Benvenuto in un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.
Io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo.
Oggi parliamo di un tema che segna un punto di svolta nel modo in cui lo Stato italiano guarda alla cittadinanza: la fine dell’idea che la cittadinanza sia irreversibile.
Per anni si è diffusa una convinzione pericolosa, quasi un dogma: una volta concessa, la cittadinanza diventerebbe intoccabile, a prescindere da come sia stata ottenuta. Il tempo, secondo questa impostazione, trasformerebbe qualunque vizio in un diritto acquisito. È una visione che ha progressivamente indebolito lo Stato e svuotato di contenuto il concetto stesso di integrazione.
Il recente parere del Consiglio di Stato ribalta questa narrazione. Con chiarezza afferma un principio semplice ma fondamentale: se la cittadinanza è stata ottenuta sulla base di documenti falsi o di una rappresentazione non veritiera della realtà, lo Stato conserva il potere di revocarla, anche a distanza di anni. Non esiste affidamento giuridicamente tutelabile quando il vantaggio è stato conseguito mediante l’inganno. Il tempo non sana la frode.
Questo non è un dettaglio tecnico. È un messaggio giuridico e politico insieme. La cittadinanza non è un premio automatico, né una sanatoria permanente del passato. È uno status serio, che presuppone correttezza, lealtà e rispetto delle regole fin dall’origine. Proprio per questo, quando è legittimamente acquisita, è forte. Ma quando nasce viziata, può e deve essere rimossa.
Ed è qui che il discorso si collega direttamente al paradigma integrazione o ReImmigrazione. L’integrazione non è uno slogan, non è un fatto emotivo, non è una dichiarazione di intenti. È un processo giuridico e sociale che si fonda su responsabilità individuale, rispetto delle regole e adesione reale all’ordinamento dello Stato. Se uno di questi elementi manca, l’integrazione fallisce.
La revoca della cittadinanza, in questi casi, non è una punizione ideologica. È il ripristino della legalità. È lo Stato che riafferma la propria sovranità e afferma che l’appartenenza alla comunità nazionale non può fondarsi su una menzogna giuridica. Chi ottiene diritti attraverso l’inganno rompe il patto prima ancora di entrarvi.
Questo episodio ci dice anche un’altra cosa, spesso rimossa dal dibattito pubblico: la ReImmigrazione non è un’eccezione estrema, ma una funzione ordinaria dello Stato. Quando l’integrazione non c’è, quando i presupposti giuridici vengono meno, quando il legame con l’ordinamento è solo formale, lo Stato deve essere in grado di trarne le conseguenze. Senza complessi, senza ipocrisie.
Un sistema che non revoca mai è un sistema che non controlla. E un sistema che non controlla non integra: accumula conflitti, produce sfiducia, alimenta disgregazione sociale. Al contrario, uno Stato che verifica, corregge e, se necessario, revoca, è uno Stato credibile. Ed è proprio la credibilità dello Stato la condizione necessaria per una integrazione autentica.
La cittadinanza torna così a essere ciò che è sempre stata nel diritto pubblico: un legame esigente, non un sigillo irreversibile. Un legame che si fonda sulla verità dei presupposti e sulla continuità del rispetto delle regole.
Integrazione o ReImmigrazione non è una provocazione. È una scelta di civiltà giuridica.
O si costruisce integrazione vera, fondata su legalità e responsabilità, oppure lo Stato deve avere il coraggio di dire no e di ripristinare l’ordine giuridico, anche attraverso la revoca e il ritorno.
Alla prossima puntata.
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