Il limite metodologico della Remigrazione: l’integrazione non viene misurata

La manifestazione sulla Remigrazione svoltasi a Roma il 13 giugno 2026 ha contribuito a riportare al centro del dibattito pubblico una questione che costituisce probabilmente il nodo fondamentale dell’intera politica migratoria contemporanea. Al di là delle polemiche che hanno accompagnato il corteo e delle differenti valutazioni che possono essere formulate sulle proposte avanzate dagli organizzatori, l’elemento più interessante emerso da quella giornata riguarda la centralità attribuita al tema dell’integrazione e, soprattutto, alle conseguenze derivanti dal suo eventuale fallimento.

Sotto questo profilo la Remigrazione individua una questione reale e difficilmente contestabile. L’idea secondo cui la semplice presenza dello straniero sul territorio nazionale sarebbe sufficiente a produrre integrazione appare sempre meno convincente. L’integrazione non costituisce un effetto automatico della permanenza. Essa rappresenta piuttosto un processo complesso che coinvolge aspetti linguistici, lavorativi, sociali, culturali e giuridici e che può produrre risultati profondamente differenti da individuo a individuo.

È proprio a partire da questa constatazione che la Remigrazione costruisce la propria critica alle politiche migratorie tradizionali. Tuttavia, nel momento stesso in cui individua correttamente il problema, emerge quella che appare la sua più significativa debolezza metodologica.

La Remigrazione presuppone l’esistenza di soggetti integrati e di soggetti non integrati, ma non elabora una metodologia capace di distinguere gli uni dagli altri.

Questa osservazione non riguarda un aspetto secondario della questione. Essa investe il fondamento stesso dell’intero impianto teorico.

Ogni teoria che colleghi la permanenza dello straniero al suo livello di integrazione deve necessariamente essere in grado di accertare che cosa sia l’integrazione e come essa possa essere verificata. Se si sostiene che alcuni soggetti abbiano sviluppato un rapporto effettivo con la comunità nazionale mentre altri abbiano fallito tale percorso, occorre inevitabilmente spiegare attraverso quali criteri questa distinzione venga effettuata.

È proprio su questo punto che il dibattito sulla Remigrazione manifesta una fragilità evidente.

L’integrazione viene frequentemente evocata come concetto intuitivo, quasi fosse una realtà immediatamente percepibile e universalmente riconoscibile. In realtà le cose sono assai più complesse. Una persona può essere perfettamente inserita nel mercato del lavoro ma non conoscere la lingua italiana. Un’altra può possedere una buona conoscenza linguistica ma vivere in una condizione di sostanziale marginalità sociale. Un’altra ancora può avere una famiglia stabilmente radicata nel territorio nazionale pur attraversando una temporanea difficoltà occupazionale.

Di fronte a situazioni di questo genere, la semplice affermazione secondo cui una persona sia integrata oppure non integrata diventa inevitabilmente insufficiente.

Il problema metodologico nasce proprio qui.

La Remigrazione individua le conseguenze che dovrebbero derivare dal fallimento dell’integrazione, ma non costruisce gli strumenti necessari per accertare se tale fallimento si sia effettivamente verificato.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” muove invece da una premessa differente.

Prima ancora di discutere delle conseguenze, occorre costruire una metodologia della valutazione. Prima di stabilire chi debba restare e chi debba partire, occorre individuare criteri oggettivi capaci di misurare il rapporto esistente tra lo straniero e la comunità nazionale.

In questa prospettiva, l’integrazione non può essere considerata una semplice percezione politica o sociologica. Essa deve diventare un fenomeno suscettibile di misurazione.

La vera domanda non è quindi se l’integrazione sia importante. Su questo punto esiste ormai un consenso molto ampio. La vera domanda riguarda il modo in cui l’integrazione possa essere valutata.

