Negli ultimi mesi, la cronaca spagnola ha riportato una serie di episodi di violenza giovanile e di tensioni urbane che, al di là della singola dinamica fattuale, impongono una riflessione più ampia sullo stato dell’integrazione delle seconde generazioni in Spagna. Non si tratta di eventi isolati né di una questione riconducibile a fattori etnici o migratori in senso stretto, ma di segnali ricorrenti di un problema strutturale che il sistema fatica a governare.
Tra i fatti più significativi rientrano i gravi disordini verificatisi nel 2025 a Torre-Pacheco, nella Regione di Murcia, a seguito dell’aggressione di un anziano. L’episodio ha innescato scontri di strada, con feriti e arresti, ed è rapidamente degenerato in una situazione di tensione sociale diffusa. La rilevanza dell’evento non risiede tanto nella responsabilità individuale dei soggetti coinvolti, quanto nella sua capacità di far emergere fratture sociali profonde in contesti territoriali caratterizzati da marginalità e integrazione debole.
A questi fatti si aggiungono le prese di posizione delle stesse istituzioni spagnole. La Procura generale dello Stato ha segnalato negli ultimi anni un aumento delle attività violente riconducibili a bande giovanili, spesso composte da minorenni o giovani adulti, con episodi che includono aggressioni gravi e uso di armi da taglio nelle principali aree urbane. Si tratta di un fenomeno che le autorità non qualificano in termini etnici, ma che riconoscono come problema serio di ordine pubblico e coesione sociale.
Ulteriori conferme provengono dalle operazioni di polizia condotte in diverse zone del Paese, tra cui la Costa del Sol, dove sono stati smantellati gruppi criminali particolarmente violenti. Anche in questo caso, la composizione dei gruppi non è omogenea né riconducibile a un’unica origine, ma il dato rilevante è la diffusione di dinamiche di violenza organizzata in contesti urbani e periurbani segnati da disagio sociale.
Questi elementi non autorizzano semplificazioni né letture allarmistiche. Non esiste una correlazione automatica tra origine migratoria e violenza giovanile, e sarebbe metodologicamente scorretto sostenere il contrario. Tuttavia, proprio l’assenza di spiegazioni etnicizzanti rende il problema più evidente sul piano sistemico. La Spagna mostra difficoltà oggettive nell’integrare pienamente una parte delle seconde generazioni, cioè giovani nati o cresciuti nel Paese, formalmente inseriti nel contesto sociale, ma spesso privi di un reale radicamento educativo, lavorativo e civico.
Le seconde generazioni rappresentano il banco di prova di qualsiasi politica di integrazione. Quando emergono fenomeni di violenza giovanile, radicalizzazione o appartenenza a gruppi violenti, il problema non è l’origine, ma il fallimento dell’integrazione sostanziale. Un’integrazione solo formale, non accompagnata da obblighi, percorsi strutturati e verifiche nel tempo, non produce coesione, ma frustrazione e conflitto.
È in questo contesto che assume particolare rilievo la proposta di una sanatoria di massa, stimata in circa 500.000 persone, strutturata senza alcuna condizione giuridicamente vincolante di integrazione. La Spagna fatica già oggi a integrare una parte delle seconde generazioni. Procedere a una regolarizzazione generalizzata senza imporre percorsi di integrazione significa replicare su scala più ampia un modello che ha già mostrato i suoi limiti.
Dal punto di vista tecnico-giuridico, il rischio è evidente. La regolarizzazione non può essere concepita come atto neutro se non è accompagnata da obblighi di integrazione effettiva. In assenza di tali obblighi, il titolo di soggiorno perde la sua funzione ordinante e si riduce a un riconoscimento formale della presenza, incapace di incidere sulle dinamiche sociali che la cronaca continua a portare alla luce.
È qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” assume piena rilevanza. Non come slogan, ma come criterio di razionalità giuridica. La permanenza regolare deve essere giustificata da un’integrazione verificabile. Dove l’integrazione non si realizza, il ritorno non è una sanzione, ma la conseguenza coerente di un sistema che intende prevenire marginalità, conflitto e insicurezza.
La cronaca spagnola, letta senza pregiudizi ma con onestà intellettuale, offre dunque una lezione chiara. Ignorarla, continuando a separare la regolarizzazione dall’integrazione, significa rinviare un problema che il sistema non potrà evitare di affrontare. Le seconde generazioni non sono il problema: sono il termometro del problema. E una sanatoria senza integrazione rischia di alzare ulteriormente la temperatura.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato – Foro di Bologna
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

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