Il Decreto Flussi nasce, almeno nelle intenzioni originarie del legislatore, come lo strumento attraverso cui lo Stato dovrebbe governare l’ingresso dei lavoratori stranieri nel territorio italiano. L’idea è semplice: programmare ogni anno il numero di ingressi per lavoro subordinato o stagionale, sulla base delle esigenze del mercato del lavoro nazionale. In teoria, un sistema di questo tipo dovrebbe consentire di coniugare fabbisogno economico, legalità dei percorsi migratori e controllo pubblico dei flussi.
Nella pratica, tuttavia, il meccanismo si è progressivamente trasformato in qualcosa di molto diverso. Non è più uno strumento di governo dell’immigrazione, ma un dispositivo amministrativo che spesso produce irregolarità invece di prevenirla.
Chi opera quotidianamente nel diritto dell’immigrazione lo vede con estrema chiarezza. Nella mia esperienza professionale, la grande maggioranza delle persone che successivamente presentano una domanda di protezione complementare è entrata in Italia attraverso il Decreto Flussi. In molti casi si tratta di lavoratori formalmente autorizzati all’ingresso, ma che, una volta giunti nel territorio nazionale, si trovano in una situazione completamente diversa da quella dichiarata nella procedura amministrativa.
Il dato empirico è impressionante: in circa il 90% dei casi delle persone che assisto in procedure di protezione complementare, l’ingresso in Italia è avvenuto tramite il sistema dei flussi programmati. Tuttavia, nel corso del tempo emerge che il rapporto di lavoro alla base della richiesta di ingresso non era genuino oppure non si è mai concretamente realizzato.
Questo fenomeno non può essere liquidato come una serie di casi isolati. Al contrario, rappresenta una distorsione strutturale del sistema.
Il meccanismo del Decreto Flussi si fonda su una premessa fragile: l’esistenza di una domanda di lavoro reale e verificabile prima dell’ingresso dello straniero nel territorio italiano. Il datore di lavoro presenta la richiesta di nulla osta, dichiara la disponibilità ad assumere il lavoratore e, una volta rilasciato il visto, il lavoratore entra nel Paese per iniziare l’attività lavorativa.
Ma il controllo effettivo su questa relazione è estremamente limitato. Nella realtà amministrativa, il sistema si basa quasi esclusivamente su dichiarazioni formali. Ciò crea uno spazio enorme per l’utilizzo distorto della procedura.
Negli ultimi anni, inoltre, numerose inchieste giornalistiche e giudiziarie hanno evidenziato l’esistenza di sistemi organizzati di intermediazione illegale legati al Decreto Flussi. In diversi casi si è parlato apertamente di “mercato dei nulla osta”, con pagamenti richiesti ai lavoratori stranieri per ottenere un ingresso legale che, in teoria, dovrebbe essere gratuito e fondato su un reale rapporto di lavoro.
In questo contesto, il Decreto Flussi rischia di diventare non un canale di immigrazione regolare, ma un meccanismo di accesso al territorio nazionale privo di un reale progetto lavorativo.
Il risultato è prevedibile. Una volta entrati in Italia, molti lavoratori si trovano senza lavoro effettivo, senza contratto reale e senza la possibilità di consolidare il titolo di soggiorno. A quel punto iniziano percorsi amministrativi alternativi: emersioni, conversioni, oppure, sempre più frequentemente, domande di protezione complementare fondate su elementi di vulnerabilità personale o su percorsi di integrazione sviluppati successivamente.
In altre parole, uno strumento pensato per gestire l’immigrazione lavorativa finisce per alimentare procedure che appartengono a tutt’altro ambito del diritto dell’immigrazione.
Il problema non è soltanto giuridico. È anche politico e sistemico. Un sistema che produce sistematicamente situazioni di irregolarità o di contenzioso amministrativo non sta governando il fenomeno migratorio: lo sta semplicemente inseguendo.
Questo paradosso diventa ancora più evidente se si osservano i numeri complessivi. A fronte di centinaia di migliaia di domande presentate negli ultimi anni, solo una parte dei lavoratori riesce realmente a consolidare il proprio rapporto di lavoro e il relativo permesso di soggiorno. Per molti altri, il percorso si interrompe prima ancora di iniziare.
Si crea così un circolo vizioso: ingresso formale, rapporto di lavoro inesistente o fittizio, perdita del titolo di soggiorno, ricerca di soluzioni giuridiche alternative.
Il Decreto Flussi, in questa prospettiva, non è più un meccanismo di regolazione dei flussi migratori, ma una porta di accesso fragile e facilmente manipolabile.
È qui che diventa necessario ripensare il sistema nel suo complesso.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” parte proprio da questa constatazione: non tutti i percorsi migratori producono integrazione reale e stabile. Quando un ingresso avviene sulla base di presupposti non genuini, lo Stato deve essere in grado di intervenire tempestivamente.
Se una persona dimostra di costruire nel tempo un percorso effettivo di integrazione — attraverso lavoro reale, conoscenza della lingua e rispetto delle regole — esistono strumenti giuridici adeguati per riconoscere e consolidare questa situazione, come la protezione complementare prevista dall’articolo 19 del decreto legislativo numero 286 del 1998.
Ma se tale integrazione non si realizza, il sistema deve essere in grado di applicare il principio opposto: la ReImmigrazione, intesa come ritorno nel Paese di origine in modo ordinato e giuridicamente regolato.
Il vero problema del Decreto Flussi non è solo la sua inefficienza amministrativa. È il fatto che non stabilisce alcuna connessione reale tra ingresso, integrazione e permanenza nel territorio.
Senza questo collegamento, il rischio è che l’immigrazione programmata si trasformi, paradossalmente, in irregolarità programmata.
Governare l’immigrazione significa costruire percorsi chiari, verificabili e coerenti. Un sistema che genera sistematicamente contenzioso, vulnerabilità amministrativa e titoli di soggiorno precari non può essere considerato un modello efficace di gestione dei flussi migratori.
Per questo motivo il dibattito sul futuro delle politiche migratorie italiane non può limitarsi alla quantità degli ingressi. La questione centrale riguarda la qualità e la veridicità dei percorsi migratori.
Finché il sistema continuerà a produrre ingressi basati su rapporti di lavoro non genuini, il Decreto Flussi resterà uno strumento incapace di governare davvero l’immigrazione.
E un sistema che non governa i flussi, inevitabilmente, finisce per subirli.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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