Negli ultimi anni è tornata con forza una narrazione che potremmo definire economicista dell’immigrazione. Una delle espressioni più emblematiche di questa impostazione è l’articolo pubblicato su Open Migration dal titolo “Come gli immigrati salvano l’economia e le pensioni italiane”, consultabile al seguente link:
https://openmigration.org/idee/fatto-come-gli-immigrati-salvano-leconomia-e-le-pensioni-italiane/
La tesi è chiara: gli immigrati, essendo mediamente più giovani e in età lavorativa, contribuiscono al PIL nazionale, versano imposte e contributi previdenziali, e dunque rappresenterebbero un elemento essenziale per la sostenibilità del sistema pensionistico italiano.
Il dato economico, in sé, non è in discussione. È evidente che una quota significativa di cittadini stranieri regolarmente residenti lavori, produca reddito, versi contributi e partecipi al finanziamento del sistema previdenziale. In un sistema a ripartizione, quale è quello italiano, ogni contribuente attivo contribuisce anche al pagamento delle pensioni correnti.
Il problema non è la veridicità del dato. Il problema è l’uso che se ne fa.
Quando si afferma che “gli immigrati salvano le pensioni”, si compie un salto logico e politico. Si passa da un’analisi contabile a una legittimazione strutturale della permanenza. Si suggerisce, implicitamente, che il contributo fiscale e previdenziale sia di per sé sufficiente a fondare il diritto a restare stabilmente nel territorio nazionale.
È qui che il ragionamento si rivela incompleto.
Uno Stato non è una semplice piattaforma fiscale. Non è un sistema che accoglie in funzione del fabbisogno contributivo. Ridurre l’immigrazione a una variabile economica significa adottare una visione utilitaristica, nella quale lo straniero è funzionale al sistema finché produce. È una logica che misura la presenza sulla base dell’utile, non dell’integrazione.
Ma il diritto di soggiorno stabile non può essere fondato esclusivamente sull’utilità economica.
L’integrazione non coincide con il pagamento delle tasse. Il lavoro è un elemento fondamentale, ma non è sufficiente. Una comunità politica si regge su un patto più ampio, che comprende la conoscenza della lingua, il rispetto delle regole, l’adesione ai principi costituzionali, l’assenza di pericolosità sociale, il radicamento effettivo nel tessuto civile.
Nel paradigma che propongo, sintetizzato nella formula “Integrazione o ReImmigrazione”, la permanenza non è automatica né meramente economica. È condizionata a un percorso verificabile di integrazione. Lo Stato garantisce diritti, ma richiede doveri. Se il percorso di integrazione fallisce, deve essere possibile attivare un meccanismo ordinato di rientro nel Paese d’origine.
L’approccio che lega la legittimità della presenza al contributo previdenziale presenta, inoltre, un limite strutturale: anche i lavoratori stranieri invecchiano. Se la permanenza è definitiva, nel medio e lungo periodo essi diventeranno a loro volta beneficiari del sistema pensionistico. L’effetto positivo attuale non equivale automaticamente a una soluzione strutturale del problema demografico. Senza un progetto chiaro di integrazione e responsabilità, si rischia semplicemente di spostare nel tempo la criticità.
Vi è poi un ulteriore profilo che l’impostazione economicista tende a trascurare: l’ordinamento giuridico non attribuisce il diritto al soggiorno in base al saldo fiscale individuale. La permanenza è regolata da titoli giuridici, da presupposti normativi, da valutazioni di ordine pubblico e integrazione sociale. Confondere il piano economico con quello giuridico significa alterare la natura stessa della sovranità statale.
Il contributo fiscale degli immigrati è un fatto. Ma non può diventare il criterio esclusivo per legittimare una presenza stabile e irreversibile. Una politica migratoria responsabile deve andare oltre la contabilità.
La vera questione non è se gli immigrati “salvino” le pensioni.
La vera questione è se il modello di integrazione sia effettivo, verificabile e fondato su un patto chiaro tra Stato e individuo.
Solo in questa prospettiva il fenomeno migratorio può essere governato in modo coerente con la tradizione giuridica italiana e con una visione ordinamentale dello Stato. In mancanza di integrazione, non può esistere permanenza automatica. E qui si colloca il senso profondo della proposta: non esclusione ideologica, ma responsabilità reciproca.
Il futuro dell’immigrazione in Italia non può essere deciso sulla base di una tabella contributiva. Deve essere fondato su un principio semplice e trasparente: integrazione reale oppure ReImmigrazione ordinata.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

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