Nel dibattito europeo sulle politiche migratorie la Spagna viene spesso indicata come laboratorio di un modello più inclusivo. In questa prospettiva si colloca l’articolo pubblicato su Il Bo Live – Università di Padova dal titolo “Migranti: la Spagna sceglie l’integrazione”, consultabile al seguente link:
https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/migranti-spagna-sceglie-lintegrazione
L’articolo descrive la scelta politica spagnola di ampliare i canali di regolarizzazione, favorire l’inserimento lavorativo e strutturare percorsi di integrazione in risposta alla pressione demografica e alle esigenze del mercato del lavoro. Il messaggio è chiaro: l’integrazione non come emergenza, ma come strategia.
È una posizione che merita rispetto. L’idea che l’immigrazione non possa essere gestita esclusivamente con strumenti repressivi è condivisibile. Senza canali legali e senza politiche di inserimento, si produce soltanto irregolarità e marginalità sociale.
Ma il punto decisivo non è se scegliere l’integrazione.
Il punto è come definirla e come verificarla.
Nel dibattito pubblico il termine “integrazione” viene utilizzato in senso ampio, spesso valoriale. Integrazione significa inclusione, accesso al lavoro, partecipazione sociale. Tuttavia, raramente viene precisato quali siano gli indicatori oggettivi che consentono di affermare che un percorso di integrazione sia effettivamente riuscito.
Una politica migratoria fondata sull’integrazione non può limitarsi alla dichiarazione di principio. Deve rispondere a domande precise: esistono obblighi linguistici effettivi? Esiste un monitoraggio del percorso lavorativo? È prevista una verifica del rispetto sistematico delle regole? Quali sono le conseguenze in caso di fallimento del percorso?
Se questi elementi non sono strutturati, l’integrazione resta un obiettivo programmatico, non una condizione giuridica.
Nel paradigma che propongo, sintetizzato nella formula “Integrazione o ReImmigrazione”, l’integrazione non è uno slogan politico ma un patto verificabile. È fondata su tre pilastri essenziali: lavoro stabile, conoscenza della lingua, rispetto dell’ordinamento. Non è un concetto culturale astratto, ma un percorso misurabile.
La permanenza sul territorio nazionale non può essere automatica né irreversibile. Se il percorso di integrazione è effettivo e consolidato, la stabilità del soggiorno è pienamente legittimata. Se invece il percorso fallisce, deve essere prevista una via ordinata e coerente di rientro nel Paese d’origine.
Ed è qui che l’esempio spagnolo, così come rappresentato nell’articolo, appare incompleto. Si enfatizza la scelta politica dell’inclusione, ma non si approfondisce la dimensione della responsabilità reciproca e della reversibilità. Senza una clausola di verifica e senza un meccanismo efficace di uscita in caso di mancata integrazione, il modello rischia di fondarsi su una presunzione permanente di riuscita.
L’integrazione reale non teme la verifica.
Al contrario, la richiede.
Una politica migratoria moderna deve saper distinguere tra inclusione responsabile e stabilizzazione automatica. Deve riconoscere che i diritti si accompagnano a doveri e che il patto tra Stato e individuo implica un reciproco impegno.
Senza verifica non c’è integrazione.
Senza responsabilità non c’è stabilità.
Senza una clausola di reversibilità, l’integrazione resta una dichiarazione.
Il modello spagnolo può offrire spunti interessanti sul piano dell’inserimento e della programmazione. Ma una politica veramente strutturata deve andare oltre l’annuncio e costruire un sistema di integrazione condizionata e verificabile.
È in questo equilibrio tra apertura e responsabilità che si colloca la proposta “Integrazione o ReImmigrazione”: non contro l’integrazione, ma per un’integrazione reale, misurabile e giuridicamente vincolante.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

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