Negli ultimi anni la Finlandia ha progressivamente ridefinito il proprio approccio alla politica migratoria collocandolo in una cornice che intreccia integrazione, controllo delle frontiere e sicurezza nazionale. Non si tratta di una svolta retorica, ma di un cambiamento strutturale maturato in un contesto geopolitico particolarmente delicato, segnato dalla pressione sulla frontiera orientale e dall’adesione alla NATO.
Il primo elemento centrale è il rafforzamento del controllo delle frontiere. La gestione dei valichi con la Federazione Russa e la risposta a flussi ritenuti “strumentalizzati” hanno portato Helsinki ad adottare misure straordinarie, fino alla chiusura temporanea di punti di ingresso. Il principio affermato è chiaro: la sovranità territoriale e la sicurezza interna costituiscono presupposti imprescindibili anche nell’applicazione delle norme sull’asilo.
Parallelamente, il sistema di protezione internazionale è stato oggetto di interventi volti a rendere più rapide le procedure e più effettivi i rimpatri in caso di diniego. L’obiettivo dichiarato non è la compressione della tutela, ma la riduzione dei tempi di permanenza in situazioni di incertezza giuridica e il contrasto all’abuso del sistema.
Anche il ricongiungimento familiare e l’accesso alla cittadinanza sono stati oggetto di revisione. I requisiti economici sono stati rafforzati; si discute di un innalzamento dei periodi minimi di residenza e di una maggiore attenzione alla conoscenza della lingua e alla partecipazione al mercato del lavoro. L’integrazione non viene presunta, ma misurata.
La Finlandia mantiene un linguaggio istituzionale sobrio, centrato su stabilità sociale, sostenibilità del welfare e tutela dell’ordine pubblico. Tuttavia, il messaggio di fondo è evidente: l’immigrazione è compatibile con il sistema solo se governata in modo rigoroso.
Nel paradigma Integrazione o ReImmigrazione, il caso finlandese assume un significato particolare. Qui il fattore sicurezza non è declinato in termini ideologici, ma come esigenza strategica dello Stato. L’integrazione non è solo questione economica o culturale, ma anche di affidabilità istituzionale e coesione nazionale.
Se la permanenza sul territorio non è accompagnata da responsabilità verificabili – rispetto delle regole, contributo al sistema, assenza di condotte pregiudizievoli – lo Stato deve poter intervenire. La credibilità di una politica migratoria dipende dalla capacità di applicare le proprie decisioni, inclusi i rimpatri quando necessari.
La Finlandia dimostra che il tema migratorio non può più essere trattato come compartimento isolato delle politiche sociali. È una questione che incide sulla sicurezza, sulla stabilità e sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
La domanda, anche per il resto dell’Europa, è se si voglia continuare a distinguere artificialmente tra integrazione e sicurezza, oppure riconoscere che senza controllo effettivo non esiste integrazione sostenibile.
La linea finlandese indica una direzione: immigrazione sì, ma entro un quadro di responsabilità e di sovranità pienamente esercitata.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

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