Buongiorno, io sono l’avvocato Fabio Loscerbo e questo è un nuovo episodio del podcast Integrazione o ReImmigrazione.
Oggi voglio parlare di un tema che sta occupando con forza il dibattito pubblico italiano: la violenza giovanile, le cosiddette baby gang, il fenomeno che viene spesso definito con il termine “maranza” e il continuo richiamo alle seconde generazioni. Un dibattito acceso, emotivo, spesso ideologico, nel quale si discute molto di parole e molto poco di responsabilità.
Il primo errore che viene commesso è quello di rifugiarsi nelle etichette. Baby gang, maranza, seconde generazioni: parole che sembrano spiegare tutto ma che, in realtà, servono soprattutto a non affrontare il nodo centrale. Il problema non è come chiamiamo questi fenomeni. Il problema è che esistono comportamenti violenti, reiterati, spesso di gruppo, che incidono direttamente sulla sicurezza quotidiana delle persone e sulla tenuta della convivenza civile.
Una parte del discorso pubblico tende a spiegare questi episodi come conseguenza di disagio sociale, marginalità, identità negate. È una lettura che può aiutare a comprendere alcuni contesti, ma che diventa pericolosa quando si trasforma in una giustificazione implicita. In uno Stato di diritto la violenza non è mai una reazione comprensibile. Le regole non sono negoziabili in base al vissuto personale. La responsabilità individuale resta il fondamento della convivenza.
Un secondo errore, speculare al primo, è quello di negare o ridimensionare il problema sostenendo che le baby gang non esistono come categoria giuridica. È vero: non esistono come definizione normativa. Ma il diritto non ha bisogno di categorie giornalistiche per intervenire. Il diritto interviene sui comportamenti. Se un gruppo, organizzato o informale, commette rapine, aggressioni, intimidazioni, quel comportamento è giuridicamente rilevante, a prescindere dal nome che gli attribuiamo. Discutere di etichette diventa spesso un modo elegante per rinviare le decisioni.
Al centro di tutto c’è una concezione distorta dell’integrazione. L’integrazione viene raccontata come un processo emotivo, come un sentimento di appartenenza che dovrebbe nascere spontaneamente se la società è sufficientemente accogliente. Ma dal punto di vista giuridico l’integrazione non è un’emozione. È una condizione. È un percorso fatto di obblighi concreti: rispetto delle regole, frequenza scolastica reale, riconoscimento dell’autorità pubblica, rifiuto della violenza come strumento di relazione.
Quando questi elementi mancano, non siamo di fronte a un’integrazione incompleta, ma a un’integrazione fallita. Ed è qui che entra in gioco il paradigma Integrazione o ReImmigrazione. Non come slogan, non come provocazione, ma come criterio serio di governo dei fenomeni migratori e sociali.
Il senso è semplice e tradizionale. Chi vive stabilmente in Italia lo fa all’interno di un patto. Quel patto prevede diritti, ma anche doveri. L’integrazione non è automatica né incondizionata. È verificabile nel tempo. Se il percorso funziona, lo Stato deve sostenere, accompagnare, consolidare. Se il percorso fallisce in modo reiterato e strutturale, lo Stato deve avere il coraggio di trarne le conseguenze.
La ReImmigrazione non è una punizione morale e non è una vendetta sociale. È la conseguenza giuridica del mancato rispetto delle condizioni di permanenza. È uno strumento che restituisce credibilità allo Stato, perché chiarisce che le regole non sono opzionali e che la convivenza non può reggersi sull’alibi permanente.
Questo paradigma ha anche un altro pregio fondamentale: evita sia la deresponsabilizzazione sociologica sia la generalizzazione identitaria. Non colpisce l’origine, non colpisce l’identità, non colpisce l’etnia. Colpisce la condotta. Premia chi rispetta le regole e interviene quando le regole vengono sistematicamente violate.
Sicurezza e integrazione, in questa prospettiva, non sono concetti opposti. La sicurezza è la condizione dell’integrazione. E l’integrazione riuscita è la base della stabilità sociale. Continuare a separarli significa condannarsi a un dibattito infinito fatto di parole, senza soluzioni.
Il fenomeno che oggi chiamiamo maranza, baby gang o in altri modi non va né negato né drammatizzato. Va governato. Perché ciò che è governabile può essere risolto. Ma per governare servono regole chiare, obblighi esigibili e conseguenze certe.
Io sono l’avvocato Fabio Loscerbo e questo era un nuovo episodio del podcast Integrazione o ReImmigrazione. Alla prossima.
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