Giappone: nessuna immigrazione generalizzata, solo convivenza regolata. Un modello di responsabilità?

Negli ultimi mesi il dibattito pubblico giapponese in materia di immigrazione ha assunto contorni particolarmente chiari. Le dichiarazioni attribuite alla Ministra Onoda – rilanciate anche sui social internazionali – indicano una linea politica che si discosta in modo netto dall’idea di un’immigrazione intesa come fenomeno aperto e tendenzialmente permanente.

Il messaggio è sintetico, ma giuridicamente denso: il Giappone non ha una “politica generale sull’immigrazione”, bensì una politica di convivenza ordinata, regolata e condizionata.

Non si tratta di una formula retorica. Dietro questa impostazione vi sono principi concreti: assenza di automatismi nel ricongiungimento familiare, maggiore difficoltà nell’ottenere la residenza permanente, possibilità di espulsione per violazioni fiscali, piano per azzerare la presenza irregolare, introduzione di tetti agli ingressi da determinate aree del mondo. Il filo conduttore è evidente: la permanenza sul territorio non è un diritto incondizionato, ma un rapporto giuridico fondato su obblighi e responsabilità.

Questa impostazione merita di essere analizzata con lucidità, senza semplificazioni ideologiche. Il Giappone non è uno Stato tradizionalmente aperto all’immigrazione di massa. La sua struttura normativa, storicamente improntata al controllo selettivo degli ingressi, ha sempre considerato la presenza straniera come funzionale a esigenze specifiche – economiche, demografiche o accademiche – e non come trasformazione strutturale della composizione nazionale. Oggi, di fronte all’aumento dei residenti stranieri e alle tensioni legate alla gestione amministrativa, Tokyo sembra riaffermare un principio di fondo: chi entra deve rispettare regole precise, integrarsi nel tessuto sociale e contribuire in modo verificabile.

È qui che emerge l’aspetto più interessante per un’analisi comparata. La politica giapponese non parla di “remigrazione” in senso ideologico, né utilizza categorie identitarie. Parla di legalità, di ordine pubblico, di responsabilità fiscale, di requisiti stringenti per la stabilizzazione del soggiorno. In altre parole, configura l’immigrazione come relazione giuridica condizionata.

Il punto centrale non è la chiusura, ma la condizionalità. Nessun ricongiungimento automatico. Nessuna stabilizzazione permanente senza requisiti rafforzati. Nessuna tolleranza per chi viola le regole. Nessuna permanenza in caso di irregolarità consolidata. Questo approccio si fonda su un presupposto semplice: la convivenza non è spontanea, ma deve essere regolata; l’integrazione non è presunta, ma verificata.

Nel paradigma che propongo da tempo – Integrazione o ReImmigrazione – il principio è analogo. L’immigrazione può essere sostenibile solo se fondata su tre pilastri: lavoro, lingua, rispetto delle regole. Non è il lavoro isolato a determinare il diritto a rimanere, ma l’integrazione complessiva. Quando l’integrazione fallisce o non si realizza, lo Stato deve essere in grado di attivare strumenti giuridici efficaci per il ritorno nel Paese d’origine. Non per punizione, ma per coerenza del sistema.

Il modello giapponese, pur in un contesto culturale e giuridico diverso da quello europeo, sembra muoversi in questa direzione: la permanenza è subordinata al rispetto delle condizioni; la stabilizzazione non è automatica; l’irregolarità non è tollerata; l’accesso alla residenza permanente è più rigoroso. Si afferma così una concezione dell’immigrazione come istituto amministrativo governabile, non come fenomeno incontrollato.

La questione che si apre per l’Europa – e per l’Italia in particolare – è se sia possibile recuperare un analogo principio di responsabilità senza scivolare nella contrapposizione ideologica. Il dibattito europeo è spesso bloccato tra aperture indiscriminate e chiusure simboliche. Manca, invece, una riflessione strutturata sulla condizionalità dell’integrazione.

Il caso giapponese mostra che uno Stato può affermare con chiarezza che non esiste un diritto generale all’immigrazione, ma solo un diritto condizionato alla conformità alle regole e alla capacità di inserirsi nel tessuto sociale. È una posizione che non elimina l’immigrazione, ma la disciplina.

La domanda, allora, non è se il Giappone stia diventando più restrittivo. La domanda è se stia riaffermando un principio giuridico elementare: la permanenza sul territorio nazionale è un rapporto di responsabilità reciproca. Se questo principio viene assunto con coerenza, l’immigrazione non è più un problema emergenziale, ma una relazione regolata.

E qui si inserisce la sfida europea. Senza un sistema che colleghi in modo chiaro integrazione, obblighi e conseguenze, l’immigrazione rimane sospesa tra sanatorie periodiche e retorica securitaria. Con un sistema fondato sulla responsabilità, invece, lo Stato riacquista la capacità di governare il fenomeno.

Il Giappone offre uno spunto. Non un modello da copiare meccanicamente, ma un caso di studio. Perché, in ultima analisi, la questione non è chi entra, ma a quali condizioni rimane. Ed è su questo punto che si gioca la credibilità di qualsiasi politica migratoria seria.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

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