Nel dibattito pubblico sull’immigrazione si sta affermando una linea argomentativa sempre più diffusa: l’immigrazione regolare, se ben gestita e collegata al fabbisogno del mercato del lavoro, rappresenterebbe una leva di sviluppo economico. In questa prospettiva si colloca l’articolo pubblicato su 7Grammilavoro dal titolo “L’immigrazione regolare come leva di sviluppo economico: il caso spagnolo”, consultabile al seguente link:
https://www.7grammilavoro.com/limmigrazione-regolare-come-leva-di-sviluppo-economico-il-caso-spagnolo/
L’articolo presenta la Spagna come esempio di gestione pragmatica e programmata dei flussi migratori, sottolineando come l’ingresso regolare di lavoratori stranieri abbia contribuito alla crescita del PIL, al sostegno di settori produttivi in carenza di manodopera e alla tenuta del sistema economico.
Si tratta di un’analisi che merita attenzione. È indubbio che l’immigrazione regolare, inserita in un quadro normativo chiaro e collegata a una domanda effettiva di lavoro, possa ridurre l’irregolarità, generare entrate fiscali e contribuire alla produzione di ricchezza. Il mercato del lavoro europeo, in particolare nei settori agricolo, turistico e dei servizi alla persona, registra in più contesti una domanda che non trova copertura interna.
Tuttavia, il punto centrale non è l’effetto economico immediato. Il punto è il fondamento giuridico e politico della permanenza.
L’articolo assume, implicitamente, che la funzionalità economica dell’immigrazione ne costituisca la principale legittimazione. Se il sistema produttivo cresce e il PIL aumenta, l’immigrazione è positiva. Se il fabbisogno è coperto, il modello funziona.
Ma una politica migratoria non può essere ridotta a una variabile congiunturale.
Lo sviluppo economico è per sua natura ciclico. Le esigenze del mercato cambiano. I settori produttivi si espandono e si contraggono. Se la permanenza stabile è fondata esclusivamente sulla leva economica, cosa accade quando la leva si indebolisce? Quando il ciclo economico si arresta? Quando il posto di lavoro viene meno?
È qui che il modello puramente economicista mostra il suo limite.
Una comunità politica non è un’impresa che assume forza lavoro in base al bilancio trimestrale. La permanenza sul territorio nazionale comporta diritti, doveri, stabilità giuridica, accesso al welfare, ricongiungimenti familiari, radicamento sociale. Non si tratta solo di occupazione, ma di appartenenza ordinamentale.
Nel paradigma che propongo – “Integrazione o ReImmigrazione” – il lavoro è una condizione necessaria, ma non sufficiente. L’integrazione è un processo strutturato che comprende conoscenza della lingua, rispetto delle regole, adesione ai principi costituzionali, stabilità sociale, assenza di pericolosità. È un patto.
Il modello spagnolo, così come descritto nell’articolo, appare concentrato soprattutto sulla fase di ingresso e regolarizzazione. Meno evidente è la dimensione della verifica nel medio-lungo periodo. Non basta programmare i flussi. Occorre strutturare un sistema di responsabilità reciproca.
Se l’integrazione funziona, la permanenza è legittima e stabile.
Se l’integrazione fallisce, deve essere prevista una via ordinata e coerente di rientro nel Paese d’origine.
Questo non è un approccio ideologico, ma istituzionale. Non si tratta di negare il contributo economico dell’immigrazione regolare. Si tratta di evitare che l’utilità economica diventi l’unico criterio di legittimazione.
Il rischio di una politica fondata solo sulla leva economica è duplice: da un lato si produce precarietà strutturale, dall’altro si trasforma la questione migratoria in mera contabilità. Ma la stabilità di uno Stato si fonda su coesione, regole condivise e integrazione effettiva, non soltanto su indicatori macroeconomici.
Il caso spagnolo può offrire spunti utili sulla programmazione degli ingressi. Non rappresenta però, di per sé, un modello compiuto di integrazione verificabile e responsabilità istituzionale.
La domanda decisiva resta aperta:
vogliamo una politica migratoria guidata dal fabbisogno produttivo oppure un sistema fondato su un patto chiaro di integrazione?
Senza integrazione strutturata, lo sviluppo rischia di essere solo temporaneo.
Senza responsabilità reciproca, la permanenza diventa automatica e irreversibile.
Per questo la vera sfida non è scegliere tra apertura e chiusura.
La vera scelta è tra contabilità economica e integrazione ordinamentale.
Ed è su questo crinale che si colloca la proposta: integrazione effettiva oppure ReImmigrazione ordinata.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

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