Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si colloca deliberatamente fuori da due modelli che hanno mostrato tutti i loro limiti: da un lato l’approccio economicista, che riduce l’immigrazione a mera variabile del mercato del lavoro; dall’altro la cosiddetta “remigrazione” di derivazione tedesca, spesso formulata in termini ideologici, collettivi o identitari. La proposta qui avanzata è diversa, più rigorosa e, soprattutto, giuridicamente sostenibile.
Per anni la gestione dell’immigrazione è stata appiattita su una logica funzionale: lo straniero è tollerato finché lavora, perde legittimazione quando esce dal circuito produttivo. In questo schema il lavoro non è uno strumento di integrazione, ma diventa una condizione di permanenza, con l’effetto di produrre soggiorni precari, ricattabilità sociale e una sistematica elusione del tema centrale: l’integrazione come rapporto stabile tra individuo e comunità statale.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” rompe questa impostazione. Il lavoro non viene negato né svalutato, ma ricollocato nel suo corretto perimetro giuridico: non più requisito automatico del diritto a restare, bensì indice qualificato di integrazione, da valutare insieme ad altri elementi essenziali. L’integrazione non è una funzione economica, ma un fatto giuridico e sociale complesso, che implica conoscenza della lingua, rispetto delle regole, adesione ai valori fondamentali dell’ordinamento e partecipazione leale alla vita collettiva.
In questa prospettiva torna centrale l’Accordo di integrazione, uno strumento che l’ordinamento italiano aveva già correttamente individuato come cardine delle politiche migratorie. Introdotto dal Governo Berlusconi, l’accordo mirava a superare l’idea dell’integrazione come fatto spontaneo, configurandola invece come obbligo misurabile, fondato su diritti e doveri. Oggi, tuttavia, quell’impostazione è di fatto disapplicata: l’accordo sopravvive sul piano formale, ma è stato svuotato di effettività, rinunciando allo strumento che consentiva allo Stato di valutare seriamente l’integrazione.
Ed è proprio qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” trova oggi il suo laboratorio operativo nella protezione complementare. Questa procedura rappresenta, allo stato attuale, il punto più avanzato di sperimentazione di un modello fondato sulla integrazione condizionata. La protezione complementare non riconosce un diritto incondizionato a restare, ma presuppone una valutazione complessiva del percorso individuale, del radicamento sociale e del rispetto delle regole.
Elemento decisivo di questo modello è la consegna del passaporto in Questura, prevista nell’ambito della procedura amministrativa. Tale misura non è un dettaglio tecnico, ma una garanzia strutturale: consente allo Stato di mantenere il controllo effettivo sulla posizione dello straniero e di realizzare concretamente la ReImmigrazione qualora il percorso di integrazione fallisca. In altri termini, la protezione complementare dimostra che integrazione e capacità di rimpatrio non sono concetti antitetici, ma parti di un unico sistema coerente.
Il punto decisivo è la conseguenza del mancato rispetto del patto di integrazione. L’integrazione non può essere un’opzione priva di effetti. Da qui il concetto di ReImmigrazione, inteso come esito ordinario e legittimo nei confronti di chi non si integra. Non una misura punitiva, ma l’applicazione coerente del principio di responsabilità: la permanenza sul territorio non è incondizionata, ma subordinata al rispetto delle regole della comunità ospitante.
Per rendere effettivo questo modello è indispensabile una polizia dell’immigrazione in senso proprio, ossia una struttura amministrativa specializzata, capace di controllare, valutare ed eseguire le decisioni dello Stato. La protezione complementare, con i suoi strumenti di controllo, dimostra che questa impostazione è già tecnicamente possibile. Ciò che manca non è il diritto, ma la volontà politica di applicarlo in modo sistematico.
È qui che emerge con chiarezza la differenza radicale rispetto alla “remigrazione” di derivazione tedesca. Quest’ultima, per come viene spesso proposta, assume tratti collettivi e ideologici. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, invece, è individuale, giuridico e condizionato: non colpisce appartenenze, ma valuta comportamenti concreti e percorsi personali, caso per caso.
La ReImmigrazione qui proposta non è una misura identitaria, ma una conseguenza giuridica. Chi si integra resta. Chi non si integra, torna. La protezione complementare dimostra che questo schema non è una teoria, ma una architettura già esistente, che può essere estesa e resa coerente.
“Integrazione o ReImmigrazione” non è una radicalizzazione del discorso pubblico, ma il suo ritorno alla realtà istituzionale. È una proposta che supera tanto l’illusione economicista quanto la semplificazione ideologica della remigrazione, riaffermando un principio elementare: lo Stato ha il diritto e il dovere di decidere chi può restare, e deve avere gli strumenti per rendere effettiva anche l’uscita.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato – Foro di Bologna
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

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