L’accordo di integrazione: l’obbligo dimenticato che reggeva il sistema

Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.

Dopo aver ricostruito la permanenza come processo giuridico fatto di verifiche, controlli e conseguenze, affrontiamo oggi un istituto che avrebbe dovuto rappresentare il perno operativo di questo sistema e che, invece, è stato progressivamente svuotato fino a diventare quasi invisibile nel dibattito pubblico: l’accordo di integrazione.

L’accordo di integrazione nasceva con una funzione chiara e ambiziosa. Non come atto simbolico, non come dichiarazione di intenti, ma come strumento giuridico vincolante, capace di tradurre l’idea di integrazione in un insieme di obblighi verificabili. Era il tentativo, forse l’ultimo, di costruire un ponte concreto tra ingresso, permanenza e responsabilità. Un patto, appunto, tra lo Stato e lo straniero.

La sua logica era lineare. Lo Stato consentiva l’ingresso e la permanenza a determinate condizioni. Lo straniero, in cambio, si impegnava a rispettare un percorso di integrazione misurabile: apprendimento della lingua, conoscenza delle regole fondamentali dell’ordinamento, rispetto delle leggi, partecipazione attiva alla vita civile. Non un’integrazione presunta, ma un’integrazione accertabile.

In questo senso, l’accordo di integrazione rappresentava una rottura rispetto al paradigma dell’automatismo. Diceva chiaramente che il tempo non basta, che il lavoro non è sufficiente, che la mera presenza non legittima. Diceva, soprattutto, che l’integrazione è un dovere, prima ancora che una pretesa. Un dovere giuridico, non morale.

Eppure, proprio per questa sua natura esigente, l’accordo di integrazione è stato progressivamente marginalizzato. Non formalmente abrogato, ma sostanzialmente neutralizzato. Le verifiche si sono fatte sporadiche, le conseguenze incerte, l’intero impianto è stato ricondotto a un adempimento burocratico privo di reale incidenza. Il patto è rimasto sulla carta, mentre il sistema tornava a reggersi su tolleranza e inerzia.

Questo svuotamento non è stato casuale. L’accordo di integrazione metteva lo Stato di fronte a una responsabilità scomoda: verificare davvero. Verificare significa distinguere, decidere, assumersi il peso delle conseguenze. È molto più semplice parlare di integrazione in termini astratti che misurarla concretamente. È più rassicurante invocarla come valore che applicarla come criterio giuridico.

Ma senza obbligo non esiste integrazione. Esiste, al massimo, convivenza passiva. L’integrazione presuppone uno sforzo, un adattamento reciproco, una adesione minima all’ordinamento. Quando questi elementi vengono rimossi, il concetto stesso di integrazione perde contenuto e diventa una formula vuota, buona per ogni stagione politica.

L’accordo di integrazione aveva anche un’altra funzione, spesso dimenticata: tutelare chi si integra davvero. In un sistema che verifica e distingue, chi rispetta le regole viene valorizzato. Chi investe nel percorso di integrazione non viene confuso con chi lo rifiuta o lo elude. Al contrario, quando l’obbligo viene cancellato, tutti diventano uguali nella loro indistinzione, e il rispetto delle regole perde valore.

La crisi dell’accordo di integrazione è quindi lo specchio della crisi più ampia del diritto dell’immigrazione. Un diritto che ha rinunciato alla sua funzione ordinatrice per paura del conflitto, per timore della decisione, per avversione alle conseguenze. Ma un sistema giuridico che non produce effetti reali non è un sistema garantista: è un sistema fragile.

È in questo vuoto che prende forma il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Non come sostituzione dell’accordo di integrazione, ma come suo sviluppo coerente. L’idea di fondo è la stessa: l’integrazione non è automatica, è condizionata. E quando le condizioni non si realizzano, il rapporto giuridico deve potersi chiudere in modo ordinato e legittimo.

Recuperare lo spirito dell’accordo di integrazione significa, oggi, recuperare il coraggio dell’obbligo. Non per escludere, ma per rendere credibile l’inclusione. Non per punire, ma per governare. Senza obblighi verificabili, l’integrazione resta una parola. Con obblighi chiari e conseguenze applicate, torna a essere un percorso.

Nel prossimo episodio entreremo in una nuova fase del ragionamento e affronteremo il superamento del modello binario tradizionale: oltre asilo e protezione internazionale, per capire perché il sistema attuale non è più sufficiente a governare la complessità dei flussi migratori contemporanei.

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