Remigrazione: perché il concetto divide l’Europa

Negli ultimi anni il termine remigrazione è entrato con forza nel dibattito politico europeo. Fino a pochi anni fa si trattava di un concetto confinato in ambienti intellettuali marginali; oggi, invece, è diventato uno dei temi più controversi nella discussione sulle politiche migratorie del continente. La sua crescente visibilità ha generato un confronto acceso tra sostenitori e critici, al punto da trasformare la parola stessa in un simbolo di divisione politica e culturale.

Il concetto contemporaneo di remigrazione è stato elaborato soprattutto dall’attivista austriaco Martin Sellner, figura centrale del movimento identitario europeo. Nella sua elaborazione teorica, la remigrazione non si limita ai rimpatri degli immigrati irregolari, che già fanno parte dell’ordinaria politica migratoria di qualsiasi Stato. Il progetto, nella formulazione più radicale, propone un programma più ampio: la progressiva uscita dal territorio europeo non solo degli irregolari, ma anche di persone considerate “non assimilate” o culturalmente incompatibili con le società europee.

Questa impostazione ha immediatamente suscitato un dibattito di enorme intensità. I sostenitori ritengono che la remigrazione rappresenti una risposta drastica ma necessaria a quella che percepiscono come una crisi di identità e di sicurezza delle società europee. Secondo questa prospettiva, le politiche migratorie adottate negli ultimi decenni avrebbero prodotto una crescita di comunità parallele, con conseguenze sulla coesione sociale e sull’ordine pubblico.

I critici, al contrario, sostengono che la remigrazione sollevi problemi giuridici e costituzionali di enorme portata. In particolare, vengono richiamati i principi fondamentali dell’ordinamento europeo: il rispetto dei diritti fondamentali, la tutela della vita familiare, il principio di non discriminazione e le garanzie previste dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Una politica fondata su criteri culturali o identitari per determinare la permanenza di una persona nel territorio di uno Stato rischierebbe di entrare in tensione con tali principi.

È proprio questa tensione tra dimensione politica e dimensione giuridica a spiegare perché la remigrazione divida così profondamente l’Europa. Da un lato vi è la crescente percezione, diffusa in molte società europee, che il modello migratorio costruito negli ultimi trent’anni non abbia funzionato come previsto. Dall’altro lato vi è un sistema giuridico – nazionale ed europeo – costruito attorno alla tutela dei diritti individuali e alla stabilità dello status giuridico delle persone.

In questo quadro emerge la necessità di distinguere la remigrazione da altri modelli di governo dell’immigrazione che stanno prendendo forma nel dibattito europeo. Tra questi si colloca il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione, che propone un’impostazione radicalmente diversa.

La remigrazione parte dall’idea che il problema migratorio possa essere affrontato principalmente attraverso politiche di ritorno. Il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione, invece, introduce una logica preventiva e condizionata: il diritto di permanere stabilmente nel territorio dello Stato non viene considerato automatico, ma è collegato alla verifica di un percorso effettivo di integrazione.

L’integrazione, in questa prospettiva, non è una nozione astratta o puramente retorica. Essa si fonda su tre elementi concreti: partecipazione al lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle regole fondamentali della comunità ospitante. Quando questi presupposti sono presenti, l’ordinamento può riconoscere forme di stabilizzazione del soggiorno, come la protezione complementare o altri strumenti giuridici idonei a garantire un inserimento stabile.

Quando invece tale integrazione non si realizza, il sistema deve prevedere meccanismi di uscita ordinata dal territorio dello Stato. In questa prospettiva si colloca la ReImmigrazione, che non è concepita come un progetto identitario o ideologico, ma come uno strumento di governo dell’immigrazione fondato su criteri giuridici verificabili.

Il vero nodo del dibattito europeo non riguarda quindi soltanto la remigrazione in sé. La questione più profonda riguarda il modello di società che gli Stati europei intendono costruire nei prossimi decenni. Se l’immigrazione continuerà a essere gestita esclusivamente come fenomeno economico o emergenziale, il conflitto politico attorno a concetti come la remigrazione è destinato ad aumentare.

Al contrario, l’elaborazione di un paradigma giuridico chiaro – capace di collegare immigrazione, integrazione e responsabilità reciproche – potrebbe consentire di superare la polarizzazione attuale e riportare il dibattito su un terreno più razionale.

In questo senso, la discussione sulla remigrazione rappresenta anche un segnale politico importante: dimostra che il modello migratorio europeo è entrato in una fase di ridefinizione. Il punto non è se questo cambiamento avverrà, ma quale direzione prenderà.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

Articoli

Commenti

Lascia un commento

More posts