In Italia parlare di sicurezza nazionale significa, quasi sempre, parlare di tutto tranne che del suo fondamento: la capacità dello Stato di distinguere, classificare e decidere.
Per anni il dibattito sull’immigrazione si è limitato a slogan contrapposti, oscillando tra chi invoca chiusure drastiche e chi immagina soluzioni indefinite, senza mai affrontare seriamente ciò che determina la stabilità di un Paese.
Il dossier “Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione: una proposta per la sicurezza nazionale” nasce proprio da questa consapevolezza: senza un metodo, la sicurezza non esiste.
Il punto centrale è semplice: uno Stato che non valuta in modo oggettivo l’integrazione non può difendere se stesso.
Da questa premessa prende forma il paradigma Integrazione o ReImmigrazione, che mette ordine in un sistema che oggi appare frammentato, disomogeneo e incapace di essere prevedibile.
La mancanza di prevedibilità è il vero nemico della sicurezza nazionale.
Un Paese è sicuro quando ogni soggetto presente sul territorio è identificato, tracciato e valutato; non quando rimane sospeso in una zona grigia amministrativa che, paradossalmente, lo Stato stesso contribuisce a produrre.
Il dossier evidenzia come una parte significativa delle irregolarità non sia generata da comportamenti antisociali, ma dalla lentezza delle procedure, dalla mancanza di criteri omogenei e dall’assenza di collegamento tra le banche dati delle diverse amministrazioni. Questa disorganizzazione crea un effetto domino: persone in attesa, percorsi bloccati, titoli scaduti, ricorsi giudiziari, incertezza diffusa.
E l’incertezza, in un contesto migratorio, è sempre vulnerabilità.
Una vulnerabilità che ricade su tutti: cittadini italiani, stranieri regolari, imprese, istituzioni.
Da qui la necessità di un nuovo paradigma.
Integrazione o ReImmigrazione introduce tre criteri essenziali — lavoro effettivo, conoscenza della lingua italiana, rispetto delle regole — che permettono allo Stato di valutare l’idoneità di un individuo a rimanere stabilmente sul territorio.
Non si tratta di criteri astratti o ideologici, ma di indicatori concreti, verificabili, che molti Paesi europei hanno già adottato da tempo.
Il dossier insiste sul fatto che la sicurezza nazionale non può essere garantita senza un modello che renda obbligatoria questa valutazione.
Permettere l’ingresso e la permanenza di persone senza verificare il loro livello di integrazione significa rinunciare alla capacità di gestione.
Allo stesso modo, trattenere per anni chi non ha alcuna intenzione di integrarsi significa alimentare zone di marginalità che diventano terreno fertile per conflitti sociali, microcriminalità e radicalizzazione.
La sicurezza non è repressione: è selezione razionale.
All’interno del dossier trova spazio anche una riflessione sul ruolo della protezione complementare, che oggi rappresenta un vero laboratorio italiano. Quando l’Amministrazione valuta correttamente l’integrazione lavorativa, linguistica e sociale, lo Stato è in grado di stabilizzare chi merita e di evitare che persone pienamente integrate scivolino verso l’irregolarità per errori amministrativi o ritardi procedurali.
Un sistema che integra chi rispetta le regole è un sistema che riduce il rischio e rafforza la sicurezza.
In definitiva, questo dossier non si limita a proporre un’analisi: mette sul tavolo un metodo.
Un metodo che permette allo Stato di passare dall’immobilismo decisionale a un processo trasparente, prevedibile e coerente con l’interesse nazionale.
Integrazione o ReImmigrazione non è un compromesso, né una formula politica.
È una struttura concettuale che può ridare stabilità a un settore da troppo tempo lasciato alla casualità.
L’Italia ha bisogno di criteri.
Ha bisogno di una linea chiara.
Ha bisogno di un paradigma che unisca integrazione e sicurezza in un unico schema logico.
Questo dossier è un passo in quella direzione.
Lobbista
Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

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