paradigma chiaro e condiviso sul tema dell’immigrazione. Ed è proprio qui che trova spazio il modello “Integrazione o ReImmigrazione”, un approccio razionale e civile che si propone come alternativa tanto agli estremismi identitari quanto all’accoglienza incondizionata.

            La remigrazione forzata non è la soluzione, ma l’immobilismo lo è ancor meno

            Il concetto di “remigrazione”, inteso come rimpatrio collettivo e indiscriminato degli stranieri, compresi i regolari e i loro discendenti, non è compatibile con l’ordinamento democratico e con i diritti fondamentali. Tuttavia, l’alternativa non può essere il mantenimento dello status quo, fatto spesso di irregolarità cronica, esclusione sociale, lavoro nero e frattura culturale.

            Occorre uscire dalla dialettica binaria “razzismo vs. accoglienza totale” e riconoscere che una società giusta si costruisce sulla base di doveri condivisi. In questo senso, la permanenza stabile sul territorio deve poggiare su un percorso chiaro di integrazione.

            Tre pilastri per restare: lavoro, lingua, rispetto delle regole

            Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non propone soluzioni drastiche né respingimenti ideologici, ma un patto civile: chi sceglie di vivere in Italia deve integrarsi. E l’integrazione non è un sentimento, ma un processo concreto, misurabile e bilanciato su tre assi portanti:

            1. Lavoro come forma di dignità e partecipazione;
            2. Lingua come strumento di cittadinanza attiva;
            3. Rispetto delle regole come base della convivenza democratica.

            Chi si integra, contribuisce, partecipa, ha diritto a rimanere. Chi rifiuta consapevolmente questo processo – e quindi si auto-esclude – potrà essere oggetto, nei limiti delle norme nazionali e internazionali, di una valutazione per il rientro assistito e dignitoso nel Paese d’origine: questo è il senso del termine ReImmigrazione.

            Un vuoto da colmare con idee, non con divieti

            La proposta di un Remigration Summit, per quanto divisiva, ha avuto un merito: ha riportato l’attenzione sul tema dell’integrazione. La reazione istituzionale è stata netta, ma al di là dei divieti o delle concessioni, ciò che manca nel dibattito è una proposta strutturata, realistica e giuridicamente sostenibile per governare il fenomeno migratorio.

            “Integrazione o ReImmigrazione” non è una provocazione, ma una visione costruttiva che rifiuta tanto l’odio quanto il buonismo sterile. È tempo di ridefinire i criteri della cittadinanza sostanziale, partendo dalla responsabilità di ciascuno, italiano o straniero, nella costruzione di un tessuto sociale coeso.

            Conclusione

            Milano si conferma ancora una volta terreno di confronto simbolico sui grandi temi sociali. La sfida non è impedire o consentire un evento, ma proporre un’alternativa culturale credibile, che non si nasconda dietro l’emotività né si lasci trascinare dalla radicalizzazione.

            Integrazione o ReImmigrazione è il paradigma per affrontare il futuro dell’immigrazione con coraggio, razionalità e coerenza. Perché i diritti non possono esistere senza doveri, e nessuna società può resistere senza un progetto comune.


            Avv. Fabio Loscerbo