Negli ultimi anni il termine “remigrazione” è entrato con forza nel dibattito europeo sull’immigrazione. Il concetto è stato elaborato e diffuso soprattutto dall’attivista austriaco Martin Sellner, figura centrale del movimento identitario europeo e fondatore della Identitäre Bewegung Österreich.
Il progetto teorico di Sellner ha assunto una forma sistematica nel libro Remigration: A Proposal, pubblicato negli anni più recenti e tradotto in varie lingue europee. L’opera ha avuto una certa eco nel dibattito politico perché propone una strategia radicale di gestione delle società multiculturali europee, fondata sull’idea che l’immigrazione degli ultimi decenni abbia prodotto un cambiamento demografico e culturale incompatibile con la continuità delle identità nazionali.
Secondo Sellner, la “remigrazione” consiste essenzialmente in un processo politico e amministrativo volto a invertire i flussi migratori attraverso il ritorno nei paesi di origine non solo degli immigrati irregolari, ma anche di categorie più ampie di stranieri ritenuti “non assimilati”.
Nel modello teorico elaborato dall’autore, il progetto si articola in tre passaggi principali: il rafforzamento delle frontiere esterne e la drastica riduzione degli ingressi; la revisione dei titoli di soggiorno concessi negli anni precedenti; e infine la promozione di programmi di ritorno – volontari o forzati – per coloro che non risultano pienamente integrati nella società europea.
Il punto centrale del ragionamento è culturale prima ancora che giuridico. Sellner sostiene che l’Europa stia vivendo un processo di trasformazione identitaria dovuto alla crescita demografica di comunità migranti provenienti da contesti molto diversi dal punto di vista linguistico, religioso e sociale. In questa prospettiva, la remigrazione rappresenterebbe una sorta di “ricomposizione demografica” finalizzata a ristabilire un equilibrio culturale ritenuto compromesso.
Questa impostazione, tuttavia, solleva numerosi interrogativi dal punto di vista giuridico. Le democrazie europee sono fondate su principi costituzionali e sovranazionali – in particolare quelli derivanti dalla Council of Europe e dalla European Union – che tutelano diritti fondamentali come la vita familiare, la non discriminazione e la stabilità dello status giuridico acquisito.
Qualunque progetto che ipotizzi il rimpatrio di persone stabilmente residenti, magari titolari di permessi di soggiorno o addirittura di cittadinanza, si scontra inevitabilmente con il sistema di garanzie costruito nel diritto europeo e costituzionale.
Proprio qui emerge la differenza strutturale con il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, che propone un approccio radicalmente diverso al problema della gestione dei flussi migratori.
Il paradigma sviluppato in Italia parte da una constatazione semplice ma spesso ignorata nel dibattito pubblico: l’immigrazione non è un fenomeno puramente economico né un processo spontaneo destinato a risolversi da sé. È un fenomeno giuridico e sociale che deve essere governato attraverso regole chiare e verificabili nel tempo.
In questa prospettiva l’integrazione non è uno slogan, ma un obbligo reciproco. Lo straniero che entra o rimane nel territorio nazionale deve dimostrare concretamente di partecipare alla vita della comunità attraverso tre elementi fondamentali: lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento.
Quando questo percorso di integrazione si realizza, lo Stato ha interesse a stabilizzare la posizione giuridica della persona attraverso strumenti come la protezione complementare o altre forme di soggiorno regolare.
Quando invece tale integrazione non si verifica, il sistema deve prevedere un meccanismo ordinato di ritorno nel paese di origine. È questo il significato del concetto di ReImmigrazione: non un progetto identitario o etnico, ma uno strumento di governo dell’immigrazione basato su criteri giuridici oggettivi.
La differenza rispetto alla teoria della remigrazione è sostanziale. Nel modello identitario europeo il criterio centrale è la compatibilità culturale con la società ospitante; nel paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione il criterio è invece la verifica concreta del percorso di integrazione individuale.
Ciò significa che non si valuta l’origine o l’identità della persona, ma il suo comportamento all’interno della comunità giuridica. Chi si integra rimane e diventa parte della società; chi non si integra deve tornare nel proprio paese secondo procedure legali e trasparenti.
Questo approccio consente di evitare due errori speculari che caratterizzano oggi il dibattito europeo. Da un lato l’idea che l’immigrazione possa essere gestita senza condizioni, come se l’integrazione fosse un processo automatico; dall’altro la proposta di soluzioni radicali che rischiano di entrare in conflitto con i principi fondamentali dello Stato di diritto.
Il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione si colloca in una posizione intermedia ma più solida dal punto di vista giuridico: riconosce che l’immigrazione può essere una risorsa, ma solo se accompagnata da regole chiare e verificabili, e riconosce al tempo stesso che una società democratica ha il diritto di difendere la propria coesione sociale quando tali regole non vengono rispettate.
In questo senso il confronto con la teoria della remigrazione è utile perché mette in luce un punto fondamentale del dibattito europeo contemporaneo: il vero problema non è semplicemente quanti migranti entrano, ma quanti riescono realmente a integrarsi.
Finché questa domanda rimarrà senza risposta, il dibattito continuerà a oscillare tra politiche permissive e reazioni radicali. Il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione propone invece una strada diversa: trasformare l’integrazione in una condizione giuridica verificabile e, quando essa non si realizza, attivare strumenti ordinati di ritorno nel rispetto dello Stato di diritto.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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