Nel DDL sulla protezione complementare manca un elemento essenziale: la consegna obbligatoria del passaporto

Il disegno di legge che riconosce in modo espresso la protezione complementare rappresenta un passaggio significativo nel sistema migratorio italiano. L’istituto esce definitivamente da quella dimensione ambigua nella quale è stato collocato per anni e viene inserito in un impianto normativo chiaro. È un segnale di maturità del legislatore, che prende atto di una realtà giuridica ormai consolidata.

Tuttavia, proprio perché la protezione complementare viene riconosciuta come categoria strutturale, il sistema deve essere completato in modo coerente. Nel testo del DDL manca una previsione che considero decisiva: l’obbligatorietà della consegna del passaporto o del documento di viaggio in possesso dello straniero al momento del rilascio del titolo.

Non si tratta di un dettaglio tecnico né di un irrigidimento burocratico. Si tratta di una scelta di equilibrio tra diritti e responsabilità.

La protezione complementare consente la permanenza sul territorio quando l’allontanamento determinerebbe una violazione dei diritti fondamentali, in particolare della vita privata e familiare. È una tutela che nasce dalla necessità di rispettare principi costituzionali e convenzionali. Ma questa permanenza non può essere concepita come irreversibile o sganciata dal percorso di integrazione.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si fonda su un principio semplice: la tutela è garantita quando vi è un percorso reale di inserimento nel tessuto sociale, lavorativo e culturale; qualora questo percorso venga meno o venga compromesso da comportamenti incompatibili con le regole fondamentali dell’ordinamento, lo Stato deve poter attivare in modo effettivo il ritorno nel Paese di origine.

Senza la disponibilità del documento di viaggio, questo equilibrio resta incompleto. Si riconosce il diritto alla permanenza, ma si indebolisce la possibilità di rendere effettiva la revoca o la cessazione della tutela qualora ne ricorrano i presupposti. In altre parole, si rafforza il diritto ma non si struttura il dovere.

La consegna del passaporto alla Questura rappresenterebbe, invece, un atto di responsabilità coerente con la natura stessa della protezione complementare. Non incide sulla tutela dei diritti fondamentali, ma garantisce che il sistema resti governabile. Se l’integrazione si consolida, il percorso di stabilizzazione prosegue. Se l’integrazione fallisce, la ReImmigrazione non resta un principio astratto ma diventa una possibilità concreta, nel rispetto delle garanzie di legge.

Un ordinamento maturo non teme la chiarezza delle regole. La protezione complementare può essere uno strumento serio solo se inserita in un modello che contempli diritti e doveri in modo speculare. L’obbligo di consegna del passaporto non riduce la tutela; la rende compatibile con un sistema fondato sulla responsabilità.

Il DDL ha compiuto un passo importante riconoscendo esplicitamente la protezione complementare. Perché questo passo sia coerente fino in fondo, occorre completare il quadro normativo con una previsione che consenta allo Stato di garantire, accanto alla protezione, anche la possibilità effettiva della ReImmigrazione qualora il percorso di integrazione non si realizzi.

Solo così il sistema potrà dirsi equilibrato, credibile e realmente governabile.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36

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