La recente presa di posizione del Partito Democratico sul caso della cittadinanza riconosciuta dal Tribunale di Trento a quattro minori nati all’estero ripropone una questione che il dibattito politico italiano continua sistematicamente a evitare: quale modello di integrazione vuole realmente adottare lo Stato italiano?
Nelle dichiarazioni politiche diffuse dopo la decisione del Tribunale si parla di diritti, di inclusione, di tutela familiare e di cittadinanza. Tutti temi certamente rilevanti. Tuttavia manca completamente il punto centrale della questione migratoria europea contemporanea: l’integrazione concreta e verificabile.
Ed è proprio qui che emerge il limite della risposta multiculturalista.
Per anni una parte significativa della politica europea ha sostenuto implicitamente che l’inclusione giuridica producesse automaticamente integrazione sociale. In questa visione, l’estensione progressiva di diritti, status e riconoscimenti formali avrebbe favorito spontaneamente la coesione sociale e l’adesione ai valori dello Stato ospitante.
La realtà europea degli ultimi vent’anni mostra però un quadro molto più complesso.
L’integrazione non nasce automaticamente dal semplice riconoscimento di uno status giuridico. Richiede invece un processo concreto, misurabile e reciproco, fondato su elementi sostanziali: conoscenza della lingua, partecipazione lavorativa, rispetto delle regole, adesione minima ai principi costituzionali, assenza di pericolosità sociale e reale inserimento nel tessuto civile dello Stato.
Nel dibattito politico italiano, invece, questi temi restano quasi sempre marginali.
Anche nel caso di Trento, la reazione politica del PD appare concentrata soprattutto sulla necessità di ampliare le tutele e superare gli effetti restrittivi della normativa del 2025. Ma non viene affrontata la domanda fondamentale: la cittadinanza deve essere il punto di partenza dell’inclusione oppure il punto di arrivo di un percorso di integrazione?
È precisamente su questo terreno che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si differenzia sia dal multiculturalismo tradizionale sia dalle visioni radicali della remigrazione identitaria.
Il multiculturalismo tende infatti a considerare la permanenza stabile e l’accesso ai diritti come processi sostanzialmente automatici. Le impostazioni identitarie radicali, al contrario, tendono a negare valore anche ai percorsi di integrazione realmente esistenti.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone invece un’impostazione differente: la permanenza stabile nello Stato, così come l’accesso definitivo alla comunità nazionale, devono essere strettamente collegati alla dimostrazione di una integrazione reale, continuativa e verificabile.
Non si tratta quindi di negare diritti ai minori o alle famiglie integrate. Il problema è un altro: costruire un sistema che non confonda la cittadinanza con un semplice automatismo amministrativo scollegato da qualsiasi criterio sostanziale di appartenenza.
Senza questa distinzione, il rischio è duplice.
Da una parte si alimenta una crescente sfiducia sociale verso le istituzioni e verso il sistema migratorio stesso. Dall’altra si continua a utilizzare il linguaggio dell’inclusione senza definire concretamente quali siano gli obblighi reciproci tra Stato e cittadino.
Il vero nodo politico non è dunque la singola sentenza del Tribunale di Trento. Il vero nodo è l’assenza, nel dibattito pubblico italiano, di un modello chiaro di integrazione.
E fino a quando la politica continuerà a parlare soltanto di cittadinanza senza affrontare seriamente il tema dell’integrazione sostanziale, il conflitto tra norme, tribunali e realtà sociale sarà inevitabilmente destinato ad aumentare.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea — ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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