Gli attacchi militari in Iran non sono solo un episodio di geopolitica mediorientale. Possono diventare, nel giro di pochi mesi, una questione europea concreta.
In Iran vivono da anni milioni di cittadini afghani, secondo le stime più attendibili tra quattro e sei milioni di persone, in gran parte senza uno status stabile. Sono lavoratori informali, famiglie senza cittadinanza, giovani cresciuti in un paese che non li riconosce pienamente e che oggi entra in una fase di grave instabilità.
Quando un paese di primo rifugio si destabilizza, la storia insegna che la popolazione rifugiata si muove verso il luogo più vicino che garantisce sicurezza e prospettiva. Per l’Afghanistan è stato l’Iran, per l’Iran potrebbe essere l’Europa.
Non bisogna immaginare un movimento improvviso di milioni di persone, ma non serve un esodo totale per creare una crisi. Anche una piccola percentuale di una popolazione così grande significa centinaia di migliaia di persone in viaggio. La rotta è già tracciata da anni: Iran, Turchia, Grecia, Balcani, Europa centrale. È la stessa rotta percorsa nel 2015, ed è una rotta che non si chiude con dichiarazioni politiche. Si chiude solo quando nei paesi di partenza esiste stabilità reale.
Molti afghani in Iran vivono da decenni in condizioni precarie. Non hanno diritti sociali pieni, non hanno cittadinanza, spesso non hanno accesso regolare alla scuola e al lavoro. Sono comunità che sopravvivono in un equilibrio fragile. Se la guerra in Iran provoca inflazione, disoccupazione, tensioni interne o repressioni, queste persone non avranno alcuna ragione per restare. Non hanno un paese di origine sicuro a cui tornare e non hanno un paese di residenza che garantisca futuro. L’Europa diventa l’unica destinazione immaginabile.
Qui emerge la questione più difficile, quella che la politica europea spesso evita di affrontare. Integrare piccoli numeri è possibile. Integrare gruppi molto grandi provenienti da contesti sociali e culturali lontani è un processo lungo, complesso e costoso. Non si tratta di giudizi morali, ma di realtà storiche. L’integrazione richiede lingua, lavoro, rispetto delle regole e partecipazione alla vita civile. Molti afghani in Iran non hanno potuto costruire questi strumenti perché hanno vissuto in una marginalità permanente.
Portare improvvisamente centinaia di migliaia di persone con percorsi simili dentro società europee già sotto pressione sociale ed economica significa creare inevitabilmente tensioni.
L’Europa non è preparata a questo scenario. I sistemi di accoglienza sono saturi, i bilanci pubblici sotto stress, le società divise sul tema migratorio. Ogni nuova crisi produce reazioni politiche sempre più dure e polarizzate. Il rischio è che una nuova ondata migratoria proveniente dall’Iran alimenti conflitti interni nelle democrazie europee prima ancora che riesca a trovare soluzioni umane e sostenibili.
Gli attacchi in Iran hanno quindi una conseguenza indiretta ma concreta: possono trasformare una crisi militare regionale in una crisi migratoria europea. Non è certo che accada, ma ignorare il rischio sarebbe irresponsabile. Quando milioni di persone vivono in un paese in guerra senza diritti stabili, la migrazione diventa una possibilità reale. L’Europa deve guardare questa realtà con lucidità, senza slogan e senza illusioni, perché le decisioni prese oggi in Medio Oriente possono determinare la stabilità sociale europea di domani.
Avv. Fabio Loscerbo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea ID 280782895721-36

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