Dalla utilità alla responsabilità: l’immigrazione come rapporto giuridico

Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.

Nel primo episodio abbiamo chiarito che l’immigrazione non è un fatto naturale, ma una scelta regolata che richiede governo. Nel secondo abbiamo analizzato la crisi del paradigma economicista, che ha ridotto l’immigrazione a funzione produttiva, affidando al lavoro e al tempo una legittimazione che il diritto non ha mai previsto. In questa puntata affrontiamo il passaggio più delicato e, al tempo stesso, più decisivo dell’intero percorso: il passaggio dall’utilità alla responsabilità.

Se l’immigrazione è un rapporto giuridico, allora occorre dirlo senza ambiguità: la permanenza sul territorio non è un diritto acquisito, ma una posizione giuridica condizionata. Questa affermazione, che nel diritto amministrativo e nel diritto dell’immigrazione dovrebbe essere ovvia, è diventata nel tempo quasi indicibile nel dibattito pubblico. Eppure, è proprio da qui che passa la tenuta dello Stato di diritto.

Nel sistema giuridico italiano ed europeo, lo straniero non è titolare di un diritto generale a restare. È titolare, semmai, del diritto a che la propria posizione venga valutata secondo legge, nel rispetto delle garanzie procedurali e dei limiti posti dagli obblighi internazionali. Il soggiorno non è uno status naturale, ma il risultato di una verifica continua di condizioni, requisiti e comportamenti. Quando questa verifica viene meno, il rapporto giuridico si svuota e diventa mera tolleranza.

Negli ultimi decenni, però, si è affermata una prassi silenziosa ma profonda, che ha progressivamente trasformato la permanenza in una sorta di diritto di fatto. Si è iniziato a ragionare come se il semplice trascorrere del tempo producesse legittimazione, come se l’assenza di decisioni equivalesse a un riconoscimento implicito, come se l’inerzia amministrativa potesse sostituirsi alla valutazione giuridica. È in questo scarto tra diritto formale e prassi reale che nasce la crisi.

Il punto centrale è che l’utilità non genera diritti. Essere utili al mercato del lavoro, contribuire economicamente, svolgere una mansione richiesta non equivale, di per sé, a essere legittimati a restare. L’utilità può essere una condizione, mai il fondamento. Quando lo Stato confonde queste due dimensioni, abdica alla propria funzione di governo e delega a soggetti estranei – il mercato, il tempo, la contingenza – decisioni che dovrebbero essere sue.

Da qui emerge il concetto chiave di questo episodio: la responsabilità individuale dello straniero. Responsabilità non in senso morale o punitivo, ma giuridico. Responsabilità come insieme di obblighi, comportamenti e requisiti che accompagnano la presenza sul territorio. Lingua, rispetto delle regole, cooperazione con le autorità, correttezza procedurale, adesione all’ordinamento. L’integrazione non è un fatto spontaneo, ma un percorso esigente, che presuppone un impegno attivo.

Quando questo elemento viene rimosso, l’integrazione diventa una promessa astratta. Si parla di inclusione, ma si rinuncia a verificare. Si invoca la coesione, ma si accetta l’assenza di responsabilità. Il risultato è un sistema che non premia chi si integra davvero e non sanziona chi rifiuta le regole, producendo diseguaglianza, frustrazione e perdita di credibilità istituzionale.

Rimettere al centro il rapporto giuridico significa, quindi, ristabilire una simmetria. Da un lato lo Stato, che ha il dovere di decidere, motivare, applicare le regole e rispettare i diritti fondamentali. Dall’altro lo straniero, che ha il dovere di rispettare le condizioni del soggiorno e di rendere legittima la propria permanenza nel tempo. Senza questa simmetria, non esiste integrazione, ma solo permanenza passiva.

È proprio in questo passaggio che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Non come alternativa ideologica, ma come conseguenza logica. Se l’integrazione è un percorso basato sulla responsabilità, allora deve esistere anche l’esito opposto, quando quella responsabilità non viene assunta o viene violata. La ReImmigrazione non è una punizione, ma la chiusura coerente di un rapporto giuridico che non ha prodotto integrazione.

Continuare a parlare di integrazione senza responsabilità significa, in realtà, rinunciare a entrambe. Significa produrre un sistema opaco, nel quale nessuno è realmente valutato e nessuno è realmente tutelato. Uno Stato che non distingue, non decide e non applica perde la capacità di governare e, con essa, la fiducia dei cittadini e degli stessi stranieri regolari.

Nel prossimo episodio affronteremo un altro equivoco fondamentale: l’idea che entrare significhi restare. Vedremo perché l’ingresso è solo l’atto iniziale del rapporto giuridico e perché la permanenza non può mai essere considerata un diritto acquisito sin dall’origine.

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