Negli ultimi anni il termine remigrazione è tornato con forza nel dibattito politico europeo. Fino a poco tempo fa confinato negli ambienti dell’attivismo identitario, oggi il concetto compare sempre più spesso nelle discussioni pubbliche sulla gestione dei flussi migratori, nei programmi di alcuni movimenti politici e persino nel linguaggio giornalistico. Questa crescente diffusione solleva una domanda centrale: la remigrazione rappresenta davvero una politica migratoria praticabile oppure è principalmente una costruzione ideologica?
Per comprendere il fenomeno è necessario partire dalla definizione. La remigrazione viene generalmente intesa come il ritorno, volontario o forzato, nel Paese di origine di persone di origine straniera che vivono stabilmente in Europa. Nella sua versione teorica più radicale, la remigrazione non riguarda soltanto gli immigrati irregolari o coloro che hanno commesso reati, ma anche categorie molto più ampie di persone considerate “non integrate” o “non assimilate” nelle società europee. In questa prospettiva il problema migratorio non viene affrontato attraverso politiche di integrazione o di gestione giuridica dei soggiorni, ma attraverso una strategia di riduzione strutturale della presenza straniera.
Il principale teorico contemporaneo di questa impostazione è l’attivista austriaco Martin Sellner, che ha contribuito a sistematizzare il concetto all’interno del movimento identitario europeo. Nella sua elaborazione, la remigrazione è presentata come un processo politico articolato in più fasi: il rafforzamento dei controlli alle frontiere, la revisione dei criteri di cittadinanza e, infine, programmi di ritorno su larga scala verso i Paesi di origine.
Il successo mediatico di questa teoria deriva anche da un dato di fatto: molti sistemi europei di gestione dell’immigrazione stanno mostrando evidenti limiti. L’incapacità di effettuare rimpatri effettivi, l’aumento degli ingressi irregolari e le difficoltà dei sistemi di integrazione alimentano la percezione di un fenomeno fuori controllo. In questo contesto, la remigrazione viene proposta come una risposta radicale, capace di ristabilire rapidamente un equilibrio demografico e sociale.
Tuttavia, proprio questa radicalità evidenzia i limiti strutturali del concetto. La remigrazione, così come viene spesso presentata nel dibattito pubblico, non si fonda su un impianto giuridico realistico. Le società europee sono oggi caratterizzate da milioni di persone di origine straniera che possiedono titoli di soggiorno regolari, diritti acquisiti e, in molti casi, la cittadinanza. Qualsiasi progetto di rimpatrio generalizzato si scontrerebbe inevitabilmente con i principi fondamentali degli ordinamenti costituzionali europei, con il diritto dell’Unione e con le convenzioni internazionali in materia di diritti umani.
In altre parole, la remigrazione tende a operare più sul piano simbolico e identitario che su quello giuridico-amministrativo. Essa rappresenta una narrazione politica forte, capace di intercettare paure e insicurezze diffuse, ma difficilmente traducibile in un sistema normativo coerente e applicabile su larga scala.
È proprio in questo spazio di tensione tra ideologia e governo concreto dell’immigrazione che emerge la differenza con il paradigma Integrazione o ReImmigrazione.
Il paradigma della ReImmigrazione non parte dall’idea di espellere indiscriminatamente la popolazione straniera, ma da un presupposto diverso: la permanenza nel territorio nazionale deve essere collegata a un percorso reale di integrazione. In altre parole, il punto centrale non è l’origine etnica o culturale dello straniero, ma il suo rapporto con la società che lo accoglie.
L’integrazione viene intesa come un processo verificabile e strutturato, fondato su tre pilastri fondamentali: lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento. Quando questo processo funziona, lo straniero diventa parte integrante della comunità nazionale e il suo soggiorno si stabilizza anche attraverso strumenti giuridici come la protezione complementare o altri titoli di soggiorno. Quando invece l’integrazione non avviene, lo Stato deve disporre di strumenti efficaci per interrompere il percorso di permanenza e favorire il ritorno nel Paese di origine.
La differenza tra remigrazione e ReImmigrazione è quindi radicale. La prima nasce come progetto politico orientato alla riduzione identitaria della presenza straniera; la seconda si configura come un modello giuridico di governo dell’immigrazione, fondato su criteri oggettivi e verificabili.
Nel paradigma della ReImmigrazione, il ritorno nel Paese di origine non è un obiettivo ideologico ma la conseguenza logica del fallimento del percorso di integrazione. Al contrario, l’integrazione rappresenta la vera priorità del sistema. Chi si integra rimane. Chi non si integra, dopo un percorso verificabile e trasparente, deve tornare nel proprio Paese.
Questo approccio consente di superare sia il modello permissivo che ha caratterizzato molte politiche migratorie europee negli ultimi decenni, sia le proposte radicali che puntano a espulsioni generalizzate difficilmente compatibili con gli ordinamenti giuridici europei.
Il vero nodo della questione migratoria europea non è infatti stabilire quante persone debbano lasciare il continente, ma costruire un sistema capace di distinguere in modo chiaro tra integrazione riuscita e integrazione fallita. Senza questa distinzione, qualsiasi politica migratoria rischia di oscillare tra due estremi ugualmente inefficaci: l’apertura indiscriminata o la chiusura ideologica.
In questo senso, il dibattito sulla remigrazione ha comunque avuto un effetto positivo: ha riportato al centro della discussione europea il tema della sostenibilità delle politiche migratorie. Tuttavia, se l’obiettivo è realmente governare il fenomeno migratorio e non soltanto mobilitare consenso politico, è necessario passare da un linguaggio ideologico a un modello giuridico operativo.
È proprio questa la sfida che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione intende affrontare: trasformare il dibattito sull’immigrazione da conflitto ideologico a politica pubblica fondata su regole chiare, verificabili e applicabili.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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