Remigrazione vs ReImmigrazione: due idee radicalmente diverse di governo dell’immigrazione

Nel dibattito europeo contemporaneo sull’immigrazione stanno emergendo due concetti che, pur utilizzando parole simili, esprimono visioni profondamente diverse: da un lato la remigrazione, concetto sviluppato negli ambienti identitari europei e reso popolare dall’attivista austriaco Martin Sellner; dall’altro il paradigma della ReImmigrazione, che si propone come modello giuridico e politico fondato sull’integrazione come condizione strutturale della permanenza nel territorio dello Stato.

Il punto di partenza è comune: il riconoscimento di una crisi strutturale delle politiche migratorie europee. Negli ultimi vent’anni l’Europa ha sviluppato un sistema caratterizzato da due elementi contraddittori. Da un lato un’elevata capacità di ingresso, legale o irregolare; dall’altro una sostanziale incapacità di gestire le conseguenze sociali, economiche e giuridiche dell’immigrazione nel medio e lungo periodo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: crescita della popolazione straniera irregolare, difficoltà di integrazione in alcune aree urbane, tensioni sociali e un sistema dei rimpatri strutturalmente inefficiente.

È in questo contesto che nasce la teoria della remigrazione. Secondo questa impostazione, l’obiettivo della politica migratoria dovrebbe essere il rimpatrio su larga scala degli immigrati considerati non assimilati o non assimilabili alla società europea. Il progetto non riguarda soltanto gli irregolari o i soggetti privi di titolo di soggiorno, ma viene spesso esteso anche a categorie di stranieri regolarmente presenti, qualora ritenuti incompatibili con l’identità culturale o politica del Paese ospitante.

Si tratta di una visione radicale che pone al centro il concetto di ricostruzione identitaria della nazione. In questa prospettiva l’immigrazione viene interpretata come una trasformazione demografica da invertire o ridurre attraverso politiche di rimpatrio sistematico. La remigrazione, dunque, non è semplicemente una politica di controllo dell’immigrazione: è una strategia di ridefinizione della composizione sociale e culturale dello Stato.

Il paradigma della ReImmigrazione, invece, si colloca su un terreno completamente diverso.

La ReImmigrazione parte da una premessa giuridica e politica più semplice: l’immigrazione non può essere governata esclusivamente attraverso il controllo delle frontiere o attraverso il rimpatrio degli irregolari. Il vero nodo è ciò che accade dopo l’ingresso nel territorio dello Stato.

In altre parole, il problema centrale delle politiche migratorie europee non è soltanto chi entra, ma chi rimane e a quali condizioni.

Il paradigma della ReImmigrazione introduce quindi un principio strutturale: il diritto di permanenza nel territorio dello Stato deve essere collegato a un processo reale di integrazione. L’integrazione non viene concepita come un valore astratto o come una semplice aspirazione sociale, ma come un vero e proprio criterio giuridico di stabilità del soggiorno.

Questo processo si fonda su tre pilastri fondamentali.

Il primo è il lavoro. La partecipazione alla vita economica del Paese rappresenta una delle forme più concrete di integrazione sociale.

Il secondo è la lingua. Senza la conoscenza della lingua nazionale non esiste integrazione civica né partecipazione alla vita pubblica.

Il terzo è il rispetto delle regole dell’ordinamento giuridico e della convivenza civile.

Quando questi tre elementi si consolidano, l’immigrazione produce integrazione e stabilità sociale. Quando invece questi elementi mancano, il sistema genera marginalità, conflitto sociale e crescita dell’irregolarità.

La ReImmigrazione interviene proprio in questo punto: non come politica identitaria, ma come strumento di governo dell’integrazione.

Se lo straniero dimostra un reale percorso di integrazione, la permanenza nel territorio dello Stato diventa coerente con l’interesse della collettività e può essere stabilizzata anche attraverso strumenti giuridici come la protezione complementare o altre forme di regolarizzazione mirata.

Se invece l’integrazione non si realizza, il sistema deve prevedere un meccanismo ordinato di ritorno nel Paese di origine.

In questo senso la ReImmigrazione non è una politica di espulsione di massa, ma una politica di responsabilizzazione reciproca: lo Stato offre opportunità di integrazione, ma richiede in cambio un percorso reale di inserimento nella società.

La differenza con la remigrazione è dunque radicale.

La remigrazione nasce come progetto politico di riduzione della presenza straniera sulla base di criteri identitari o culturali.

La ReImmigrazione, invece, nasce come modello di governo giuridico dell’integrazione.

Nel primo caso il problema è l’immigrazione in quanto tale.
Nel secondo caso il problema è l’assenza di integrazione.

Questa distinzione è fondamentale anche dal punto di vista costituzionale e giuridico. Un sistema fondato sulla selezione identitaria degli individui rischia inevitabilmente di entrare in tensione con i principi fondamentali degli ordinamenti europei, in particolare con il principio di uguaglianza e con il divieto di discriminazione.

Un sistema fondato sull’integrazione, invece, si colloca all’interno di un quadro giuridico pienamente compatibile con i principi dello Stato di diritto: la permanenza nel territorio dello Stato non dipende dall’origine etnica o culturale, ma dalla partecipazione effettiva alla vita della società.

In questa prospettiva la ReImmigrazione rappresenta un tentativo di superare il falso dilemma che domina oggi il dibattito europeo: da un lato l’immigrazione senza regole, dall’altro il rifiuto radicale dell’immigrazione.

Tra questi due estremi esiste una terza strada: governare l’immigrazione attraverso l’integrazione.

È su questo terreno che si giocherà probabilmente il futuro delle politiche migratorie europee nei prossimi decenni.

Se l’Europa continuerà a ignorare il problema dell’integrazione, il dibattito pubblico sarà sempre più dominato da proposte radicali come la remigrazione.

Se invece l’integrazione diventerà il vero criterio di governo dell’immigrazione, allora sarà possibile costruire politiche migratorie più stabili, più realistiche e più coerenti con i principi dello Stato di diritto.

In questo senso la differenza tra remigrazione e ReImmigrazione non è soltanto terminologica.

È una differenza di visione politica, giuridica e culturale su ciò che deve diventare l’Europa nel XXI secolo.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID: 280782895721-36

ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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