Il sondaggio realizzato da Tecné srl, commissionato da RTI e pubblicato – come previsto dalla normativa – dal Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, offre una fotografia preziosa e rara sul rapporto tra una parte della popolazione musulmana residente in Italia e alcuni temi sensibili relativi ai valori fondamentali dell’ordinamento italiano.
È un documento che, per rigore metodologico e trasparenza dei dati, merita un’analisi attenta, priva di sensazionalismi ma anche libera da quel minimizzante “benaltrismo” che spesso affligge il dibattito pubblico.
Il sondaggio, condotto tra il 26 e il 29 novembre 2025 su un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta (metodo CATI-CAWI, margine di errore 3,1%), contiene due domande rivolte nello specifico a un sotto-campione di musulmani residenti in Italia.
È un punto fondamentale: non si tratta di un’indagine sulle opinioni dell’intera popolazione, ma di un focus su un gruppo ben definito. Proprio per questo, i risultati assumono un valore qualitativo importante e non possono essere liquidati come folklore statistico.
La prima domanda è formulata in modo diretto: “Sarebbe favorevole ad applicare la Sharia in Italia?”. L’uso del condizionale, così come il riferimento esplicito al territorio italiano, elimina ambiguità interpretative.
Il dato che emerge è netto: il 14,5% risponde sì, mentre l’82,1% risponde no. Una minoranza, certo, ma numericamente non marginale se rapportata all’intera popolazione musulmana residente. È un numero che non va sensazionalizzato, ma neppure relativizzato: la Sharia, in molte sue componenti, è incompatibile con la nostra Costituzione, con la parità di genere, con il sistema penale, con la laicità dello Stato e con i diritti fondamentali.
L’idea che una quota non trascurabile la consideri applicabile in Italia rappresenta un segnale di distanza culturale che non può essere ignorato.
La seconda domanda è forse ancor più delicata: “È giusto sostenere i fedeli islamici impegnati nella ‘guerra santa’?”. Qui il sì scende allo 0,6%, mentre la stragrande maggioranza – il 98% – risponde no.
È un dato rassicurante dal punto di vista della sicurezza interna, ma non annulla l’importanza del primo.
Se da un lato, infatti, la propensione alla violenza religiosa è residuale, dall’altro permane un segmento che esprime preferenze normative alternative a quelle dell’ordinamento italiano.
È su questo terreno che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione dimostra tutta la sua necessità. Non si tratta di stigmatizzare un gruppo religioso, ma di riconoscere, con onestà intellettuale, che l’integrazione non può essere data per scontata, né può essere ridotta a un mero fatto anagrafico o alla durata della permanenza sul territorio.
L’integrazione è un processo giuridico, culturale e valoriale. Richiede un’adesione piena non solo alle leggi dello Stato, ma ai principi – formali e sostanziali – che governano la nostra comunità nazionale.
Il sondaggio Tecné-RTI evidenzia chiaramente che l’attuale modello, fondato su un’integrazione spontanea e non verificata, non è in grado di prevenire derive o distanze culturali profonde.
Ed è esattamente questo il punto: quando emerge, all’interno di un gruppo di residenti, una quota che sostiene sistemi giuridici alternativi e incompatibili, lo Stato deve avere gli strumenti per intervenire sul piano della coesione sociale, non solo della sicurezza.
Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione risponde a una esigenza concreta:
– definire criteri oggettivi di integrazione;
– verificare la reale adesione ai principi costituzionali;
– distinguere tra chi desidera far parte della comunità nazionale e chi conserva una visione normativa estranea o contrapposta;
– rafforzare gli strumenti che consentono, nei casi di mancata integrazione, un rientro ordinato e dignitoso nel Paese d’origine.
Il sondaggio non è terrorismo psicologico né propaganda. È un dato empirico, pubblicato su un portale istituzionale, che segnala una diffidenza verso alcuni capisaldi dell’ordinamento italiano.
Non rappresenta l’intera realtà islamica del Paese, ma evidenzia l’esistenza di una faglia culturale che non può essere ignorata.
Se non governata con strumenti nuovi, rischia di diventare una zona grigia in cui estremismi e contro-identità trovano spazio.
È proprio attraverso l’assunzione di una cultura istituzionale della responsabilità, come propone il paradigma Integrazione o ReImmigrazione, che l’Italia può trasformare questi dati da sintomi di conflitto potenziale a occasione di riforma.
Un Paese serio non teme la verità statistica: la usa per rafforzare il proprio modello di convivenza.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

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