Nel dibattito pubblico sull’immigrazione si discute spesso di frontiere, sicurezza, accoglienza o mercato del lavoro. Molto meno frequentemente si analizza una dimensione economica che è invece centrale per comprendere la struttura dei flussi migratori contemporanei: le rimesse internazionali, cioè il denaro che i lavoratori migranti inviano ai familiari nei Paesi di origine.
Questo fenomeno rappresenta uno dei principali legami economici tra i Paesi di destinazione e le società di provenienza dei migranti. Nel caso italiano, i dati ufficiali pubblicati dalla Banca d’Italia mostrano con chiarezza la dimensione del fenomeno.
Secondo le rilevazioni statistiche della banca centrale, nel 2023 i lavoratori stranieri residenti in Italia hanno inviato all’estero circa 8,18 miliardi di euro sotto forma di rimesse. Si tratta di un flusso finanziario stabile, che negli ultimi anni si è mantenuto su livelli analoghi e che nel 2024 è stato stimato intorno agli 8,3 miliardi di euro.


Va inoltre ricordato che queste cifre riguardano esclusivamente i trasferimenti effettuati attraverso canali finanziari tracciati. Diversi studi segnalano l’esistenza di ulteriori trasferimenti informali — contanti portati a mano, invii tramite intermediari o circuiti non ufficiali — che potrebbero aumentare sensibilmente il volume complessivo delle rimesse. Alcune stime suggeriscono che tali flussi possano aggiungere tra uno e tre miliardi di euro ai valori ufficiali.
In altre parole, ogni anno dall’Italia verso l’estero potrebbe uscire un volume complessivo di risorse compreso tra circa 9 e 11 miliardi di euro.
Dal punto di vista geografico, le rimesse seguono le principali direttrici delle comunità migranti presenti nel Paese. Una quota molto rilevante dei trasferimenti è diretta verso l’Asia meridionale. Il Bangladesh, ad esempio, riceve oltre 1,4 miliardi di euro all’anno, risultando il principale Paese destinatario delle rimesse provenienti dall’Italia. Anche Pakistan, Marocco, Filippine e Sri Lanka figurano tra i principali destinatari dei flussi finanziari.
La distribuzione territoriale delle rimesse riflette invece la geografia dell’immigrazione in Italia. Le regioni da cui partono i maggiori trasferimenti sono Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna, cioè le aree che concentrano la maggiore presenza di lavoratori stranieri.
Ma al di là delle dimensioni quantitative, il dato davvero interessante riguarda il ruolo che le rimesse svolgono nel funzionamento dei sistemi migratori.
Le rimesse non sono soltanto trasferimenti finanziari. Sono anche un potente segnale economico e sociale che attraversa le reti familiari e comunitarie nei Paesi di origine. Quando un migrante invia denaro alla propria famiglia, dimostra concretamente che la migrazione può produrre un miglioramento delle condizioni di vita.
Questo effetto dimostrativo è particolarmente forte nei contesti in cui il divario economico tra Paese di origine e Paese di destinazione è elevato. Le famiglie che ricevono rimesse migliorano le proprie condizioni materiali: ristrutturano le abitazioni, investono nell’istruzione dei figli, accedono a servizi sanitari o acquistano beni che prima non erano disponibili.
In molte comunità locali questi cambiamenti sono visibili e diventano rapidamente un modello aspirazionale per altri membri della comunità. In questo modo le rimesse contribuiscono a costruire ciò che gli studiosi definiscono reti migratorie. Ogni migrante che si stabilisce all’estero diventa un punto di riferimento per altri potenziali migranti: fornisce informazioni, contatti e spesso anche sostegno economico per la partenza.
Il processo assume così una dinamica cumulativa. Le rimesse non solo sostengono le famiglie nei Paesi di origine, ma possono anche finanziare direttamente nuove migrazioni. I costi della partenza — viaggio, intermediari, documenti — vengono spesso sostenuti proprio grazie al denaro inviato da familiari già emigrati.
La migrazione diventa quindi un fenomeno auto-rinforzante. Più migranti partono da una determinata area, più si sviluppano reti sociali ed economiche che rendono la partenza successiva più semplice e meno rischiosa. Le rimesse contribuiscono direttamente a rafforzare queste reti.
Ma il fenomeno delle rimesse rivela anche un altro elemento fondamentale per comprendere la natura delle migrazioni contemporanee: la dimensione transnazionale dei progetti migratori.
Molti migranti, pur lavorando stabilmente nei Paesi europei, mantengono un forte legame economico con il Paese di origine. Una parte significativa del reddito prodotto nel Paese di destinazione viene trasferita sistematicamente all’estero per sostenere la famiglia o la comunità di provenienza.
Questo non è necessariamente un comportamento problematico. È una scelta razionale e comprensibile, soprattutto quando il progetto migratorio nasce con l’obiettivo di sostenere economicamente i familiari rimasti nel Paese di origine.
Tuttavia, dal punto di vista delle politiche migratorie, le rimesse pongono una questione importante. Esse mostrano che una parte significativa dell’immigrazione contemporanea non è orientata esclusivamente alla costruzione di una vita stabile nel Paese di destinazione, ma si inserisce in strategie economiche che rimangono profondamente transnazionali.
Ed è proprio su questo punto che emerge una tensione con il modello politico dominante in Europa negli ultimi decenni. Le politiche migratorie europee sono state costruite intorno al concetto di integrazione nel Paese di destinazione. Questo modello presuppone che il migrante costruisca progressivamente la propria vita economica, sociale e familiare nel territorio in cui risiede.
Le rimesse mostrano però che la realtà può essere più complessa. Un migrante può essere pienamente inserito nel mercato del lavoro europeo e allo stesso tempo mantenere il centro della propria strategia economica nel Paese di origine.
In altre parole, l’immigrazione contemporanea non è sempre un processo lineare che conduce inevitabilmente all’integrazione stabile. In molti casi assume piuttosto la forma di una mobilità economica transnazionale, nella quale il Paese di destinazione rappresenta il luogo di produzione del reddito, mentre il Paese di origine rimane il principale punto di riferimento economico e familiare.
Comprendere questa dinamica è fondamentale per affrontare in modo realistico il tema dell’immigrazione.
Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione nasce proprio dalla necessità di chiarire questa ambiguità. Non tutte le forme di presenza migratoria hanno la stessa natura e non tutte devono necessariamente condurre alla stabilizzazione permanente.
Quando il progetto migratorio si traduce in un reale processo di integrazione — economica, linguistica, culturale e istituzionale — la permanenza nel territorio europeo può diventare stabile. Quando invece la migrazione rimane prevalentemente una strategia economica transnazionale, essa dovrebbe essere gestita attraverso strumenti diversi, come forme di mobilità temporanea o di ritorno.
Le rimesse, dunque, non sono soltanto un flusso finanziario tra Paesi. Sono anche un indicatore importante della natura dei progetti migratori contemporanei. Studiare questo fenomeno permette di comprendere meglio come funzionano i sistemi migratori e perché determinati corridoi migratori tendano a consolidarsi nel tempo.
In questo senso, l’analisi delle rimesse offre una chiave di lettura fondamentale per affrontare il dibattito sull’immigrazione in modo più realistico e meno ideologico. Comprendere il ruolo economico delle migrazioni significa infatti comprendere anche le logiche profonde che alimentano e strutturano i flussi migratori globali.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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