Lettera aperta al Direttore de L’Avanti

Gentile Direttore,

ho letto il Suo articolo “Vergogna Remigrazione”, pubblicato sul sito del Partito Socialista Italiano (https://www.partitosocialista.it/vergogna-remigrazione/), e ritengo necessario intervenire nel dibattito che Lei ha aperto.

Il termine “remigrazione” oggi circola in Europa con significati molto diversi tra loro. In Germania è stato utilizzato in ambienti politici legati a forze come Alternative für Deutschland, con una connotazione identitaria ed etnica che, a mio avviso, è incompatibile con i principi costituzionali liberaldemocratici.

Se per remigrazione si intende un progetto fondato su criteri etnico-culturali, su espulsioni collettive o su una concezione esclusiva dell’appartenenza nazionale, la critica che Lei muove è pienamente comprensibile. Da questa impostazione prendo le distanze in modo netto e senza ambiguità.

Ma il dibattito italiano non può fermarsi alla demonizzazione di un termine.

Da tempo propongo nel confronto pubblico un’impostazione che ho sintetizzato nella formula “Integrazione o ReImmigrazione”.

Si tratta di un paradigma giuridico, fondato su un principio preciso: la permanenza stabile sul territorio della Repubblica non è un fatto automatico o meramente temporale, ma il risultato di un percorso concreto e verificabile di integrazione.

Questo paradigma nasce dalla consapevolezza che l’attuale approccio al fenomeno migratorio è stato prevalentemente economicista.

L’immigrazione è stata letta come risposta alla carenza di manodopera o come variabile funzionale alla sostenibilità del sistema previdenziale.

È una visione che riduce la persona a fattore produttivo e che finisce per indebolire tanto la dignità individuale quanto la coesione sociale.

Parallelamente si è consolidata un’altra distorsione: l’idea che la permanenza sia sostanzialmente automatica, indipendentemente dall’effettivo radicamento nel tessuto giuridico e sociale del Paese.

Le criticità che derivano da questo doppio squilibrio sono evidenti: marginalità persistente, tensioni sociali nelle aree dove l’integrazione non si realizza, distanza crescente tra norme e realtà concreta, difficoltà nell’attuazione coerente degli strumenti già previsti dall’ordinamento.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” interviene su questo punto.

Non è una teoria astratta. Ho proposto che la protezione complementare possa diventare il laboratorio applicativo di questo modello, perché è il terreno nel quale l’integrazione già assume rilevanza concreta nella valutazione della posizione giuridica dello straniero.

Ho inoltre sostenuto la necessità di implementare realmente l’Accordo di integrazione introdotto con il d.P.R. 179/2011, oggi ridotto a mero adempimento burocratico e privo di effettiva funzione sostanziale. In quell’istituto era contenuta un’intuizione importante: l’integrazione come percorso misurabile, non come formula retorica.

L’integrazione deve essere definita giuridicamente attraverso criteri oggettivi: lavoro regolare, conoscenza della lingua, rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento. Quando questo percorso si realizza, la permanenza si consolida. Quando non si realizza in modo strutturale e persistente, lo Stato — nel rispetto della Costituzione e delle norme dell’Unione Europea — deve poter riorientare la posizione giuridica del soggetto.

Non è una questione identitaria. È una questione di coerenza dell’ordinamento.

Una cultura socialista che voglia dirsi riformista non può limitarsi alla denuncia simbolica: è chiamata a misurarsi con le criticità concrete del modello attuale e a confrontarsi con la necessità di un impianto giuridico più coerente, moderno e responsabile.

“Integrazione o ReImmigrazione” non è uno slogan. È una proposta di riordino del sistema, fondata su regole chiare, diritti effettivi e responsabilità reciproca.

Con rispetto,

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

Articoli

Commenti

Lascia un commento