Il fallimento dell’integrazione “soft”: cosa rivela davvero il caso Mohamed Shahin Imam di Torino

Il caso dell’Imam Mohamed Shahin, esploso nelle ultime settimane a Torino, non è un episodio isolato né un cortocircuito improvviso.

È, piuttosto, la manifestazione più evidente di un modello di integrazione che per anni abbiamo considerato sufficiente solo perché non produceva rumore.

Un modello “soft”, privo di criteri verificabili, costruito sull’idea che la convivenza si potesse garantire semplicemente evitando di chiedere troppo.

Un modello che oggi mostra, senza più possibilità di negazione, tutti i suoi limiti.

L’integrazione, quando è pensata come un atto di gentilezza unilaterale dello Stato, finisce inevitabilmente per trasformarsi in una gestione passiva.

Non si valuta l’effettiva adesione ai valori costituzionali, non si controlla ciò che accade nei luoghi di culto, non si misurano i segnali di disagio o radicalizzazione.

Si dà per scontato che tutto proceda bene finché non esplode un caso che costringe l’opinione pubblica e le istituzioni a guardare ciò che per anni è rimasto fuori fuoco.

Il percorso dell’imam Shahin rientra precisamente in questo schema. Presenza ultraventennale in Italia, riconoscimento pubblico come guida religiosa, rapporti consolidati con reti associative e comunitarie.

Eppure, tutto questo tempo non è bastato a costruire un quadro chiaro sulla sua reale posizione valoriale nei confronti dello Stato italiano. I segnali di radicalità sono affiorati in modo discontinuo, gestiti senza un vero sistema di monitoraggio e affrontati solo quando le sue dichiarazioni sulla Palestina hanno travolto la narrazione rassicurante del “problema che non c’è”.

È proprio qui che il paradigma dell’integrazione “soft” mostra la sua fragilità strutturale: confonde l’assenza di conflitto con il successo. Non coglie le dinamiche sotterranee. Non pone obblighi precisi né verifica quelli già esistenti. Trasforma l’integrazione da processo reale in un atto formale, privo di responsabilità reciproca.

Il risultato è che lo Stato interviene tardi, quando il danno è già evidente, e spesso con strumenti emergenziali.

Il caso Shahin rivela, in realtà, che abbiamo rinunciato per anni a definire cosa significhi davvero “essere integrati”.

Abbiamo tollerato una zona grigia in cui chiunque poteva vivere, predicare, diffondere idee potenzialmente incompatibili con l’ordinamento senza che nessuno si chiedesse se quel percorso rispecchiasse le condizioni necessarie per permanere stabilmente sul territorio nazionale.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce esattamente per colmare questo vuoto. Non propone soluzioni drastiche, ma criteri certi. Non si limita a gestire l’immigrazione come un fenomeno economico, ma la considera un processo di responsabilità reciproca. Chiede che l’integrazione diventi un obbligo misurabile, non una fiducia generica. E stabilisce che chi rifiuta questo percorso, o lo ostacola, deve essere indirizzato verso un ritorno ordinato e rispettoso, senza zone opache o impunità culturale.

Il caso Shahin ci ricorda che la sicurezza nazionale e la coesione sociale non si difendono con reazioni sporadiche. Si difendono con un metodo. Serve passare da un modello basato sulla speranza a uno basato sulla verifica. Da un modello permissivo a uno esigente. Da un’idea di integrazione “che prima o poi succederà” a un paradigma in cui lo Stato conosce, controlla e valuta.

Se l’Italia vuole davvero garantire convivenza, prevenzione dei radicalismi e tutela dei propri valori costituzionali, non può più permettersi un’integrazione morbida e discontinua. Il caso Shahin non è la causa del problema: è la lente che permette finalmente di vederlo. Ora sta al Paese decidere se continuare con un modello che non protegge più nessuno, o se adottare un approccio capace di guardare al futuro con lucidità, rigore e responsabilità.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

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