Il parere reso dal Consiglio di Stato, Sezione Prima, Adunanza del 4 dicembre 2025, numero 01416/2025, affare numero 00669/2023, segna un passaggio che va ben oltre il singolo caso esaminato.
Siamo di fronte a un atto che contribuisce in modo netto alla riscrittura dell’idea stessa di cittadinanza, sottraendola definitivamente alla retorica dell’irreversibilità e riportandola entro il perimetro della legalità sostanziale e della responsabilità individuale.
Il caso è noto: una cittadinanza italiana concessa nel 2017 e successivamente annullata in autotutela, a distanza di anni, a seguito dell’accertata falsità della documentazione prodotta in sede di domanda. Il ricorrente ha invocato, tra gli altri profili, il decorso del tempo, la buona fede, il principio di affidamento e la violazione dell’articolo 21-nonies della legge numero 241 del 1990. Tutte doglianze respinte.
Il Consiglio di Stato afferma un principio destinato ad avere un impatto sistemico: non può formarsi alcun affidamento giuridicamente tutelabile quando il vantaggio – anche se risalente nel tempo – è stato conseguito mediante una falsa rappresentazione della realtà. La cittadinanza, in questa prospettiva, non è un diritto intangibile né un punto di arrivo definitivo, ma uno status giuridico che presuppone la legittimità del procedimento che lo ha generato.
È un passaggio culturale prima ancora che giuridico. Per anni, nel dibattito pubblico italiano, la cittadinanza è stata rappresentata come una sorta di “blindatura” finale, capace di neutralizzare qualsiasi verifica successiva. Questo parere ribalta tale impostazione: lo Stato non perde il potere di correggere i propri atti quando l’illegittimità discende da un comportamento doloso o comunque ingannevole del privato, anche se il tempo è trascorso.
Non meno rilevante è il chiarimento sul piano procedurale. Il Consiglio di Stato esclude la necessità della comunicazione di avvio del procedimento e di una motivazione rafforzata sull’interesse pubblico, ritenendo che, in presenza di documentazione falsa, tale interesse sia “in re ipsa”. È un’affermazione forte, che riduce sensibilmente lo spazio delle difese meramente formalistiche e riafferma la centralità della sostanza rispetto al rito.
Letto in chiave più ampia, questo parere si inserisce in una tendenza che riguarda non solo l’Italia, ma l’intero spazio occidentale: la cittadinanza torna a essere uno status esigente, fondato su presupposti verificabili e revocabile quando quei presupposti si rivelano inesistenti o fraudolenti.
Non è una deriva autoritaria, ma il recupero di una funzione ordinaria dello Stato: garantire che l’appartenenza giuridica alla comunità nazionale non sia il frutto di un inganno tollerato.
In questa prospettiva, il tema non è la “revoca” in sé, ma il nesso tra cittadinanza, integrazione e responsabilità. Chi entra stabilmente nella comunità statale lo fa assumendo obblighi di lealtà verso l’ordinamento. Quando tale lealtà viene meno all’origine, viene meno anche il fondamento dello status. È esattamente qui che il paradigma integrazione o ReImmigrazione trova una delle sue basi giuridiche più solide: l’integrazione autentica non può poggiare su una menzogna giuridica, e la permanenza nello spazio statale non può essere garantita a prescindere dal rispetto delle regole fondamentali.
Il parere del Consiglio di Stato non introduce una novità normativa, ma legittima una prassi destinata a consolidarsi. La cittadinanza non è più un punto di non ritorno. È uno status serio, reversibile quando nasce viziato, e proprio per questo più credibile quando è legittimamente acquisito.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato – Lobbista
Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

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