Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.
Nel primo episodio abbiamo chiarito un punto fondamentale: l’immigrazione non è un fatto naturale né un processo automatico, ma un rapporto giuridico che deve essere governato fino in fondo. In questa puntata facciamo un passo ulteriore e affrontiamo uno dei pilastri impliciti del dibattito contemporaneo, spesso dato per scontato e raramente messo in discussione: l’idea che l’immigrazione sia, prima di tutto, una funzione economica.
Questo paradigma non nasce per caso. Si afferma progressivamente nel secondo dopoguerra, quando i flussi migratori vengono letti come risposta strutturale al fabbisogno di manodopera. L’immigrato è, in questa prospettiva, una risorsa produttiva. Entra perché serve, resta perché lavora, si stabilizza perché contribuisce. È uno schema lineare, apparentemente razionale, che ha avuto una sua coerenza storica in contesti ben delimitati, ma che nel tempo è stato trasformato in una vera e propria ideologia di sistema.
Il passaggio decisivo avviene quando il lavoro smette di essere una delle condizioni del soggiorno e diventa il suo fondamento esclusivo. Il titolo di soggiorno non è più lo strumento attraverso cui lo Stato governa la presenza dello straniero, ma il riflesso automatico di una posizione lavorativa. Il diritto si ritrae, l’economia avanza. E con essa avanza un’idea semplificata: se lavori, resti; se resti abbastanza a lungo, ti integri; se ti integri, la permanenza diventa irreversibile.
È qui che il paradigma economicista mostra la sua prima crepa. Perché il lavoro, per sua natura, è instabile, diseguale, discontinuo. Non misura il rispetto delle regole, non garantisce l’adesione ai valori costituzionali, non assicura l’integrazione sociale. E soprattutto non può sostituirsi allo Stato nel valutare se una presenza sul territorio sia compatibile, sostenibile e legittima nel tempo.
In Italia questo approccio trova una delle sue espressioni più emblematiche nel sistema dei flussi di ingresso per lavoro. Il cosiddetto decreto flussi nasce come strumento di programmazione, ma nel tempo si trasforma in un meccanismo di sanatoria permanente, spesso postuma, nella quale il lavoro viene utilizzato per regolarizzare ciò che è già avvenuto, non per governare ciò che deve avvenire. L’ingresso non è selezionato, è assorbito. La permanenza non è valutata, è tollerata. L’integrazione non è verificata, è presunta.
Il risultato è un rovesciamento silenzioso delle categorie giuridiche. Il tempo diventa il vero fattore legittimante. Più si resta, più si diventa intoccabili. Più si accumulano anni di presenza, più lo Stato perde la capacità di incidere. Ma il tempo, di per sé, non integra. Il tempo non educa, non responsabilizza, non costruisce appartenenza. Il tempo, senza regole applicate, produce solo radicamenti irregolari e conflitti latenti.
Il mercato del lavoro, a sua volta, non è un soggetto neutro. Non ha interesse all’integrazione, ma alla prestazione. Non valuta la legalità complessiva della presenza, ma la convenienza immediata. Affidare al mercato una funzione che è propria dello Stato significa accettare una delega impropria, che finisce per svuotare la sovranità decisionale senza produrre vera inclusione.
La crisi di questo paradigma è oggi evidente. Non solo nei dati sull’integrazione fallita, sulle seconde generazioni in difficoltà, sulla marginalità urbana, ma anche sul piano istituzionale. Lo Stato si trova a gestire presenze che non ha selezionato, che non ha verificato, che non riesce più a governare. E quando prova a intervenire, lo fa in modo episodico, emergenziale, spesso tardivo.
È qui che diventa necessario un cambio di prospettiva. L’immigrazione non può essere ridotta a funzione economica senza perdere la sua dimensione giuridica. Il lavoro è uno strumento, non un fondamento. È una componente dell’integrazione, non la sua garanzia. Senza un sistema di regole chiare, di verifiche effettive e di conseguenze applicate, il lavoro diventa un alibi, non una soluzione.
In questo senso, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce anche come risposta alla crisi dell’approccio economicista. Non per negare il valore del lavoro, ma per rimetterlo al suo posto. All’interno di un sistema nel quale lo Stato torna a esercitare la sua funzione di governo, e nel quale la permanenza non è il risultato automatico dell’utilità economica, ma l’esito di un percorso verificabile.
Nel prossimo episodio affronteremo proprio questo passaggio decisivo: il superamento dell’idea di utilità e l’introduzione della responsabilità. Perché se l’immigrazione è un rapporto giuridico, allora la permanenza non è un diritto acquisito, ma una condizione che deve essere continuamente legittimata.
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