Immigrazione senza integrazione: il fallimento del modello economico europeo

Per oltre trent’anni il dibattito europeo sull’immigrazione è stato dominato da una visione essenzialmente economica del fenomeno migratorio. In questa prospettiva lo straniero è stato considerato soprattutto come una variabile del mercato del lavoro: manodopera necessaria per sostenere alcuni settori produttivi, risposta al calo demografico, contributo potenziale alla sostenibilità del sistema pensionistico.

Questa impostazione ha profondamente influenzato le politiche migratorie di molti Paesi europei, compresa l’Italia. L’immigrazione è stata governata quasi esclusivamente attraverso strumenti economici, come i sistemi di quote per lavoro subordinato o stagionale. Il caso italiano del decreto flussi rappresenta forse l’esempio più evidente di questo approccio: il fenomeno migratorio viene trattato come una questione di domanda e offerta di lavoro.

Il problema è che questa lettura è incompleta. L’immigrazione non è soltanto un fenomeno economico. È prima di tutto un fenomeno sociale e politico che incide sulla struttura della comunità nazionale, sull’equilibrio dei sistemi di welfare, sulla sicurezza e sulla coesione delle società europee.

Quando il fenomeno migratorio viene analizzato esclusivamente attraverso la lente del mercato del lavoro, si produce una distorsione profonda delle politiche pubbliche. Lo Stato finisce per concentrarsi quasi esclusivamente su due momenti: l’ingresso e, in teoria, il rimpatrio. Tutto ciò che avviene nel mezzo – cioè il percorso di integrazione dello straniero nella società – rimane sostanzialmente privo di strumenti di valutazione e di governo.

È proprio questa lacuna che spiega molte delle difficoltà che oggi caratterizzano la gestione dell’immigrazione in Europa. L’assenza di un vero sistema di valutazione dell’integrazione produce inevitabilmente fenomeni di marginalizzazione sociale, tensioni nei territori e una crescente percezione di insicurezza da parte della popolazione.

Per affrontare questa situazione è necessario superare definitivamente la visione puramente economica dell’immigrazione e introdurre un nuovo paradigma di governo dei flussi migratori.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce precisamente da questa esigenza. La sua premessa è semplice ma fondamentale: la permanenza nel territorio nazionale non può essere legata esclusivamente alla presenza di un contratto di lavoro o alla domanda di manodopera da parte di un determinato settore produttivo. Deve invece essere collegata alla capacità dello straniero di integrarsi nel tessuto sociale del Paese ospitante.

In altre parole, l’integrazione deve diventare il criterio centrale di governo dell’immigrazione.

Questa impostazione distingue radicalmente il paradigma della ReImmigrazione dalla teoria della remigrazione, che negli ultimi anni è stata proposta in alcuni ambienti politici europei. La remigrazione si fonda prevalentemente su una visione identitaria della società e propone il rimpatrio sistematico degli stranieri considerati non assimilati.

Il paradigma della ReImmigrazione, invece, non si basa su criteri culturali o etnici. Si fonda su un principio giuridico di responsabilità reciproca tra lo straniero e la comunità che lo accoglie. Lo straniero ha il diritto di costruire la propria vita nel Paese ospitante, ma ha anche il dovere di dimostrare un percorso reale di integrazione. Se questo percorso non si realizza, lo Stato deve poter intervenire per interrompere la permanenza nel territorio.

Per rendere operativo questo paradigma è necessario dotarsi di strumenti giuridici e amministrativi adeguati.

Il primo strumento è la protezione complementare, prevista dall’articolo 19 del Testo Unico sull’Immigrazione. Questo istituto può diventare il principale meccanismo di regolarizzazione per gli stranieri che dimostrano un radicamento reale nel territorio nazionale attraverso il lavoro, i legami familiari e l’inserimento sociale. In questa prospettiva la protezione complementare non rappresenta soltanto una misura di tutela individuale, ma uno strumento di governo dell’integrazione.

Il secondo pilastro è costituito dall’accordo di integrazione, che già esiste nell’ordinamento italiano ma che oggi ha un ruolo marginale e prevalentemente simbolico. In un sistema realmente orientato all’integrazione questo accordo dovrebbe assumere un valore centrale e sostanziale, basato su parametri verificabili: conoscenza della lingua italiana, rispetto delle regole fondamentali della convivenza civile, inserimento lavorativo regolare e partecipazione alla vita sociale.

Un ulteriore elemento operativo consiste nel deposito del passaporto presso la Questura durante il percorso di integrazione. Questa misura consentirebbe di garantire una maggiore tracciabilità amministrativa dello straniero e di evitare situazioni di irreperibilità che oggi rendono estremamente difficile l’esecuzione dei provvedimenti di allontanamento.

Accanto a questi strumenti è necessario rafforzare anche la capacità operativa dello Stato nella gestione dei rimpatri. Da anni il sistema italiano soffre di una evidente difficoltà nell’eseguire le espulsioni disposte dall’autorità amministrativa o giudiziaria. Per affrontare questo problema sarebbe opportuno istituire una polizia dell’immigrazione con competenze specifiche nella gestione delle procedure di allontanamento.

Parallelamente è indispensabile rafforzare il sistema dei centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), che rappresentano l’unico strumento previsto dall’ordinamento per garantire l’effettività delle espulsioni nei casi in cui lo straniero non collabori al rimpatrio volontario.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” mira quindi a ristabilire un equilibrio tra accoglienza e responsabilità. Da un lato offre una reale possibilità di integrazione a chi dimostra di voler costruire la propria vita nel rispetto delle regole della società ospitante. Dall’altro lato consente allo Stato di intervenire quando questo percorso non si realizza.

Una società aperta non può essere una società priva di regole. L’integrazione non può essere lasciata alla sola dinamica economica del mercato del lavoro. Deve diventare il criterio principale attraverso cui si decide chi può rimanere e chi invece deve tornare nel proprio Paese.

Solo superando la visione economicista dell’immigrazione sarà possibile costruire un sistema di governo dei flussi migratori realmente sostenibile nel lungo periodo.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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