Sotto questo profilo l’ordinamento italiano dispone già di uno strumento che, pur con tutti i suoi limiti, contiene un’intuizione metodologica particolarmente interessante. L’Accordo di Integrazione previsto dall’articolo 4-bis del Testo Unico sull’Immigrazione si fonda infatti sull’idea che l’integrazione possa essere oggetto di una verifica attraverso indicatori concreti. La conoscenza della lingua italiana, la partecipazione a percorsi formativi, l’adempimento di determinati obblighi e il rispetto delle regole dell’ordinamento vengono trasformati in elementi suscettibili di valutazione.

L’aspetto più importante dell’Accordo di Integrazione non consiste tanto nei risultati che esso ha concretamente prodotto, quanto nel principio che introduce. Per la prima volta il legislatore ha riconosciuto che l’integrazione non deve essere semplicemente auspicata, ma può essere osservata, monitorata e misurata.

È proprio questa intuizione che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” intende sviluppare.

Se la permanenza dello straniero deve essere collegata al suo livello di integrazione, allora l’integrazione deve essere valutata attraverso parametri verificabili. Il lavoro, la conoscenza della lingua italiana, il rispetto delle regole fondamentali della convivenza civile, la partecipazione alla vita della comunità e l’assenza di comportamenti incompatibili con l’ordinamento non possono rimanere formule generiche. Devono trasformarsi in indicatori suscettibili di accertamento.

Solo dopo avere costruito una metodologia della misurazione diventa possibile affrontare in modo coerente anche il tema della ReImmigrazione.

In assenza di tale passaggio, il rischio è che la distinzione tra soggetti integrati e soggetti non integrati venga affidata a valutazioni inevitabilmente soggettive, privando l’intera costruzione teorica di una base sufficientemente solida.

Da questo punto di vista, la protezione complementare assume una rilevanza particolare. È proprio nell’ambito della protezione complementare che la giurisprudenza ha progressivamente iniziato a valorizzare elementi quali il lavoro, il radicamento territoriale, la stabilità abitativa, i legami familiari e il percorso di integrazione concretamente sviluppato dalla persona. La protezione complementare rappresenta quindi il primo laboratorio giuridico nel quale il tema della misurazione dell’integrazione sta assumendo una rilevanza effettiva.

La manifestazione del 13 giugno ha riportato al centro del dibattito il problema dell’integrazione. Tuttavia, una politica migratoria non può limitarsi a constatare l’esistenza del problema. Deve anche costruire gli strumenti necessari per affrontarlo. È proprio qui che emerge il limite metodologico della Remigrazione. Nessuna teoria della permanenza o dell’allontanamento può dirsi realmente compiuta se non è preceduta da una teoria della misurazione dell’integrazione. Ed è precisamente su questo terreno che si colloca una delle differenze più profonde tra la Remigrazione e il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

Cerasa propone un patto repubblicano sulla sicurezza. Io propongo il dovere di integrazione in Costituzione

Ho letto con interesse l’editoriale di Claudio Cerasa pubblicato su Il Foglio ( https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/13/news/loro-belfast-noi-vannacci-e-ora-di-un-patto-repubblicano-sulla-sicurezza–400535 ), nel quale l’autore, partendo dai recenti disordini di Belfast, propone la costruzione di un nuovo patto repubblicano sulla sicurezza. Si tratta di una riflessione importante. Le tensioni che stanno emergendo in diverse città europee dimostrano infatti che il tema dell’immigrazione…

Il limite operativo della Remigrazione: senza una Polizia dell’Immigrazione non esiste una politica migratoria

La manifestazione sulla Remigrazione svoltasi a Roma il 13 giugno 2026 ha avuto il merito di riportare al centro del dibattito pubblico una questione che per molti anni era rimasta sostanzialmente assente dall’agenda politica europea. Al di là delle polemiche e delle inevitabili contrapposizioni ideologiche, il corteo ha rappresentato l’emersione di una domanda sempre più…

Commenti

Lascia un commento