L’Europa non vuole integrare: il Patto UE 2026 decide chi entra e chi torna, ma rinuncia a imporre l’integrazione (in vigore da luglio 2026)

Il nuovo Patto europeo su asilo e migrazione, che entrerà pienamente in vigore nel luglio 2026, segna un cambio di paradigma profondo nella politica migratoria dell’Unione. Un cambio che molti commentatori descrivono come “equilibrato”, “realistico” o “pragmatico”.

In realtà, se letto con attenzione, il Patto compie una scelta politica precisa e discutibile: governa l’ingresso, organizza il ritorno, rafforza il controllo, ma rinuncia consapevolmente a imporre l’integrazione come obbligo giuridico.

Non si tratta di una dimenticanza. Non è una lacuna tecnica. È una decisione.

Il Patto UE 2026 costruisce un sistema estremamente dettagliato sul piano procedurale. Introduce una gestione centralizzata dei dati biometrici attraverso Eurodac, rafforza le procedure accelerate, anticipa i controlli alle frontiere esterne, disciplina i movimenti secondari, rende strutturali i rimpatri e organizza la solidarietà tra Stati membri secondo logiche compensative. Tutto è regolato, tracciato, standardizzato. Tutto, tranne ciò che dovrebbe essere centrale: l’integrazione come dovere di chi resta.

Nel nuovo quadro europeo, l’integrazione compare solo come misura eventuale, accessoria, successiva. È evocata come “importante”, ma mai come condizione. Non è richiesta. Non è verificata. Non è sanzionata. Non incide sul diritto a rimanere.

Il Patto non prevede alcun obbligo strutturato di apprendimento linguistico, di adesione ai valori costituzionali dello Stato ospitante, di rispetto di un percorso minimo di integrazione civica e sociale. L’integrazione resta affidata alla buona volontà degli Stati membri e, soprattutto, del singolo beneficiario.

Questa impostazione è politicamente miope.

L’Unione europea sembra aver compreso – finalmente – che non tutti possono entrare e che non tutti possono restare. Da qui la centralità del controllo, della selezione e del ritorno. Ma si ferma a metà del ragionamento. Non affronta il tema di chi resta senza integrarsi. Non introduce alcun meccanismo che colleghi stabilmente il soggiorno legale a un percorso effettivo di integrazione. Così facendo, perpetua una delle principali cause del fallimento delle politiche migratorie europee degli ultimi vent’anni.

Il messaggio implicito è chiaro: l’Unione decide chi entra e chi deve tornare, ma non pretende nulla da chi rimane. Nessun dovere giuridico, nessuna responsabilità strutturata, nessun obbligo verificabile. L’integrazione viene trattata come un fatto culturale o sociale, non come una dimensione giuridica del soggiorno. Ed è proprio questo l’errore.

Un sistema serio di gestione dell’immigrazione dovrebbe poggiare su tre pilastri inscindibili: controllo degli ingressi, rimpatrio effettivo di chi non ha titolo e integrazione obbligatoria di chi è ammesso a restare. Il Patto UE 2026 ne adotta solo due. Il terzo viene accuratamente evitato, probabilmente per non aprire un conflitto politico interno agli Stati membri. Ma il prezzo di questa omissione sarà alto.

Senza integrazione obbligatoria, il rischio è quello di creare una popolazione stabilmente residente ma strutturalmente separata, con diritti garantiti ma doveri sfumati. Un modello che produce marginalità, conflitto sociale e delegittimazione dello stesso diritto d’asilo. Non a caso, la crescita del consenso verso politiche di ritorno e di remigrazione nasce proprio dal fallimento dell’integrazione lasciata alla spontaneità.

Il paradosso è evidente: il Patto UE 2026, nel tentativo di rendere il sistema più efficiente, finisce per confermare la necessità di un paradigma che non ha il coraggio di affermare. Integrazione o ritorno. Non come slogan, ma come struttura giuridica. Chi entra deve sapere che restare non è automatico. E chi resta deve sapere che integrarsi non è facoltativo.

L’Unione europea ha scelto di non dirlo. Ha preferito rifugiarsi nella neutralità procedurale. Ma la realtà, come sempre, presenterà il conto. E lo farà proprio su ciò che il Patto ha deciso di non disciplinare: l’integrazione come obbligo e responsabilità.

Dal luglio 2026 il nuovo sistema sarà operativo. Sarà più efficiente, più rapido, più controllato. Ma resterà incompleto. Perché governare l’immigrazione non significa solo decidere chi entra e chi torna. Significa, soprattutto, decidere a quali condizioni si resta.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato – Foro di Bologna
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

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