Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.
Dopo aver chiarito che l’immigrazione è un rapporto giuridico fondato sulla responsabilità e non sull’utilità economica, affrontiamo oggi uno degli equivoci più radicati e più dannosi del dibattito contemporaneo: l’idea che l’ingresso nel territorio dello Stato comporti, in qualche modo, un diritto implicito alla permanenza. È un equivoco culturale prima ancora che giuridico, ma è proprio da questo equivoco che discendono molte delle distorsioni attuali del sistema.
Nel diritto dell’immigrazione, l’ingresso è solo l’atto iniziale del rapporto tra lo straniero e lo Stato. Non è una conquista, non è una legittimazione definitiva, non è un titolo che si consolida automaticamente nel tempo. È, al contrario, un momento preliminare, subordinato a condizioni precise e destinato a essere seguito da verifiche, controlli e valutazioni successive. Confondere l’ingresso con la permanenza significa sovvertire l’intera architettura del sistema.
Eppure, nella prassi amministrativa e nel discorso pubblico, questo passaggio logico è stato progressivamente rimosso. Si è affermata una narrazione secondo cui “una volta entrati” si sarebbe già in qualche modo “dentro”, e quindi meritevoli di stabilizzazione. Il confine tra ingresso e soggiorno si è fatto opaco, fino quasi a scomparire. Ma uno Stato che non distingue più tra chi entra e chi può restare è uno Stato che rinuncia a governare.
Dal punto di vista giuridico, l’ingresso è sempre condizionato. È legato a un titolo, a una finalità, a una durata. Non apre uno spazio di libertà indefinito, ma inaugura un rapporto che può proseguire solo se le condizioni previste dalla legge vengono rispettate. Il soggiorno, a sua volta, non è la naturale prosecuzione dell’ingresso, ma il risultato di una valutazione positiva da parte dell’autorità pubblica. Quando questa distinzione viene cancellata, il sistema smette di funzionare.
Questo equivoco produce un secondo effetto, ancora più problematico: l’idea che il tempo trasformi l’ingresso in diritto. Più si resta, più si diventa intoccabili. Più il procedimento si prolunga, più la posizione si consolida. Ma il tempo, come abbiamo già visto, non è una categoria giuridica sufficiente. Il tempo non sana le irregolarità, non sostituisce le decisioni, non crea legittimazione. È solo l’inerzia dello Stato a trasformare il tempo in un fattore surrettizio di stabilizzazione.
Su questo terreno si innestano anche molte confusioni sul tema della cittadinanza. Si tende a considerare la cittadinanza come l’esito naturale di una presenza prolungata, quasi fosse un premio alla resistenza. Ma anche qui il presupposto è errato. La cittadinanza, come l’ingresso e il soggiorno, è una scelta sovrana dello Stato. Non è un automatismo temporale, ma una decisione politica e giuridica, che presuppone integrazione reale, adesione all’ordinamento e affidabilità complessiva.
Ribadire che entrare non significa restare non equivale a negare diritti. Al contrario, significa rendere i diritti seri. Significa chiarire fin dall’inizio che l’ingresso apre un percorso, non garantisce un esito. Che l’integrazione è possibile, ma non scontata. Che la permanenza è legittima solo se sostenuta da comportamenti coerenti e dal rispetto delle condizioni previste.
È proprio qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” mostra la sua coerenza interna. Se l’ingresso non è un diritto acquisito, allora anche la permanenza deve essere continuamente giustificata. E se questa giustificazione viene meno, lo Stato deve avere il coraggio e la capacità di chiudere il rapporto. Non per punire, ma per ristabilire la coerenza del sistema.
Uno Stato che chiarisce fin dall’inizio che l’ingresso non equivale alla stabilizzazione è uno Stato che tutela meglio anche chi si integra davvero. Perché premia il merito, valorizza il percorso, distingue le situazioni. Al contrario, uno Stato che confonde ingresso e permanenza finisce per trattare tutti allo stesso modo, senza criteri, senza verifiche, senza decisioni.
Nel prossimo episodio affronteremo il passaggio successivo: la permanenza come processo giuridico dinamico, fatto di controlli, verifiche e conseguenze. Perché solo uno Stato che accompagna il soggiorno con decisioni effettive può dirsi davvero capace di governare l’immigrazione.
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