Scuola e immigrazione: quando il ricongiungimento familiare diventa la prova dell’integrazione

Il dibattito sull’immigrazione scolastica in Italia è quasi sempre impostato in modo parziale. Si discute di percentuali di studenti stranieri, di risultati scolastici, di classi ad alta concentrazione di alunni con cittadinanza non italiana. Raramente, però, si affronta la questione più importante: perché questi minori si trovano nelle scuole italiane.

La risposta è giuridicamente molto chiara. Nella grande maggioranza dei casi questi ragazzi non arrivano in Italia autonomamente, ma attraverso la procedura di ricongiungimento familiare prevista dal Testo Unico sull’Immigrazione.

Il ricongiungimento è disciplinato dall’articolo 29 del decreto legislativo 286/1998, che consente allo straniero regolarmente soggiornante di far arrivare in Italia i propri familiari, tra cui i figli minori.

Fonte normativa:
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:1998-07-25;286

Questa norma si fonda su un principio preciso: lo straniero già integrato nel territorio italiano diventa il punto di riferimento per l’inserimento della famiglia.

In altre parole, il legislatore presuppone che il genitore — nella maggior parte dei casi il padre che lavora in Italia — abbia raggiunto un livello minimo di stabilità sociale ed economica tale da permettere ai figli di inserirsi nel sistema educativo italiano.

Il problema nasce quando questa presunzione non corrisponde alla realtà.

Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione, nell’anno scolastico 2022-2023 gli alunni con cittadinanza non italiana erano 914.860, pari all’11,2% della popolazione scolastica.

Fonte:
https://www.mim.gov.it/pubblicazioni/-/asset_publisher/6Ya1FS4E4QJw/content/gli-alunni-con-cittadinanza-non-italiana-anno-scolastico-2022-2023

Allo stesso tempo, i dati sulla dispersione scolastica mostrano un divario molto significativo.

Nel marzo 2024 il Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha ricordato pubblicamente che:

«Oggi la dispersione scolastica degli studenti stranieri è pari al 30,1%, contro il 9,8% di quella degli studenti italiani.»

Fonte:
https://x.com/G_Valditara/status/1763647669283479610

Il dato è particolarmente rilevante perché riguarda ragazzi che, in larga parte, sono arrivati in Italia proprio attraverso il ricongiungimento familiare.

Questo significa che il sistema giuridico presupponeva già l’esistenza di una condizione di integrazione del genitore.

Ma se l’integrazione del genitore non è reale, il ricongiungimento familiare rischia di produrre l’effetto opposto: trasferire ai figli la stessa condizione di marginalità.

La questione, quindi, non riguarda soltanto la scuola. Riguarda la coerenza dell’intero sistema migratorio.

Il ricongiungimento familiare presuppone un genitore che sia già inserito nella società italiana: che lavori, che conosca la lingua, che partecipi alla vita sociale e che sia in grado di accompagnare i figli nel percorso educativo.

Se queste condizioni non esistono, il ricongiungimento non produce integrazione. Produce semplicemente una trasmissione intergenerazionale della mancata integrazione.

È proprio qui che entra in gioco il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

Questo paradigma parte da una constatazione molto semplice: l’integrazione non può essere presunta, deve essere dimostrata.

Nel caso del ricongiungimento familiare il punto di verifica è evidente: il comportamento e il livello di integrazione del genitore.

Se il genitore lavora stabilmente, conosce la lingua italiana, partecipa alla vita sociale e rispetta le regole del paese ospitante, è ragionevole ritenere che i figli possano integrarsi nel sistema scolastico.

Ma se il genitore vive ai margini della società, non conosce la lingua e non partecipa alla vita civile, è difficile immaginare che i figli possano sviluppare un percorso educativo pienamente integrato.

La scuola diventa quindi il primo luogo dove emergono le contraddizioni di una politica migratoria che presuppone integrazione senza verificarla.

Ed è proprio per questo che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione propone un cambio di prospettiva.

Il punto non è limitare i ricongiungimenti familiari, che rappresentano un diritto fondamentale. Il punto è collegarli a un percorso reale di integrazione del genitore.

Se l’integrazione esiste, il ricongiungimento rafforza la stabilità familiare e favorisce l’inserimento dei figli nella scuola.

Se l’integrazione non esiste, il rischio è creare contesti educativi sempre più difficili, con livelli di dispersione scolastica molto elevati e con una crescente distanza tra scuola e società.

In altre parole, la scuola diventa lo specchio della politica migratoria.

Quando l’integrazione funziona, i risultati si vedono nelle classi.
Quando non funziona, i segnali emergono immediatamente: difficoltà linguistiche diffuse, ritardi negli apprendimenti, abbandono scolastico.

Continuare a ignorare questo rapporto significa lasciare che il problema si trasmetta da una generazione all’altra.

Affrontarlo, invece, significa riconoscere una verità semplice: l’integrazione dei figli comincia sempre dall’integrazione dei genitori.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato – Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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