Per molti anni il diritto dell’immigrazione italiano è stato costruito attorno a una domanda essenzialmente quantitativa: quante persone possono entrare e a quali condizioni. Il dibattito politico e giuridico si è concentrato prevalentemente sui flussi, sulle quote, sulle procedure di espulsione, sui tempi dei permessi di soggiorno e sulle varie forme di protezione riconosciute agli stranieri. Oggi, tuttavia, il quadro sembra cambiare progressivamente natura.
Il DDL Sicurezza S.1869, attualmente in discussione presso il Senato della Repubblica Italiana, mostra infatti un’evoluzione molto più profonda di quanto appaia a una prima lettura. Non si tratta soltanto di un intervento tecnico o securitario. Il dato realmente rilevante è il progressivo spostamento del baricentro del sistema migratorio italiano: dal diritto di ingresso al diritto di integrazione.
La stessa documentazione parlamentare consente di cogliere questo cambiamento. Nei lavori del Senato compare ormai in modo stabile il riferimento alla “protezione complementare”, espressione che fino a pochi anni fa era sostanzialmente assente dal lessico istituzionale italiano, dominato invece dalla categoria della “protezione speciale”. Questo mutamento terminologico non è casuale. È il segnale di una trasformazione strutturale del modo in cui lo Stato concepisce la permanenza dello straniero sul territorio nazionale.
Documentazione ufficiale del Senato della Repubblica relativa al DDL S.1869:
Scheda ufficiale DDL S.1869 – Senato della Repubblica
https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?did=60049
Dal punto di vista giuridico, la protezione complementare tende a configurarsi come una forma di tutela distinta sia dalla protezione internazionale in senso stretto sia dalla tradizionale impostazione umanitaria del passato. Il centro della valutazione non è più soltanto il rischio nel Paese di origine, ma sempre più frequentemente il livello di integrazione effettivamente raggiunto nel territorio italiano. Questo significa che il diritto dell’immigrazione si sta progressivamente trasformando in un diritto dell’integrazione.
La permanenza dello straniero non viene più concepita come conseguenza automatica della sola presenza fisica sul territorio nazionale, ma come risultato di un percorso concreto di inserimento sociale. Diventano quindi centrali il lavoro stabile, la continuità reddituale, il rispetto delle regole dell’ordinamento, la costruzione di relazioni sociali e familiari, la conoscenza della lingua italiana e, più in generale, il livello di radicamento effettivamente raggiunto nel territorio dello Stato.
È proprio in questo contesto che assume particolare rilevanza il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Per anni il dibattito pubblico italiano si è sviluppato attorno a una contrapposizione semplicistica tra accoglienza indiscriminata ed espulsione. In realtà, il diritto dell’immigrazione europeo e nazionale si sta muovendo in una direzione diversa e molto più complessa: costruire un sistema selettivo nel quale la permanenza stabile sia collegata all’effettivo inserimento nella società ospitante.
La protezione complementare rappresenta probabilmente il laboratorio più avanzato di questo nuovo modello. Non si tratta più di riconoscere una tutela generica o indefinita, ma di verificare se il richiedente abbia costruito una reale vita privata e familiare in Italia ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. In questa prospettiva, il bilanciamento tra diritto al rispetto della vita privata e familiare e potere dello Stato di controllare l’immigrazione diventa il vero centro del sistema.
Il DDL Sicurezza S.1869 sembra muoversi esattamente lungo questa direttrice. Da un lato rafforza i meccanismi di controllo, trattenimento e allontanamento; dall’altro consolida progressivamente il ruolo della protezione complementare come strumento di valutazione del radicamento effettivo dello straniero in Italia. Il sistema tende quindi a distinguere sempre di più tra chi ha sviluppato un reale percorso di integrazione e chi, invece, non ha costruito alcun significativo inserimento sociale nel territorio nazionale.
Si tratta di una trasformazione destinata ad incidere profondamente sul futuro del diritto dell’immigrazione italiano. Perché il vero tema non è più soltanto chi entra, ma chi si integra realmente. E, di conseguenza, chi possa legittimamente permanere nel territorio nazionale sulla base di un autentico percorso di integrazione.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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