Oltre le quote: anziché programmare ingressi, bisogna programmare l’integrazione

Il dibattito sulla programmazione dei flussi 2026–2028 conferma la persistenza di un modello quantitativo di gestione dell’immigrazione. Si discute di contingenti, di fabbisogni settoriali, di finestre temporali, di semplificazioni procedurali. Si perfeziona il passaggio dalla cosiddetta “migrazione da offerta” alla “migrazione da domanda”. Si migliora la tecnica amministrativa. Ma non si supera il paradigma.

Il sistema dei flussi è uno strumento numerico. Stabilisce quanti lavoratori possono entrare e in quali comparti produttivi. È un meccanismo di regolazione dell’accesso, non una teoria della permanenza. L’immigrazione resta incardinata su un presupposto economico: si entra perché serve manodopera, si resta finché la manodopera è richiesta.

Questa impostazione è strutturalmente insufficiente.

L’immigrazione non è soltanto un fenomeno produttivo. È un fenomeno ordinamentale. Incide sulla composizione demografica, sulla coesione sociale, sugli equilibri territoriali, sull’identità giuridica dello Stato. Continuare a regolare il fenomeno attraverso quote significa affrontarne la superficie, non la struttura.

Superare il sistema dei flussi non significa abolire l’ingresso per lavoro. Significa ridefinirne il fondamento. Nel modello attuale il lavoro è la causa dell’ingresso e il presupposto della permanenza. Il titolo di soggiorno è legato al contratto; la stabilità giuridica alla continuità occupazionale. L’integrazione è eventuale, non strutturale. È una conseguenza possibile, ma non un criterio ordinante.

Il paradigma deve essere invertito.

L’ingresso non può più essere concepito esclusivamente come risposta a una domanda economica. Deve essere finalizzato all’integrazione. Il lavoro resta centrale, ma diventa uno dei pilastri di un percorso più ampio che comprende lingua, rispetto delle regole, adesione ai principi costituzionali, inserimento sociale effettivo. Non si entra soltanto per lavorare; si entra per integrarsi.

È qui che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

Questo paradigma non è uno slogan politico. È una proposta di razionalizzazione sistemica. Significa affermare che la permanenza sul territorio nazionale è legittimata da un percorso effettivo di integrazione. Integrazione come fatto verificabile, non come formula retorica. Integrazione come criterio giuridico.

Nel modello “Integrazione o ReImmigrazione”, l’ingresso costituisce l’inizio di un percorso. Se il percorso produce radicamento linguistico, lavorativo e civico, la permanenza si consolida. Se il percorso non produce integrazione, il sistema deve prevedere strumenti ordinati di rientro nel Paese di origine. Non come misura punitiva, ma come conseguenza coerente del mancato perfezionamento del patto di integrazione.

La differenza rispetto al sistema dei flussi è radicale. Nel modello quantitativo, il centro è il numero. Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, il centro è la qualità del radicamento.

L’Accordo di integrazione introdotto nel passato avrebbe potuto rappresentare il primo passo verso questa impostazione. Tuttavia, l’applicazione concreta ne ha ridotto l’incidenza a un livello formale. Non è diventato il criterio effettivo di stabilizzazione del soggiorno. Non ha inciso in modo sistemico sui rinnovi. È rimasto un adempimento burocratico.

Il superamento del sistema dei flussi implica invece la trasformazione dell’integrazione in architrave dell’intero impianto migratorio. L’ingresso per integrazione sostituisce l’ingresso per mera domanda produttiva. La permanenza si fonda su indicatori oggettivi e verificabili. Il diritto di restare è connesso al compimento di un percorso.

Questo approccio non è restrittivo in senso ideologico. È ordinatorio in senso giuridico. Non nega i canali legali. Non chiude l’accesso. Ma stabilisce che l’immigrazione non può essere ridotta a una funzione economica.

Un ordinamento maturo non si limita a regolare chi entra. Regola a quali condizioni si resta.

Finché la politica migratoria continuerà a concentrarsi sulle quote, il dibattito resterà confinato alla dimensione amministrativa. Quando si affermerà il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, l’immigrazione sarà finalmente ricondotta alla sua dimensione strutturale: quella di un patto tra Stato e individuo, fondato su diritti ma anche su obblighi.

Oltre le quote significa questo. Significa passare dalla gestione dei numeri alla costruzione di appartenenza responsabile. Significa sostituire la logica contingente del fabbisogno con la logica sistemica dell’integrazione.

È una scelta di metodo. Ma è soprattutto una scelta di futuro.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36

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