L’editoriale pubblicato da Avvenire il 10 maggio 2026 con il titolo “Un Paese nuovo sta spuntando” (https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/tra-remigrazioni-e-false-nostalgie-un-paese-nuovo-sta-spuntando_108185 ) rappresenta uno degli esempi più chiari della frattura culturale e politica che oggi attraversa l’Europa in materia di immigrazione.
L’articolo critica apertamente il concetto di “remigrazione”, presentandolo come espressione di una deriva identitaria fondata sulla paura del cambiamento demografico, sul rigetto del multiculturalismo e sulla volontà di riportare l’Europa a una presunta omogeneità etnica e culturale del passato.
Si tratta di una posizione legittima sul piano politico e culturale. Tuttavia, il vero problema dell’editoriale non è tanto la critica alla remigrazione, quanto l’incapacità di riconoscere che anche il multiculturalismo senza limiti costituisce oggi una visione ideologica e radicale della società europea.
Per anni il dibattito pubblico sull’immigrazione è stato costruito come uno scontro tra due sole alternative possibili.
Da un lato il multiculturalismo automatico, secondo cui la permanenza dello straniero nel territorio europeo tende progressivamente a trasformarsi in una condizione stabile e irreversibile indipendentemente dal livello reale di integrazione. Dall’altro la remigrazione, intesa come progetto di allontanamento o di rigetto generalizzato della presenza straniera.
Entrambe queste visioni condividono però un medesimo errore: trattano l’immigrazione come un fenomeno assoluto, incapace di essere governato attraverso criteri giuridici concreti e verificabili.
È precisamente in questo spazio che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Il paradigma non coincide con la remigrazione identitaria e non propone politiche di espulsione etnica o di deportazione di massa. Ma allo stesso tempo rifiuta l’idea secondo cui la permanenza nello Stato debba essere automatica, permanente e priva di qualsiasi valutazione sostanziale del rapporto tra individuo e comunità ospitante.
Il punto centrale è che la permanenza stabile dovrebbe essere collegata all’integrazione effettiva.
Per oltre vent’anni il sistema europeo ha sviluppato una forma di multiculturalismo amministrativo implicito. In molti casi, l’ingresso nel territorio nazionale e la semplice permanenza materiale hanno prodotto nel tempo una progressiva stabilizzazione giuridica anche in assenza di una reale integrazione linguistica, lavorativa, sociale o culturale. Parallelamente, soggetti fortemente integrati hanno continuato a vivere in condizioni di precarietà amministrativa cronica.
Questa contraddizione ha generato una crisi di credibilità del sistema migratorio europeo.
Il problema non è soltanto numerico. È soprattutto normativo. L’Europa non ha mai definito in modo chiaro quale debba essere il criterio di permanenza stabile all’interno dello Stato.
L’editoriale di Avvenire difende implicitamente una visione multiculturalista secondo cui la trasformazione demografica della società europea rappresenterebbe un processo inevitabile da accettare come naturale evoluzione storica. Tuttavia, il multiculturalismo senza condizioni tende inevitabilmente a produrre tensioni quando non esiste un sistema capace di pretendere integrazione reale.
Ed è proprio l’assenza di un modello serio di integrazione ad avere rafforzato in tutta Europa le posizioni favorevoli alla remigrazione.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce dunque come tentativo di superare entrambe le derive.
Da una parte rifiuta il multiculturalismo automatico, cioè l’idea che ogni presenza sul territorio debba necessariamente trasformarsi in permanenza definitiva indipendentemente dal comportamento del soggetto.
Dall’altra rifiuta la remigrazione ideologica, cioè la concezione secondo cui il problema migratorio possa essere risolto attraverso logiche identitarie o di allontanamento generalizzato.
La prospettiva è differente. L’integrazione diventa un criterio giuridico verificabile.
Lavoro regolare, conoscenza della lingua italiana, rispetto delle regole fondamentali della convivenza civile, assenza di pericolosità sociale, autonomia economica e partecipazione effettiva alla vita della comunità diventano elementi centrali della valutazione sulla permanenza.
In questa impostazione, la ReImmigrazione non costituisce una categoria etnica o razziale, ma il possibile esito giuridico della mancata integrazione all’interno di un sistema che decide finalmente di attribuire rilevanza concreta al rapporto tra individuo e comunità nazionale.
Il vero punto politico che l’Europa dovrà affrontare nei prossimi anni è proprio questo: se la permanenza stabile debba essere considerata un automatismo oppure una conseguenza dell’integrazione.
Continuare a negare questo problema significa lasciare spazio esclusivamente agli estremismi. Perché quando il multiculturalismo non riesce più a produrre integrazione reale, cresce inevitabilmente il consenso verso modelli radicali di rifiuto dell’immigrazione.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” tenta invece di costruire una terza via fondata non sull’identità etnica, ma sulla responsabilità reciproca tra Stato e straniero.
Il futuro del dibattito europeo sull’immigrazione non si giocherà probabilmente tra accoglienza totale e remigrazione assoluta. Si giocherà invece sulla capacità degli ordinamenti europei di trasformare l’integrazione da semplice slogan politico a vero criterio giuridico di permanenza.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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