La ReImmigrazione come funzione ordinaria dello Stato

Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.

Nel precedente episodio abbiamo chiarito il significato, i confini e il fondamento giuridico della ReImmigrazione, distinguendola nettamente da slogan politici e da letture ideologiche. In questa puntata affrontiamo un passaggio ulteriore e decisivo: la ReImmigrazione non come evento eccezionale, non come misura emergenziale, ma come funzione ordinaria dello Stato. Perché uno Stato che governa l’immigrazione fino in fondo non può fermarsi alla decisione, ma deve essere in grado di chiudere il ciclo.

Uno degli errori strutturali del sistema contemporaneo è aver trasformato il ritorno in un’anomalia. L’ingresso è pianificato, regolato, amministrato. La permanenza è disciplinata, rinnovata, verificata. L’uscita, invece, è spesso lasciata all’improvvisazione, alla contingenza, alla retorica dell’“ultimo rimedio”. Ma in un ordinamento giuridico coerente, l’uscita è una fase fisiologica, non una patologia.

Ogni rapporto amministrativo ha un inizio, uno sviluppo e una possibile conclusione. Questo vale per le autorizzazioni, per le concessioni, per i titoli abilitativi. Non c’è ragione per cui il soggiorno dello straniero debba fare eccezione. Trattare la ReImmigrazione come funzione ordinaria significa, semplicemente, applicare al diritto dell’immigrazione la stessa logica che governa ogni altro settore dell’azione amministrativa.

La ReImmigrazione diventa funzione ordinaria quando lo Stato smette di viverla come un fallimento politico e inizia a considerarla una conseguenza giuridica. Non è il segno che il sistema non ha funzionato, ma il segno che il sistema ha funzionato fino in fondo, distinguendo tra percorsi riusciti e percorsi non riusciti. Uno Stato che non chiude mai i rapporti che non funzionano non è più inclusivo: è indeciso.

Questa ordinaria funzione richiede, innanzitutto, decisione. Decisione di valutare, di motivare, di concludere. Ma la decisione, da sola, non basta. Deve essere seguita dall’esecuzione. Ed è proprio qui che si manifesta una delle maggiori debolezze dello Stato contemporaneo: la frattura tra la decisione formale e la sua attuazione concreta.

Uno Stato che decide ma non esegue perde autorità. Non perché sia severo o indulgente, ma perché è incoerente. La ReImmigrazione come funzione ordinaria presuppone apparati amministrativi adeguati, cooperazione internazionale, strumenti di rimpatrio efficaci e procedure chiare. Non si tratta di “fare di più”, ma di fare ciò che già si è deciso di fare.

Trattare la ReImmigrazione come evento eccezionale produce effetti distorsivi anche sul piano dell’integrazione. Se il ritorno è sempre percepito come improbabile, rinviabile o ineseguibile, la responsabilità individuale perde peso. Le regole diventano negoziabili. Le condizioni del soggiorno si svuotano di significato. Al contrario, quando l’uscita è una possibilità reale e ordinaria, l’integrazione torna a essere una scelta responsabile, non una scommessa unilaterale dello Stato.

È importante chiarire che la ReImmigrazione ordinaria non è incompatibile con le garanzie. Al contrario, le presuppone. Una funzione ordinaria è una funzione regolata, procedimentalizzata, sindacabile. Non è l’arbitrio, ma l’opposto dell’arbitrio. È la prevedibilità dell’azione pubblica che tutela tutti: cittadini, stranieri integrati e istituzioni.

Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, la ReImmigrazione come funzione ordinaria rappresenta il completamento del sistema. Senza di essa, l’integrazione resta una promessa non verificabile. Con essa, l’integrazione diventa un percorso serio, perché alternativo a un esito altrettanto serio. La possibilità del ritorno rende credibile la possibilità di restare.

C’è anche un profilo di onestà istituzionale. Uno Stato che ammette che non tutti i percorsi riescono e che organizza il ritorno in modo ordinato e legittimo è uno Stato che guarda la realtà senza infingimenti. Evita l’ipocrisia dell’irregolarità tollerata e restituisce trasparenza al sistema.

La ReImmigrazione come funzione ordinaria non è, quindi, una chiusura ideologica, ma una apertura alla coerenza. È ciò che consente allo Stato di governare l’immigrazione come un ciclo completo: ingresso, permanenza, integrazione oppure ritorno.

Nel prossimo episodio affronteremo un passaggio ancora più operativo: gli strumenti, gli apparati e la capacità di esecuzione, perché senza strutture adeguate anche la funzione ordinaria più corretta resta sulla carta. Vedremo perché, senza enforcement, il diritto dell’immigrazione è destinato a restare incompiuto.

Articoli

Commenti

Lascia un commento

More posts